No!

Resta. Non mi fuggire. Non è tutto.

Non è nulla, anzi, questo che t'ho detto.

L'accusa era nell'aria, in ogni soffio,

esalava da tutte le pareti,

si celava nell'ombra delle vôlte,

si disegnava nelle fenditure

e nelle crepe come su le labbra

vive, come negli occhi palpitanti.

Il grido della bestia

impazzata ha risposto ad un silenzio

lungo che le diceva fissamente:

«Sei tu.» Gigliola non ha dato crollo.

Pareva che serrasse

l'anima sua nelle sue mani ferme

come un'arme affilata.

Madre, madre, e dinanzi a lei, dinanzi

a quell'anima nuda

(la fronte gli occhi il mento,

l'impronta mia, la simiglianza mia,

il segno del mio sangue

su quel viso figliale

si palesava a me come non mai,

in quell'attimo eterno

con non so quale forza

nuova, non so che rilievo mordace,

comprimendomi, entrando nel mio petto

spossato come un suggello di vita

indelebile) o madre, e la nemica

additandomi...

S'inginocchia ai piedi della vecchia, rotto dall'ambascia.

Scopriti la faccia,

ti supplico! Ch'io veda quel che fa

il tuo dolore! Guardami. Ecco, sono

più tremante, più debole,

più bisognoso d'aiuto che quando

ti nacqui del tuo spasimo,

brandello miserabile di carne

animato dal gemito. Ch'io veda

se puoi salvarmi o se sono perduto

anche per te!

La madre lo guarda.

Sì, così.

Egli esita un istante.

La nemica

additandomi ha detto: «E che farai?

Sono coperta dal tuo padre. Due

siamo, due fummo.»

La vecchia tenta ancora di alzarsi.

Madre,

non mi lasciare. Stendimi le mani

Ha creduto, ha creduto!

Ho visto nella faccia disperata

che la menzogna era creduta!

E tu?

S'ode la voce di Angizia nel giardino.

La voce di ANGIZIA.

Non ti conosco. Vattene, pezzente!

Non so chi sei. Ti gitterò le pietre.

Ti farò divorare dal mastino.

Ora lo sciolgo. Vattene! Va via!

O grido al ladro. Fuori!

Fuori! Non so chi sei.

Vuoi dunque che ti scacci con le pietre?

Di là dal cancello, si scorge la femmina chinarsi a terra per

lapidare.

DONNA ALDEGRINA.

Eccola, viene. Portami di là.

Reggimi, ché le gambe non le sento

più. Non le posso muovere. Non posso

più levarmi, non posso camminare.

Che è mai questo? Reggimi, Tibaldo,

portami tu, trascinami

là fino all'uscio. Eccola, viene.

TIBALDO.

Madre,

è il destino. Rimani.

Vinci l'orrore. Sii

testimone del mio combattimento

mortale. Per la morte e per la vita

giudica tu. Non ho più nulla dietro

di me. Son solo. Tutta la mia razza

è scomparsa con tutta la sua forza

cieca. I forti che m'hanno generato

non m'aiutano più. Questa rovina

non degna pure di schiacciarmi, tanto

io sono poco per la sua grandezza.

Tu stessa, madre, non sei mia: son nate

da te due geniture avverse; e il tuo

cuore diverge. Non t'ingannerai

giudicando. Rimani.

Devi. Questo è il giudizio senz'appello

a cui mi serra il destino.

SCENA QUINTA.

ANGIZIA chiude il cancello di ferro, e il colpo rimbomba sotto il

voltone.

ANGIZIA.

O Tibaldo,

hai sentito? Era là!

Era tornato l'accattone, ancóra!

Sai? quel serpàro di Luco. Hai sentito?

Gli ho scagliato la pietra nella schiena.

Ma, se si ardisce di tornare un'altra

volta, bisogna scacciarlo col manico

della granata... Non tu,

che soffii. Mi ci metto

io, con Bertrando; e vedi...

Oh! Signora mia suocera, e che hai?

Hai avuto paura?

TIBALDO.

Io col bastone

come una bestia immonda

scaccerò te...

ANGIZIA, volgendosi inviperita.

Ah! ricominci?

TIBALDO.

Chiama

tuo padre, ch'io ti riconsegni a lui

perché ti schiacci il capo con la pietra

che gli hai scagliata alle spalle.

ANGIZIA.

Ma dunque

non ti passa la smània? Ti rimorde

la taràntola? Quello

non è mio padre. Non ho padre.

TIBALDO.

È vero.

Nasci dal putridume senza nome.

ANGIZIA.

E m'hai raccolta?

TIBALDO.

Per averti spinta

col piede, fuor del mucchio

lurido, son rimasto

infetto.

ANGIZIA.

E m'hai legata a te per sempre?

TIBALDO.

Non v'è legame tra la bestia e l'uomo.

È sacrilegio quel che ho fatto. Avevo

perduto il senso umano.

ANGIZIA.

Supplicata

m'hai, piangendo, torcendoti per terra,

quando volevo andarmene; m'hai presa

ai ginocchi, hai posata

la faccia nella polvere perché

ti premessi il calcagno su la nuca.

TIBALDO.

E che tu mi rinfacci le vergogne,

e che tu mi ricordi le viltà,

ora, che importa? Ho rialzato il capo.

Lo vedi.

ANGIZIA.

Sì. Per poco.

Per mostrarti a costoro che t'aizzano

contro di me. Dianzi

ti sei messa la maschera dell'uomo

forte davanti alla tua figlia; ed ora

te la metti davanti alla tua madre.

Ma non m'inganni. Sotto,

veggo il tuo viso senza sangue.

TIBALDO.

Oh, ecco,

tu mi rendi il mio viso

cotidiano. Alfine, lo ritrovo.

È vero. Non conviene ch'io sia tanto

terribile. Ora abbasso

la maschera e la voce. E quel che deve

esser fatto, sarà

fatto con un sol gesto e senza grido.

ANGIZIA.

Quando tu sarai solo

con me, ti gitterai

per terra, un'altra volta;

e piangerai, e mi supplicherai.

E nulla sarà fatto,

perchè tu sei legato a me per sempre

e legato due volte.

E il legame segreto è palesato

omai. E tu non osi,

e nessuno oserà

toccarmi.

TIBALDO.

Tu ripeti la menzogna

inutile.

ANGIZIA.

Che l'odano altri orecchi

qui dentro.

TIBALDO.

Infàmia a vòto.

ANGIZIA.

Veramente?

Persuadi a tua figlia

che la serva mentisce

quando ti chiama complice e consorte.

Guarda la vecchia, là.

TIBALDO.

È l'orrore di te,

che l'impietra.

ANGIZIA.

O Tibaldo, io non credevo

che tu potessi impallidire ancóra

di più.

TIBALDO.

E se mia madre

parlasse e ti chiedesse

una prova... che prova le daresti

tu?

ANGIZIA.

Che prova era contro

di me quando tua figlia

dianzi ripeteva a me: «Ti guardo»?

E la vecchia ti guarda.

E non hai più colore

di vita e non hai gocciola

di sangue che non sia ghiaccia nel tuo

cuore; e fai uno sforzo disperato

per non battere i denti

— anzi, ecco, la mascella ti tradisce —

come la notte d'or è l'anno, quando

salisti a piedi scalzi, di nascosto,

nella mia stanza buia e mi cercasti

brancolando e venisti

a coricarti accanto a me, perché

non potevi star solo;

ed io sapevo il tuo consentimento

coperto e tu sapevi il compimento

della mia mano pronta.

E ci stringemmo; e fummo

due, per la vedovanza e per le nozze.

Non ti ricordi? Sei convinto? Basta,

ora. Questo doveva

esser detto, per pegno del silenzio...

che si poteva rompere.

TIBALDO.

Madre, hai udito? Resti

immobile.

La madre non può parlare.

Hai creduto?

Credi?

La madre resta immobile.

Io sono il tuo figlio

folle e vile e perduto. E costei mescola

la sua colpa alla mia follìa così

ch'io non potrò dissepararne l'anima

mia giammai né salvarmi innanzi a te.

Lo so. Perduto sono.

Ma costei che m'accusa,

che m'incatena al suo

delitto, che s'aggrava

con tutto il peso della sua perfidia

sopra ciascuna sillaba

della menzogna sua

come sopra la vittima,

costei, costei è quella

che mistura i rimedii

dell'ammalato...

ANGIZIA.

Non è vero! Come

lo sai? Chi te l'ha detto?

TIBALDO.

che apre e fruga

per tutto e ruba con le chiavi false...

ANGIZIA.

Non è vero!

TIBALDO.

che scaglia

la pietra nella schiena

del suo padre...

ANGIZIA.

Non è mio padre, no!

Non lo conosco.

TIBALDO.

che s'accoppia dietro

gli usci e nei ripostigli

col mio fratello nemico...

ANGIZIA.

Non è

vero! Diglielo in faccia,

chiedilo a lui, affróntalo.

TIBALDO.

che insozza

tutta la casa, corrompe, avvelena,

appesta tutto...

ANGIZIA.

E ieri t'aggrappavi

alla mia gonna come

un bàmbolo!

TIBALDO.

costei

è la bestia selvaggia senza nome,

è la devastatrice che bisogna

distruggere.

Si getta su la femmina come per strangolarla.

ANGIZIA.

Ah! Sei pazzo? Che mi fai?

Pazzo! Pazzo! Ti penti.

Chiamo Bertrando. O vecchia,

gridagli!

La vecchia rompe l'immobilità dell'orrore e si leva con un grido.

Tibaldo lascia la presa.

DONNA ALDEGRINA.

No, Tibaldo.

TIBALDO, indietreggiando.

No, no, madre.

Lascio. La lascio. Non davanti a te.

ATTO TERZO

Appare il medesimo luogo, nell'ora del tramonto.

SCENA PRIMA.

Il SERPARO entra pel cancello sotto l'arcata, seguendo GIGLIOLA che lo

incuora.

GIGLIOLA.

Non c'è nessuno. Resta. Non temere,

uomo. Sei sospettoso.

IL SERPARO.

O baronella, non mi fare inganno.

GIGLIOLA.

No, non ti faccio inganno. Sta sicuro,

uomo. Che guardi?

IL SERPARO.

Guardo com'è grande

càsata, grande più che la Badia

della contessa Doda

in valle Merculana, veramente.

Ma s'abbandona. Non ne può più. Vuole

colcarsi. E anch'io vorrei. Non reggo.

GIGLIOLA.

Sei

stanco? Patisci?

IL SERPARO.

Sento

il cuore mio che dentro

si schianta. Dammi la pezzuola tua

ch'i' leghi la mia mano

insanguinata.

GIGLIOLA.

T'ha morso una serpe?

IL SERPARO.

L'hai detto.

GIGLIOLA.

Velenosa?

IL SERPARO.

L'hai detto.

GIGLIOLA.

Puoi morire?

IL SERPARO.

Si muore e non si muore.

«Chiedeo lo morto all'asse dell'abete:

«Non hanno miso figliema nel foco?»

«Figlieta» fece l'asse «magna e beve;

s'è compro un busto de velluto novo.»

Lo sai quel canto antico, baronella?

GIGLIOLA.

Siediti là, se non ti reggi, uomo.

E dammi la tua mano

ch'io te la leghi.

IL SERPARO.

Te non mi ti presi

in braccio quando tu piangevi, te

non ti cullai; per te

non mi tolsi il boccon di bocca; il sorso

di gola né mi tolsi, che crescessi,

che mi fiorissi bella.

E non m'imprechi, pietre non mi gitti;

mi fasci la mia mano.

GIGLIOLA.

Quanto amaro hai nel cuore!

Colpo di pietra è questa,

taglio di pietra puntuta.

Cerca di bagnare il lino nella tazza della fontanella.

Gioietta

non dà più acqua. Posso

appena inumidire la pezzuola.

Ti faccio male? Stringo troppo? Va

bene così?

IL SERPARO.

La figlia

sei del barone! E cóme ti

chiamano? come dicono il tuo nome?

GIGLIOLA.

Gigliola.

IL SERPARO.

Oi te, gentiletta! E tu l'hai

per matrigna! Tre pietre mi gittò:

una nel fianco mi piglia, alle reni

l'altra, la terza alla mano. E tu cuòcigli

i capi di tre serpi,

d'aspido, di marasso e di farea,

che ne mangi e si colchi!

GIGLIOLA.

E tu sei dunque

il suo padre.

IL SERPARO.

Edia Fura

sono, nato di Forco che serviva

il Santuario prima di me. E prima

di lui c'era Carpesso, della nostra

progenie; che forniva la cisterna

santa. E nel tenitorio

di Luco e in tutto il popolo dei Marsi

non v'è nòvero delle geniture

di nostro ceppo, ch'ebber la virtù.

E si nasce col ferro della mula

di Foligno, segnato su i due polsi

(ci segna il Tutelare,

fin dal ventre, a quest'arte):

e la genìa serpigna riconosce

la nostra padronanza; e siamo immuni.

E non so da quant'anni

è nella casa questo flauto d'osso

di cervo, per l'incanto, ritrovato

chi sa da quale de' miei vecchi, in uno

dei sepolcri che stanno

su la via di Trasacco;

ché il nostro ceppo è antico

da quanto quello dei baroni.

GIGLIOLA.

E vieni

da Luco? E come avesti la novella?

IL SERPARO.

Per le Palme, una femmina d'Anversa,

ch'era a vendere orciuoli e d'ogni sorta

stovigli, fece a mógliema: «La tua

figliuola s'è sposata a uno barone.»

Allora disse mógliema: «Ventura!

E sarà vero? Andòssene agli estrani

a far servigio; e si dismenticò.

O Edia, quando porti

le serpi al Santuario,

scendi per la Pezzana e pel Casale

fino ad Anversa, e là dimanda e vedi.

E la dismemorata mi saluti.»

E così me ne venni

facendo le mie prede

giù pel Vado e pel Pardo e per le prata

d'Angiora e per le terre rosse d'Agne

e in Venere, e lungh'essa la vallea

del Giovenco al Luparo.

Edia, quante montagne camminasti,

quanti rivi guadasti,

per la cagna insensata rivedere!

GIGLIOLA.

Ma tu che vuoi da lei? che le domandi?

IL SERPARO.

Nulla Edia vuole. Non dimanda sorso

d'acqua il serparo, né boccon di pane.

Non fa sosta alle soglie. Passa. È frate

del vento. Poco parla.

Sa il fiato suo tenére. Piomba. Ha branca

di nibbio, vista lunga. Piccol segno

gli basta. Perchè triemi il filo d'erba

capisce. Segue la genìa che, senza

orme lasciare, fuggesi.

Tutto ch'altri non ode, e quello egli ode,

non con l'orecchio, sì con uno spirito

ch'è dentro lui. Modula un modo solo

sul flauto suo d'osso di cervo; ma

niuno sa quel modo;

lo sa egli e lo seppero i suoi morti.

E dessa è la virtù, e dessa è l'arte.

E d'altro non gli cale

più della pelle che getta la biscia.

Egli fa l'atto di sciogliere un de' sacchetti; e dentro vi caccia

la mano.

GIGLIOLA.

Ma che vai tu traendo

ora, di quel sacchetto?

IL SERPARO.

Non aspidi. Fatti animo,

figliuoluccia. Non sono aspidi.

GIGLIOLA.

Ho animo,

Edia Fura. E se fossero

aspidi, e qualcheduno

vi cacciasse le mani

dentro a un tratto, così,

morderebbero?

IL SERPARO.

Certo morderebbono,

da lasciar fino il dente nella vena.

E non ti gioverìa

manco l'aver beuto

acqua della cisterna

santa a bigonce.

GIGLIOLA.

E perché?

IL SERPARO.

Perché d'uno

aspide l'uomo ciurmato si può

guarire; ma di più

non si guarisce mai, per la gran possa

del tòsco che si spande

sùbito, e prende la cima del cuore

e fa cancrena negra.

GIGLIOLA.

E tu ne' tuoi sacchetti,

tu n'hai di quella sorta,

Edia Fura? o fai preda

di bisce mansuete solamente?

IL SERPARO.

Male mi ridi, baronella. Io n'ho.

Ho due marassi di padule e tre

aspidi.

GIGLIOLA.

Senza denti?

IL SERPARO.

Male mi ridi. Il maschio dei marassi,

a mezzo il corpo, è grosso

quasi quanto il tuo polso. Cinericcio,

ha la gran fascia scura e la crocetta.

In cinquant'anni Edia giammai ne vide

uno ardito così. Non sente ancóra

l'incanto.

GIGLIOLA.

Dici il vero?

Il SERPARO, mettendo la mano su un de' sacchetti.

Ora gli do la via,

e agli altri quattro.

GIGLIOLA, senza sbigottirsi.

Bene, Mostra.

IL SERPARO.

Hai animo.

GIGLIOLA.

Ho animo, Edia Fura,

Ed è questo il sacchetto

della gran morte, questo ch'è legato

con la cordella verde? E come s'apre?

IL SERPARO.

Lascia, cìtola. Questo

non è per te. Ti mostrerò, se vuoi,

una sirènula, una coronella,

un biacco...

GIGLIOLA.

E di': se, non ciurmato, l'uomo

sciogliesse la cordella e follemente

dentro cacciasse tutt'e due le mani,

in quanto tempo ei morirebbe?

IL SERPARO.

In poco,

figliuoluccia.

GIGLIOLA.

Non sùbito.

IL SERPARO.

Non sùbito.

GIGLIOLA.

Ma in quanto?

IL SERPARO.

Forse in un'ora, forse in meno, in più,

secondo...

GIGLIOLA.

Tempo avrebbe

di compire la cosa designata.

IL SERPARO.

Qual mai cosa? Che son questi parlari?

GIGLIOLA.

Tempo avrebbe un bifolco

di staccare i suoi bovi e governarli.

IL SERPARO.

Certo che sì.

GIGLIOLA.

Ma là, dove hai la mano,

son di che sorta?

IL SERPARO.

Cìtola, non sono

serpi; son doni.

GIGLIOLA.

Quali doni?

IL SERPARO.

I miei.

Ti dicevo che nulla

Edia vuole. Non chiede

ma dà. Recato avevo per la sposa

questo pettine. Guarda.

GIGLIOLA.

È bello.

IL SERPARO.

Il vento

dell'alidore le scapigli il capo!

GIGLIOLA.

A doppia dentatura, con la costola

intagliata di cervi e di leoni...

IL SERPARO.

E questa collanetta. Guarda.

GIGLIOLA.

Oh come

è leggiera!

IL SERPARO.

Le stia sul collo un giogo

di bronzo!

GIGLIOLA.

Grani d'oro giallo ed àcini

di vetro verdemare.

Da chi l'avesti?

IL SERPARO.

E guarda: questo spillo

lungo.

GIGLIOLA.

È un crinale: sembra uno stiletto.

IL SERPARO.

Da parte a parte la gola le passi!

GIGLIOLA.

Edia, che dici?

IL SERPARO.

Un motto vano dice

Edia. E questo vasetto

di vetro, guarda; che lustreggia come

la pelle delle bisce a mezzodì.

GIGLIOLA.

Per l'unguento. Ma dove

trovasti queste cose?

IL SERPARO.

Sopra Luco evvi un monte erto e serposo

nomato Angizia, come la matrigna

tua; dove salgo per far preda. E v'era

una città, nei tempi, una città

di re indovini. E sonvi le muraglie

di macigni ed i tumuli

di scheggioni pel dosso. E quivi su,

cercando in luogo cavo,

trovai dintorno ad uno ossame tre

vasi di terra nera coperchiati.

E nel primo trovai farro, nell'altro

fiòcini d'uva, e tritoli di fave,

nel terzo queste cose che ti dono.

GIGLIOLA.

A me le doni?

IL SERPARO.

A te. Non ho più figlia.

GIGLIOLA.

Prendo solo il crinale. Porta un capo

di cignaletto. È bello.

Edia, mi sei parente.

IL SERPARO.

Prendi tutto.

GIGLIOLA.

Solo il crinale. E in cambio ti darò

questo anello con un rubino buono.

IL SERPARO.

No. Tièntelo nel dito. A me non m'entra.

Lasciami in vece questa tua pezzuola

che m'hai legata intorno alla mia mano.

GIGLIOLA.

Edia!

Ha un riso convulso.

IL SERPARO.

E che mi vuoi dire? Strano ridi,

figliuoluccia. Che hai?

GIGLIOLA.

Lasciami per stasera quel sacchetto

della cordella verde. Vorrei mettere

spavento al mio fratello

quando torna, e poi ridere con lui.

IL SERPARO.

Che pensiero ti passa nella mente?

Ridi e ti smuori...

GIGLIOLA.

Guàrdati! Tua figlia

viene.

Nasconde nella veste il crinale; e, mentre il serparo si leva

e si volge, ella sottrae il sacchetto, lo cela dietro la veste

addossandosi al pilastro.

SCENA SECONDA.

Appare alla porta sinistra ANGIZIA seguita da BERTRANDO ACCLOZAMÒRA.

ANGIZIA, gridando.

Ah, sempre quest'uomo!

Chi è costui? Gigliola, ora tu fai

entrare in casa gli accattoni e i ladri

di strada?

IL SERPARO.

Non gridare,

donna. Se questo è il tuo marito...

ANGIZIA.

No.

M'è cognato. E che vuoi?

IL SERPARO.

Nulla voglio. Se questo è il tuo cognato,

tu non temere, donna. Io non gli dico

che il serparo di Luco

è il tuo padre.

ANGIZIA.

Bertrando, è un mentecatto

che vaneggia. Sì, ecco,

ora me ne ricordo. Nel paese,

gli correvano dietro a fargli beffe

i bardassi.

BERTRANDO.

Esci, uomo.

Prendi le tue bisacce nauseose

ed esci senza ciarle.

E fa ch'io non ti colga un'altra volta

né qui né in vicinanza.

IL SERPARO.

Signore, sei nella tua casa. È male,

per la terra ch'è intorno alle tue porte!,

è male minacciare

colui che non ti nuoce,

dinanzi a questa vergine ospitale.

Esco, né tornerò.

Mi scalzerò, passata la tua soglia;

gitterò nel torrente i miei calzari.

Ma tu, donna, per questa

macchia di sangue ch'è sul lino offerto,

odimi. Io te lo dico: quanto è certo

che il sole ora si colca,

il tuo destino è compiuto. Prepàrati.

Colui che rinnegasti e lapidasti

brucerà la tua culla

di quercia dove ti cullò: che ancóra

è legata allo scanno

del letto grande con la corda lógora

e vi son dentro i chicchi di frumento

e i granelli di sale e le molliche

e la cera. Ma non nel focolare

la brucerà, sì nel crocicchio ai vènti,

nel crocicchio ove latra la canèa.

E che tu sia dispersa come quella

cenere! E che la notte venga sopra

a te con trèmito e singulto!

La donna atterrita dalla imprecazione paterna è curva, con le

spalle voltate al padre. S'accascia.

BERTRANDO.

Via,

esci!

Fa l'atto di prenderlo pel braccio.

IL SERPARO.

Non mi toccare.

Esco; né tornerò.

A Gigliola.

Addio ti dico, bene ti sia, santa

ospite, tu che m'hai medicato. Abbi

animo.

Si avvia verso il cancello.

BERTRANDO.

E dove vai?

IL SERPARO.

Non mi toccare. Vado.

BERTRANDO.

Ancora ad acquattarti in mezzo all'erba?

Passa da quella parte, dalle scale;

e non di sopra i muri, come i ladri.

IL SERPARO.

Signore mio, lasciami andare! È male

quello che fai. Per dove

io venni me ne vado. Non porrò

piede su altra soglia. Vo pel varco.

BERTRANDO.

Mariuolo, ti dico di passare

da quella parte.

IL SERPARO.

È male,

è male. Sei nella tua casa.

BERTRANDO.

Intendi?

O ti trascino, di sotto ti getto.

IL SERPARO.

Non mi toccare. Bada!

Bertrando gli mette le mani addosso, egli si libera con una stratta

e s'allontana. L'altro l'insegue, minaccioso.

BERTRANDO.

Oh, cane, ora ti concio.

Entrambi scompaiono dietro i cipressi, nel bagliore del tramonto.

SCENA TERZA.

GIGLIOLA è sempre addossata al pilastro, con le mani dietro di sè,

nascondendo il sacchetto di pelle caprina. ANGIZIA esce dal suo

raccoglimento cupo, s'alza, si volge; cammina come in una nube. Vede

GIGLIOLA, ancora addossata al pilastro; e si arresta.

ANGIZIA.

E che fai là? Non ti muovi?

Le si avvicina.

Sei tu,

sempre tu! Non ti muovi? Non parli?

A che pensi?

GIGLIOLA.

Lo sai.

Penso a una sola cosa.

ANGIZIA.

Vuoi la guerra? L'avrai.

Tu, per farmi onta, tu

l'hai chiamato, quell'uomo.

E doveva egli prenderti,

chiuderti in una delle sue bisacce

con le compagne, o serpicina livida,

portarti via con seco.

Ma di quel che m'hai fatto

prenderò la vendetta:

non dubitare.

GIGLIOLA.

Serva,

non è più tempo di querele. Pensa

a quel che ti predisse

l'uomo delle bisacce nauseose.

Abbi paura della notte.

ANGIZIA.

So

di che m'hai accusata

al tuo padre. Il tuo zio

anche lo sa. Vedrai,

vedrai.

GIGLIOLA.

Abbi paura della notte.

ANGIZIA.

Credi che non dormirò più? Le spalle

scrollo. Mi sento forte. Ho fame e sonno.

Dormirò come un masso.

GIGLIOLA.

Fra poco è l'ora.

Si fa silenzio. Angizia sta in ascolto. Non riesce a vincere il

peso che l'aggrava.

E Bertrando non torna

ancóra indietro.

Guata di sotto l'arcata verso il giardino.

Forse

passa dalle terrazze dei Leoni.

Ascolta ancóra, inquieta; poi scrolla le spalle.

Resti là?

GIGLIOLA.

Resto.

ANGIZIA.

E poi?

GIGLIOLA.

Nulla.

ANGIZIA.

E che fai?

Gigliola non risponde.

Hai mandato un corriere a Cappadòcia.

E perché?

Gigliola non risponde. La femmina la guarda con occhi indagatori.

Non rispondi?

Sei quasi verde. Ti s'è fatto il viso

piccolo e stretto come un pugno.

La scruta ancóra. Gigliola resta immobile e impenetrabile.

Vado.

Ci rivedremo.

GIGLIOLA.

È certo. Va.

Angizia sale per la scala. Gigliola si stacca dal pilastro,

ascolta. Rapidamente va verso il cumulo delle carte e vi nasconde

il sacchetto rapito al serparo. S'odono nel silenzio le voci

confuse dei manovali al travaglio. Poi si ode su per la scala bassa

la voce affannosa di Simonetto.

LA VOCE DI SIMONETTO.

Gigliola!

Gigliola!

SCENA QUARTA.

La sorella corre verso la porta. L'apre. SIMONETTO giunge e si getta

nelle braccia della sorella, perdutamente.

GIGLIOLA.

Sono qui. Che hai? Che hai?

SIMONETTO.

Gigliola!

GIGLIOLA.

Ma che hai? Ma che t'accade?

Come ti batte il cuore!

Hai la fronte sudata.

Perché hai corso? Parla.

Annabella dov'è? Càlmati.

SIMONETTO.

Nulla,

non ho nulla... Ma un'ansia,

un'ansia m'è venuta all'improvviso,

non so perché, un'ansia

verso di te... per te... non so... Gigliola!

GIGLIOLA.

Oh caro, caro, sièditi. Son qui.

Sopraggiunge la nutrice.

ANNABELLA.

Ah, figlia, un'altra volta

non lo conduco, se non vieni tu

anche. M'ha fatto prendere spavento.

D'un tratto mi s'è messo

a corsa disperata...

GIGLIOLA.

Ma perché?

SIMONETTO.

Non so. Lascia. Annabella,

non mi gridare. Ora sto bene qui.

GIGLIOLA.

Ti sei scalmato. Asciùgati.

SIMONETTO.

M'avevi detto che mi raggiungevi.

GIGLIOLA.

Non ho potuto. Sai? T'ho preparata

la stanza.

SIMONETTO.

Ah, veramente?

GIGLIOLA.

Ho spedito un corriere a Cappadòcia,

che zia Costanza venga

sùbito a prenderti ella stessa...

SIMONETTO.

E tu

non vieni? E nonna Aldegrina?

GIGLIOLA.

La nonna

si sente un poco male.

ANNABELLA.

Che dici, figlia?

GIGLIOLA.

Si, s'è coricata.

Anzi, Annabella, va; ché già t'ha chiesto

più volte.

ANNABELLA.

E come mai?

Le due donne si guardano. Annabella esce per la porta sinistra.

SIMONETTO.

Allora aspetto che si levi. Intanto

tu mi tieni con te.

GIGLIOLA.

Stai meglio; è vero?

SIMONETTO.

Nella stanza tua

non entra mai la femmina; non può

entrare. Tu la chiudi...

GIGLIOLA.

Sta certo, sta sicuro:

non entrerà mai più. Te lo prometto.

SIMONETTO.

Da quella volta che la vidi a faccia

a faccia, risvegliandomi

sùbito in un sussulto tra il sudore

freddo, da quella notte

che me la vidi appresso,

china sul mio guanciale,

quasi nel mio respiro,

a spiare il mio sonno tra i miei cigli

— dura come una maschera di bronzo

con lo smalto nel bianco de' suoi occhi,

orrida, come l'incubo apparito —,

ah Gigliola, da quella volta, sempre

mi sono addormentato col terrore

di rivederla...

GIGLIOLA.

Non la rivedrai.

Stai meglio; è vero?

SIMONETTO.

Si, un poco meglio.

GIGLIOLA.

Non ti senti più forte?

SIMONETTO.

Sì, un poco.

GIGLIOLA.

Hai camminato. Anche hai potuto correre.

SIMONETTO.

È bello il Sagittario, sai? Si rompe

e schiuma, giù per i macigni, mugghia,

tuona, trascina tronchi, tetti di capanne,

zàngole, anche le pecore e gli agnelli

che ha rapinato alla montagna. È bello,

sai?

GIGLIOLA.

Ah, ti si ravviva

l'anima!

SIMONETTO.

Tutti i vetri delle case

di Castrovalve ardevano, sul sasso

rosso.

GIGLIOLA.

Hai guardato il sole?

SIMONETTO.

I manovali

hanno acceso le fiaccole e le ciotole

di pece sotto le logge. Hanno infisso

le fiaccole nei bracci

di ferro, nei torcieri nostri, in mezzo

alla travata. E un gruppo

stava chino a guatare

tra le faville il buono Re Roberto

venuto giù dalla sua nicchia, tutto

armato con la testa mozza...

Gigliola si leva agitata e s'aggira.

Dove

vai?

GIGLIOLA.

Simonetto!

SIMONETTO.

Sorella, che vuoi

dirmi! Perché sei tanto

smorta?

GIGLIOLA.

La casa crolla.

Tu senti la ruina

grande. L'hai vista al lume delle fiaccole,

fùnebri. La tua casa

muore. E non le ami tu, queste tue vecchie

muraglie? Tu sei l'ultimo dei Sangro

d'Anversa: sei l'erede.

SIMONETTO.

Gigliola, anche l'erede muore; e in tutte

queste carte è l'odore della morte.

Ho freddo e sono stanco.

La sorella gli s'inginocchia dinanzi.

GIGLIOLA.

La fiaccola sotto il moggio · 第 2 / 3 段