V.

Donna Vittoria sul punto di salutarlo gli aveva detto:

— Venite di nuovo e presto; sono sola tutta la giornata e triste; mi

terrete compagnia.

E Zaverio tornò verso il fine della settimana e poi prese l’abitudine

di venirci quasi ogni giorno, semprechè i doveri del servizio glielo

consentivano. La baronessa lo riceveva costantemente in sala.

Il suo contegno era stranamente ineguale.

Mentre parlava tranquilla delle cose più comuni si turbava ad

un tratto, usciva fuori in sarcasmi, in rabbuffi, in violenze

inesplicabili. Di solito laconica, pensosa, aveva dei momenti di una

loquacità singolare; oppure lasciando a mezzo la frase, la parola

magari, ammutoliva e bisognava lasciarla stare od era peggio: talvolta,

dopo qualche minuto di silenzio, si rabboniva e ripigliava il discorso

interrotto.

Impossibile fidarsi del suo umore: era vivace, un minuto dopo annoiata,

rannuvolata — era serena e diventava permalosa, beffarda, insoffribile.

Qualche rara volta si mostrava espansiva, confidente — e allora seguiva

sempre una reazione, era quando cadeva nei peggiori malestri...

Certe sere pareva soggiogata da una cupa afflizione, si stringeva con

mano irrequieta la fronte, con dei gemiti che parevanle strappati in

fondo al cuore da uno spasimo intenso: mormorava:

— Oh Dio... che cosa orribile! che inferno!

E guai se Zaverio mostrava di compatirla o anche solo di accorgersi

della sua pena.

— Che ne sapete voi, rispondeva, ho mal di capo.

Se egli si alzava per ritirarsi gli gridava indispettito:

— No, no, state lì e parlatemi di cose allegre; raccontatemi qualcuna

di quelle spiritose indiscrezioni di cui vi deliziate tanto voi altri

uomini.

Sedeva anche lei, ricomponeva il volto ed era capace di chiaccherare

un’ora di seguito, della casa, del suo paese, di usanze, di interessi

volgari.

E non poteva dirsi leggera. Affatto.

La sua mobilità non era capriccio: vi si sentivano invece le ribellioni

di una volontà tenace, imperiosa, indomabile.

Quando pareva più angustiata, accasciata, sopraffatta da una lotta

superiore alle sue forze, si calmava repentinamente e prendeva un

tuono di sfida e di sicurezza, un sorriso superbo che non esprimeva la

rassegnazione stoica, ma la vittoria.

Tanto è che Zaverio non le resisteva, la subiva con un certo sgomento;

e non tentava neppure comprenderla.

Non era minimamente entrato nella sua confidenza: dopo sei settimane,

ancora era allo stesso punto.

Egli usciva di là sbalordito, malcontento, irritato — ma ci tornava

perchè ella lo voleva e perchè egli non sapeva sottrarsele.

Quando la baronessa lo vedeva entrare aveva sempre l’aria di

domandargli:

— Siete lì di nuovo?

Poi, dopo qualcuna delle solite stravaganze, dopo qualcuna delle

più violente invettive, si fermava a guardarlo lì basito, col capo

chino, che attorcigliava confuso i cordoni della sciabola e gli diceva

crudelmente:

— E siete voi quel terribile spadaccino che dicono?

Pareva dispettosa di non trovare in lui maggiore resistenza.

Si degnava magari di trattarlo bene, con una leggera famigliarità, gli

faceva degli elogi e sempre, accomiatandolo, gli ripeteva:

— Arrivederci domani.

Di quel domani ella non dubitava punto; e neppur lui.

Lo attirava da lei un fascino inesplicabile, che non era speranza, non

desiderio — diletto meno che meno — un fascino acre, un corrivo malsano

simile a quello che spinge la lingua contro il dente che duole.

Era un tormento divenutogli necessario.

La sua conversazione aveva una attrattiva indefinibile.

Ella non era amabile, non aveva coltura; la sua istruzione consisteva

quasi unicamente nelle tradizioni della sua casa, che il vecchio

padre, patrizio orgoglioso, inchiodato negli ultimi anni dalla

paralisi nell’antico seggiolone dominicale onde i suoi avi davano il

loro arbitrio per giustizia — le aveva narrate e ripetute le mille

volte; e che le si erano impresse nell’animo coll’immagine di quel

moribondo, col tono della sua voce rauca e solenne. Figlia unica e

senza madre, aveva preso il governo del castello e dei beni paterni,

in cui sopravviveva di fatto, ad onta di ogni legge, nella sua superba

semplicità il dominio feudale: — e quelle tristi confidenze erano state

l’unico suo svago in mezzo alle cure di massaia e d’infermiera. Onde

derivava nel suo carattere un singolare contrasto di un positivismo

provinciale e di un fantastico lugubre e superstizioso.

Balzata da quel mondo medioevale, nelle futilità e nel sensualismo

della vita moderna dei ricchi, si era raccolta, rinchiusa in sè stessa

e l’ozio aveva irritate le tendenze immaginose del suo spirito.

Tutti i suoi pensieri spiccavano sopra un fondo di cupa malinconia, che

ella si sforzava di dissimulare con un umorismo triste.

I suoi discorsi non erano mai piacevoli, mai allegri e schiettamente

sereni, ma vivaci e spesso arguti. Ella vedeva e giudicava le cose con

dei criterii tanto bizzarri ed originali!

Aveva delle ingenuità primitive condite di un cinismo selvaggio.

Un giorno condusse Zaverio sul terrazzo che guardava sul golfo.

In mezzo a quella gioconda meraviglia di paesaggio che il raggio del

tramonto coloriva di una vaga tinta rosea, loro due erano tristi come

se tutto il dolore dell’universo si fosse rifugiato sotto quelle loro

fronti pallide.

Passò rasente la riva un canotto che solcava lentamente l’onda placida,

unita. V’erano dentro due giovani, due innamorati, forse due sposi.

Egli tuffava i remi a intervalli ineguali e ogni volta, rovesciandosi

indietro, posava il capo in grembo a lei che stava seduta a prua, e i

loro sguardi si incontravano e i loro sorrisi: le labbra sussurravano

parole che il fiotto dell’acqua e il tuffo dei remi discretamente

coprivano.

— Che cosa dicono? domandò donna Vittoria toccando il braccio a Zaverio

e indicandogli il canotto.

Egli non ardì rispondere, la guardò maravigliato; ma ella restò seria,

seguì coll’occhio la voluttuosa navicella finchè ebbe svoltato dietro

gli aranci del capo.

Il sole scendeva dietro Capri, la notte saliva rapidamente dietro

Sant’Elmo.

La baronessa soggiunse:

— Che commedia! A quest’ora sono stufi l’uno dell’altra.

Mezz’ora dopo il canotto ripassò più lento di prima: i due giovani

cantavano a mezza voce una cantilena francese: qualche volta la donna

sbagliava il verso, l’uomo sbagliava la remata e rideva, ridevano

tuttedue e v’era in quel riso una beatitudine infinita: pareva che il

cielo e il mare stessero silenziosi ad ascoltarli.

Donna Vittoria si ritrasse bruscamente.

— Ci credete voi alla felicità? disse poi rientrando in sala, io non

sono mai stata felice. Perchè, se vi è contentezza al mondo io sola

devo esserne priva? Ma non ci credo: non c’è. Ho visto a Tizzano nei

giorni di festa dei contadini allegri, erano ubbriachi, l’indomani si

curvavano sul solco più gialli e più cupi del solito: ho visto delle

nozze cominciate al suono dei pifferi e delle cornamuse continuare al

picchio dei pugni: sempre.

Non parlavano mai del marito; Zaverio lo nominava qualche volta — ella

mai.

Dal suo canto il barone, per oltre un mese, si tenne in disparte come

usava prima e non parve accorgersi delle assiduità del capitano: stava

fuori di casa tutta la giornata, non rientrava che la notte tardi.

— Ma una sera capitò improvvisamente ad interrompere una loro

conversazione che si era prolungata assai, e con una insolita intimità.

Con una ciera fra l’imbarazzato e il diffidente salutò Zaverio senza

guardarlo in faccia, e andò dritto con studiata e sforzata aria di

padronanza, a sedersi sul divano accanto alla moglie.

Ella non mostrò sorpresa punta, punta. Continuò tranquillamente il suo

discorso. Descriveva le proprie occupazioni di fanciulla a Tizzano,

nella casa paterna.

Soltanto aggiunse freddamente:

— Ma il barone qui non mi lascia far nulla.

Egli prese la cosa per il suo buon verso e, rasserenandosi, tutto

ringalluzzito:

— Oh, io lo confesso, sclamò, non so come si possa farsi servire da

una donna — e non ammetto che la si faccia lavorare — se stesse in me

proibirei a tutti i poveri di prender moglie.

— Che ne dite? domandò la baronessa a Zaverio con uno sguardo

indefinibile.

Egli non rispose.

Da quella sera in poi Zaverio incontrò quasi sempre il barone: od era

già in sala quando egli entrava o veniva poco dopo.

Singolare però: la sua presenza non che aumentare, scemava il riserbo

di donna Vittoria. Dava più che mai in istravaganze, ella si faceva col

capitano più espansiva, quasi cortese. Gli rivolgeva sempre la parola,

lo ascoltava con attenzione e gli rispondeva con premura senza ombra

d’ironia.

Ma, a quattr’occhi, tutte queste garbatezze cessavano e tornava il

primo rigore, i modi bruschi, i sarcasmi.

Soli, del resto, non restavano più che assai raramente.

Il barone tentò di rinnovare il suo crocchio: ricondusse il cavaliere

Russo, don Primicile e l’avvocato Varriale, ma quando essi vennero

donna Vittoria non uscì dalle proprie stanze.

Gli invitati compresero il latino e spulezzarono ancora.

Allora il barone si piantò regolarmente in sala per tutto il tempo che

durava la visita del capitano.

E donna Vittoria pareva lo facesse apposta; tratteneva Zaverio con ogni

sorta di pretesti.

Una sera che la cosa era andata estremamente in lungo, uscito Zaverio,

il barone s’arrischiò a dire:

— È noioso quel capitano; non vi pare?

— Chi l’ha condotto qui? rimbeccò aspramente la baronessa.

— Fastidioso e indiscreto.

— Il Duca di Stigliano mi sembra persona ammodo, un cavaliere

compitissimo.

— Duca! sclamò con gesto sprezzante il marito — si sa almeno chi sia

questo Duca?

— Ah voi date del tu a della gente che non conoscete? e la menate in

casa. Io vi assicuro — e me n’intendo — che il duca è un gentiluomo

davvero: per caso ce n’è uno fra i vostri amici — per puro caso. Però

farete bene a metterlo alla porta. Provate.

E lo lasciò con un riso di scherno.

Candaule · 第 9 / 41 题