Qualche giorno dopo, Zaverio, arrivando al villino, vide sulla porta di
strada il calesse della signora. In sala trovò il barone in abito di
passeggio che si accomodava la cravatta davanti ad uno dei due grandi
specchi, e senza voltarsi, gli disse trionfalmente:
— Caro mio, ti chiediamo perdono, siamo sul punto di fare una giterella
piuttosto lunga. Io devo recarmi dietro Capodimonte a visitare certi
poderi che comprai e la baronessa ha la bontà di accompagnarmi.
— Ma il duca potrebbe venire con noi, disse la baronessa uscendo
frettolosa dalle sue stanze con una sollecitudine che fe’ inarcare le
ciglia al marito.
Poi, senza dargli tempo a rispondere, disse a Zaverio:
— Non ricuserete, spero, di farci compagnia; favorite, soggiunse
dandogli ad abbottonare il suo guanto.
E mentre il capitano stringeva, guardandolo con timida riverenza, il
suo polso rotondo e vigoroso, ella volgendosi al barone:
— Pregatelo dunque voi di venire.
— Certamente, balbettò con una smorfia il barone — se può.... se
vuole....
— Volentieri, rispose Zaverio offrendo il braccio alla baronessa, che
lo prese e vi si appoggiò per scendere in istrada.
In carrozza il barone dovette per convenienza cedergli il posto d’onore
alla sinistra della moglie. Era vivamente contrariato.
Discesero al Leone, percorsero la riviera di Chiaia, Pizzofalcone,
Santa Lucia, piazza del Plebiscito, Toledo — sempre in silenzio.
Dei tre, la sola baronessa era all’agio suo, rannicchiata in fondo al
mantice, distratta, meditabonda, pareva non accorgersi dei compagni.