Eppure, ecco un problema per gli scrutatori del cuore umano. Verso
sera, un'ora prima d'andare, tutt'a un tratto mi si fece dentro come
un silenzio mortale. Mi sentii improvvisamente vuoto, asciutto e
freddo. Mi parve che, comparendo davanti a Vittor Hugo, non avrei
sentito la menoma scossa, nè trovato una parola da dire. E ne
rimasi atterrito. Poichè, insomma, non c'è che una commozione
profonda e visibile che giustifichi l'audacia di quelle visite: quando
la commozione manca, par che si vada là per curiosità, e la pura
curiosità, in quei casi, è sfrontatezza. Che cosa sono questi
ammutolimenti improvvisi del cuore? Forse che il cuore s'addormenta,
stanco della commozione, per ripigliar nuove forze? Io non so. So che
avevo un bell'eccitarmi, e richiamare alla mente tutti i pensieri e
tutti i sentimenti della mattina; ogni sforzo era inutile; per quanto
mi soffiassi dentro, non riuscivo a sollevare una scintilla; e salii
le scale con una indifferenza che mi costernava.--Sono istupidito,--mi
domandavo,--o son malato? Ed ora che cosa dirò?--La stizza mi
divorava; mi sarei morso le mani e dato dei pugni nella testa. E mi
ricordo ch'ero ancora in questo stato quando la porta s'aperse e mi
trovai nell'anticamera illuminata da una lampada appesa al soffitto.
Ma fu quello, grazie al cielo, l'ultimo momento. La governante mi
domandò il nome per andare ad annunziarmi. Il suono del mio nome
pronunziato da me, e ripetuto da lei, in quella stanza, mi svegliò,
come se qualcuno m'avesse chiamato; la mia mente si rischiarò e un
torrente di vita mi affluì al cuore. La donna aperse una porta e
disparve. Per la porta semiaperta uscì un suono confuso di voci
allegre e forti, da cui capii che si stava terminando di cenare. In
mezzo a quel vocio afferrai due parole:--_La philosophie
indienne_....--Ebbi appena il tempo di pensare: Oh numi! Che cosa
dirò se mi attaccano sulla filosofia indiana? La porta si
richiuse. Mi parve che seguisse un silenzio profondo. La governante
faceva l'imbasciata. I minuti secondi mi sembravano quarti d'ora.
Quel silenzio mi pareva tremendo. Finalmente la donna ricomparve, mi
accennò di seguirla, guardandomi curiosamente, come se il mio
viso avesse qualche cosa di strano; mi fece passare per un
corridoio, spinse leggermente il battente d'una porta e mi disse
sottovoce:--Entrate, signore. Il signor Vittor Hugo è là.--
Stetti un momento immobile. Mi sentivo.... poco bene. Se la governante
m'avesse guardato in viso, m'avrebbe offerto un bicchiere d'acqua.
--Animo!--dissi poi a me stesso; sollevai una tenda, feci un passo
innanzi e mi trovai in faccia a Vittor Hugo.
Era in piedi, solo, immobile.
Che cosa gli dissi? A diciott'anni, in quelle occasioni, si versano
delle lagrime. Il pianto è la grande e dolce eloquenza della prima
giovinezza. Ma a trent'anni non si piange più. A trent'anni si
domina la commozione senza soffocarla, e si parla. L'entusiasmo
trabocca, altero di sè stesso, in parole ardite e virili; la fronte
si alza, l'occhio divampa, la voce vibra, l'anima grandeggia. Che
cos'abbia detto, non so. Qualcuno mi suggeriva nell'orecchio,
rapidamente, delle parole ardenti, che io ripetevo colla voce tremante
e sonora, provando una immensa dolcezza nel cuore, e vedendo davanti a
me, in confuso, una testa bianca che mi pareva enorme, e due pupille
fisse nelle mie che pigliavano a grado a grado una espressione di
curiosità e di benevolenza. Tutt'a un tratto tacqui, come se una
mano mi avesse afferrato alla gola e restai col respiro sospeso,
Allora la mia affettuosa ammirazione di venti anni, la costanza del
mio ardente desiderio, le mie trepidazioni di quel giorno, le mie
inquietudini dei giorni innanzi, i miei terrori di fanciullo, le mie
veglie di giovanetto, le mie febbri di uomo, le mie umiliazioni di
scrittore ebbero un grande compenso.
La mano che scrisse _Notre Dame_, e la _Légende des siècles_
strinse la mia.
E subito dopo provai un secondo sentimento, forse più dolce del
primo.
La mano sinistra del grande poeta raggiunse la destra, e la mia mano
calda e tremante rimase per qualche momento tra le sue.
Seguì un breve silenzio, durante il quale sentii il suono del mio
respiro, come se avessi fatto una corsa.
Poi sentii la sua voce; una voce grave, ma dolce, in cui mi parve di
sentire mille voci, e che mi stupì, come se, udendola, vedessi
comparire Vittor Hugo per la seconda volta.
--Siete il benvenuto in casa mia, signore--disse.--Voi avete cuore.
Siete un amico. Avete fatto bene a presentarvi così. Vi ringrazio
con tutta l'anima. Non volete mica lasciarmi subito, non è vero?
Voi resterete con me tutta la sera.
Poi mi domandò:
--Di che paese siete?
Inteso ch'ero italiano, mi guardò fisso. Poi mi prese di nuovo la
mano, mi fece sedere e sedette.
Che cosa dirgli, Dio buono! A un uomo così, quando gli avete
espresso con tutta l'anima quello che sentite per lui, lì su due
piedi, nel primo impeto dell'entusiasmo, gli avete detto tutto. Non
rimane che rivolgergli delle domande. Ma che cosa fargli dire ch'egli
non abbia scritto? Conoscete da tanti anni tutti i suoi più intimi
pensieri, ogni domanda par che sia oziosa, e poi quando si ha appena
tanto animo da rispondere, non si può averne abbastanza da
interrogare. Perciò rimasi lì, senza parola. E d'altra parte,
che cosa poteva dire a me, lui? Nondimeno, per levarmi d'imbarazzo, mi
fece parecchie domande intorno alle mie impressioni di Parigi,
all'Esposizione, all'Italia; domande che, invece di togliermi
d'imbarazzo, mi ci avrebbero messo fino agli occhi, se non mi fossi
accorto che, da osservatore fine degli uomini, egli badava assai
più alla viva commozione che trapelava dalla mia voce incerta,
dalle mie risposte monosillabiche e dal mio sguardo fisso che io
divorava, che non al senso di quello che io dicevo. E mi guardava con
una cert'aria affettuosa, corrugando le sopracciglia e socchiudendo
gli occhi per aguzzare lo sguardo, e sorridendo leggerissimamente,
come se si compiacesse dell'effetto che mi produceva, e mi dicesse in
cuor suo:--Guardami, via; levatene un po' la voglia, povero giovane,
perchè te la leggo proprio sul viso, e m'hai l'aria d'un buon
diavolo sincero.
E l'osservai infatti, in quei pochi minuti, attentissimamente; ma non
potei vederlo bene che più tardi perchè il lume non gli batteva
sul viso. È di statura media, leggermente curvo, tarchiato. Ha la
testa grossa, ma ben fatta; fronte vasta, collo di toro, spalle
larghe, mani corte e grosse, e una carnagione rossigna da cui traspira
la salute e la forza. Tutta la sua persona ha qualcosa di poderoso e
d'atletico, come il suo genio. Ha i capelli irti e fitti, la barba
intera e corta, bianchissima; gli occhi lunghi e stretti, un po'
obliqui, come i fauni; il che dà al suo viso un aspetto un po'
strano. Se siano neri o azzurri, non ricordo. Sono occhi vivissimi e
mobilissimi, che paiono socchiusi, e appariscono soltanto come due
punti scintillanti, che quando fissano, penetrano in fondo all'anima.
Aveva una giacchetta d'orleans nero e il suo solito panciotto oscuro,
abbottonato fin sotto il mento. La prima impressione che mi fece fu
d'un uomo abitualmente triste.
--Ora staremo un po' insieme,--mi disse, dopo avermi fatto qualche
altra domanda,--e poi verrete di là con me, nel salotto, dove
conoscerete alcuni degli uomini più notevoli della Francia. In che
città abitate, in Italia?
Diedi la mia risposta in fretta, e nello stesso punto mi prese una
grande paura.--Se mi domandasse qual è la mia professione!--dissi
tra me. E mi sentii diventar rosso fino alla radice dei capelli.
Fortunatamente per me, mentre apriva la bocca per interrogare,
entrò gente.
Allora assistetti a una scena, o piuttosto a una serie di scene tra
amene e commoventi, che mi diedero un'idea di cosa dev'essere la
giornata di Vittor Hugo, e mi compensarono di non aver potuto
continuare la conversazione a quattr'occhi.
Un signore venne innanzi, e dopo di lui, a intervalli di pochi
minuti, vari altri, di età diversa, i quali vedevano tutti Vittor
Hugo per la prima volta, e avevan chiesto per lettera quel giorno
stesso, da quanto m'accorsi, d'essere ricevuti. Uno veniva per
domandare il permesso d'una ristampa di non so che poesia, un altro
a chiedere una spiegazione intorno alla variante della scena di un
dramma; un terzo a chiedere la licenza di dedicare un'opera; un
quarto, un bel giovane belga, con una lunga cicatrice sul viso, si
trovava nei miei stessissimi panni: veniva, mosso dalla ammirazione,
non per altro che per veder Vittor Hugo. D'altri non mi ricordo.
Ebbene, ebbi la consolazione di vedere che giovani e vecchi,
francesi e stranieri, si presentavano presso a poco nel medesimo
stato in cui mi trovava io al momento di passare la soglia. Le loro
facce esprimevano, tutte una viva emozione, e tutti più o meno,
spiccicavano le parole con molta fatica. E ammirai la dolcezza di
modi di Vittor Hugo. A ognuno andava incontro e gli stendeva la mano
con un atto cordiale e semplice. Ma non si ricordava, naturalmente,
del nome di nessuno. Fingeva però di ricordarsene.--Mi ricordo
benissimo--diceva--; senza dubbio. Voi siete molto amabile con me,
signore.--Faceva seder tutti e stava a sentire, l'un dopo l'altro, i
loro discorsi balbettati e imbrogliati, assentendo di tratto in
tratto col capo. Non lo vidi mai sorridere. Pareva stanco,--Ma
sicuro,--diceva infine, con voce dolce,--avrete quello che
desiderate. Posso esservi utile in qualche cos'altro?--Parlando con
quello della variante, mi fece strabiliare. Si trattava, se non
sbaglio, d'una scena del _Roi s'amuse_. Egli se la ricordava verso
per verso, e ne recitò speditamente una decina per rammentarsene
uno che nel primo momento non gli era venuto alla mente. La sua
memoria prodigiosa, del resto, si rivela nella immensa ricchezza
della sua lingua e nelle citazioni infinite delle sue opere. Per
ultimo si fece innanzi il giovane belga, timidamente, tormentando
con tutt'e due le mani l'ala del suo cappello cilindrico, e disse
con voce commossa, fissando in viso a Vittor Hugo due occhi azzurri
e umidi:--Signore! Io son venuto a Parigi per vedervi. Sono di
Bruges. Non avevo il coraggio di presentarmi. Mio padre mi
scrisse:--Va, Vittor Hugo è grande e buono; non rifiuterà di
riceverti.--E allora vi scrissi. Vi ringrazio. Mi sarei contentato
di vedervi passare per la strada. Io vi debbo uno dei più bei
giorni della mia vita, signore!--Disse queste poche parole con una
semplicità e una grazia, da farsi baciare sulla fronte. Vittor
Hugo gli rispose non so che cosa, affettuosamente, mettendogli una
mano sulla spalla. Il suo viso sfolgorò. Tutti gli altri, in
disparte, tacevano. Poi Vittor Hugo ci guardò tutti, l'un dopo
l'altro, benevolmente; tutti gli tenevan gli occhi addosso, nessuno
fiatava, egli parve un po' imbarazzato e sorrise; e fu per qualche
momento una scena muta, ma piena di vita e di poesia, di cui
serberò il ricordo e sentirò la gentilezza per sempre.
Poi alcuni si congedarono e Vittor Hugo fece entrar gli altri nel
salotto accanto, stringendo la mano a tutti, mentre gli passavano
davanti.
Questo secondo salotto era pieno di gente, la maggior parte amici di
casa. Era un salotto di grandezza media, piuttosto basso, tappezzato
di rosso, mobiliato signorilmente, senza pompa. Da una parte c'eran
quattro sofà disposti a semicircolo, un po' discosti l'un
dall'altro, intorno a un camminetto di marmo; sul camminetto, un
antico specchio; sulle pareti, nessun quadro. La casa, tutto
considerato, non mi parve una casa da poeta milionario. C'era però
nella decorazione una predominanza di rosso cupo e di rosso sanguigno,
che armonizzava col genio del padrone. La gente sparsa per la sala
formava un quadro assai curioso. Il primo che mi diede nell'occhio,
per la macchia stranissima che formava in quel quadro,--come certe
parole bizzarre in una bella pagina dell'Hugo,--fu un mulatto di forme
colossali, in giubba e cravatta bianca, che sfogliava un album. E gli
domando scusa, ma voglio dir la verità, ed è che al primo
vederlo pensai a quell'_Homére-Hogu, nègre_, che fa uno spicco
così pittoresco nell'elenco nominativo della banda di Patron-Minette,
nei _Miserabili_. Mi fu detto poi ch'era un collaboratore della
_Petite Presse_, pieno d'ingegno, e molto stimato. In un angolo
c'era un gruppo di giovani che discorrevano fitto, ridendo
elegantemente: belle fronti, occhi vivi, capigliature poetiche,
atteggiamenti d'attori corretti; da cui argomentai che fossero dei
così detti _Parnassiens_, poeti dell'arte per l'arte, o meglio
del verso pel verso, che hanno per capo il De Lisle; e formano un
drappello di paggi nella corte di Vittor Hugo. Mi fu poi indicato,
infatti, in mezzo a loro, un poeta di quella famiglia, Catullus
Mendes, del quale avevo già osservato il viso espressivo e
simpatico, e i lunghi capelli alla nazzarena. Da un'altra parte
c'era un crocchio d'uomini maturi, quasi tutti d'alta statura, fra
cui alcune belle teste grigie, dai profili arditi, nelle quali mi
parve di riconoscere quell'impronta particolare d'austerità e di
tristezza, che lasciano le traversie della vita politica, e che
rammenta un po' la fierezza pensierosa dei vecchi capitani di
bastimento. C'erano due sole signore, sedute vicino al camminetto;
una che m'è sfuggita affatto alla memoria, e un'altra che m'è
rimasta impressa profondamente: una signora di forti membra, di
capelli bianchissimi, di viso grande e aperto, illuminato da due
occhi profondi, taciturna; una dama del Velasquez, senza gorgiera.
Era quella mademoiselle Drouet, attrice potente, che rappresentò
per la prima volta _Lucrezia Borgia_, nel 1833, al teatro della
Porte Saint-Martin, dove, come tutti sanno, quel terribile dramma
scritto in sei settimane riportò un trionfo meraviglioso, V'erano
altri personaggi, che mi parvero stranieri, e che avevan l'aria un
po' impacciata di chi si trova in una casa illustre per la prima
volta.
Quasi tutti parlavano. Quando entrò Vittor Hugo tutti tacquero.
Egli sedette vicino al camminetto, sopra un sofà, e gli altri gli
formarono intorno un grande semicerchio.
Allora potei vederlo e sentirlo bene.
Non so come, la conversazione cadde sul Congresso letterario. Vittor
Hugo, interrogato, espose qualcuna delle idee che avrebbe svolte nel
suo discorso inaugurale. Ebbene, riconobbi ch'era vero, con mia
sorpresa, quello che m'era stato detto del suo modo di parlare in
privato. Io m'aspettavo di sentire le antitesi, i grandi traslati, la
forma concettosa e paradossale, e l'intonazione imperativa che è
nei suoi scritti, specialmente degli ultimi anni. Nulla di tutto
questo, È difficile immaginare un linguaggio più semplice, un
tuono più modesto, un modo di porgere più naturale di quello
ch'egli usava in quella conversazione. Per non aver l'aria di parlare
in cattedra, discorreva guardando in viso uno solo, e a bassa
voce.--Ecco quello che io direi--diceva--quello che credo di poter
dire; ditemi voi se vi pare che sia a proposito.--Non gestiva affatto;
teneva tutt'e due le mani sulle ginocchia. Solo di tratto in tratto si
grattava la fronte con un dito: movimento che gli è abituale. E
dicono che anche discutendo di letteratura, in crocchio
ristrettissimo, e toccando le quistioni più ardenti, parla colla
medesima semplicità. Di che bisogna concludere proprio che,
scrivendo, nell'esaltazione della fantasia, egli cangi quasi di
natura, o che parli di freddo proposito quell'altro linguaggio
perchè lo creda più alto e più efficace. Mentre parlava,
tutti stavano intenti. Mi fece senso il tuono più che rispettoso,
quasi timido, con cui gli rivolgevano la parola anche coloro che
parevano suoi famigliari. Nessuno l'interrogava senza dire: _Mon
maître--Mon cher maître_,--Uno disse:--_grand maître_.--Non
vidi mai uno scrittore celebre circondato da uno stuolo d'ammiratori,
che somigliasse, come quello, al corteo d'un monarca. È mio dovere
d'aggiungere, però, che non vidi mai sul suo viso nemmeno un lampo,
che esprimesse compiacenza vanitosa dell'ammirazione che lo
circondava. È vero, d'altra parte, che c'è abituato da cinquant'anni.
Un grande lume rischiarava in pieno il suo viso, e io non potevo
saziarmi di guardarlo, tanto mi pareva singolare.
Il viso, di Vittor Hugo, infatti, per me, è ancora un problema.
È un viso che ha due fisonomie. Quando è serio, è serissimo,
quasi cupo; pare un viso che non abbia mai riso, non solo, ma che non
possa ridere; e i suoi occhi guardano la gente con un'espressione che
mette inquietudine. Gli si direbbe:--Hugo, fatemi la grazia di
guardare da un'altra parte.--Sono gli occhi d'un giudice glaciale o
d'un duellante più forte di voi, che voglia affascinarvi collo
sguardo. In quei momenti mettetegli, col pensiero, un turbante bianco
sul capo: è un vecchio sceicco; mettetegli un casco: è un
vecchio soldato; mettetegli una corona: è un vecchio re vendicativo
e inesorabile. Ha non so che dell'austerità d'un sacerdote e della
tetraggine d'un mago. Ha una faccia leonina. Quando apre la bocca, par
che ne debba uscire un ruggito, e quando alza il pugno robusto, par
che non debba abbassarlo che per stritolar qualche cosa. In quei
momenti sul suo viso si legge la storia di tutte le sue lotte e di
tutti i suoi dolori, la tenacia ferrea della sua natura, le simpatie
tetre della sua immaginazione, i suoi fornati, i suoi feretri, i suoi
spettri, le sue ire, i suoi odii; tutta l'_ombre_, come egli direbbe,
tutto il _côte noir_ delle opere sue. Ma a un tratto, come
m'accadde di vedere quella sera, mentre un tale gli raccontava un
aneddoto comico d'un fiaccheraio di Parigi, egli dà in una risata
così fresca e così allegra, mostrando tutti i suoi denti uniti,
piccoli e bianchi; e in quel riso i suoi occhi e la sua bocca pigliano
un'espressione così giovanile e così ingenua, che non si
riconosce più l'uomo di prima, e si riman là stupiti, come se
gli fosse caduta dal viso una maschera, e si vedesse per la prima
volta il vero Hugo. E in quei momenti vedete, come per uno spiraglio,
dietro di lui, Deruchette, Guillormand, Mademoiselle Lise, Don Cesare
di Bazan, Gavroche, i suoi angeli, il suo _ciel bleu_, e tutto il suo
mondo luminoso e soave. Ma non sono che lampi, rari sul suo viso come
nei suoi libri; dopo di che egli riprende il suo aspetto pensieroso e
tetro, come se meditasse la catastrofe d'uno dei suoi drammi
sanguinosi. E più si guarda, meno si può credere che sia quello
stesso Hugo di mezzo secolo fa, magro, biondo, gentile, al quale gli
editori e i direttori di teatro che andavano a cercare a casa l'autore
dell'Ernani, dicevano:--Fateci il favore di chiamar vostro padre.
Mentre Vittor Hugo parlava a bassa voce con un suo vicino, io attaccai
discorso con un signore accanto a me, un uomo sulla cinquantina, d'una
bella fisonomia d'artista; il quale, dopo poche parole, mi disse
ch'era amico di Vittor Hugo, e che qualche volta scriveva delle
lettere in nome suo.
Fra le altre cose gli parlai dell'emozione che avevo provata la
mattina salendo le scale.
--Perchè mai?--mi domandò gentilmente. Vittor Hugo è così
--dolce, così affabile con tutti! Egli ha il cuore d'una fanciulla
--e i modi d'un bambino. Tutto quello che v'è di aspro e di
--terribile nei suoi libri è uscito dalla sua grande immaginazione,
--non dal suo cuore. Non vedete che gli trapela la dolcezza dal viso?
--Guardatelo.
Lo guardai. In quel momento appunto era così accigliato e così
fosco, che non avrei osato sostenere il suo sguardo.
--È vero--risposi.
Poi mi parlò delle sue abitudini.
--Egli ha le abitudini più semplici di questo mondo--disse.--Non lo
avete mai incontrato sull'imperiale dell'omnibus di via Clichy? Di
tanto in tanto va a far un giro per Parigi nell'omnibus che passa per
la sua strada, in specie quando ha bisogno di scrivere. Ritrovarsi
così in mezzo al popolo, rivedere tanti luoghi pieni di memorie per
lui, contemplare Parigi di volo, dall'alto, all'aria fresca della
mattina, lo ispira. In quel momento colsi a volo una frase di Vittor
Hugo che mi rimase impressa.--_L'Académie_--diceva--_qui est pleine
de bonté pour moi_.--E mi ricordai di quello che avevo inteso dire:
che in non so quale occasione, comparendo lui all'Accademia, tutti gli
accademici, caso rarissimo, si alzarono in piedi.
E il mio vicino continuò:
--Egli lavora ogni giorno, lavora sempre. Dalla mattina quando si leva
fino alle quattro dopo mezzogiorno, è a tavolino. Il suo cervello
è sempre in attività. La creazione, per lui, è un bisogno. E
anche quando non si sente ispirato, lavora, com'egli dice, _pour se
faire la main_. La giornata non gli basta per mettere sulla carta
tutto quello che gli ribolle nella testa e nel cuore. Ma il buon Dio
gli darà lunga vita ed egli ci darà ancora venti volumi.
Udendo queste parole, non potevo trattenermi dal guardare quel vecchio
meraviglioso, come una creatura d'un altro mondo, e al pensare ch'egli
lavorava ancora, a quell'età, con un vigore che io non avevo mai
avuto, e che lavorava già in quella maniera venticinque anni prima
ch'io fossi nato, mi sentii annichilito.
Intanto Vittor Hugo parlava di molte piccole occupazioni che sovente
gli portavan via la giornata senza che quasi se n'accorgesse, e diceva
con voce stanca, ma bonariamente:
--_Je n'ai pas un minute á moi, vous le voyez bien_.
E tutti risposero a una voce:--È vero.
Poi un po' l'uno e un po' l'altro ricominciarono a raccontare delle
barzellette, col proposito espresso, credo, di rallegrarlo; ma ci
riuscivano di rado. Di tratto in tratto egli girava lo sguardo
intorno, e lo fissava su di me o sul giovane belga, come se
s'accorgesse soltanto in quel momento che noi eravamo là, e per
toglierci questo sospetto, ci salutava con un sorriso benevolo e
rapido, che voleva dire:--Non vi scordo.--Poi gli ridiscendeva sul
viso, come una visiera, la sua tristezza.
E intanto io spiavo l'occasione di potergli dir qualche cosa in un
cantuccio, che nessun altro sentisse. Ah! non mi mancavano mica,
allora, le cose da dirgli. Il coraggio m'era venuto, mille domande mi
s'affollavano. Avrei dato un anno della mia vita per poter esser solo
un'ora con lui, e afferrarlo per le mani, e dirgli sfrontatamente,
guardandolo fisso:--Ma insomma, Hugo! Io voglio leggerti dentro! Che
cosa ti senti nel sangue quando scrivi? Che cosa vedi intorno a te,
per aria; che voce senti, che ti parla nell'orecchio quando crei? Che
cosa fai nella tua stanza, quando ti splende alla mente una di quelle
grandi idee che fanno il giro della terra, e quando ti sgorga dalla
penna uno di quei versi che vanno al cuore come un colpo di pugnale o
come il grido d'un angelo? Dove l'hai conosciuta la tua _Rose_ della
_vieille chanson du Printemps_, che mi ha fatto sospirare per un anno?
Di dove t'è uscito quello spaventoso Mazzeppa, di cui vedo
perpetuamente la fuga? Come l'hai sognata la Fidanzata del
Timballiere? Di dove l'hai cavato Quasimodo? Rivelami dunque uno dei
tuoi mille segreti. Parlami di Fantina, parlami del _Petit roi de
Galice_, dimmi qualche cosa del marchese di Lantenac, spiegami come
t'è apparso lo spettro che t'ispirò quella spietata pioggia di
sangue sulla testa del parricida Kanut, e quell'orribile occhio di
fuoco che insegue Caino; dimmi in che parte dell'inferno hai scovato
l'amore del prete Claudio e in che parte del cielo hai visto il viso
bianco di Dea! Parlami della tua infanzia, delle prime rivelazioni del
tuo genio, di quando il Chateaubriand ti chiamò fanciullo sublime;
raccontami delle tue veglie tempestose; dimmi se gridi quando ti
balenano le immagini che sgomentano, dimmi se piangi quando scrivi le
parole che strappano i singhiozzi, descrivimi le tue torture, le tue
ebbrezze e le tue furie, dimmi che cosa pensi e che cosa sei, vecchio
misterioso e tremendo!
E pensando queste cose andavo cercando una frase molto significante
con cui cominciare il discorso, nel caso che il destro si presentasse.
La fortuna m'assistè. Vittor Hugo uscì per un momento, poi
tornò vicino al camminetto e mi sedette accanto. La conversazione
s'era rotta in molte conversazioni. Il momento non poteva essere
più opportuno. Cento interrogazioni mi corsero in un punto alle
labbra, e cominciai arditamente:--Signore!
Vittor Hugo si voltò cortesemente, mi mise una mano sopra un
ginocchio e mi guardò in atto d'aspettazione.
Che cosa volete! Sono disgrazie che possono capitare a tutti. Vi
ricordate del sarto letterato dei _Promessi sposi_, che dopo aver
studiate mille belle cose da dire al cardinal Federigo per farsi
onore, arrivato il momento, non sa dir altro che un:--Si figuri!--di
cui rimane avvilito per tutta la vita? Ebbene, mi duole il dirlo, e lo
dico per castigarmi: io feci la stessissima figura di quel sarto; anzi
una figura cento volte più trista. Lo sguardo fisso di Vittor Hugo
mi turbò, tutte le mie belle idee scapparono, e non dissi altro che
questo...
Insomma, bisogna ch'io lo dica.
Io gli domandai se era stato a vedere l'Esposizione!
E rimasi là fulminato dalla mia domanda.
Non ricordo più che cosa Vittor Hugo m'abbia risposto. Ricordo
soltanto che, qualche momento dopo, parlando dell'Esposizione,
disse:--_C'est un beau joujou_.
--_Mais c'est immense, savez vous, mon maître_,--gli osservò un
tale.
Ed egli rispose sorridendo:--_c'est un immense joujou_.
Queste parole, presso a poco, mi parve di sentire dal cupo fondo della
mia umiliazione. E non osai più aprir bocca. Vittor Hugo, poco
dopo, cambiò di posto, le conversazioni parziali tornarono a
confondersi in una sola: l'occasione era perduta. Ma mi consolai
presto. Vittor Hugo ricominciò a parlare, ed io socchiudendo gli
occhi e guardando in alto, per essere un po' solo con me stesso,
cominciai a riandare tutte le belle emozioni di cui ero debitore a
quell'uomo, accompagnando il mio pensiero al suono dolce e grave della
sua voce; e pensavo alle letture di _Notre Dâme_ fatte di nascosto
dietro i banchi della scuola, alle tante volte che avevo baciato i
volumi delle _Contemplazioni_ sotto un capanno di gelsomini, nel
giardino della mia casa paterna; ai versi suoi che solevo declamare
sotto la tenda, di notte, in mezzo al silenzio degli accampamenti; al
batticuore che avevo provato la prima volta che m'era caduto sotto gli
occhi un suo informe ritratto in litografia; all'immensa distanza che
sentivo tra lui e il mio desiderio di conoscerlo, nella piccola
città di provincia dove avevo letto il suo primo libro; a un giorno
che, ancora ragazzo, avevo fatto ridere mio padre domandandogli:--E se
comparisse tutt'a un tratto Vittor Hugo, mentre noi siamo a tavola,
che cosa faresti?--; e tutti questi ricordi lontani, evocati là,
vicino a lui, mi commovevano, e ripetevo tra me:-Ed ora l'ho
conosciuto, lo conosco, sono nella sua casa; questa voce che sento
è la sua;--egli è qui,--a un passo da me. Ma è proprio vero?--E
aprivo gli occhi e dicevo:--Eccolo lì, il mio caro e terribile
Hugo; non è mica un sogno, per Dio!
Mentre m'abbandonavo a questi pensieri, sentii tutt'a un tratto che
tutti s'alzavano e salutavano. M'avvicinai anch'io a Vittor Hugo, gli
presi la destra con tutt'e due le mani.... e non potei dire una
parola.
Ma egli mi guardò e mi comprese, e disse, stringendomi la mano, e
fissandomi con uno sguardo sorridente e un po' triste:
--Addio, caro signore.
Poi soggiunse:--No, addio. A rivederci, non è vero?
Non so.... mi par d'aver fatto la bestialità di rispondere: A
rivederci.
E uscii di là commosso, felice, con un po' di melanconia, e molto
confuso, dando una fiancata in un seggiolone.