Questa è l'impressione che mi fece Vittor Hugo in casa sua. Ma non
l'avrei visto intero, se non l'avessi visto in pubblico, in una di
quelle solennità, nelle quali, qualunque siano, la sua presenza
è lo spettacolo più curiosamente desiderato. Lo vidi nel teatro
del _Châtelet_ quando pronunziò il suo discorso di presidente
per l'inaugurazione del Congresso letterario. Un'ora prima che
comparisse, quel vasto teatro era già affollato. La platea era
piena di scrittori e d'artisti d'ogni paese, fra cui s'incrociavano
gli sguardi curiosi, i cenni e le interrogazioni, conoscendo ciascuno,
in quella folla, moltissimi nomi e pochissimi visi, ed essendo
desiderio di tutti di completare in quella bella occasione le proprie
conoscenze. Si vedeva un gran movimento di teste canute e di teste
giovanili, di begli occhi pieni di pensiero, di visi che
s'avvicinavano e si sorridevano, di chiome nere che si chinavano
dinanzi alle chiome bianche, di mani che si cercavano e si
stringevano; e si sentiva parlare tutte le lingue, e correre in ogni
parte un fremito di vita, che rallegrava. Sul vasto palco scenico
illuminato, v'erano i delegati di tutte le nazioni, dalla Svezia
all'Italia, e dalla repubblica di San Salvador alla Russia: un grande
stato maggiore di poeti, di romanzieri, di dotti, d'uomini di Stato,
di pubblicisti e d'editori, fra cui spiccava il viso fine e sorridente
del Turghenieff, la bella testa ardita di Edmondo About e la figura
simpatica di Jules Simon, bersagliati da mille sguardi. Ma la grande
curiosità era di vedere Vittor Hugo. C'erano centinaia di stranieri
che non l'avevano mai visto; il suo nome suonava su tutte le labbra;
quasi tutti gli sguardi eran rivolti dalla parte del palco dove doveva
apparire. Ad ogni movimento che si facesse tra le scene, seguiva un
rimescolìo profondo in tutto il teatro. Era bello e consolante
vedere una curiosità così ardente in quella gran folla così
varia di sangue, e pensare che chi la provocava era un vecchio poeta.
Improvvisamente tutti i delegati s'alzarono, fra tutte quelle teste
grigie e bianche si vide apparire una testa più bianca di tutte, e
uno scoppio formidabile d'applausi--uno di quegli applausi che debbono
destare nell'anima di chi li riceve un senso quasi di sgomento, e che
ripercuotendosi nell'anima di chi applaudisce, v'ingigantiscono il
sentimento che li ha fatti prorompere;--un solo immenso applauso,
tempestoso, ostinato, interminabile, fece tremare il teatro. Sul viso
di Vittor Hugo passò un lampo--un lampo solo--ma che rivelò
tutta l'anima sua. Subito dopo riprese il suo aspetto abituale di
gravità. S'avvicinò alla ribalta. a passi un po' incerti,
circondato dal suo illustre corteo, si mise accanto a un tavolino, e
cominciò a leggere il suo discorso, scritto a caratteri enormi
sopra grandissimi fogli. Non fu uno dei suoi discorsi più felici;
ma non è qui il luogo di giudicarlo. Lesse lentamente, ad alta
voce, spiccando con arte perfetta ogni frase, ogni parola, ogni
sillaba. La sua voce è ancora gagliarda e sonora, benchè nei
lunghi periodi s'affievolisca un poco, e gli sfugga qualche volta in
note acute e stridenti. Ebbe dei momenti stupendi. Quando disse:
--Voi siete gli ambasciatori dello spirito umano in questa grande
Parigi; siate i benvenuti; la Francia vi saluta,--disse le ultime
parole con un accento pieno di nobiltà e con un gesto largo e
vigoroso, che scosse tutto il teatro. Quando disse:--_Hommes du
passè, prenez-en votre parti, nous ne vous craignons pas_,--e
così dicendo, scrollò e levò in alto, come un leone, la sua
testa possente, e fissò gli occhi fulminei in fondo alla sala, in
aria di sfida e di minaccia, e restò qualche momento immobile in
quell'atto, col viso infocato, in mezzo a un silenzio profondo; fu
veramente bello e terribile come un canto dei suoi _Châtiments_, e
un brivido corse per la platea. Poi il suo discorso pieno fino a quel
punto di collere sorde, si raddolcì sull'argomento dell'amnistia, e
allora la sua voce mutò suono, e parve quella d'un altro, e quelle
nobili parole:--Tutte le feste son fraterne; una festa non è festa
se non perdona a qualcuno,--le disse con un accento inesprimibilmente
soave di pietà e di preghiera, che suscitò nella folla un
violento fremito di consenso, cento volte più eloquente
dell'applauso. E infine dicendo quella frase:--V'è una cosa più
grande di qualunque trionfo, ed è lo spettacolo della patria che
apre le braccia e del proscritto che appare all'orizzonte,--colorì
il suo pensiero con un atto solenne della mano e con uno sguardo
dolcissimo e triste, che provocò un uragano d'applausi e di grida.
Dopo di lui, parlarono molti altri, terminando tutti i loro discorsi
con un saluto riverente al grande maestro; ma egli non diede segno
alcune di commozione. Solo di tratto in tratto la sua fronte si
rischiarava; ma tornava subito a corrugarsi, come se il pensiero
ostinato e implacabile, che l'aveva lasciato libero un momento, si
fosse daccapo impadronito di lui. Finito l'ultimo discorso, si alzò
e s'avviò per uscire. E allora tuonò un ultimo applauso, più
caldo, più fragoroso e più persistente del primo, accompagnato
da uno scoppio, di grida d'entusiasmo, che lo costrinsero a
soffermarsi. Non era un applauso al discorso; era un applauso alle
_Orientali_ e alla _Leggenda_, era un tributo di gratitudine al poeta
dei grandi affetti, un saluto all'antico lottatore, un buon augurio al
settuagenario, un addio all'uomo che molti non avrebbero mai più
riveduto.--Egli rispose con un lungo sguardo e disparve.