VIII.

Questa è l'impressione che mi fece Vittor Hugo in casa sua. Ma non

l'avrei visto intero, se non l'avessi visto in pubblico, in una di

quelle solennità, nelle quali, qualunque siano, la sua presenza

è lo spettacolo più curiosamente desiderato. Lo vidi nel teatro

del _Châtelet_ quando pronunziò il suo discorso di presidente

per l'inaugurazione del Congresso letterario. Un'ora prima che

comparisse, quel vasto teatro era già affollato. La platea era

piena di scrittori e d'artisti d'ogni paese, fra cui s'incrociavano

gli sguardi curiosi, i cenni e le interrogazioni, conoscendo ciascuno,

in quella folla, moltissimi nomi e pochissimi visi, ed essendo

desiderio di tutti di completare in quella bella occasione le proprie

conoscenze. Si vedeva un gran movimento di teste canute e di teste

giovanili, di begli occhi pieni di pensiero, di visi che

s'avvicinavano e si sorridevano, di chiome nere che si chinavano

dinanzi alle chiome bianche, di mani che si cercavano e si

stringevano; e si sentiva parlare tutte le lingue, e correre in ogni

parte un fremito di vita, che rallegrava. Sul vasto palco scenico

illuminato, v'erano i delegati di tutte le nazioni, dalla Svezia

all'Italia, e dalla repubblica di San Salvador alla Russia: un grande

stato maggiore di poeti, di romanzieri, di dotti, d'uomini di Stato,

di pubblicisti e d'editori, fra cui spiccava il viso fine e sorridente

del Turghenieff, la bella testa ardita di Edmondo About e la figura

simpatica di Jules Simon, bersagliati da mille sguardi. Ma la grande

curiosità era di vedere Vittor Hugo. C'erano centinaia di stranieri

che non l'avevano mai visto; il suo nome suonava su tutte le labbra;

quasi tutti gli sguardi eran rivolti dalla parte del palco dove doveva

apparire. Ad ogni movimento che si facesse tra le scene, seguiva un

rimescolìo profondo in tutto il teatro. Era bello e consolante

vedere una curiosità così ardente in quella gran folla così

varia di sangue, e pensare che chi la provocava era un vecchio poeta.

Improvvisamente tutti i delegati s'alzarono, fra tutte quelle teste

grigie e bianche si vide apparire una testa più bianca di tutte, e

uno scoppio formidabile d'applausi--uno di quegli applausi che debbono

destare nell'anima di chi li riceve un senso quasi di sgomento, e che

ripercuotendosi nell'anima di chi applaudisce, v'ingigantiscono il

sentimento che li ha fatti prorompere;--un solo immenso applauso,

tempestoso, ostinato, interminabile, fece tremare il teatro. Sul viso

di Vittor Hugo passò un lampo--un lampo solo--ma che rivelò

tutta l'anima sua. Subito dopo riprese il suo aspetto abituale di

gravità. S'avvicinò alla ribalta. a passi un po' incerti,

circondato dal suo illustre corteo, si mise accanto a un tavolino, e

cominciò a leggere il suo discorso, scritto a caratteri enormi

sopra grandissimi fogli. Non fu uno dei suoi discorsi più felici;

ma non è qui il luogo di giudicarlo. Lesse lentamente, ad alta

voce, spiccando con arte perfetta ogni frase, ogni parola, ogni

sillaba. La sua voce è ancora gagliarda e sonora, benchè nei

lunghi periodi s'affievolisca un poco, e gli sfugga qualche volta in

note acute e stridenti. Ebbe dei momenti stupendi. Quando disse:

--Voi siete gli ambasciatori dello spirito umano in questa grande

Parigi; siate i benvenuti; la Francia vi saluta,--disse le ultime

parole con un accento pieno di nobiltà e con un gesto largo e

vigoroso, che scosse tutto il teatro. Quando disse:--_Hommes du

passè, prenez-en votre parti, nous ne vous craignons pas_,--e

così dicendo, scrollò e levò in alto, come un leone, la sua

testa possente, e fissò gli occhi fulminei in fondo alla sala, in

aria di sfida e di minaccia, e restò qualche momento immobile in

quell'atto, col viso infocato, in mezzo a un silenzio profondo; fu

veramente bello e terribile come un canto dei suoi _Châtiments_, e

un brivido corse per la platea. Poi il suo discorso pieno fino a quel

punto di collere sorde, si raddolcì sull'argomento dell'amnistia, e

allora la sua voce mutò suono, e parve quella d'un altro, e quelle

nobili parole:--Tutte le feste son fraterne; una festa non è festa

se non perdona a qualcuno,--le disse con un accento inesprimibilmente

soave di pietà e di preghiera, che suscitò nella folla un

violento fremito di consenso, cento volte più eloquente

dell'applauso. E infine dicendo quella frase:--V'è una cosa più

grande di qualunque trionfo, ed è lo spettacolo della patria che

apre le braccia e del proscritto che appare all'orizzonte,--colorì

il suo pensiero con un atto solenne della mano e con uno sguardo

dolcissimo e triste, che provocò un uragano d'applausi e di grida.

Dopo di lui, parlarono molti altri, terminando tutti i loro discorsi

con un saluto riverente al grande maestro; ma egli non diede segno

alcune di commozione. Solo di tratto in tratto la sua fronte si

rischiarava; ma tornava subito a corrugarsi, come se il pensiero

ostinato e implacabile, che l'aveva lasciato libero un momento, si

fosse daccapo impadronito di lui. Finito l'ultimo discorso, si alzò

e s'avviò per uscire. E allora tuonò un ultimo applauso, più

caldo, più fragoroso e più persistente del primo, accompagnato

da uno scoppio, di grida d'entusiasmo, che lo costrinsero a

soffermarsi. Non era un applauso al discorso; era un applauso alle

_Orientali_ e alla _Leggenda_, era un tributo di gratitudine al poeta

dei grandi affetti, un saluto all'antico lottatore, un buon augurio al

settuagenario, un addio all'uomo che molti non avrebbero mai più

riveduto.--Egli rispose con un lungo sguardo e disparve.

Ricordi di Parigi · 第 19 / 27 题