V'è una considerazione però, che rende titubanti molti
ammiratori che desiderano di visitare Vittor Hugo; ed è l'accusa
che gli si fa d'avere un immenso orgoglio. Certo è che egli sente
altissimamente di sè, e non lo nasconde. Tutti sanno quello che
disse, ancor giovane, all'attrice Mars, che si permetteva, alle prove
dell'_Hernani_, di criticare i suoi versi.--Signorina, voi dimenticate
con chi avete da fare. Voi avete un grande ingegno; non lo nego; ma ho
un grande ingegno. anch'io, e merito qualche riguardo.--Io lascio ad
altri il risolvere questa quistione: se, in qualche caso, uno
smisurato sentimento di sè non sia un elemento del genio: quello
che dà l'impulso ai grandi ardimenti; e se, ammessa la indole
artistica di Vittor Hugo, sia possibile concepire un Vittor Hugo
modesto. Mi ristringo a considerare il fatto. Si, Vittor Hugo
dev'essere sovranamente orgoglioso. Si riconosce da mille segni. Egli,
per esempio,--è cosa notissima,--non ammette la critica. Il genio,
dice, è _blocco_. Bisogna accettarlo intero o respingerlo intero.
L'opera del genio è un tempio in cui si deve entrare col capo
scoperto, e in silenzio. _On ne chicane pas le génie_. Ammirate,
ringraziate e tacete. Il genio non ha difetti. I suoi difetti sono il
rovescio delle sue qualità. Ecco tutto. Egli lo ha detto a chiare
note nel suo libro sullo Shakespeare, nel quale s'è servito del
tragico inglese per dire al mondo quello che pensa di se stesso. Il
ritratto ch'egli traccia dello Shakespeare è il ritratto suo;
quella deificazione che egli fa del genio, la quale per un uomo che
creda in Dio è quasi sacrilega, è, insomma, la sua apoteosi; in
quell'oceano a cui paragona i grandi poeti, si vede riflessa, prima
d'ogni altra, la sua grandezza; quella montagna che ha tutti i climi e
tutte le vegetazioni, è Vittor Hugo. In quegli elenchi, ch'egli fa
ad ogni pagina, dei genii di tutti i tempi e di, tutti i paesi, da
Giobbe al Voltaire, si capisce, si giurerebbe che, arrivato all'ultimo
nome, è stato, lì sul punto d'aggiungervi il suo, e che non lo
fece, non per modestia, ma per _salvare_, come, suol dirsi, _le
convenienze_. Egli tratta tutti quei grandi da pari a pari. Tutti i
genii, d'altra parte.--è una sua idea,--sono uguali. La regione
dei genii è la regione dell'eguaglianza. Egli parla di Dante come
d'un fratello. Ma oltre a queste ci sono mille altre manifestazioni
della coscienza ch'egli ha della sua grandezza: l'ardimento, superbo
con cui mette le mani nella scienza e con cui affronta, passando, i
più alti problemi della filosofia; la baldanza con cui ostenta le
sue licenze letterarie, come se fosse certo che, coniate da lui,
saranno moneta corrente e ricchezza comune; l'intonazione solenne
delle sue prefazioni, che, annunziano l'opera come un avvenimento
sociale; la cura scrupolosa con cui raccoglie o fa raccogliere tutte
le sue minime parole e gli atti più insignificanti della sua vita.
Quando vuol fare il modesto riesce all'effetto opposto, tanto
inesperto è in quell'arte, e tanto è abituato a passar la misura
in ogni cosa. Come quando comincia una lettera: «Un oscuro
lavoratore.» E così, sotto la forzata pacatezza con cui risponde
alle osservazioni di Lamartine sui _Miserabili_, si sente il ruggito
soffocato del leone ferito. La sua stessa prodigalità nella lode
tradisce l'uomo che crede di gettarla tanto dall'alto, da non aver da
temere l'orgoglio che ne potrà nascere, se anche crescesse
smisurato. E poi egli rivela l'animo suo candidamente. In un'occasione
in cui non volle lasciar rappresentare un suo dramma perchè un
altro aveva trattato lo stesso soggetto, disse:--Non voglio esser
paragonato,--A un editore che gli proponeva di pubblicare una scelta
delle sue poesie, rispose:--Voi mi avete l'aria d'un uomo che,
mostrando in una mano dei sassi raccolti sul Monte Bianco, creda di
poter dire alla gente: Ecco il Monte Bianco.--Egli si considera al di
sopra d'ogni confronto possibile con qualunque scrittore
contemporaneo. Non piglia, infatti, alcuna parte in quella guerra
continua che si movono gli scrittori di Francia a motti arguti e
maligni, che scorticano senza far stridere, e fanno il giro di Parigi.
Se ne sta in disparte, muto. E non sarebbe atto, d'altra parte, a
questa specie di guerra. Dicono: perchè non ha «spirito.»
Egli ha risposto acerbamente a questa critica.--Dire che un uomo di
genio non ha spirito, è una gran consolazione per i moltissimi
uomini di spirito che non hanno genio.--Ma la critica è giusta
forse, benchè si trovino nei suoi discorsi parlamentari dei
mirabili esempi di risposte improvvise a botte inaspettate. Il suo
scherno ha spesso il conio del grande ingegno; ma non provoca il riso
salato e pepato della vera arguzia francese. Lo stiletto sottile
dell'ironia sfugge dalle sue mani di colosso; egli non è atto che a
dare i grandi colpi di mazza che sfracellano il casco e la testa. E
poi oramai si ritiene quasi al di sopra della letteratura. Si riguarda
quasi come un sacerdote di tutte le genti, sopravvissuto, per decreto
della Provvidenza, a mille prove e a mille sventure, per vegliare
sull'umanità. Questo apparisce lucidamente dalle sue apostrofi ai
popoli, dalle sue intimazioni ai monarchi, dal tono di profezia che
dà ai suoi presentimenti, dalla forma di responso che dà alle
sue sentenze, dal carattere di minaccia che dà ai suoi rimproveri,
da tutto il suo linguaggio spezzato in affermazioni altiere e in
giudizii assoluti, come se ogni sua proposizione fosse un decreto, da
incidersi sul bronzo o nel marmo per le generazioni avvenire. Tutte
queste cose, o sapute prima o intese dire, fanno lungamente esitar lo
straniero che vuol andare a battere alla sua porta. Certo che, dopo la
prima esitanza, si fanno delle riflessioni incoraggianti. Si pensa,
per esempio, che il sentimento che ci trattiene dal presentarci a un
uomo orgoglioso che ammiriamo, non è, in fondo, che un sentimento
d'orgoglio. Poi si pensa a quanti scrittorelli miserabili di mente e
di cuore, a quanti pedanti fradici e impotenti, a quanti imbrattacarte
sconosciuti di villaggio non si sentono da meno di Vittor Hugo. E
infine ci si dice che è una pazza presunzione la nostra, di credere
che a noi, messi in luogo suo, non darebbe punto al capo la gloria di
primo poeta d'Europa. E allora si ripiglia coraggio. Ma pure è una
cosa che spaventa quel presentarsi là sconosciuti, senz'altra scusa
che l'impulso del cuore, davanti a un uomo famoso nel mondo, nella
grande città che lo festeggia, in casa sua, in mezzo a una folla di
ammiratori, per dirgli... che cosa? Voglio vedervi!