IV.

Per parecchi giorni egli non discese in città. Verso il fine della

settimana toccò alla sua compagnia il turno di onore al palazzo reale:

entrato, dopo il cambio della guardia, nel Caffè d’Europa per desinare,

intese a dire colà che la baronessa Di Ruoppolo era ricaduta gravemente

ammalata: Don Primicile ne presagiva una seconda crisi di temperamento.

Quella notte trovò più duro del solito il suo letto di campo.

L’immagine di quella donna non lo lasciò quieto un minuto.

L’indomani, smontata la guardia alle quattro, ricondusse la compagnia a

Sant’Elmo, poi subito, appena fu libero, discese a Mergellina.

Bussò alla porta di Casa Ruoppolo.

Il barone non c’era; — chiese della signora.

Il portinaio gli disse che donna Vittoria aveva avuto febbre e delirio

tutta notte.

Stava per ritirarsi quando sopraggiunse la cameriera della baronessa e,

a nome della padrona, lo pregò di salire.

— La baronessa è alzata? domandò il capitano stupito.

— Resti servita in sala, disse la ragazza evitando di rispondere, ella

verrà.

Ella venne diffatti — dopo mezz’ora — vestita, come dovesse ricevere

una visita di cerimonia, d’un grand’abito di raso bianco che mal

dissimulava il pallore del suo viso.

Si reggeva a stento. Appena entrata, dovette abbandonarsi sopra una

sultana, ma vi si adagiò con una gran dignità e domandò a Zaverio:

— Perchè siete venuto? che volete?

— Io? nulla, fuorchè chiedere notizie della vostra salute.

— Troppo bono, esclamò asciutto asciutto la baronessa. Vi preme tanto

la mia salute?

— Molto, signora; disse semplicemente e con una certa premura il

capitano.

— Ah! non ne dubito, soggiunse ironica donna Vittoria, non ne dubito,

e perciò ho voluto darvela io stesso la notizia: come vedete, sto

benissimo.

Zaverio non osò contraddirla, solo diè involontariamente un rapido

sguardo di sincera e penosa sollecitudine a quel viso disfatto, a

quegli occhi sbattuti.

Donna Vittoria strinse le spalle.

— Dio bono, nulla più di quelle frequenti e moleste infermità che noi

donne siamo avvezze a sopportare in silenzio, per non infastidirvi voi

altri.

— Ma, soggiunse poi, la vostra visita ha certo un altro motivo; non

pretendo tanta franchezza; ve lo dirò io. Ecco. Voi avete ragionato

così: — io sono riuscito, comunque sia, ad interessare quella donna;

nella sua solitudine ella avrà pensato a me, non bisogna mai trascurare

un’avventura — perciò dopo un sapiente e calcolato indugio, stamane,

rannodandovi la cravatta, avete esclamato: — andiamo oggi, chissà, mi

vedrà volentieri. — Avete ragione, ho pensato a voi in questi giorni,

disse poi corrugando la fronte.

— Voi siete implacabile, mormorò addolorato il capitano.

— Vi pare?

Un sinistro sorriso le contrasse le labbra.

Zaverio disse:

— Donna Vittoria. Vi assicuro che, dopo quella tal sera, io non avrei

mai osato ricomparirvi dinanzi....

— Vi ho tanto spaventato?

— Voi mi avete fatto entrare: cacciatemi adesso se credete.

— Ah! voi siete davvero troppo umile — siete così anche cogli uomini?

coi vostri nemici?

Il capitano rispose senza la menoma spavalderia:

— Nessuno di loro mi ha mai fatto un simile elogio.

Poi s’alzò e s’inchinò profondamente per sortire.

— Rimanete, disse imperiosa la baronessa.

Il capitano si trattenne ma rimase in piedi.

Donna Vittoria soggiunse:

— Difatti voi avete fama di coraggioso. Ma si sa, noi donne non ci

fate degne del vostro orgoglio. Siete tutti vili con noi. Ma i vostri

riguardi mi sembrano impertinenze quanto e più delle vostre audacie:

tanto come dirci: non vi temiamo. — Povero pretesto per arrogarvi

il vanto di forti! Ma credete, sul serio, che siamo deboli? Badate,

capitano, potrebbe darsi che voi vi trovaste ora di fronte una nemica

formidabile; se mi saltasse il ticchio di castigarvi?

— Accetterei il castigo.

— Vedremo, sclamò la baronessa, rizzandosi d’un balzo contro Zaverio e

saettandogli un’occhiata che lo fe’ rabbrividire. E, dopo una pausa:

— Sapete almeno quello che dite?

Si faceva notte, il raso della tappezzeria cangiava la sua tinta

azzurra in un nero cupo sul quale i filetti d’oro lucevano come sopra

le paramenta di un mortorio.

Donna Vittoria era ricaduta spossata sul divano ma teneva gli occhi

sopra il capitano.

— Che fate lì in piedi? Accomodatevi. Non siete voi un amico del

padrone? non vi ha egli ammesso nell’intimità della casa?

— Nessuno può darmi il diritto d’infastidirvi.

— Andate dunque!...

In quella, Concetta recò il lume e venne a dire che il barone chiedeva

notizie della signora.

Donna Vittoria gli fe’ rispondere che restasse servito e chiese

a Zaverio se egli ci teneva molto a far credere al marito che lo

sfuggiva. E Zaverio si trattenne ancora.

Il barone fu sorpreso di trovare la moglie alzata e d’incontrare il

capitano da lei.

Era la prima volta ch’ella riceveva un uomo nel proprio appartamento.

— Il capitano è stato cortese, disse donna Vittoria; a differenza degli

altri vostri amici, egli si è ricordato del suo dovere ed è venuto a

visitarmi.

Il marito fu molto discreto; salutò garbatamente Zaverio; solo osservò

alla baronessa che ella si strapazzava un po’ troppo.

— Oh se non fosse stato lui, una persona così intima vostra, non

l’avrei ricevuto in questo stato; ma ero tanto aduggita, abbiamo

chiaccherato un poco e mi ha fatto bene. Il capitano discorre

piacevolmente; egli ha avuto di così bizzarre avventure!

Zaverio la guardava stupito ed inquieto, ma non aperse bocca.

— Ah! sì? che senta anch’io... continua pure, soggiunse il marito.

Il capitano non sapeva che dire; per levarsi d’impiccio osservò che la

signora doveva essere stanca.

— Ho capito, vi lascio in libertà di farvi le confidenze, sclamò la

baronessa ironicamente, e levatasi rientrò nelle proprie stanze.

I due uomini rimasero impacciati l’uno in faccia all’altro un qualche

minuto; poi Zaverio, tanto per far qualcosa, salutò il barone e prese

congedo.

Il barone lo accompagnò fino sulla soglia dell’anticamera e con un —

arrivederci — asciutto asciutto, lo lasciò.

Mentre Zaverio stava per scendere le scale, s’aperse un usciolino sul

pianerottolo e ricomparve la baronessa: la quale gli disse sottovoce

con una certa vivacità:

— Io ho detto che eravate venuto a farmi visita: ciò non è vero: perchè

non avete protestato?

— Non è mia abitudine contraddire le signore, rispose Zaverio.

— Oh molto galante! credereste per caso, di avermi compromessa?

— Nè lo credo, nè lo crederò mai...

Donna Vittoria parve scossa, lo guardò fisso.

— Meno male, disse poi, e soggiunse: tornerete?

Il capitano esitava a rispondere, ma donna Vittoria non gliene diè il

tempo e riprese risolutamente:

— Tornate domani; è necessario. Ricordatevi che mi dovete sempre una

riparazione. A domani dunque.

Il giorno dopo alla stess’ora Zaverio era alla porta del villino ed era

subito introdotto, ma stavolta, nella gran sala di ricevimento.

Donna Vittoria gli venne incontro sorridendo.

— Bravo! siete stato di parola.

— Non mi avete voi detto di venire?

— Chissà cos’avrete pensato!

— Nulla, non ho pensato che ad obbedire.

— E che mi chiederete in compenso di questa vostra devozione?

— Oh, se ne fossi degno, vi chiederei il vostro perdono e un po’ di

stima.

— Duca, voi volete confondermi. Vi sorprende ch’io sappia il vostro

titolo? Piuttosto dovrei maravigliarmi che voi lo nascondiate.

— Non lo nascondo affatto; solo non ne faccio uso. Quel titolo

nobiliare è quasi l’unica eredità che gli antichi signori di Stigliano

abbiano lasciato a me loro discendente. E mi vergogno di trascinarlo

nelle angustie delle mia vita di povero ufficiale.

— Siete solo?

— Ho mia madre.

— E, mi hanno detto, fra breve una sposa.

— Sarebbe questo un desiderio di mia madre.

— E che vi impedisce di soddisfarlo?

— La donna ch’io dovrei sposare....

— Vi spiace?

— No; essa è gentile e buona, ma...

— Non vi ama?

— Non le sono increscioso....

— Dunque?

— Ma è molto giovane, è orfana, non ha nessuno che la consigli; non

vorrei ch’ella potesse accusarmi un giorno d’aver abusato del suo

abbandono, della sua inesperienza, dell’amicizia che lega le nostre

famiglie... Ella ha qualcosa.

Donna Vittoria aggrottò la fronte e mormorò dispettosa:

— Colei ha dunque incontrato un uomo onesto. Capitano, disse poi, voi

vi ricordate di essere un gentiluomo.... qualche volta.

Zaverio piegò il capo sotto il rimprovero della baronessa, la quale

soggiunse bruscamente:

— Non so perchè facciamo questi discorsi.... che m’interessano a me?

Zaverio le domandò perchè gli avesse dato appuntamento per quel giorno.

Allora la baronessa mutando umore ad un tratto gli disse che non voleva

nulla, che era stato un capriccio, per inquietarlo e per cimentare la

sua pazienza, ed aggiunse con bonarietà:

— Voi dovete attribuire alla febbre le esagerazioni e le stravaganze

dei giorni scorsi. Stavo tanto male! Ora sto bene, non pensiamo altro a

quelle malinconie.

Il capitano, commosso della insperata indulgenza, voleva ringraziarla;

lo trattenne il timore di risuscitare ricordi sgradevoli. Con impeto

tutto meridionale, si chinò, prese il lembo dell’ampia veste di lei e

la baciò.

Poi, subito, uscì discretamente.

Candaule · 第 8 / 41 题