Figli! Figli! Bertrando!

LA FIACCOLA

SOTTO IL MOGGIO

TRAGEDIA DI GABRIELE

D'ANNVNZIO

PRESSO I FRATELLI TREVES

EDITORI IN MILANO.

Quarto Migliaio

DRAMATIS PERSONÆ

TIBALDO, SIMONETTO E GIGLIOLA DE SANGRO.

BERTRANDO ACCLOZAMÒRA.

DONNA ALDEGRINA.

LA FEMMINA DI LUCO ANGIZIA FURA.

LE DUE NUTRICI ANNABELLA E BENEDETTA.

IL SERPARO.

I MANOVALI.

Nel paese peligno, dentro dal tenitorio di Anversa, presso le gole

del Sagittario, la vigilia della Pentecoste, al tempo del Re Borbone

Ferdinando I.

CHORVS

ΔΡΑΣΑΝΤΙ ΠΑΘΕΙΝ

ΤΡΙΓΕΡΩΝ ΜΥΘΟΣ ΤΑΔΕ ΦΩΝΕΙ

ΕLECTRA

ΠΡΕΠΕΙ Δ'ΑΚΑΜΤΩ ΜΕΝΕΙ ΚΑΘΗΚΕΙΝ

ATTO PRIMO

Appare un'aula vastissima nella casa antica dei Sangro

costrutta sul dosso ineguale del monte. Alla robustezza della

primitiva ossatura normanna tutte le età han sovrapposto le loro

testimonianze di pietra e di cotto, dal regno degli Angioini

al regno dei Borboni. Ricorre all'intorno un ballatoio ricco di

sculture, sopra arcate profonde; delle quali alcune sono tuttora

aperte, altre sono richiuse, altre sono rette da puntelli. Delle

tre in prospetto, la mediana prolunga la sua vôlta verso il

giardino che splende, di là da un cancello di ferro, con i suoi

cipressi le sue statue i suoi vivai; la destra mette a una scala

che ascende e si perde nell'ombra; la sinistra, ornata in ciascun

fianco da un mausoleo, s'incurva su la porta della cappella

gentilizia che a traverso i trafori di un rosone spande il chiarore

delle sue lampade votive. A destra gli archi, più leggeri, sorretti

da pilastri isolati, si aprono su una loggetta del Rinascimento

a cui fa capo un ramo della scala che discende nella corte. A

sinistra, nel muramento d'un arco è praticata una piccola porta;

e quivi presso, armadii e scaffali son carichi di rotoli e di

filze. Cumuli di vecchie pergamene ingombrano anche il pavimento

sconnesso, sopraccàricano una tavola massiccia intorno a cui

son seggioloni e scranne. Busti illustri su alte mensole, grandi

torcieri di ferro battuto, cassapanche scolpite, una portantina

dipinta, alcuni frammenti marmorei compiscono la suppellèttile.

Una fontana di gentile lavoro, dominata da una statuetta muliebre,

alza nel mezzo dell'aula la sua conca vacua. E il tutto è vetusto,

consunto, corroso, fenduto, coperto di polvere, condannato a

perire.

SCENA PRIMA.

DONNA ALDEGRINA è seduta presso la tavola, intenta a consultare le

pergamene dell'archivio. BENEDETTA torce il fuso, ANNABELLA gira

l'arcolaio. Il sole pomeridiano entra dalla loggetta.

DONNA ALDEGRINA.

Annabella, Annabella,

non senti come tremano le mura?

Che è mai questa romba?

La casa crolla?

ANNABELLA.

È Probo di Gonnàri

che dà fuoco alla mina,

che rompe i massi con le mine al monte,

al Monte Picco delli Tre Confini

in Serra Grande.

DONNA ALDEGRINA.

Dalle fondamenta

scote la casa. Ora me la dirocca!

Benedetta, non vedi che s'allarga

la fenditura, là, nella travata?

E ancora non fu messa la catena!

Questo Mastro Domenico di Pace

dunque non viene mai?

Vuole la nostra morte?

BENEDETTA.

Lavora dalla parte delle logge,

o Signorìa, con vénti manovali,

a mettere puntelli e stanghe e sbarre;

e dice che gli tocca lavorare

anco stanotte al lume dette fiaccole;

ché quella parte è tutta

crepe e crepacci, e pende che a vederla

fa spavento. Il pietrame

si sgretola, si scioglie

in sabbia, come tufo; anco il mattone,

peggio che crudo fosse.

ANNABELLA.

Questa mane

è rotolata già dalla sua nicchia

la Regina Giovanna; e il Re Roberto

tentenna, Signorìa.

BENEDETTA.

E l'aquila è caduta dal sepolcro

del vescovo Berardo.

ANNABELLA.

Anco la fontanella di Gioietta

ammutolita s'è. La gromma intasa

tutto: le tre cannelle sono secche.

S'alza. Va a sollevare il disco di pietra nel pavimento. Prova a

dar l'acqua.

Gira e volta la chiave nel chiusino,

l'acqua non passa più!

Lascia ricadere il disco. Guarda la fontana.

Una cannella sola

ancóra dà una gocciola ogni tanto.

Peccato! Ci teneva compagnia.

BENEDETTA.

Pericola il soffitto nella stanza

della contessa Loretella. E tutti

gli specchi torbi intorno si son rotti

(piano, fuso, che non si rompa il filo)

dove ci si vedeva nelle macchie

non so che cose del tempo che fu.

ANNABELLA.

Ci si vedeva il viso

della contessa, e l'appannava il fiato

suo, come dietro il vetro

d'una finestra quando

s'aspetta che uno passi e gli occhi attenti

si velano alla pena del fiatare,

(piano, arcolaio, ché la matassa è scura)

e solo sta quel velo innanzi agli occhi,

e solo passa il tempo, e nulla più.

BENEDETTA.

Caduti sono i travicelli e gli émbrici

sul pavimento; e c'è piovuto: un croscio

d'acqua, un rovescio di gragnuola: ed ora

svolacchiano le rondini pel varco...

O Signorìa, che pensi?

DONNA ALDEGRINA.

Dove sarà Gigliola?

È la vigilia della Pentecoste

oggi.

ANNABELLA.

Oggi fa l'anno.

BENEDETTA.

Verso sera.

ANNABELLA.

Non volle

detta la messa di requie stamani.

Vuol che si dica dopo Pentecosta.

Chi sa perché!

DONNA ALDEGRINA.

Dove sarà Gigliola?

BENEDETTA.

Nel giardino sarà per la ghirlanda.

ANNABELLA.

A cogliere i papaveri selvaggi?

Ma di quel rosso non si fa ghirlanda.

Men sùbito s'accaglia il sangue sparso

che quello non si guasti. O Signorìa,

tutto inselvatichito è il tuo giardino,

e tristo come il campo di nessuno.

Anche i pavoni l'hanno abbandonato.

DONNA ALDEGRINA.

Dove sarà Gigliola, ed il suo cuore?

ANNABELLA.

Va per la casa, per le cento stanze

va come ieri andò, come andrà sempre,

con quel suo cuore che tanto le pesa.

Tanto le pesa che s'è fatta curva.

E non ha pace, e non si stanca mai.

E va di porta in porta,

ecco apre un uscio, dietro a sé lo chiude,

sale una scala, scende un'altra scala,

piglia un andito, passa un corridore,

a una loggia s'affaccia,

attraversa una corte,

sparisce in un androne;

e risale e riscende e non ha pace

e cerca cerca cerca e mai non trova...

Ah, questa casa chi la fabbricò

tanto grande? e perché con tante porte?

A quanti mali ei volle dare albergo?

S'odono voci di fatica lontane e confuse. S'ode la cadenza che

accompagna lo sforzo.

BENEDETTA.

I manovali vociano.

DONNA ALDEGRINA.

Annabella, Annabella,

odi un rumore fondo?

Qualche cosa rovina

in qualche parte, laggiù... Corri, guarda.

ANNABELLA.

No. Signorìa, non paventare. È il fiume

che mugghia, è il Sagittario che si gonfia

nelle gole. Si sciolgono le nevi

ai monti, alla Terrata, all'Argatone;

e il Sagittario sùbito s'infuria.

Mentre Annabella parla, l'ombra d'un uomo appare contro il cancello

in fondo all'arcata di mezzo. Appare e dispare.

BENEDETTA.

L'uomo, l'uomo! L'ho visto

dietro il cancello, che spiava...

DONNA ALDEGRINA.

Quale

uomo? Chi è?

Annabella corre al cancello e guata.

BENEDETTA.

Stava alla posta; e sùbito

s'è ritratto. È passato

per la muraglia rotta,

là, dietro la fontana

della Ginevra, certo. L'hai tu scorto,

Annabella?

DONNA ALDEGRINA.

Ma quale

uomo?

BENEDETTA.

Da ieri sera

un uomo gira intorno

alla casa. È un serparo:

porta i sacchetti di pelle caprina

alle spalle, alla cintola; ha il suo flauto

di stinco per l'incanto, e su le mani

e sui polsi è marchiato

dal ferro della mula di Foligno.

Signorìa, non udisti

iersera quel richiamo

ch'ei faceva col flauto

ad ora ad ora sotto le finestre?

ANNABELLA.

L'ho traveduto: s'è gettato a terra,

e sguiscia sotto i bòssoli, laggiù,

verso il Vivaio.

DONNA ALDEGRINA.

E perchè viene? Ha fame

forse. Vuol far ballare le sue serpi

innanzi a noi. Ditelo a Simonetto,

che questo gioco almeno lo rallegri.

BENEDETTA.

Non per questo è venuto, Signorìa.

Ha già parlato, ha dimandato. Cerca

la femmina di Luco.

DONNA ALDEGRINA.

Angizia?

BENEDETTA.

Vien dal Fùcino, dai boschi

dei Marsi.

DONNA ALDEGRINA.

Ebbene?

BENEDETTA.

Dice ch'è parente.

È forse il padre. Certo, le somiglia.

Ha li stessi occhi.

DONNA ALDEGRINA.

Ah figlio mio demente!

ANNABELLA dalla loggetta.

Signorìa, Don Tibaldo è nella corte

col fratellastro. E Don Bertrando sembra

che s'adiri. Hanno diverbio tra loro.

SCENA SECONDA.

GIGLIOLA discendendo la scala esce dall'ombra del voltone, vestita di

gramaglia, in atto d'inseguire perdutamente qualcuno che le sfugga,

pallida, anelante, con gli occhi allucinati. S'arresta e vacilla. Ha la

voce rotta.

GIGLIOLA.

Nonna, sei qui? sei tu?

DONNA ALDEGRINA.

Gigliola!

GIGLIOLA.

Sei

qui, nutrice, Annabella! Benedetta!

DONNA ALDEGRINA.

Che hai? Dove correvi?

ANNABELLA.

Perchè tremi?

BENEDETTA.

Chi t'ha fatto spavento?

GIGLIOLA.

Nonna, nonna,

non l'hai veduta? Dimmi!

DONNA ALDEGRINA.

Chi, cuor mio? Chi?

GIGLIOLA.

Non era avanti a me?

Non è passata?

DONNA ALDEGRINA.

Chi?

ANNABELLA a bassa voce.

Non dimandare,

Signorìa. Tu lo sai. Non dimandare!

Guardale gli occhi.

GIGLIOLA, subitamente dominando l'ambascia, mentre la visione le si

spegne nelle ciglia.

Sono pazza. Questo

tu vuoi dire, nutrice?

Ho la pazzia negli occhi.

Me l'ha data in contagio

quella povera zia Giovanna, forse;

che lassù, che lassù nella prigione

urla, e nessuno l'ode.

Ancora un giorno, un giorno solo, e poi...

Nonna, domani è il dì di Pentecoste.

Questa notte è la festa

delle lingue di fuoco.

Se lo Spirito viene anche su me,

io che ho sempre taciuto, parlerò.

Si siede presso la fontanella.

DONNA ALDEGRINA.

Non t'appenare. Non ti divorare

così l'anima tua.

Giovine sei. Pensa a una casa nova,

pensa al nido ove un giorno

tu ricomincerai la tua canzone

con la tua gola fresca.

GIGLIOLA.

Oh, che dici? che dici? La parola

più crudele! L'orrore

su le labbra più care! Dove soffro

tu mi tocchi. E lo sai.

Non ho qui nella gola

anch'io la lividura

e il gonfiore e la piaga,

e la secchezza sempre?

Io non porto le stìmate di Cristo,

i segni della passione santa.

Ma le stìmate porto

di quella carne che mi generò.

E ne sanguino e brucio.

Non mi fu medicina il mio silenzio.

Oggi fa l'anno che mia madre cadde

nella tagliuola orrenda, tratta fu

all'insidia impensata, presa fu

dall'astuzia selvaggia

nell'ordegno di morte... Ah, ecco il giorno!

Oggi parlo, se il dubbio è verità.

Si solleva agitata.

DONNA ALDEGRINA.

O Gigliola, mio cuore, tenerezza

e spina del cuor mio

desolato, o Gigliola,

o tu piccola, sempre,

pe' capelli miei bianchi,

non mi fare paura,

non m'affannare così! D'improvviso

divampi. Tutta m'appari affocata

dalla tua febbre nascosta, agitata

dal tuo sogno furente;

e la tua faccia si muta, e si muta

la tua voce; e più nulla

di quel che in te fu la grazia del primo

fiore e fu il pane mio dolce fra tanta

amarezza, più nulla

rimane. E più non so se tu sii quella

che appoggiava la gota a questi poveri

ginocchi ed ascoltava

senza batter le ciglia

la mia favola lunga.

GIGLIOLA.

T'ho fatto pena. Che ho detto? Nulla.

Mi si svanisce il capo,

qualche volta, non so.

Tutto va, tutto passa.

L'ombra è là, e nessuno

deve guardarla. I giorni

sono eguali, e si vive.

È vero. Si può vivere

in pace, e avere gioia

da un fil d'erba che trema

sul davanzale al soffio

che viene non si sa

di dove, non si sa

di dove! Si può vivere

in pace e avere gioia

dalla piuma che cade,

dal volo d'una rondine...

Sì, mi ricordo. Vedo ogni mattina

Assunta della Teve

seduta su la sedia sua di paglia,

laggiù nel vano della sua finestra,

che cuce le lenzuola, ed è tranquilla;

e i giorni sono eguali;

ed ella s'alza quando il padre torna;

e non si sente ella mancare il cuore

per pietà di quel povero sorriso

che l'uomo fa con le sue labbra smorte

quando gli passa nella schiena il freddo

della vergogna...

DONNA ALDEGRINA.

Oh perchè, se sei dolce,

mi fai più pena? Hai gli occhi asciutti; e sembra

che ogni parola tua traversi un mare

di pianto, prima d'arrivare a me.

Sièditi.

GIGLIOLA.

Sì. Ecco, mi siedo. Sono

in pace. Appoggerò la gota ai tuoi

ginocchi, come allora. Non si deve

soffrire. Cucirò

i teli, come Assunta della Teve,

seduta accanto alla finestra. E quando

verrà mio padre, non lo guarderò,

perché non faccia quel sorriso. E quando

verrà la moglie di mio padre, allora

m'alzerò come innanzi alla padrona

mia legittima. O nonna,

sì, lo so: per ciascuno

viene la volta del servire. Quella

spazzava tra due porte, con le braccia

nude e la gonna rialzata ai fianchi,

e il vento del riscontro

le sollevava intorno l'immondezza

e glie la rigettava contro il viso...

Mi ricordo. La vedo.

DONNA ALDEGRINA.

Ora il tuo capo pesa come il bronzo;

ch'era così leggero!

GIGLIOLA.

Pesa? Dimmi: perché

mille pensieri insieme

non hanno il peso d'un pensiero solo,

quando è solo? Io lo scuoto, e me ne libero.

Si può vivere in pace.

Che cosa mai accade? Nulla. I giorni

sono eguali, e si vive.

Il mio fratello è ancóra nel suo letto

con la fronte voltata verso il muro.

È sempre stanco, e pieno di terrore.

Ma vive. Ascolta i passi

che fa la zia Giovanna

nella stanza di sopra,

rinchiusa a doppia chiave;

i passi e i balzi e i gridi sordi conta,

ch'ella fa per sfuggire

a quello sconosciuto

ch'è rinchiuso con lei,

a quell'essere enorme

e beffardo ch'è nato

a poco a poco dalla malattia,

che s'è nutrito e ha fatto l'ossa ed ora

è il compagno e il nemico,

il custode e il padrone;

che ha più carne di lei,

che ha più soffio di lei,

che la guarda, le parla,

le s'accosta, la tocca,

le rifiata vicino

intollerabilmente,

visibile e palpabile

per lei sola...

DONNA ALDEGRINA.

No, no!

Taci.

Ella pone le sue mani scarne su la bocca di Gigliola.

Sei devastata,

sei disperata fino a dentro, sei

bruciata fino alta radice. Tutto

quel che è misero e offeso

e rotto e agonizzante

parla per la tua bocca. Sei la voce

della nostra ruina,

di tutte le ruine senza scampo.

O mia povera povera

povera creatura,

piccola anima mia,

per me piccola sempre,

chi ti consolerà?

chi t'inumidirà un'altra volta

queste pàlpebre secche? Ahimè! Ahimè!

Una pietra, una terra calcinata,

una stoppia riarsa.

E che farò per te io vecchia e lógora?

Chi mai chi mai farà per te nel mondo

alcuna cosa, o piccola mia sola?

GIGLIOLA.

Io, io farò. Fare bisogna, fare

bisogna. Alzarmi debbo,

restar diritta in piedi fino all'ora

di coricarmi. Baciami la fronte.

Mi bacerai a sera un'altra volta.

Così. M'alzo. Il coraggio non vacilla.

Stanotte i manovali

lavoreranno al lume delle fiaccole.

Non lo sai? Tutta notte.

Anch'io anch'io laggiù, in qualche parte,

ho una fiaccola rossa

nascosta sotto il moggio,

sotto un moggio vecchissimo nascosta

che non misura più perché non tiene

più né grano né orzo.

Entro i cerchi di ferro rugginoso

ha le doghe sconnesse.

Quella terrò nel pugno, a rischiarare

il travaglio notturno

intorno alla ruina.

E se la casa crolla

io sono certa che una sepoltura

resterà ferma e immune.

Lo prometto.

DONNA ALDEGRINA.

Gigliola, dove vai?

GIGLIOLA.

A promettere.

Entra sotto l'arcata dei mausolei: sparisce per la porta della

cappella.

DONNA ALDEGRINA.

Séguila, Annabella.

Séguila in ogni passo.

Non la lasciare mai.

Ho paura, ho paura.

ANNABELLA.

Signorìa, non m'attento.

Vuol sempre stare sola quando scende

alla Cappella e s'inginocchia

a quella sepoltura.

Posso mettermi là, dietro la porta.

DONNA ALDEGRINA.

Non la lasciare. Va. Tu, Benedetta,

guarda chi è su per la scala bassa.

BENEDETTA, origliando.

È la voce di Don Bertrando. Sale

col fratellastro. Sento anche la voce

di Don Tibaldo.

DONNA ALDEGRINA.

Si sarà levato

Simonetto? Che ora

è?

BENEDETTA.

Quasi ventun'ora, Signorìa.

DONNA ALDEGRINA.

Va, va di sopra. Guarda

se dorme ancóra. Non lo risvegliare

se dorme. Ma se è sveglio

fa che si levi, e prenda

la medicina.

BENEDETTA.

Signorìa, non vuole

la sorella che prenda medicina

se non glie la prepara

con le sue mani.

DONNA ALDEGRINA.

Perché?

BENEDETTA.

Io non so.

Ha il suo pensiero.

DONNA ALDEGRINA.

Salgo anch'io fra poco.

Annabella! Annabella!

La vecchia scompare sotto l'arcata chiamando sommessamente la

nutrice. Con lei entra nella cappella. Benedetta si avvia su per la

scala, sospirando.

SCENA TERZA.

Entrano, per la scala che dà su la loggetta, sotto l'armatura di travi

e di corde, TIBALDO DE SANGRO e BERTRANDO ACCLOZAMÒRA, i fratellastri.

BERTRANDO.

Dunque rifiuti? È l'ultima parola?

TIBALDO.

Non ho manco un tornese!

Non so come farò

a pagar la giornata

dei manovali. E se non pago, Mastro

Domenico di Pace

lascia che tutto vada a precipizio:

leva i puntelli. Intendi?

BERTRANDO.

Tu mentisci.

TIBALDO.

Vedi: mia madre fruga

tutte le cartapecore

degli scaffali, mette sottosopra

l'archivio, lo riscontra a filza a filza,

ci si logora gli occhi...

Ah, se si ritrovasse l'istrumento

di quel vincolo fidecommissario,

nella lite che abbiamo coi Mormile!

BERTRANDO.

Non divagare. Ti domando ancóra

una volta: mi dài quella miseria?

TIBALDO.

Ma se ti dico che non ho un tornese!

Credimi.

BERTRANDO.

Tu mentisci.

Non riscotesti ieri

da Crescenzo Castoldo

centoventi ducati di caparra

pel grano che gli devi consegnare

dopo la mietitura?

TIBALDO.

Non è vero.

BERTRANDO.

Hai coraggio di negarlo!

Bene ti s'è indurato

il sangue su cotesto viso giallo,

come la sugna ràncida

nella vescica risecchita.

TIBALDO.

Ancóra

cerchi di sopraffarmi con l'ingiuria.

È il raccolto del campo di Malvese,

ch'è di mio figlio, dell'eredità

di sua madre.

BERTRANDO.

Ma il frutto è tuo.

TIBALDO.

Non posso

toccarlo.

BERTRANDO.

Tu! tu che conficchi ovunque

le tue granfie ed hai solo

lo scrupolo del tarlo

che ha roso il Cristo e non voleva rodere

il chiodo! Razza dei Sangro.

TIBALDO.

Ma chi,

ma chi è che mi succhia,

chi è che mi dissangua da vent'anni

senza tregua?

BERTRANDO.

Di tutto il mio ti sei

impossessato con l'usura.

TIBALDO.

Quali

erano i beni degli Acclozamòra?

BERTRANDO.

Incominciò tuo padre

a spogliarci.

TIBALDO.

Di che?

Fra la Serra dei Curti

e il Sirente avevate

i vostri latifondi?

Ovìndoli è paese

di pecorai.

BERTRANDO.

Avevamo Celano,

avevamo Paterno,

Aielli...

TIBALDO.

Al tempo degli Aragonesi,

sotto il buon re Alfonso.

Ti ripigliò mio padre nella casa,

te con tua moglie, quando

non t'era altro rimasto

se non un branco di cinquanta pecore,

le formelle di faggio e le casciaie.

BERTRANDO.

Nominarmi il tuo padre

tu osi e rinfacciarmi il benefizio!

Qual benefizio? A me restituire

doveva quel che a me minore avea

frodato. La tutela

fu il latrocinio guarentito. Parli,

parli quella che è vedova due volte...

TIBALDO.

Tu di tutte le infamie

ti lordi la tua bocca di mastino;

e sempre tu sei pronto

ad addentare fino al sangue e all'osso,

se non ricevi l'offa.

BERTRANDO.

Non aizzare il mastino, Tibaldo.

TIBALDO.

Che vuoi da me? ch'io mi ti dia legato

mani e piedi? vuoi darmi

la sorte di Giovanna? seppellirmi

vivo fra quattro mura?

e gavazzare poi con le tue scrofe

e coi tuoi bardassoni

su gli avanzi dei Sangro?

Metti almeno un bavaglio

alla vittima, ché troppo si sente

gridare; e v'è taluno

che volge il capo in su.

BERTRANDO.

Guardami fiso, guardami negli occhi,

tu che parli di vittime.

Ben una t'è stampata

in fondo alla pupilla,

o vedovo di Mònica, marito

della femmina marsa.

TIBALDO.

Oh! Oh! Una mi vedi

nella pupilla? Sono io stato fiso?

E certo m'hai veduto impallidire.

Ride sardonico.

BERTRANDO.

Sei la vescica di grassume smorto

che non si muta.

TIBALDO.

Almeno

tu mi vedi tremare.

Guarda come mi tremano

le due mani. Ho il parlético.

BERTRANDO.

La malattia ti rode

le vertebre. Finito sei.

TIBALDO.

O Giudice

profondo, e che farai

se l'assassino è pallido e tremante

anche quando gli dici che hai veduto

una milza di bue

penzolare alla porta d'un macello?

BERTRANDO.

Non ridere, non ridere così;

o ti schiaccio su i denti

il ghigno.

TIBALDO.

E che farai,

Giudice, se ogni sera l'assassino

scaccia di sotto al letto con la scarpa

il rimorso importuno?

Con una vecchia scarpa,

come si scaccia un sorcio.

BERTRANDO.

Ridi, ridi;

e nel bianco degli occhi hai lo spavento.

E il tuo riso di dentro

cigola, peggio che una vecchia imposta

sconquassata lassù

nell'ultima finestra

lassù perduta sotto la grondaia

rotta. Il vento la strappa dagli arpioni.

E ti casca sul collo e te lo stronca.

Bada che la tua beffa

non ti ritorni sopra

d'un colpo.

TIBALDO.

Sì, mi bado.

Non passo già per gli anditi

scuri né per le scale strette, quando

sei nella casa.

BERTRANDO.

T'odio,

con ogni goccia del mio sangue contro

ogni goccia del tuo.

Intendi? Tu m'ingombri.

Il tuo fiato m'attossica

l'aria che serve al mio polmone. Fino

nel ventre di mia madre

tu m'hai preso il mio posto: sei venuto

dopo di me nel conio

della mia razza, tu mollume senza

scheletro, nato dal seme d'un vecchio.

E l'essere tu nato

mi fu sempre un sopruso

che mai non seppi perdonarti. Intendi?

E di nessuna carne umana sento

ribrezzo come della tua; né so

perché. L'ho dentro le midolle, cieco

e bestiale. Tutto

di te m'offende: il passo, il gesto, il riso,

il respiro, lo sguardo.

Quella bolla bianchiccia di saliva

che ti nasce nel canto

delle labbra se ciarli, mi fa ira,

m'esaspera. Ho un rancore

mortale contro le tue mani flosce

che mostrano l'enfiore

del mal cardìaco...

Tibaldo subitamente s'accascia.

TIBALDO.

Ohimè! È vero, è vero.

È l'edema, è l'edema molle e freddo

che cede al dito e resta là col cavo.

Il mio cuore è ammalato. Morirò

di sùbito passando quella porta.

E tu prendilo e gettalo

nel letamaio, questo

mio cuore, come un fico putrefatto;

e una gallina lo trovi raspando

e se lo porti nel becco a pollaio...

Bertrando, io t'ho negato

quei cinquanta ducati,

mentre debbo morire!

Te li darò. Aspetta.

Bertrando gli si avvicina.

BERTRANDO.

Soffri? Hai tremor di cuore?

Io non voleva farti violenza.

Ma tu lo sai: mi lascio trascinare

dalla collera... Soffri?

TIBALDO.

Te li darò. Ma non li ho qui. Bisogna

che tu venga con me...

BERTRANDO.

Dove?

TIBALDO.

Dove ho

accumulato...

BERTRANDO.

Dove?

TIBALDO.

Ah, se potessi confidarmi in te

come nel mio fratello!

BERTRANDO.

Non sono il tuo fratello?

TIBALDO.

M'odii, con ogni goccia del tuo sangue.

L'hai detto.

BERTRANDO.

Sì, nell'impeto dell'ira.

Ti piaci d'aizzarmi: ti fai beffe

di me... Ma poi tu stesso

ridi della mia furia.

TIBALDO.

Non m'hai più odio! Posso confidarmi

dunque?

BERTRANDO.

Parla.

TIBALDO.

Il tesoro...

BERTRANDO.

Dov'è? Parla. T'ascolto. Non temere.

TIBALDO.

Tu sai la vecchia diceria che corre

tra la gente d'Anversa,

e per tutta la valle

del Sagittario, e dalla Forca d'oro

alla Terrata fra i pastori.

BERTRANDO.

Sì,

la so.

TIBALDO.

La casa magna

dei Sangro, quella delle cento stanze,

tutta crepacci e tutta ragnateli,

che da tutte le bande

si sgretola, e nessuno ci rimette

pur una mestolata di calcina...

BERTRANDO.

Si, sì, la so.

TIBALDO.

E la famiglia fa

magra cucina. E dentro un muro cieco

è nascosto il tesoro

di Don Simone; ed ogni primogenito

eredita il segreto e l'avarizia...

BERTRANDO.

Ebbene?

TIBALDO.

Quanto sei

impaziente, fratello!

Vuoi che ti dica come

stride ogni chiave arrugginita? come

cigola ogni uscio sgangherato? Vuoi

che ti nòveri tutto

quel che si macchia, quel che si scolora,

quel che si sloga, si curva, si sfalda,

s'ammolla, cola, marcisce?

BERTRANDO, oscurandosi.

Tibaldo,

non divagare.

TIBALDO.

Ascolta. Ho un po' d'affanno.

Ansa e soffia, simulando.

Ascolta. Il mio figliolo

Simonetto è infermiccio, ed è svanito,

anch'egli — ahimè — di vita troppo breve.

E se ne va la primogenitura...

Ah se tu non mi fossi

tanto nemico! Acclozamòra

contro Sangro.

BERTRANDO.

Io nemico? Oh no!

TIBALDO.

M'ingiurii

sempre.

BERTRANDO.

Ma senza fiele.

Per caldezza di sangue.

La stessa madre ci portò. Se tu

non mi rinneghi, io sono il tuo fratello,

a cuore aperto. Le parole volano.

Dimentica, ti prego. Ecco la mano.

Tibaldo rompe con uno scoppio di scherno la sua simulazione.

TIBALDO.

Tieni: un ducato, un ducato! Non vale

di più questo tuo sùbito

amor fraterno. Tieni.

Per un ducato, lo compero.

BERTRANDO.

Ah mulo!

TIBALDO.

Prendilo dalla mano floscia. Ancóra

mi regge al riso il cuore

ammalato. Anzi questo

mi giova meglio che la digitale.

BERTRANDO.

Non ti giova. Ti metto sotto i piedi,

ti spezzo quel tuo dosso di buffone!

Ah, per dio, questa volta

non ti salvi da me. Ti faccio mordere,

giuro, i tuoi calcinacci.

TIBALDO.

Lasciami! Bruto! Bruto!

BERTRANDO.

Giù! La nuca

a terra! Acclozamòra

contro Sangro.

TIBALDO.

No! Lasciami! Assassino!

BERTRANDO.

Mordi come una femmina...

TIBALDO.

Assassino!

SCENA QUARTA.

Appare la madre, accorrendo dalla cappella. E dietro di lei viene

GIGLIOLA, seguita da ANNABELLA; e rimangono quivi in disparte.

DONNA ALDEGRINA.

Figli! Figli! Bertrando!

Ah vergogna, vergogna! Forsennati!

Non avete onta? Mi volete morta

d'orrore? Su, gettatevi

contro me. Su, rompetemi il mio petto.

Su, squassatemi i miei capelli bianchi,

più bianchi di dolore

che di vecchiezza, e per voi, figli tristi,

per voi nati da me, dalle mie viscere

dilaniate. Ma che latte mai vi diedi

io, che latte malvagio,

perché me lo rendiate in stille e in sorsi

di tòssico, ogni giorno?

O Bertrando, o selvaggio,

che follìa t'ha invasato? Sempre in guerra

sei. Dove tu tocchi

lasci l'impronta dell'artiglio. Sempre

teso a nuocere. Metti

dunque la mano anche su me. Soltanto

questo ti resta.

BERTRANDO.

Taci, madre. So

che non m'ami, da quando ti fu grave

l'esser fedele ad una tomba, e guasto

mi fu il mio nido, e imposta

mi fu la servitù verso gli intrusi

sempre più dura; e il vecchio nome, il mio,

ti sonò male come una rampogna.

DONNA ALDEGRINA.

Misero te! Non è la prima volta

che tu mordi tua madre alla mammella.

BERTRANDO.

Non mordo io già. Costui,

vedi, ha tentato di mordermi le dita

con i suoi denti di coniglio. E tu

proteggilo. Proteggi

costui che ha il viso smorto

e il fiato grosso. Ei n'ha bisogno. Ma

consiglialo a restar nascosto lungo

tempo sotto le coltri.

DONNA ALDEGRINA.

O selvaggio, non vedi

che la sua figlia è là

con la faccia nascosta?

BERTRANDO.

Dille che, s'ella guarda

nella pupilla al vedovo

riammogliato, se gli guarda in fondo,

vedrà...

DONNA ALDEGRINA.

Bertrando! Bertrando!

BERTRANDO.

Sì, taccio.

Addio, madre. O Tibaldo,

il tuo ducato, guarda,

è rimasto per terra:

mostra il rovescio. Bada!

Raccàttalo e sii cauto.

Spinge col piede la moneta verso il fratellastro; poi apre la porta

sinistra per uscire.

Addio, madre.

DONNA ALDEGRINA, seguendolo.

Bertrando, non andartene

così. Ti prego! Torna in pace. Stendi

la mano al tuo fratello.

BERTRANDO.

Per un ducato?

Esce.

DONNA ALDEGRINA.

Aspetta!

Ascolta la tua madre.

Ti prego!

Segue il figlio, che non si volge.

SCENA QUINTA.

TIBALDO DE SANGRO rimane seduto, tra le cartapecore, a capo chino,

ancora affannato dalla lotta e pallidissimo. Gigliola leva il capo,

guarda il padre, cammina verso di lui. S'odono le voci di fatica

lontane.

GIGLIOLA.

Vattene, Annabella.

Si sofferma e segue con lo sguardo la nutrice che; se ne va

silenziosamente, su per l'ombra della scala. Poi s'accosta al

padre, e la voce le trema.

Padre,

son io. Non c'è nessuno più. Son io

sola, con te.

Egli si leva, timidamente, vacillando un poco, senza osare di

guardare in viso la figlia.

TIBALDO.

Gigliola!

GIGLIOLA.

Oh no, non devi

sorridere così. Tu mi faresti

meno male, se tu mi calpestassi.

TIBALDO.

Non ti devo sorridere... Perché?

Ti faccio male... Non so... Lascia allora

ch'io mi metta in ginocchio avanti a te,

figlia. Non so che altro potrei, figlia,

ora. Tu no, non mi faresti male

se tu mi calpestassi.

Ma ti benedirei.

GIGLIOLA.

No, no, non in ginocchio. Sta diritto.

Una pausa. Corruga le ciglia.

Chi ti voleva piegare la nuca

a terra?

TIBALDO.

Figlia, abbi pietà del tuo

padre se tu sei stata testimone

della vergogna.

GIGLIOLA.

Tremi tutto. Sei

più bianco della tua camicia.

TIBALDO.

Soffro

un poco.

GIGLIOLA.

Certo, tu non tremi... è vero?

tu non tremi... per quello.

TIBALDO.

Per quello?

Una pausa.

GIGLIOLA.

Padre!

TIBALDO.

Di': che hai? che vuoi,

Gigliola? Parla.

GIGLIOLA.

Tu non hai paura.

TIBALDO.

Di chi?

Una pausa.

GIGLIOLA.

Gli hai morso la mano.

TIBALDO.

Gigliola...

GIGLIOLA.

Forte?

TIBALDO.

Che mi domandi!

GIGLIOLA.

Forte dovevi. Tu non hai paura;

è vero?

TIBALDO, balbettando.

Ma che hai?

Che mi domandi! Se tu hai veduto

quello che non doveva esser veduto

dagli occhi tuoi, perdónami, perdónami.

GIGLIOLA.

Tutto ho veduto, veggo.

Non ho più ciglia: sono senza pàlpebre:

gli occhi miei non si serrano

più, non battono più.

Veggo, terribilmente.

TIBALDO.

Gigliola sei? Che mai

avvenne? Chi ti dà

questa forza? Che gridi, quanti gridi

nella tua voce sorda!

GIGLIOLA.

Dimenticato avevi

il suono della mia gola ferita.

TIBALDO.

Rimasta eri velata

per me, tutta velata

dal tuo lutto, in disparte.

GIGLIOLA.

T'è nuova la mia voce?

Per un anno in silenzio

ho portata la piaga

senza sangue, la piaga

che fu fatta anche a me

in un punto, lo sai,

qui d'intorno al respiro...

TIBALDO.

Come ti guarderò?

Eri velata. Vivere ho potuto,

esiliato dall'anima tua,

con l'amore dell'esule

pel piccolo giardino ove non entra

più...

GIGLIOLA.

Tutto è arso. Non aver parole

di tenerezza per la creatura

abbandonata nell'orrore, sola,

come in fondo al burrone,

come in mezzo al ghiacciaio.

Ma guardami; ma leva gli occhi. Guardami

quale sono: non più

piccola e neppure più

dolce... Nulla di giovine è rimasto

in me. Passata in un anno è la mia

primavera. Mi sono maturata

non al sole ma all'ombra,

all'ombra d'una sepoltura. Guardami;

ché devo interrogarti,

e il tempo incalza. Ho fretta.

Con uno sforzo angoscioso il padre solleva le palpebre, la fisa.

TIBALDO.

Oh, l'orrore, l'orrore

nella tua faccia, gli occhi senza pàlpebre!

Figlia, e m'odii anche tu?

E chi t'ha fatta così dura? Dimmi.

GIGLIOLA.

Ti ricordi? Fra poche

ore viene quell'ora:

verso sera. Mia madre fu chiamata;

e la povera entrò

nella stanza già scura.

E, poco dopo, quell'altra, la serva

tortuosa, la femmina di Luco,

escì gridando. E già

la vittima non si moveva più...

TIBALDO.

No, no, non seguitare!

GIGLIOLA.

Bisogna che tu m'oda,

e che tu mi risponda.

Quell'altra è la tua moglie

oggi. Tu me l'hai data per padrona.

Mi fu tolta la madre e mi fu data

per padrona colei che con lo straccio

lavava il pavimento.

Non è vero? Ma guardami!

TIBALDO.

Non posso più. Non ho più forza.

GIGLIOLA.

Eppure

bisogna che, con gli occhi

negli occhi, a viso a viso,

tu mi risponda.

TIBALDO.

Sùbito

parla. Dimmi che vuoi.

Ti guardo.

GIGLIOLA.

Sai la verità?

TIBALDO.

Ma quale?

GIGLIOLA.

No, padre, no, non mi sfuggire. Tieni

ferma l'anima tua nella pupilla

come ho ferma la mia.

Chi la fece morire?

La verità! La verità!

TIBALDO.

Non fu

la sorte iniqua? la percossa cieca?

GIGLIOLA.

Oh ti supplico, padre!

Non mi mentire. Parlami

come s'io fossi moribonda, come

se dopo io mi dovessi

avere negli orecchi e nella bocca

il suggello per sempre. Non lo sai?

Non sospetti? Quell'altra

che uscì gridando...

TIBALDO.

No, no!

GIGLIOLA.

Ma sei tutto

bianco.

TIBALDO.

Oh! Oh! E tu pensi,

figlia, tu pensi di me questa infàmia:

ch'io t'avrei sottoposta

a tanto orrore nella casa dove

mi nascesti, ch'io complice

avrei congiunto col legame orrendo

la bestia criminosa

e la tua purità,

qui nella casa dov'è custodita

quella che fu sepolta...

GIGLIOLA.

Silenziosamente

sepolta fu, silenziosamente:

ed ogni viso intorno

era come la pietra sepolcrale,

come la pietra che si pone sopra

la cosa buia e segreta. E il tuo viso...

TIBALDO.

Il mio viso...

GIGLIOLA.

Pareva

che avesse un marchio d'onta.

Oh che pietà di te, padre! Ma tutto

dire debbo. Pareva

che già lo difformasse

l'obliquità che poi ho riveduta

mille volte, la maschera convulsa

che t'ha messa la femmina e che tu

non puoi strapparti...

TIBALDO.

Me la vedi? qui?

l'ho qui? Se piango, non si fende? Ma

chi t'ha fatta così crudele? Chi

t'ha mutata, anche te?

t'ha convulsa, anche te?

Tu non sei più Gigliola.

GIGLIOLA.

Non sono più Gigliola. Maturata

sono, disfatta, e non dall'ombra sola

di quel sepolcro ma dal fiato impuro

che m'alita su l'anima continuo,

e da quel tuo sorriso, dal sorriso

di vergogna, che per un anno fu

il segno della tua bontà paterna!

TIBALDO.

Mi struggevo d'amore

per te, con un rimpianto senza fine,

esiliato dall'anima tua,

esiliato da tutte le dolci

cose che conoscevo

in te che m'eri il fiore

di questo tronco guasto.

GIGLIOLA.

E perché l'hai gittato,

il fiore, sotto i piedi assuefatti

a camminare scalzi

nell'immondezza?

TIBALDO.

Come

potresti tu comprendere il mio male

disperato, la mia miseria senza

riparo?

GIGLIOLA.

Ah che pietà di te! Non sono

crudele.

TIBALDO.

Me n'andrò, scomparirò.

Non mi vedrai. Vuoi questo?

GIGLIOLA.

Scàcciala.

TIBALDO.

Tu non puoi, non puoi comprendere!

GIGLIOLA.

Scàcciala.

TIBALDO.

Me n'andrò.

GIGLIOLA.

Scàcciala. Il laccio è teso anche per te.

Cieco tu sei. Io vedo.

TIBALDO.

Il ribrezzo ti va

innanzi alla parola. Di': che vedi?

GIGLIOLA.

La turpitudine ovunque, la frode

servile, il tradimento. Profanàti

sono i miei occhi; e chiuderli non posso.

TIBALDO.

Con ogni tua parola

come con una branca

m'afferri il cuore e me lo serri. Dimmi

tutto.

GIGLIOLA.

Sì, tutto debbo dire come

chi sta per trapassare.

Di tutte queste cose che m'insozzano

mi purificherò.

Una pausa.

Scàcciala. L'uomo

che ti voleva piegare la nuca

a terra, e tu l'hai morso

alla mano... Oh sozzura!

Si copre la faccia.

TIBALDO.

No, no, no!... Che sai tu? Come sai tu?

O figlia, tu vedere... No, no. L'odio...

l'odio t'abbaglia.

LA VOCE DI ANGIZIA, nell'ombra della scala.

Tibaldo! Tibaldo!

SCENA SESTA.

La femmina appare.

ANGIZIA.

Non rispondi? Che hai?

Ma sei di sasso? È vero

che c'è stato litigio

col fratellastro? che siete venuti

alle mani?

Vede Gigliola.

Ah, tu stavi

qui con la tua taràntola...

TIBALDO.

Con mia figlia Gigliola.

Parlavo con mia figlia. Abbiamo ancóra

qualche cosa da dirci...

ANGIZIA.

Ch'io non posso

stare a sentire?

TIBALDO.

Vieni,

figlia, con me. Andiamo altrove.

ANGIZIA.

No.

Tu resta qui. Lascia che vada.

TIBALDO.

Angizia,

non alzare la voce.

Non sei tu che comandi

nella casa dei Sangro.

ANGIZIA.

Il pollo mette i denti?

Che novità! Rideremo. Ma intanto

io sono la tua moglie: e la figliastra

deve obbedire. Vattene,

Gigliola. Ho da parlare

col mio marito.

GIGLIOLA.

Serva,

se — ora che hai le chiavi — puoi

senza sotterfugio intrattenerti

a scemar le caraffe

nella dispensa, almeno

èvita di mostrarti

alticcia innanzi a noi

e di farci sentire nella tua

arroganza l'odore del tuo vizio.

ANGIZIA.

Tibaldo, e non le dài una ceffata

tu che sei presso? Da costei mi lasci

ingiuriare? O taràntola, bada,

ch'io non ti metta il mio calcagno sopra.

TIBALDO.

Taci, taci. Va via,

va via di qui. Non voglio che tu parli

così alla mia figlia. Non sei degna

di scuoterle la polvere dall'orlo

della veste.

ANGIZIA.

Impazzisci? Credi tu

d'essere ancóra il mio padrone? Voglio

sapere quel che dicevate. Certo

costei ti sobillava

contro di me, come fa sempre. Ma

il veleno si spegne col veleno.

GIGLIOLA.

Serva, tu sei esperta di veleni.

Lo so. Tu sei dei Marsi. Porti il nome

della montagna amara. E ieri sera

vidi il tuo padre che ti cerca, che

ti richiama col sufolo di canna.

È un ciurmadore di vipere.

ANGIZIA.

Questo

t'ha detto? Non è vero, non è vero,

Tibaldo. No, colui non è il mio padre.

Non lo conosco. È un uomo

di Luco, che passava per di qui

e voleva da me

l'elemosina.

GIGLIOLA.

Via, non t'affannare.

Vedremo poi. L'uomo di Luco è ancora

qui ne' pressi, e ti spia.

Ma non questo dicevo.

ANGIZIA.

E che dicevi?

GIGLIOLA.

Serva, che oggi è l'anno.

ANGIZIA.

Bene, sì. Oggi è l'anno. E tu mi guardi.

GIGLIOLA.

Ti guardo.

ANGIZIA.

Bene, sì. Eccomi. Guardami.

Credi ch'io abbia paura?

GIGLIOLA.

Ti guardo.

ANGIZIA.

Che hai da dire? Su via, di', di' tutto.

Parla. Credi che abbassi gli occhi? No,

no, non li abbasso. Credi ch'io non sappia

quel che dicono sempre gli occhi tuoi

quando mi fissi? Dicono:

«Sei tu! Sei tu! Sei tu!.» Ebbene, sì,

è vero.

TIBALDO.

No, Gigliola,

non l'ascoltare. È pazza

di furore, è la bestia

furente: ha la vertigine dell'odio.

L'hai provocata. Non sa quel che dice.

Non l'ascoltare. Vattene, Gigliola.

Costei mentisce per esasperarti.

ANGIZIA.

No, non mentisco. È vero, è vero. Sono

io. Te lo grido, e non abbasso gli occhi.

Eccomi. T'ho risposto,

senza tremare. Io l'ho fatto. Oggi è l'anno.

TIBALDO.

Non è vero! La vedi: è fuor di sè;

è la bestia impazzata.

GIGLIOLA.

Madre mia, madre mia, anima santa,

questo è il punto. Sostienimi. Ho promesso;

manterrò. Sarò forte.

ANGIZIA.

E che farai?

Che mi potrai tu fare?

Sono coperta dal tuo padre. Due

siamo, due fummo.

TIBALDO.

Taci,

cagna rabbiosa. Vattene. Ti scaccio.

Se ancóra parli, ti trascino fuori

pei capelli, ti sbatto al pavimento.

ANGIZIA.

Non hai forza: ti tremano i ginocchi;

ora stramazzi. Due

(tu che ancora mi chiami serva, intendimi

intendimi!) due fummo. Te lo dico

perchè tu sappia bene

che per toccarmi devi

passare sul tuo padre.

TIBALDO, piegando i ginocchi, curvandosi a terra.

Non la credere!

Ha mentito, ha mentito, per vendetta.

È frenetica d'odio. Te lo giuro,

figlia. Ma passa, ma passa su me.

ATTO SECONDO

Appare il medesimo luogo, declinando il giorno.

SCENA PRIMA.

SIMONETTO è seduto presso la nonna, mentre le due nutrici attendono

all'opera del filo.

DONNA ALDEGRINA.

Va, Simonetto, va con Annabella

a dar due passi, prima che si faccia

sera. Svàgati un poco.

SIMONETTO.

No, non ho voglia. Sono stanco, nonna.

DONNA ALDEGRINA.

Ti sei levato or ora!

SIMONETTO.

Vedi, non c'è più sole.

Fra poco piove. Senti come gridano

le rondini.

ANNABELLA.

È una nuvola di giugno.

SIMONETTO.

Tuona.

ANNABELLA.

Non tuona. È il Sagittario in piena,

che romba.

DONNA ALDEGRINA.

Va a vedere il Sagittario,

Simonetto. Va fino alla spianata.

È tutto spume, fa l'arcobaleno,

bello a vederlo.

SIMONETTO.

Allora

fammi portare con la portantina,

nonna.

DONNA ALDEGRINA.

Bambino pigro,

che capriccio ti viene?

È tutta rotta: non si regge più

su le stanghe. È più vecchia

di me. Quando la povera

Monica (s'abbia pace

nel cielo) venne sposa, ed io le andai

incontro a Bocca Mezzana con otto

portatori per cambio,

il broccatello rosso era già stinto.

SIMONETTO.

Come il mio sangue, nonna. È stinto già.

Vedi quanto mi dura

questo piccolo taglio, qui, sul dito!

Non mi si chiude più: ci si fa sempre

una goccia bianchiccia

come una perla. Nonna,

sono tanto malato.

DONNA ALDEGRINA.

Non è vero. Stai meglio. Oggi sei meno

pallido.

SIMONETTO.

Ma che male

è questo?

DONNA ALDEGRINA.

Il male dell'adolescenza,

non altro. Cresci. Sei su i diciassette

anni.

SIMONETTO.

M'avevi detto: «A primavera

guarirai.» L'estate

è venuta, e mi sembra di morire

a poco a poco. No, non voglio. Nonna,

perchè non mi guarisci? Benedetta,

tu che m'hai allattato,

sei così forte; e tu non fai niente

per me. La lana nera! E fili e fili

sempre. Mi fai la coltre.

BENEDETTA.

Figliuolo mio, ti faccio un voto ad ogni

agugliata che traggo dal pennecchio.

E come incocco e come do la torta,

sei sempre meco nel mio filo pieno.

SIMONETTO.

Ah che tanfo di polvere e di muffa

in tutta questa pergamena. Nonna,

non lo senti? E che fa

Gioietta? Qualche cosa mi mancava

e non sapevo che;

ed era la sua voce.

ANNABELLA.

Non dà più

acqua. Il canale s'è ingrommato.

SIMONETTO.

È chiusa

anche la vita di Gioietta! Le hanno

tolto il gioco di ridere

e di piangere a un tempo con tre piccole

bocche. Nonna, e ci restano le carte

muffite. E scartabelli, e scartabelli!

E quel poco di vento che si muove

da ogni foglio, è la volontà dei morti.

E ridiventeremo ricchi! Allora

voi manderete a Napoli

Simonetto de Sangro in portantina

e pagherete cento

dottori e glie li metterete intorno

a medicarlo... Datemi

aria!

DONNA ALDEGRINA.

Non t'agitare, Simonetto.

Sei smanioso. Hai la fronte che stilla,

le mani sudaticce.

SIMONETTO.

Voglio andare

a Cappadòcia, dalla zia Costanza.

Mettetemi sul mulo

che sa la strada. Ah come si respira

nei boschi di castagni! Voglio ancóra

il mio schioppo e i miei cani

pezzati, bianchi e neri, bianchi e falbi;

e quei belli occhi franchi,

e quelle orecchie molli

come il velluto; e le sorgenti fredde

del Liri tra i macigni, dove scendono

e salgono le donne

con le conche sul capo; e quella stanza

bianca, dove si dorme

in pace tra l'armadio e il canterano

che stanno cheti senza scricchiolare

e sanno di lavanda.

Voglio tornare là.

DONNA ALDEGRINA.

Ci tornerai

quando vorrai.

SIMONETTO.

C'ero di questo mese,

or è l'anno; di questo giorno, c'ero.

E non sapevo che la morte...

DONNA ALDEGRINA.

Quando

vuoi partire? Domani?

SIMONETTO.

Anche tu, anche Gigliola, però.

Anche Annabella e Benedetta. Andiamo

via, tutti noi!

Una pausa.

Nessuno mi chiamò

quando la mamma ebbe il vaiuolo nero.

DONNA ALDEGRINA.

Il contagio... il pericolo per te.

SIMONETTO.

Si può partire e poi...

BENEDETTA.

Ogni tanto diceva Donna Mònica:

«No, no, per carità! Viene, e si prende

il mio male... Tenetelo lontano.»

SIMONETTO.

Ahimé, nutrice, anche diceva quando

era l'estate (non te ne ricordi?)

«Stasera apparecchiate sotto il platano.

Ceneremo all'aperto.»

E veniva da i monti la frescura

su la tovaglia, ed era intorno ai lumi

un aliare di farfalle, e noi

gittavamo le mandorle novelle

contro i pavoni appollaiati...

Si leva di sùbito.

Andiamo,

Annabella.

DONNA ALDEGRINA.

Che hai? Perchè sobbalzi?

SIMONETTO.

Ho sentito un fruscìo giù per le scale.

Ora scende la femmina.

DONNA ALDEGRINA.

È Gigliola.

Guarda.

SCENA SECONDA.

SIMONETTO, correndo verso la sorella.

Sorella mia! Sei tu! Di dove

vieni? Sei stata, fino ad ora nella

mia stanza?

GIGLIOLA.

Sì.

SIMONETTO, sotto voce.

Si sentiva gridare

ancora?

DONNA ALDEGRINA.

Sai, Gigliola? Simonetto

vuol ritornare a Cappadòcia.

SIMONETTO.

E tu

con me.

GIGLIOLA.

Sì, caro.

SIMONETTO.

Domani.

GIGLIOLA.

Bisogna

che prima ti rinforzi un poco. È troppo

disagiato il viaggio.

SIMONETTO.

Il mulo ha l'ambio

dolce.

GIGLIOLA.

Tutti i torrenti

ora fanno rapina ai monti.

SIMONETTO.

Allora

tu mi prendi con te nella tua stanza

per queste notti, come m'hai promesso.

È vero?

GIGLIOLA.

Sì, sì, caro.

Ella gli prende il capo tra le mani e lo bacia.

SIMONETTO.

Che mani fredde! Bada,

non t'ammalare anche tu come me.

GIGLIOLA.

No. Me le son lavate

nell'acqua diaccia or ora.

SIMONETTO, guardandole le mani.

Hai su le dita

le macchie, che non se ne vanno... Tutte,

è vero? le hai gettate

dalla finestra: tutte quelle polveri

e quelle acquette! Nonna, sai? Gigliola

ha tolto via tutte le medicine,

non vuol più ch'io ne prenda.

GIGLIOLA.

Erano troppe

e troppo amare...

SIMONETTO.

Oh sì!

GIGLIOLA.

Non ti giovavano.

DONNA ALDEGRINA.

Veramente, Gigliola?

GIGLIOLA.

Erano guaste.

Bisognava gettarle.

SIMONETTO.

E le guardava contro luce a una

a una, e le agitava

e le versava a gocce

nel cavo della mano, e le fiutava

alla maniera degli speziali...

Egli ride d'un riso fievole.

Se tu l'avessi vista, nonna! Sa

le ricette Gigliola, sa le dosi

e le misture, tutto sa.

GIGLIOLA.

È vero;

tutto so.

SIMONETTO.

Tu guariscimi, sorella!

Non mi lasciare mai.

GIGLIOLA.

No, caro, caro!

Ella lo stringe a sè, lo accarezza, quasi materna.

SIMONETTO.

Benedetta, ritrova

quel paravento vecchio della China

figurato di tutte quelle giunche

con le vele di stuoia ed i pennoni

lunghi (sorella, non te ne ricordi?)

dove facemmo tanti bei viaggi

per tanti mari e porti

prima d'addormentarci...

Ritrovalo, nutrice;

e rimettilo al posto, tra i due letti,

là nella stanza verde. Vuoi, Gigliola?

SCENA TERZA.

Dalla porta sinistra entra TIBALDO. SIMONETTO ammutolisce. Le donne

restano in silenzio.

TIBALDO, convulso e smarrito.

Nessuno parla più... Questo silenzio...

Entra un'ombra? uno spettro v'apparisce?

Tutti muti, di pietra.

Eri tu che parlavi, Simonetto...

Ti sei levato... Come stai? Ti senti

meglio?

SIMONETTO.

Così, sempre così.

TIBALDO.

Ma oggi

t'è ritornata quella febbricina?

SIMONETTO.

Non è l'ora. Più tardi. Tornerà.

Il padre gli s'avvicina e fa il gesto per accarezzarlo. Egli scansa

la mano con un moto istintivo, reclinando la testa contro la spalla

della sorella.

TIBALDO.

Non soffri ch'io ti tocchi?

DONNA ALDEGRINA.

È nervoso, inquieto.

Sussulta ad ogni soffio.

Lascia che vada, Tibaldo. Voleva

uscire un poco all'aria. L'accompagna

Annabella. Su, va,

Simonetto, che non si faccia tardi.

SIMONETTO.

Vieni, Gigliola, con me!

GIGLIOLA.

Ti raggiungo,

se posso. Vado a preparar la stanza

con Benedetta, a trasportar le tue

cose, i tuoi libri...

SIMONETTO.

Sì, sì.

GIGLIOLA.

Quando torni,

trovi tutto già pronto.

SIMONETTO.

Sì, sì.

GIGLIOLA.

Caro,

cammina adagio: fa che non ti stanchi,

che non ti scalmi. Passa

per la viottola, èvita la polvere.

Stagli attenta, nutrice.

Benedetta,

vieni.

BENEDETTA.

Ecco, vengo. Raccolgo il filato.

Salgono per la scala, spariscono.

SCENA QUARTA.

Restano la madre e il figliuolo, l'uno di fronte all'altra.

TIBALDO.

E tu non te ne vai,

mamma? Non fuggi il lebbroso anche tu?

Non ti turi la bocca

per non bevere l'aria

infettata?

DONNA ALDEGRINA.

Figliuolo,

non ti lagnare. Sei passato sopra

i cuori che t'amavano.

TIBALDO.

E non v'è più speranza?

non v'è pietà?

DONNA ALDEGRINA.

Li lasci calpestare

da un piede assuefatto

allo zòccolo ignobile.

TIBALDO.

Son calpestato io stesso.

DONNA ALDEGRINA.

Gli altri sono innocenti.

TIBALDO.

Io sono l'assassino?

Si leva, tremando, nel raccapriccio dell'accusa.

Tu lo credi? Gigliola te l'ha detto?

M'accusa innanzi a te?

DONNA ALDEGRINA.

Figlio, figlio, che tristo giorno è questo!

È come un sogno nero che ci sòffoca

Tremiamo tutti sotto una minaccia.

Il sospetto s'acquatta in ogni canto.

Tu te lo vedi innanzi, te lo senti

alle spalle; e non puoi

afferrarlo. Hai spavento di te stesso;

e gridi le parole irreparabili.

TIBALDO.

Ho gridato? Che ho gridato, madre?

La mia voce non è più dentro a me.

Ho guardato il mio viso nello specchio

e non mi son riconosciuto. Allora

gli ho dato un colpo e l'ho spezzato. L'anima

è andata in mille pezzi,

s'è sparpagliata giù pel pavimento;

e mi rivedo mille,

e non mi riconosco. E veramente

non so la verità

che mi fu dimandata, non la so,

madre. E tu che m'hai data questa povera

anima, e tu m'aiuta a raccattarla,

a rappezzarla. Pensa

che il giorno in cui tu mi mettesti al mondo

non vale più; ma questo

giorno mi vale per l'eternità,

se tu m'aiuti.

DONNA ALDEGRINA.

Come

t'aiuterò? Parliamo

per coprire lo strepito

ch'è in fondo ai nostri cuori.

E ciascuno di noi è solo attento

a quel che l'altro non ha detto. E sembra

che il dolore abbia il volto dell'inganno.

TIBALDO.

Chiedi, interroga, frugami

dentro, strappa da me

la verità che sfugge agli occhi miei

loschi. Per non vedere

si sono torti; e avrò lo sguardo obliquo

fin su la bara. Dimmi

tu quel che vedi in questa

miseria che ti trema innanzi.

DONNA ALDEGRINA.

Ahimè,

non v'è miseria eguale

a quella che patisce

la madre che non può più consolare!

Una pausa.

TIBALDO.

Dunque... lo credi?

DONNA ALDEGRINA.

Che

debbo io credere, figlio?

TIBALDO.

Gigliola... t'ha parlato...

DONNA ALDEGRINA.

Quando? Dianzi?

E può essere vero?

No, no, non ho voluto

comprendere.

TIBALDO.

Ma come

t'ha detto?

DONNA ALDEGRINA.

Era discesa

allora dalla stanza del fratello:

aveva tolto via

tutte le medicine...

TIBALDO.

Ebbene?

DONNA ALDEGRINA.

Ho indovinato

che il sospetto terribile era in lei;

ma non dalle parole,

perché s'è rattenuta

davanti a Simonetto inconsapevole.

Ho indovinato dalla tenerezza

mortale ch'era in lei quando stringeva

al petto quella povera

creatura... corrosa di nascosto...

Può essere? No, no,

non può essere. Troppo grande infamia!

TIBALDO.

Oh! Oh! Perché son nato?

Madre, perché m'hai messo al mondo? Questo

mi serbavi nell'ora

che ho fatto grido verso te perdutamente

per essere aiutato all'ultimo

passo! Scopriti gli occhi.

Anche tu guarda dunque l'altra faccia

dell'orrore.

Le prende le mani e le scopre il viso.

Sì, certo,

quello che non può essere

è. Non sapevo: e tu m'hai rivelato,

non sapendo. Ma, certo,

quello che non può essere

è. Nè io so perché ma me l'attestano

le mie vèrtebre stesse nel mio corpo

frollo, ma me lo giura

tutto il mio sangue che si risovviene

nel mio cuore disfatto.

La bestia velenosa

è all'opera di morte e non si sazia.

DONNA ALDEGRINA.

Abominio! Abominio! E tu lo dici!

Ma allora?

TIBALDO.

Allora ascoltami,

madre: se tu mi salverai nell'anima

della mia creatura disperata,

io farò quello a cui la mia viltà

e il mio vizio ripugnano

nel più profondo della mia radice,

io compirò la liberazione

incredibile, l'atto che nessuno

attende... Hai tu compreso?

DONNA ALDEGRINA.

Ah, non so, non comprendo. Tutto è buio.

Un flagello implacabile disperde

nella notte i superstiti tremanti.

Beata quella che riposa in pace!

TIBALDO.

Ascoltami. Non ho voluto mai

leggerti nelle pupille, per paura

della risposta alla domanda cruda.

Quella ch'è in pace, da qual mano fu

sospinta d'improvviso nel silenzio?

La madre si copre la faccia novamente.

E ancóra mi nascondi

il tuo dubbio o la tua certezza! Qui,

dianzi, quella che Gigliola chiama

serva con una voce

che taglia il viso peggio della sferza,

la femmina di Luco,

la mia moglie legittima,

in una frenesia

d'odio, in una vertigine di còllera,

a viso a viso le ha gridato: «Sì,

è vero. Sono io. L'ho fatto.»

La madre tenta di alzarsi, fa l'atto di scostarsi.

La fiaccola sotto il moggio · 第 1 / 3 段