Perdonami, fratello. T'ho parlato

sempre come a un bambino

dolce. Non ti ricordi

quando la sera, nella stanza nostra,

t'aiutavo a slacciarti le tue scarpe?

E rimanevo innanzi a te così

come son ora, lungo tempo, lungo

tempo, a parlare. E tu mi trattenevi

quando volevo alzarmi

e mi dicevi: «Resta un altro poco!»

E si faceva tardi. E nostra madre

allora, udendo le voci, veniva

all'uscio e ci gridava: «A letto! A letto!»

E tu le rispondevi: «Un altro poco!»

Te ne ricordi?

SIMONETTO.

Sì.

GIGLIOLA.

«Che ti racconta

Gigliola?» ella diceva.

«La favola del Re dai sette veli?»

E s'affacciava all'uscio

con quel suo viso tenero,

con quel suo collo èsile che pareva

quasi azzurrino, tanto era venato...

La gola le si chiude.

Te ne ricordi?

SIMONETTO.

Sì, sì.

GIGLIOLA.

Oh perdónami,

caro! Un bambino dolce

sei ancóra per me.

E sono qui, sono qui come allora,

ai tuoi piedi; e ti parlo.

SIMONETTO.

Dimmi, dimmi.

GIGLIOLA.

Ma fa che tu m'ascolti

con un'anima forte.

Bisogna che nel fondo

del tuo buon sangue tu ritrovi il tuo

coraggio.

SIMONETTO, ansiosamente.

Nonna Aldegrina si sente

molto male? è in pericolo?

GIGLIOLA.

No, non è questo.

Dimmi: oggi sei stato

nella cappella a pregare?

SIMONETTO.

Gigliola,

tu sai: senza di te, non posso. Andremo

ora, insieme.

GIGLIOLA.

Hai pensato

oggi a Lei?

SIMONETTO.

Sì, sorella.

GIGLIOLA.

L'hai veduta?

SIMONETTO.

Dimmi tu come debbo

chiudere gli occhi per vederla.

GIGLIOLA.

Sempre

io la vedo.

SIMONETTO.

Nei sogni, anch'io.

GIGLIOLA.

La vedo

ad occhi aperti.

SIMONETTO.

Dove?

GIGLIOLA.

Dovunque. Non riposa,

non ha requie. La pietra

greve non basta a imprigionarla giù

nel buio. Non la placano i suffragi.

Non può giacere in pace, e non mi lascia

prender sonno. Fratello,

in quest'anno di lutto e di vergogna

tante cose ho sentito

morire andando andando

per la casa che tutta quanta è in fine,

ed una sola vivere

(quella che non potrebbe)

una sola, ma forte

come si sente il battito

della febbre nel polso,

come si sente il brivido

nelle ossa, di continuo.

E sai tu quale? Quella sepoltura.

SIMONETTO.

Oh Gigliola, Gigliola, non andrò,

non me n'andrò, non ce n'andremo più.

Come lasciarla se non ha riposo?

È per quella che ha preso il posto suo,

per la femmina intrusa; non è vero?

E che faremo? Chi la scaccerà?

Io sono troppo debole, sorella;

e il nostro padre è servo

di quella che serviva.

GIGLIOLA.

Simonetto...

SIMONETTO.

Parla. Come ti trema

il tuo povero ménto

così smagrito!

GIGLIOLA.

Non avesti mai

sospetto?

SIMONETTO.

Ma di che?

GIGLIOLA.

Quando ti tennero

lontano, quando ti fu detto il modo

del suo morire... per pietà di te,

per pietà detta tua

anima ignara... Fu menzogna.

SIMONETTO.

Parla!

Toglimi quest'angoscia. Vedi: spiro.

GIGLIOLA.

Perdónami, perdónami, fratello.

È necessario ch'io ti faccia questo

male.

SIMONETTO.

Ma dimmi!

GIGLIOLA.

Nostra madre fu

uccisa.

Con un gran sussulto di tutto il suo corpo estenuato, Simonetto si

leva; poi vacilla, e ricade a sedere, balbettando.

SIMONETTO.

Hai detto? hai detto? hai detto?

GIGLIOLA.

Fu

uccisa. Abbi coraggio, abbi coraggio.

Serra i denti.

SIMONETTO.

Sì. Parla.

GIGLIOLA.

Aspetta, aspetta. Il palpito ti sòffoca.

SIMONETTO.

No. Parla. Voglio sapere. Di' tutto.

GIGLIOLA.

Aspetta.

SIMONETTO.

Voglio sapere.

GIGLIOLA.

Di fuoco,

di gelo sei. Andiamo,

andiamo nella nostra

camera, Simonetto.

Vieni. Ti porto.

SIMONETTO, imperiosamente, con una forza improvvisa.

No. Voglio sapere.

GIGLIOLA.

È l'ora, questa è l'ora. Ecco la notte.

Una pausa.

Fu nella stanza d'Alcesti. La femmina

era là che cercava nel cassone

panni; e pareva non trovasse. Allora

si fece all'uscio, in agguato; e chiamò.

Il cassone era aperto;

sollevato il coperchio,

la tagliuola era pronta,

preparato l'ordegno

allo scatto mortale.

Chiamò dall'uscio; nostra madre venne,

entrò senza sospetto; si chinò

a cercare. Il carnefice

la prese d'improvviso, le calò

il coperchio sul collo;

premette, soffocò

l'ultimo grido...

Novamente, con un gran sussulto, Simonetto si leva, trasfigurato.

SIMONETTO.

Ah, morte, morte! Dammi

dammi... qualcosa per ferire, dammi

da uccidere... Gigliola, ora vado,

ora corro... Mi sento

forte. Lasciami!... E tu sapevi, tu

sapevi. E m'hai mentito

anche tu, m'hai tenuto

nella menzogna orrenda. E tutto un anno,

per la tua anima un'eternità

di tortura e d'infamia,

tu hai potuto vivere, m'hai fatto

vivere a fronte a fronte,

vivere quasi tra le mani che hanno

strangolato... Oh! Oh! Oh!

E mio padre, mio padre...

Su, dammi, dammi qualcosa... Ch'io corra,

ch'io la cerchi... Dov'è? La prenderò

per i capelli, la trascinerò

sino alla pietra, su la pietra stessa

la sbatterò, la finirò...

La violenza lo soffoca. Egli vacilla e manca.

Ahi! Ahi!

Che è questo? Gigliola,

Gigliola, questo spasimo...

Se ne va l'anima... Aiutami tu!

Non potrò... non potrò...

La forza! Dammi la forza! Gigliola!

Un singulto gli schianta il petto.

Oh! Oh! Oh! Sono un povero malato...

Oh! Oh! Altro non posso che morire...

Si lascia cadere tra le braccia della sorella singhiozzando

disperatamente.

ATTO QVARTO

Appare il medesimo luogo, dopo il tramonto.

SCENA PRIMA.

Entra per la porta sinistra BENEDETTA recando una lucerna accesa di

più lucignoli. GIGLIOLA esce dalla cappella e passa tra i mausolei

dell'arcata. Tutt'assorta nel suo pensiero terribile, spinta da una

straordinaria forza di volontà finale, va per l'ombra dirittamente

verso il cumulo delle carte ov'è celato il sacco degli aspidi.

Scorgendo la donna nel chiarore vacillante, s'arresta di sùbito, con un

grido soffocato.

GIGLIOLA.

Ah! Chi sei? chi sei?

BENEDETTA.

Io, io, Benedetta.

GIGLIOLA.

Benedetta, sei tu? Che vuoi? Perché

vieni?

BENEDETTA.

Ho portata la lucerna. È buio.

Suona un'ora di notte.

La pone su la tavola ingombra.

GIGLIOLA.

E che mi dici? S'è acquetato?

BENEDETTA.

No.

Smania ancóra. Oh che pena,

che pena! Vuole te. Ti chiama sempre.

La febbre sale.

GIGLIOLA.

E l'hai lasciato solo?

BENEDETTA.

Annabella è rimasta al capezzale.

Si accosta a Gigliola e la guarda.

Ma tu, ma tu stai peggio

del tuo fratello! Bruci.

La febbre ti divora

gli occhi.

GIGLIOLA.

A quest'ora la casa era piena

d'urli e di pianti. Ti ricordi?

BENEDETTA.

Figlia,

mi fai paura. Scuòtiti.

GIGLIOLA.

A quest'ora,

una povera cosa straziata

era là, sopra un letto bianco...

BENEDETTA.

Figlia,

il castigo verrà. Non disperare.

GIGLIOLA.

A quest'ora la bocca

più dolce che abbia mai

fatto udire, movendosi

appena appena, le parole mute

che nessuno sa come si sepàrino

dal cuore, ti ricordi?

era sformata, divenuta orribile

di strazio, mal fasciata

perché non la guardassi

io che vedevo solo

quella nel mondo...

BENEDETTA.

Figlia,

non ti fissare così! Tu mi fai

paura.

GIGLIOLA.

Ma mi chiama,

mi chiama. Benedetta,

anche tu le eri cara.

Abbracciami per lei.

Sii fedele a quel povero bambino...

BENEDETTA.

Va da lui, che ti vuole.

Non star più qui. Se non vai, non s'acqueta.

GIGLIOLA.

Andrò. Ma tu mi devi

aiutare.

BENEDETTA.

Sì. Dimmi.

GIGLIOLA.

Accendi là nella cappella tutti

i candelabri, tutte

le lampade. Ch'io trovi la gran luce

quando ritorno. Va.

BENEDETTA.

Farò come tu vuoi.

Troverai tutto acceso.

L'anima santa ti protegga.

GIGLIOLA.

Va.

La sospinge verso la porta; si sofferma a guardarla. Poi, come

la donna scompare, ella si volge; cammina verso il cumulo delle

carte; s'inginocchia, brancola, ritrova il sacco letale, mentre

parla sommessamente come chi prega ma con un fervore eroico che la

irradia.

Madre, tutte le lampade,

madre, tutte le fiaccole

pel sacrifizio in questa

ora che non avrà

l'eguale! Ho conosciuto

il deperire lento,

granello per granello,

respirando la polvere

delle cose consunte.

E lo sfacelo fu

per un anno il mio padre.

Il mio padre ebbe nome

dissolvimento. E l'altro

non fu più mio, lo sai;

perché due sono, due

furono alla ferócia.

E, da che tu sparisti,

sola qui dentro ho udito

nella notte e nel giorno

la parola del tarlo

per consolarmi, sola

quella sillaba eguale

empir l'immensità

della malinconia

nel mio cuore e nel mondo.

Madre, e dammi ora tu

la forza di venire

a te placata, a te

pacificata, a te

che lasciasti nell'anima,

mia la vocazione

della morte. Io la morte

mi pongo alle calcagna,

andando alla vendetta;

ch'io non possa tornare

né rivolgermi in dietro

né soffermarmi. E, come

il tuo trapasso fu

atroce, così voglio

il mio, madre, per me

che non ti vigilai,

che scamparti non seppi.

E quanto più selvaggio

sarà questo supplizio

tanto più mi parrà

esserti presso, in te

ricongiungermi, in te

confondermi, una sola

cosa ridivenire

con te, madre, come

quando tu mi portavi

nel tuo silenzio santo.

Mezzo nascosta dal cumulo, quasi irrigidita dallo sforzo inumano

per vincere il ribrezzo, ella scioglie la cordella verde, caccia

ambe le mani nel sacco mortifero. L'orrore e lo spasimo le

contraggono i muscoli del volto esangue; ma ella mozza coi denti il

grido dell'istinto insorto.

È fatto.

Ella ha la forza di richiudere il sacco e di legarlo.

Madre, tu m'hai dato l'animo.

Si alza, cammina; solleva per l'anello di bronzo il chiusino della

fonte di Gioietta; caccia il sacco nel vano; lascia ricadere il

disco di pietra. Si cerca il crinale nella veste.

Madre, assistimi ancóra!

S'ode dietro la porta sinistra la voce di Annabella.

LA VOCE DI ANNABELLA.

Benedetta!

Benedetta!

Risolutamente la moritura si lancia su per la scala buia, scompare.

SCENA SECONDA.

ANNABELLA entra per la porta sinistra.

ANNABELLA.

Non c'è nessuno! Dove

sei, Benedetta?

Benedetta accorre alla soglia della cappella illuminata.

BENEDETTA.

Eccomi. Sono qua.

Chi mi vuole? Che vuoi?

ANNABELLA.

Gigliola è dentro?

Chiamala. Simonetto

non fa che smaniare.

Io non so più tenerlo.

BENEDETTA.

Ma è venuta. Or ora

era qua; e m'ha detto

che accendessi le lampade;

ed è venuta.

ANNABELLA.

Vengo

io dalla stanza e non l'ho vista.

BENEDETTA.

Come!

Non l'hai scontrata già pel corridore?

ANNABELLA.

No, ti dico. Oh che palpito!

Possa venire l'alba

di questa notte trista.

BENEDETTA.

E dove sarà, mai

andata? Forse dalla vecchia.

ANNABELLA.

Sono

passata dalla camera di Donna

Aldegrina: e non c'era.

C'era nel corridore Don Tibaldo,

là davanti alla porta della madre,

che m'ha fatto paura,

là fermo, senza muoversi,

senza parlare; e non entra. Non l'ho

mai visto con quel viso...

BENEDETTA.

Oh destino, destino!

Così finire questa casa grande!

E non è grande assai per tanta doglia.

E pare che non debba venir l'alba

mai più!

ANNABELLA.

Non è tornato Don Bertrando.

E non si sa perché. Un manovale

dice d'averlo intraveduto là

sotto i cipressi, a calata di sole,

con quell'uomo di Luco,

e che ai gesti pareva furioso

come se lo volesse

battere... Sempre pronto a far la rissa

l'Acclozamòra. Ma la gente marsa

è d'ossa dure. E chi sa che può essere

accaduto!

BENEDETTA.

Gran pianto

non si farebbe per lui nella casa

dei Sangro.

ANNABELLA.

Vedi, vedi: pel giardino

le fiaccole.

BENEDETTA.

Che fanno?

ANNABELLA.

Tra i cipressi:

vedi? Forse lo cercano

i manovali.

Si sofferma sotto l'arcata mediana, dinanzi al cancello; e guarda.

Poi, ripresa dall'ansia, si volge.

Ma Gigliola dove

sarà mai? Ora salgo.

BENEDETTA.

Non hai sentito un grido?

ANNABELLA.

No. Son gli uomini

che si dànno la voce.

Ascolta. Ora è silenzio.

Odi il rombo del fiume?

e la goccia che cade

là nella fontanella di Gioietta...

È il primo quarto della luna nova.

Malinconia! Malinconia!

BENEDETTA.

Mi trema

il cuore dentro. Ho sempre negli orecchi

grida.

ANNABELLA.

Donna Giovanna... Ma di qui

non s'ode.

BENEDETTA.

Se tu sali, io vado...

ANNABELLA.

Taci!

SCENA TERZA.

Ella ha udito un fruscìo giù per le scale. Entrambe sobbalzano. Appare

d'improvviso Gigliola, irriconoscibile. Le donne sbigottite gettano un

grido.

BENEDETTA.

Oh, figlia, e che hai fatto?

GIGLIOLA.

Annabella, Annabella,

dove hai lasciato Simonetto? dove

l'hai tu lasciato?

ANNABELLA.

Nella stanza.

GIGLIOLA.

Quando?

ANNABELLA.

Or ora. Son venuta per cercarti.

Chiama; ti vuole.

GIGLIOLA.

E non s'è mosso mai

dal suo letto?

ANNABELLA.

No, mai.

Finora sono stata al capezzale.

E prima di me c'era Benedetta.

GIGLIOLA.

E allora?

ANNABELLA.

Figlia, figlia, ma che hai

fatto?

BENEDETTA.

Dio, Dio, le mani!

Che t'hanno fatto alle mani?

GIGLIOLA.

Dov'è

mio padre? Chi l'ha uccisa? chi l'ha uccisa?

ANNABELLA.

Di chi parli? Dell'anima

santa?

GIGLIOLA.

No: della femmina. È là morta.

BENEDETTA.

Ha la febbre. Delira!

GIGLIOLA.

Io l'ho trovata morta sul suo letto.

ANNABELLA.

Delira. E queste piaghe

su le mani... Oh sciagura

nostra!

GIGLIOLA.

No, non deliro, non deliro

ancóra. Io l'ho trovata morta.

Il padre appare alla porta sinistra. Vedendolo, in un lampo ella

comprende.

Tu!

Il suo sangue è su te.

Il padre è mortalmente pallido. La sua voce è sommessa ma ferma.

TIBALDO.

Io, sì, l'ho spenta.

Il suo sangue è su me. T'ho vendicata.

GIGLIOLA.

Tu non potevi, non potevi. Il vóto

era mio solo. Vittima per vittima!

Tu l'hai sottratta al mio diritto santo.

TIBALDO.

Perché la mano tua

non si contaminasse,

figlia, io l'ho fatto.

GIGLIOLA.

Ma la tua non era

pura per questo sacrifizio.

TIBALDO.

In questo

sacrifizio ho lavata

la mia vergogna.

GIGLIOLA.

Hai suggellato il tuo

segreto nella bocca accusatrice.

TIBALDO.

Quella bocca mentiva

in rigùrgito d'odio

per ch'io fossi perduto anche nell'anima

tua...

Gigliola vacilla, vinta dal malore che la torce. Subitamente il

suo volto si scompone come nel principio dell'agonia. Le donne la

sorreggono.

ANNABELLA.

Dio, Dio, che è questo?

TIBALDO.

Gigliola!

BENEDETTA.

Dio! Le mani sono livide,

s'annérano...

TIBALDO.

Gigliola!

ANNABELLA.

Enfiati i polsi,

le braccia... Che hai fatto?

Parla!

Gigliola si riscuote, vince lo spasimo; allontana da sé le due

donne.

GIGLIOLA.

Non mi toccate!

BENEDETTA.

O sciagura, sciagura nostra!

ANNABELLA.

Parla!

TIBALDO.

O figlia, abbi pietà!

Gigliola parla come chi entri nel delirio.

GIGLIOLA.

Non mi toccate!

Io lo so, io lo so.

Non potete aiutarmi.

Medicina non vale.

Quando mi mossi, io volli

non più tornare in dietro.

M'ha chiamata, mi chiama.

Andare debbo. Ho il letto

per l'agonia: la pietra

che fu chiusa da due...

TIBALDO.

Implacabile, ascoltami!

Il mio cuore è schiantato.

Anch'io non sopravvivo.

Ti parlo già dall'ombra.

GIGLIOLA.

Misera, che accendesti

le lampade, e ora spegnile!

Fa l'ombra, tutta l'ombra

su chi non potè compiere

il suo vóto.

Si volge verso il cancello, dietro a cui si vedono rosseggiare le

fiaccole dei manovali.

Spegnete

le fiaccole, volgetele,

spegnetele nell'erba,

o uomini. Agitare

la mia nel mio pugno

non potei. Tutto fu

in vano.

Cammina verso la cappella.

Addio, addio.

Il padre le attraversa il passo, barcollando come chi sia sul punto

di stramazzare.

TIBALDO.

Gigliola!

La figlia si sofferma, per non abbattersi in lui.

GIGLIOLA.

No. Nessuno

mi segua. Addio.

Tibaldo, cadendo a terra di schianto.

Passa, passa su me!

EXPLICIT TRAGŒDIA

ADOLPHVS DE-KAROLIS

ORNAVIT

PROPRIETÀ LETTERARIA

TVTTI I DIRITTI SONO RISERVATI

PER TVTTI I PAESI COMPRESO

IL REGNO DI SVEZIA E DI NORVEGIA

COPYRIGHT MCMV

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

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La fiaccola sotto il moggio · 第 3 / 3 段