E non ostante, una mattina, mi trovai senza avvedermene nel cortile
della casa N.° 20 di via Clichy, in faccia al finestrino del
portinaio, e sentii con un certo stupore, come se parlasse un altro,
la mia voce che diceva:--Sta qui Vittor Hugo?--Ero ben certo che
stava là; eppure restai un po' meravigliato nel sentirmi
rispondere:--Si signore, al secondo piano--coll'accento della più
fredda indifferenza. Mi parve molto strano che a quel portinaio
paresse tanto naturale che là ci stesse Vittor Hugo. Poi, tutt'a
un tratto, mi parve un'assurdissima cosa l'andarmi a presentare a
quell'uomo in quella maniera. E dissi forte a me stesso:--Ma tu sei
matto!--e rimasi profondamente assorto, per qualche minuto, nella
contemplazione d'un gatto che dormiva sopra una finestra del pian
terreno. E l'ho da dire tal quale? Sentivo un leggierissimo tremito
nelle ginocchia, come se mi fosse già passata da un pezzo l'ora
della colezione. Poi non ricordo più bene. So che m'accorsi
improvvisamente che salivo le scale; ma colla profonda sicurezza
che, arrivato alla porta, sarei tornato giù senza sonare. Salivo
lentamente; sopra uno scalino mi sentivo un coraggio da leone; sopra
un altro scalino mi pigliava la tentazione di voltar le spalle e di
scappar come un ladro. Mi fermai due o tre volte per asciugarmi la
fronte, che stillava. Oh mai nessun alpinista, ne son sicuro, ha
fatto un'ascensione più affannosa di quella! Avrei voluto tornar
indietro; ma non potevo. Che so io? C'erano Cinquecento De Amicis,
di tutte le stature, che ingombravano la scala dietro di me,
affollati e stretti come acciughe tra il muro e la ringhiera, che mi
dicevano tutt'insieme a bassa voce;--Avanti!--All'improvviso, come
se fino allora avessi pensato a tutt'altro, mi trovai ai piedi
dell'ultima branca di scala, in faccia alla porta. Allora non so
come, bruscamente, tutte le paure sparirono. Sentii un impulso
potente che mi diedero insieme mille ricordi dell'adolescenza e
della giovinezza, il sangue mi diede un tuffo violento, Cosetta mi
mormorò:--Coraggio!--Ernani mi disse:--Sali!--Gennaro mi
gridò:--Suona!--E suonai.--Dio eterno! Mi parve di sentir sonare
a distesa, per un quarto d'ora filato, la gran campana di _Notre
Dâme_, e stetti là trepidante come se quel suono dovesse aver
messo sottosopra mezza Parigi. Finalmente nello stesso punto sentii
l'impressione d'un pugno nel petto e vidi spalancarsi la porta. Mi
trovai dinanzi una governante, una bella donna, vestita con garbo.
In un angolo dell'anticamera due servitori lucidavano dei candelieri
d'argento. Per una porta aperta si vedeva in un'altra stanza una
tavola mezzo sparecchiata, con un giornale nel mezzo, Cose
insignificanti e indimenticabili.
Domandai alla governante con una voce da tenore sgolato se stava là
Vittor Hugo. Mi rispose di sì, con un'indifferenza, anche lei, che
mi fece gran meraviglia. Domandai se avrebbe potuto ricevermi. Mi
rispose che era ancora a letto. Io rimasi là, senza parola,
scombussolato. L'idea di aver da fare un'altra volta l'ascensione di
quella montagna, mi sgomentava. Ma la governante doveva esser abituata
a veder dei giovani presentarsi così, col viso un po' alterato,
alla porta del suo padrone, e a indovinare dal viso il sentimento che
li moveva; perchè mi diede un'occhiata tra sorridente e pietosa,
come se volesse dire:--Ho capito! Sei uno dei tanti--e soggiunse con
un accento benevolo:--Credo però che sia svegliato.... posso
domandargli quando la potrà ricevere--e senza darmi tempo di
rispondere, disparve. A me pareva di sognare o di essere briaco. Mi
sfuggiva il sentimento della realtà. Mi domandavo se il Vittor Hugo
ch'era nella stanza accanto fosse proprio quel Vittor Hugo che io
cercavo, e non mi pareva possibile. E avrei voluto, infatti, che non
fosse possibile. Mi pareva d'aver commesso un atto insensato.--Ma cosa
ho fatto!--mi dicevo.--Bisogna che mi abbia dato volta il cervello. E
cosa seguirà adesso?--E pensando ch'era possibile ch'egli non mi
volesse ricevere, mi sentivo salire delle ondate di sangue alla testa.
Improvvisamente la governante ricomparve e disse gentilmente:--Il
signor Vittor Hugo la riceverà con piacere questa sera alle nove e
mezzo.--Ah, governante adorata! Bisogna ch'io risalga a vent'anni fa,
quando dopo aver aspettato per tre ore, immobile davanti a una porta,
una parola che doveva darmi tre mesi di libertà e di piaceri o tre
mesi di schiavitù e di umiliazione, usciva finalmente il segretario
della Commissione a dirmi solennemente:--Promosso!--; bisogna ch'io
risalga a uno di quei giorni, per poter dire d'aver sentito altre
volte un allargamento di polmoni così delizioso, una soddisfazione
così piena, una così matta voglia di scender le scale a cinque
gradini per volta, come quella che m'hai fatto provar tu, con quelle
quattordici benedette parole, o governante dell'anima mia.