Donna Vittoria sul punto di salutarlo gli aveva detto:
— Venite di nuovo e presto; sono sola tutta la giornata e triste; mi
terrete compagnia.
E Zaverio tornò verso il fine della settimana e poi prese l’abitudine
di venirci quasi ogni giorno, semprechè i doveri del servizio glielo
consentivano. La baronessa lo riceveva costantemente in sala.
Il suo contegno era stranamente ineguale.
Mentre parlava tranquilla delle cose più comuni si turbava ad
un tratto, usciva fuori in sarcasmi, in rabbuffi, in violenze
inesplicabili. Di solito laconica, pensosa, aveva dei momenti di una
loquacità singolare; oppure lasciando a mezzo la frase, la parola
magari, ammutoliva e bisognava lasciarla stare od era peggio: talvolta,
dopo qualche minuto di silenzio, si rabboniva e ripigliava il discorso
interrotto.
Impossibile fidarsi del suo umore: era vivace, un minuto dopo annoiata,
rannuvolata — era serena e diventava permalosa, beffarda, insoffribile.
Qualche rara volta si mostrava espansiva, confidente — e allora seguiva
sempre una reazione, era quando cadeva nei peggiori malestri...
Certe sere pareva soggiogata da una cupa afflizione, si stringeva con
mano irrequieta la fronte, con dei gemiti che parevanle strappati in
fondo al cuore da uno spasimo intenso: mormorava:
— Oh Dio... che cosa orribile! che inferno!
E guai se Zaverio mostrava di compatirla o anche solo di accorgersi
della sua pena.
— Che ne sapete voi, rispondeva, ho mal di capo.
Se egli si alzava per ritirarsi gli gridava indispettito:
— No, no, state lì e parlatemi di cose allegre; raccontatemi qualcuna
di quelle spiritose indiscrezioni di cui vi deliziate tanto voi altri
uomini.
Sedeva anche lei, ricomponeva il volto ed era capace di chiaccherare
un’ora di seguito, della casa, del suo paese, di usanze, di interessi
volgari.
E non poteva dirsi leggera. Affatto.
La sua mobilità non era capriccio: vi si sentivano invece le ribellioni
di una volontà tenace, imperiosa, indomabile.
Quando pareva più angustiata, accasciata, sopraffatta da una lotta
superiore alle sue forze, si calmava repentinamente e prendeva un
tuono di sfida e di sicurezza, un sorriso superbo che non esprimeva la
rassegnazione stoica, ma la vittoria.
Tanto è che Zaverio non le resisteva, la subiva con un certo sgomento;
e non tentava neppure comprenderla.
Non era minimamente entrato nella sua confidenza: dopo sei settimane,
ancora era allo stesso punto.
Egli usciva di là sbalordito, malcontento, irritato — ma ci tornava
perchè ella lo voleva e perchè egli non sapeva sottrarsele.
Quando la baronessa lo vedeva entrare aveva sempre l’aria di
domandargli:
— Siete lì di nuovo?
Poi, dopo qualcuna delle solite stravaganze, dopo qualcuna delle
più violente invettive, si fermava a guardarlo lì basito, col capo
chino, che attorcigliava confuso i cordoni della sciabola e gli diceva
crudelmente:
— E siete voi quel terribile spadaccino che dicono?
Pareva dispettosa di non trovare in lui maggiore resistenza.
Si degnava magari di trattarlo bene, con una leggera famigliarità, gli
faceva degli elogi e sempre, accomiatandolo, gli ripeteva:
— Arrivederci domani.
Di quel domani ella non dubitava punto; e neppur lui.
Lo attirava da lei un fascino inesplicabile, che non era speranza, non
desiderio — diletto meno che meno — un fascino acre, un corrivo malsano
simile a quello che spinge la lingua contro il dente che duole.
Era un tormento divenutogli necessario.
La sua conversazione aveva una attrattiva indefinibile.
Ella non era amabile, non aveva coltura; la sua istruzione consisteva
quasi unicamente nelle tradizioni della sua casa, che il vecchio
padre, patrizio orgoglioso, inchiodato negli ultimi anni dalla
paralisi nell’antico seggiolone dominicale onde i suoi avi davano il
loro arbitrio per giustizia — le aveva narrate e ripetute le mille
volte; e che le si erano impresse nell’animo coll’immagine di quel
moribondo, col tono della sua voce rauca e solenne. Figlia unica e
senza madre, aveva preso il governo del castello e dei beni paterni,
in cui sopravviveva di fatto, ad onta di ogni legge, nella sua superba
semplicità il dominio feudale: — e quelle tristi confidenze erano state
l’unico suo svago in mezzo alle cure di massaia e d’infermiera. Onde
derivava nel suo carattere un singolare contrasto di un positivismo
provinciale e di un fantastico lugubre e superstizioso.
Balzata da quel mondo medioevale, nelle futilità e nel sensualismo
della vita moderna dei ricchi, si era raccolta, rinchiusa in sè stessa
e l’ozio aveva irritate le tendenze immaginose del suo spirito.
Tutti i suoi pensieri spiccavano sopra un fondo di cupa malinconia, che
ella si sforzava di dissimulare con un umorismo triste.
I suoi discorsi non erano mai piacevoli, mai allegri e schiettamente
sereni, ma vivaci e spesso arguti. Ella vedeva e giudicava le cose con
dei criterii tanto bizzarri ed originali!
Aveva delle ingenuità primitive condite di un cinismo selvaggio.
Un giorno condusse Zaverio sul terrazzo che guardava sul golfo.
In mezzo a quella gioconda meraviglia di paesaggio che il raggio del
tramonto coloriva di una vaga tinta rosea, loro due erano tristi come
se tutto il dolore dell’universo si fosse rifugiato sotto quelle loro
fronti pallide.
Passò rasente la riva un canotto che solcava lentamente l’onda placida,
unita. V’erano dentro due giovani, due innamorati, forse due sposi.
Egli tuffava i remi a intervalli ineguali e ogni volta, rovesciandosi
indietro, posava il capo in grembo a lei che stava seduta a prua, e i
loro sguardi si incontravano e i loro sorrisi: le labbra sussurravano
parole che il fiotto dell’acqua e il tuffo dei remi discretamente
coprivano.
— Che cosa dicono? domandò donna Vittoria toccando il braccio a Zaverio
e indicandogli il canotto.
Egli non ardì rispondere, la guardò maravigliato; ma ella restò seria,
seguì coll’occhio la voluttuosa navicella finchè ebbe svoltato dietro
gli aranci del capo.
Il sole scendeva dietro Capri, la notte saliva rapidamente dietro
Sant’Elmo.
La baronessa soggiunse:
— Che commedia! A quest’ora sono stufi l’uno dell’altra.
Mezz’ora dopo il canotto ripassò più lento di prima: i due giovani
cantavano a mezza voce una cantilena francese: qualche volta la donna
sbagliava il verso, l’uomo sbagliava la remata e rideva, ridevano
tuttedue e v’era in quel riso una beatitudine infinita: pareva che il
cielo e il mare stessero silenziosi ad ascoltarli.
Donna Vittoria si ritrasse bruscamente.
— Ci credete voi alla felicità? disse poi rientrando in sala, io non
sono mai stata felice. Perchè, se vi è contentezza al mondo io sola
devo esserne priva? Ma non ci credo: non c’è. Ho visto a Tizzano nei
giorni di festa dei contadini allegri, erano ubbriachi, l’indomani si
curvavano sul solco più gialli e più cupi del solito: ho visto delle
nozze cominciate al suono dei pifferi e delle cornamuse continuare al
picchio dei pugni: sempre.
Non parlavano mai del marito; Zaverio lo nominava qualche volta — ella
mai.
Dal suo canto il barone, per oltre un mese, si tenne in disparte come
usava prima e non parve accorgersi delle assiduità del capitano: stava
fuori di casa tutta la giornata, non rientrava che la notte tardi.
— Ma una sera capitò improvvisamente ad interrompere una loro
conversazione che si era prolungata assai, e con una insolita intimità.
Con una ciera fra l’imbarazzato e il diffidente salutò Zaverio senza
guardarlo in faccia, e andò dritto con studiata e sforzata aria di
padronanza, a sedersi sul divano accanto alla moglie.
Ella non mostrò sorpresa punta, punta. Continuò tranquillamente il suo
discorso. Descriveva le proprie occupazioni di fanciulla a Tizzano,
nella casa paterna.
Soltanto aggiunse freddamente:
— Ma il barone qui non mi lascia far nulla.
Egli prese la cosa per il suo buon verso e, rasserenandosi, tutto
ringalluzzito:
— Oh, io lo confesso, sclamò, non so come si possa farsi servire da
una donna — e non ammetto che la si faccia lavorare — se stesse in me
proibirei a tutti i poveri di prender moglie.
— Che ne dite? domandò la baronessa a Zaverio con uno sguardo
indefinibile.
Egli non rispose.
Da quella sera in poi Zaverio incontrò quasi sempre il barone: od era
già in sala quando egli entrava o veniva poco dopo.
Singolare però: la sua presenza non che aumentare, scemava il riserbo
di donna Vittoria. Dava più che mai in istravaganze, ella si faceva col
capitano più espansiva, quasi cortese. Gli rivolgeva sempre la parola,
lo ascoltava con attenzione e gli rispondeva con premura senza ombra
d’ironia.
Ma, a quattr’occhi, tutte queste garbatezze cessavano e tornava il
primo rigore, i modi bruschi, i sarcasmi.
Soli, del resto, non restavano più che assai raramente.
Il barone tentò di rinnovare il suo crocchio: ricondusse il cavaliere
Russo, don Primicile e l’avvocato Varriale, ma quando essi vennero
donna Vittoria non uscì dalle proprie stanze.
Gli invitati compresero il latino e spulezzarono ancora.
Allora il barone si piantò regolarmente in sala per tutto il tempo che
durava la visita del capitano.
E donna Vittoria pareva lo facesse apposta; tratteneva Zaverio con ogni
sorta di pretesti.
Una sera che la cosa era andata estremamente in lungo, uscito Zaverio,
il barone s’arrischiò a dire:
— È noioso quel capitano; non vi pare?
— Chi l’ha condotto qui? rimbeccò aspramente la baronessa.
— Fastidioso e indiscreto.
— Il Duca di Stigliano mi sembra persona ammodo, un cavaliere
compitissimo.
— Duca! sclamò con gesto sprezzante il marito — si sa almeno chi sia
questo Duca?
— Ah voi date del tu a della gente che non conoscete? e la menate in
casa. Io vi assicuro — e me n’intendo — che il duca è un gentiluomo
davvero: per caso ce n’è uno fra i vostri amici — per puro caso. Però
farete bene a metterlo alla porta. Provate.
E lo lasciò con un riso di scherno.