Io credo, esprimendo quello che penso di Vittor Hugo, d'esprimere
presso a poco quello che ne pensano tutti i giovani del mio tempo. Non
c'è nessuno di noi, certamente, che non si ricordi dei giorni in
cui divorò, giovanetto, i primi volumi dell'Hugo che gli caddero
fra le mani. È stata senza dubbio per tutti una emozione nuova,
profonda, confusa, indimenticabile. Tutti ci siamo, domandati tratto
tratto, interrompendo la lettura:--Che uomo è costui?--Nello stesso
tempo dolce e tremendo, fantastico e profondo, insensato e sublime,
egli mette accanto a una stramberia rettorica che rivolta, la
rivelazione d'una grande verità che fa dare un grido di stupore.
Colla stessa potenza ci fa sentire la dolcezza del bacio di due amanti
e l'orrore di un delitto. È ingenuo come un fanciullo, è truce
come un uomo di sangue, è affettuoso come una donna, è mistico
come un profeta, è violento come un oratore della Convenzione, è
triste come un uomo senz'affetti e senza speranze. In cento pagine ci
mostra cento faccie. Egli sa esprimere tutto: sensazioni vaghe
dell'infanzia, su cui s'era mille volte tormentato invano il nostro
pensiero; i primi inesplicabili turbamenti amorosi della pubertà,
le lotte più intime del cuore della fanciulla e della coscienza
dell'assassino; profondità segrete dell'anima, che sentivamo in
noi, ma in cui l'occhio della nostra mente non era mai penetrato;
sfumature di sentimenti che credevamo ribelli al linguaggio umano.
Egli abbraccia colla mente tutto l'universo. Ha, se si può dire,
due anime che spaziano contemporaneamente in due mondi, e ogni opera
sua porta l'impronta di questa sua doppia natura. Chi non ha fatto
mille volte quest'osservazione? In alto v'è quel suo eterno _ciel
bleu_ che ricorre ad ogni pagina, i firmamenti mille volte percorsi,
gli astri continuamente invocati, gli angeli, le aurore, gli oceani di
luce, mille sogni e mille visioni della vita futura, un mondo tutto
ideale, in cui egli si sprofonda come un estatico, trasportando con
sè il lettore abbarbagliato e stordito; e sotto, dei mari neri e
tempestosi, tenebre su tenebre, la sua eterna _ombre_, i suoi
_abîmes_, i suoi _gouffres_, il bagno, la cloaca, la corte dei
miracoli, il carnefice, il rospo, la putredine, la deformità, la
miseria, tutto quanto v'ha di più orribile e di più immondo
sopra la terra. Il campo della sua creazione non ha confini.
Ravvicinate Cosetta e Lucrezia Borgia, Rolando della _Leggenda dei
secoli_ e Quasimodo, Dea e Maria Tudor, Gavroche e Carlo V, le sue
vergini morte a quindici anni, i suoi galeotti, i suoi sultani, le sue
guardie imperiali, i suoi pezzenti, i suoi frati, e vi parrà d'aver
dinanzi l'opera non d'un solo, ma d'una legione di poeti. Riandate
rapidamente tutte le sue creazioni: esse lasciano l'impressione
d'un'enorme epopea di frammenti, che risale da Caino a Napoleone il
grande, e una memoria confusa di amori divini, di lotte titaniche, di
miserie inaudite, di morti orrende, viste come a traverso a una bruma
paurosa, rotta qua e là da torrenti di luce, in cui formicola una
miriade di personaggi metà creature reali e metà fantasmi, che
sconvolgono l'immaginazione, Tutte le opere sue son come colorate dal
riflesso d'una vita arcana ch'egli abbia vissuta, altre volte, in un
mondo arcano, al quale par che alluda vagamente ad ogni pagina, e alle
cui porte s'affaccia continuamente, impaziente dei confini che gli
sono assegnati sulla terra, Una fantasmagoria immensa di cose ignote
all'umanità par che lo tormenti di continuo, come una visione
febbrile. Tutto quello che v'è di più strano e di più oscuro
sul limite che separa il mondo reale dal mondo dei sogni, egli lo
cerca, lo studia e lo fa suo. I re favolosi dell'Asia, le
superstizioni di tutti i secoli, le leggende più bizzarre di tutti
i paesi, i paesaggi più tetri della terra, i mostri più orribili
del mare, i fenomeni più spaventosi della natura, le agonie più
tragiche, tutte le stregonerie, tutti i delirii, tutte le
allucinazioni della mente umana sono passate per la sua penna. Egli
vede tutto per non so che prisma meraviglioso; a traverso il quale,
per contro, il lettore vede sempre lui. In fondo a tutte le sue scene
e dietro tutti i suoi personaggi spunta la sua testa enorme e superba.
Quasi tutte le sue creature portano l'impronta colossale del suo
suggello, e parlano il linguaggio del genio; sono, come lui, grandi
poeti o grandi sognatori; statue, a cui ha stampato sulla fronte il
suo nome; larve dai contorni più che umani, che si vedono
ingigantite come a traverso le nebbie dei mari polari, o accese della
luce d'una glorificazione teatrale che le trasfigura, Così Javert,
Gymplaine, Triboulet, Simoudain, Gilliat, Giosiana, Ursus, Quasimodo,
Jean Valjean. Così il suo Napoleone III, rappresentato come un
volgare malfattore, tutto d'un pezzo, liricamente. Pochi i personaggi
d'ossa e di carne, che abbiano la nostra statura e la nostra voce. E
così la sua cattedrale di _Notre Dame_, convertita da lui in un
monumento enorme e formidabile come una montagna delle Alpi. Tutte le
sue creazioni sono, com'egli dice delle onde di un oceano in tempesta,
_mélanges de montagne et de songe_. Solo nel primo momento della
concezione è osservatore tranquillo e fedele; poi la sua natura
invincibilmente lirica irrompe, ed egli afferra colla mano poderosa la
sua creatura, e la trasporta al di sopra della terra. Dalla prima
all'ultima pagina è sempre presente, despota orgoglioso e violento,
e ci fa della lettura una lotta. Ci caccia innanzi a spintoni, ci
solleva, ci stramazza, ci rialza, ci scrolla, ci umilia, ci travolge
nella sua fuga precipitosa, senza dar segno d'avvedersi che noi
esistiamo. Balziamo rapidissimamente fra i più opposti sentimenti
che può suscitar la lettura, dalla noia irritata all'entusiasmo
ardente, come palleggiati dalla sua mano. Eterne pagine si succedono
in cui l'Hugo non è più lui, Egli travia, erra a tentoni nelle
tenebre, e delira. Non sentiamo più la parola dell'uomo; ma l'urlo
o il balbettio del forsennato. E i periodi enormi cascano sui periodi
enormi, a valanghe, oscuri e pesanti, o i piccoli incisi sui piccoli
incisi, fitti e rabbiosi come la grandine, e s'incalzano e s'affollano
confusamente le assurdità, le vacuità, le iperboli pazze e le
pedanterie. Vittor Hugo pedante! Eppure sì; quando ci esprime cento
volte l'idea che abbiamo afferrata alla prima, quando ci mostra
lentamente e ostinatamente, una per una, le mille faccette d'una
pietra ch'egli crede un tesoro e ch'è un diamante falso. E in quel
frattempo, mentre sonnecchiamo o fremiamo, ci si affacciano alla
menti; le analisi spietate dei critici, lo ire dei classicisti, gli
anatemi dei pedanti, gli scherni dei suoi infiniti avversarii, e
stiamo per dir:--Han ragione!--Ma che! Arrivati in fondo alla pagina,
v'è un pensiero che ci fa balzare in piedi e gridare:--No, per Dio!
Hanno torto!--; una frase che ci s'inchioda nel cervello e nel cuore
per tutta la vita; una parola sublime, che ci compensa di tutto. E
l'Hugo è di nuovo là ritto e gigante sul piedestallo che
vacillava. Questa è la sua grande potenza: lo scatto improvviso, la
parola impreveduta che ci rimescola, il lampo inaspettato che illumina
la vasta regione sconosciuta, la porta bruscamente aperta e richiusa
per la quale intravvediamo il prodigio, un gran _coup dans la
poitrine_, come direbbe lo Zola, che ci toglie per un momento il
respiro, e ci lascia rotti e sgomenti. Non è l'aquila che si libra
sull'ali; è il masso che erompe dal vulcano, tocca le nubi e
ricasca. La sua arte è quasi tutta qui: un lungo lavorìo
paziente che prepara un effetto inatteso. Egli non ha riguardi per noi
mentre prepara; ci strapazza e ci provoca; è un lavoratore
sprezzante e brutale; non bada nè alle nostre impazienze, nè
alle nostre censure. I suoi difetti sono grandi come il suo genio; non
nèi, ma gobbe colossali, che ci fan torcere il viso. L'architettura
della più parte dei suoi romanzi è deforme. Sono episodi
spropositati, spedienti brutali, inverosimiglianze sfrontatamente
accumulate, fili di racconti pazzamente spezzati e riannodati;
divagazioni, o piuttosto corse furiose, di cui non si vede la meta, e
che fanno presentire a ogni passo un precipizio. Ma egli vuol condurvi
là, dove vuole, e vi trascina, renitenti, barcollando ed ansando,
calpestando la ragione, il buon gusto, il buon senso, la verità. E
a un certo punto vi svincolate gridando:--No, Hugo, non ti seguo!--e
lo lasciate fuggir solo. Dov'è andato? È caduto? Ah! eccolo
là, sull'altura, colla fronte dorata dal sole. Ha vinto e ha
ragione. Ma egli ha tutto per combattere e per vincere: ha l'audacia,
la forza e le armi; ha il genio e la pazienza; è nato poeta e
s'è fatto; ha scavato dentro a sè stesso, con mano pertinace, la
vena più profonda dei suoi tesori; ogni opera sua è un immenso,
lavoro di scavazione, a cui si assiste leggendo, e si sente il
formidabile affanno del suo respiro. È una strana cosa veramente
l'arte sua. Egli non ci presenta il lavoro fatto, il risultamento
netto ed ultimo dei suoi sforzi, l'ultima idea a cui è arrivato per
una successione d'idee; ma ci fa seguire tutto il processo intimo del
suo pensiero, ci fa contare e toccare prima tutte le pietre con cui
innalzerà l'edifizio, ci fa assistere a tutti i suoi tentativi
inutili, a tutti i crollamenti successivi delle parti mal fabbricate,
e vediamo poi l'edifizio compiuto, ma circondato e ingombro dei
ruderi, ch'egli disdegna di spazzare. Il suo lavoro è uno strano
accoppiamento di pazienza da musicista e di furia da pittore ispirato.
Egli scrive come il Goya dipingeva. Ora minia, liscia, accarezza
l'opera propria, lento, quasi sonnolento, minuto, scrupoloso; si
diverte a stendere elenchi accurati di nomi e di cose, a spiegare il
proprio concetto con similitudini interminabili diligentemente
condotte; procede colle seste, cerca le simmetrie, dice, corregge,
aggiunge, modifica, rettifica, sfuma, cesella, brunisce. A un tratto
il soffio della grande ispirazione lo investe, e allora butta via il
pennello delicato, e, come il Goya faceva, dipinge a furia con quello
che gli casca fra le mani, spande i colori colle spugne, getta le
grandi macchie cogli strofinacci e le scope, dà i tocchi di
sentimento a colpi furiosi di pollice che sfondan la tela. Il suo
stile è tutto rilievi acuti, rialti di granito, punte di ferro e
vene d'oro, pieno d'asprezze e d'affondamenti oscuri, rotto qua e
là in grandi squarci, da cui si vedono prospetti confusi e lontani;
ora semplice fino all'ingenuità scolaresca, ora architettato
coll'arte sapiente d'un pensatore; a volta a volta acqua limpida e
mare in burrasca, su cui errano nuvole rosee che riflettono il sole o
nuvole nere da cui si sprigiona la folgore. Le immagini nuove e
potenti pullulano a miriadi sotto la sua penna, e le idee gli erompono
dal capo armate, impennacchiate, sfolgoranti; e sonanti, qualche volta
offuscate dalla ricchezza e schiacciate dal peso dell'armatura. Egli
non spende, profonde a piene mani, sperpera i tesori inesauribili
della sua potenza espressiva col furore d'un giuocatore forsennato. La
lingua sua non gli basta. Egli toglie ad imprestito il gergo della
plebe, la lingua furfantina delle galere, il balbettio informe ed
illogico dei bambini; tempesta la sua prosa di parole straniere di
cento popoli e di traslati proprii di tutte le letterature; e si
fabbrica superbamente un linguaggio suo, tutto colori e scintille,
pieno d'enimmi e di licenze, di laconismi potenti e di delicatezze
inimitabili; secondo il bisogno, triviale, tecnico, accademico,
vaporoso, brutale, solenne; così che lette le sue opere, non par
d'aver sentito parlare la lingua di un solo popolo e d'un solo secolo,
ma una vasta e confusa lingua d'un tempo avvenire, per la quale non ci
sia nulla d'inesprimibile e di straniero. Di questa potenza
espressiva, come del coraggio del suo genio, egli abusa, e allora
s'impiglia e si ravvolge nel proprio pensiero, e vi s'aggira come in
un labirinto, senza trovarne l'uscita. Ma anche nei suoi smarrimenti
è grande. Anche in quelle pagine affaticate, tormentate, astruse,
in cui volendo esprimere l'inesprimibile, tenta da tutte le parti il
proprio concetto, e accumula metafore su metafore, paragoni su
paragoni, e ricorre inutilmente al suo misterioso linguaggio di
tenebre e di luce, d'ombre e d'abissi, di _inconnu_ e di _insondable_,
e tutta la sua fortissima e ricchissima lingua non basta a render
nemmeno una pallida idea di quel non so che di immane e di mostruoso
che ha nel capo; in quelle pagine i freddi pedanti trovano con gioia
una presa assai facile alla critica che distrugge e deride; ma l'anima
dell'artista vi sente l'anelito del titano che lotta con una potenza
sovrumana, e assiste a quegli sforzi poderosi con un sentimento di
stupore e di rispetto, come a uno di quegli spettacoli in cui un uomo
rischia la vita. Eppure si, leggendo le opere sue, accade qualche
volta che, arrivati a un certo punto, lo squilibrio delle facoltà,
la continua prevalenza della fantasia sfrenata sulla ragione, la
eccessiva frequenza delle aberrazioni e delle cadute, vi stanca; i
lampi di genio non bastano più a compensarvi dei continui
sacrifizii che deve fare il vostro buon senso; siete sazii, sdegnati,
qualche volta nauseati; sentite il bisogno di riposarvi da quella
tortura; ritornate con piacere ai vostri scrittori sensati, rigorosi,
sempre eguali; respirate, vi ritrovate nel mondo reale, benedite la
logica, riacquistate la vostra dignità d'uomini e di lettori. E
lasciate in un canto l'Hugo per mesi, e qualche volta per anni, e vi
pare d'esservene staccati per sempre. Ma che! Egli v'aspetta. Un
giorno arriva finalmente in cui, tutt'a un tratto, un entusiasmo a cui
volete un'eco, un dolore che domanda un conforto, un bisogno istintivo
di strano o di terribile, vi risospinge verso quei libri. E allora
tutti gli entusiasmi sopiti si ridestano tumultuosamente. Egli
v'afferra di nuovo, vi soggioga, siete suoi, rivivete in lui per un
altro periodo della vostra vita. È perchè le somme linee delle
opere sue sono veramente d'un genio. L'abuso ch'egli fa d'un concetto
sublime, alla lettura, v'offende; ma spariti dalla memoria i
particolari errati o eccessivi, il concetto vi resta incancellabile, e
più s'appura col tempo, più vi pare che ingrandisca, e ingrandisce
davvero. Le sue grandi idee e i suoi grandi sentimenti son grandi tanto
che sovrastano ai difetti infiniti dell'arte sua, come le colonne d'un
tempio antico ai rottami ammucchiati ai suoi piedi. E di qui nasce il
fatto strano ch'egli ha più ammiratori ardenti delle sue creazioni
che lettori fedeli dei suoi volumi, e che moltissimi ammiratori suoi non
lo conoscono che nei frammenti delle sue opere, o nelle ispirazioni che
v'hanno attinte le altre arti. Chi strapperà più dalla memoria
umana Ernani, Triboulet, il campanaro di _Nôtre Dame_, l'amore di Ruy
Blas, la disperazione di Fantina? E chi può scordare i brividi di
terrore ch'egli ci ha fatto correre per le vene, e le lacrime che ci ha
fatto sgorgare dagli occhi? Poichè egli può tutto, ed è grande
nella tragedia e insuperabile nell'idillio. Noi tutti abbiamo sentito
scricchiolare le ossa d'Esmeralda nel letto della tortura, e abbiamo
visto faccia a faccia la morte, quando ce la presenta orrenda come in
Claudio Frollo appeso al cornicione della cattedrale, o furiosa come
sulla barricata di via Saint-Denis, o epica come sul campo di Waterloo,
o infinitamente triste come nelle nevi della Russia, o solennemente
lugubre, come nel naufragio dei Comprachicos. Ed è lo stess'uomo che
fa vibrare sovrumanamente le corde più delicate dell'anima; l'autore
del _Revenant_ su cui milioni di madri singhiozzarono, l'autore di quel
celeste _Idillio di Rue Plumet_, di quella santa agonia di Jean Valjean,
che strazia l'anima, e di quei versi meravigliosi, in cui Triboulet
spande piangendo l'immensa ed umile tenerezza del suo amore di padre.
No, mai parole più dolci, preghiere più soavi, grida d'amore
più appassionate, slanci d'affetto e di generosità più nobili e
più potenti, sono usciti da un cuore di poeta. E allora Vittor Hugo
è grande, buono, venerabile, augusto, e non c'è anima umana che in
quelle pagine non l'abbia benedetto ed amato. In momenti solenni della
vita, accanto al letto d'un moribondo, durante una grande battaglia
della coscienza, i suoi versi ripassano per la mente, come lampi, e
risuonano all'orecchio consigli d'un amico affettuoso e severo che ci
dica:--Sii uomo!--Poichè egli ha tutto sentito, tutto compreso e
tutto detto; ha le disperazioni tremende e le rassegnazioni sublimi; non
v'è dolore umano a cui non abbia detto una parola di conforto; non
c'è sventura al mondo su cui non abbia fatto versare delle lagrime.
Egli è il patrocinatore amoroso e terribile di tutte le miserie, dei
diseredati dalla natura e degli abbandonati dal mondo, di chi non ha
pane, di chi non ha patria, di chi non ha libertà, di chi non ha
speranze, di chi non ha luce. Questa è la sua grandezza vera e
incontestabile. Non c'è altro scrittore moderno che abbia esercitato
con una maggior quantità d'opere e con una più intrepida
ostinazione questo glorioso apostolato; che abbia maneggiato un pennello
più potente per dipingere le miserie, un coltello anatomico più
affilato per aprire i cuori straziati, uno scalpello più magistrale
per scolpire gli eroi della sventura, un ferro più rovente per
segnare la fronte di chi fa soffrire, una mano più delicata per
accarezzare la fronte di chi soffre. Egli è il grande assalitore e il
grande difensore; ha combattuto su tutte le arene; è salito su tutte
le sommità ed è sceso in tutte le bassure. E questo è ammirabile
in lui, che per quanto sia disceso, non s'è mai abbassato. La sua
mano è rimasta incontaminata fra tutte le sozzure in cui
sguazzò la sua penna. Egli non ha mai prostituito l'arte sua.
È austero e superbo. Non s'inflette e non ride. Il suo riso non
è che una maschera, dietro la quale s'intravvede sempre il suo
volto pallido e accigliato. Una specie di tristezza fatale pesa su
tutte le opere sue. Anche nella sua grande e costante aspirazione
alla virtù, alla concordia, alla pace, alla redenzione degli
oppressi e degli infelici, v'è qualcosa di malinconico e di
tetro, come se le mancasse l'alimento della speranza. Tutti i suoi
libri terminano con un grido straziante. Tutte le voci che escono
dalle sue opere formano, riunite, un lamento solenne, misto di
preghiera e di minaccia. La sua stessa credenza in Dio, quella
ch'egli chiama la suprema certezza della sua ragione, è forse
piuttosto un'aspirazione potentissima del suo cuore e un pascolo
immenso della sua immaginazione smisurata, che una fede ferma, in
cui la sua anima si riposi: la fede è una sorgente, a lui
necessaria, di torrenti di poesia, e Dio è un personaggio dei
suoi romanzi e dei suoi canti. Da qualunque lato si guardi,
apparisce in lui qualcosa di strano e di non chiaramente
esplicabile. L'uomo non emerge netto dallo scrittore. Si stende la
mano a toccarlo, e invece della carne umana, si sente una sostanza
nuova al tatto, che fa rimanere perplessi. La sua figura, velata,
s'innalza, s'abbassa, s'avvicina, s'allontana, e non presenta mai
per tanto tempo i contorni fermi e precisi, da poterseli fissare
immutabilmente nel pensiero. E così v'affaticate per anni intorno
alle sue opere senza riuscir mai a formarvene un giudizio che non
abbiate di tratto in tratto a mutare. Esse offrono mille parti
scoperte alla critica d'un fanciullo, e presentano mille aspetti
irresistibili all'ammirazione dell'uomo. C'è poco da obbiettare a
chi le lacera senza remissione, non si sa che cosa opporre a chi
n'è entusiasta appassionato. Distruggetele col ragionamento: esse
si rialzano da sè, a poco a poco, nella vostra mente, più
maestose e più salde. Disponetevi invece ad adorarle ciecamente,
e sarete ogni momento costretti a soffocare mille voci di protesta
che usciranno dal vostro cuore e dalla vostra ragione. Una sola cosa
è fuor di dubbio, ed è che non si può rifiutare a quest'uomo
il titolo augusto e solenne di Genio. Il più ostinato avversario
suo sente, in fondo a sè stesso, chè la qualificazione di
«ingegno», da qualunque attributo accompagnata, non basta per
lui. Potete preferirgli una legione d'altri ingegni viventi; ma
siete costretti a riconoscere che alle mille teste di quella legione
sovrasta la sua. Potete voltargli le spalle, ma non potete fare un
passo senza mettere il piede sulla sua ombra. Ma è difficile
credere che la ripugnanza dell'indole, o la disparità del gusto e
delle idee, o l'odio di parte possano tanto in un uomo da fargli
negare la grandezza che presentano insieme le creazioni, le lotte, i
trionfi, gli errori e gli ardimenti di questo vecchio formidabile.
Per me, penso ai suoi cinquanta volumi, pieni d'ispirazioni e di
fatiche, in cui si rivela col genio prepotente una volontà
indomabile o una tempra fisica d'acciaio; penso ai torrenti di vita
che uscirono dal suo petto, all'amore immenso che profuse, alle ire
selvaggie e agli odii implacabili che provocò e che gli infuriarono
nell'anima; ricorro la sua vita da quando giocava, ragazzo, sotto
gli occhi di sua madre, noi giardino delle _Feuillantines_; lo vedo,
sedicenne, quando scriveva in quindici giorni, per guadagnare una
scommessa, le pagine ardenti di Bug-Jargal; penso a quando comprò
il primo scialle a sua moglie coi denari dell'_Han d'Islanda_; me lo
raffiguro, fiero e impassibile, in mezzo alle tempeste delle
assemblee scatenate dalla sua parola temeraria; lo vedo servire
umilmente i quaranta bambini poveri seduti alla sua mensa a
Hauteville-house; me lo rappresento grave e triste, in mezzo alla
folla, dinanzi ai cento sepolcri illustri su cui fece sentire la sua
parola piena di maestà e di dolcezza; lo vedo per le vie di
Parigi, in mezzo alla moltitudine riverente, costernato e
invecchiato, seguire i feretri dei suoi figli; lo vedo in quelle sue
veglie febbrili, ch'egli descrisse così potentemente, quando di
lontano, nel silenzio della notte, sentiva squillare il corno di
Silva ed echeggiare il grido di Gennaro; lo vedo assistere nel
_Teatro francese_, dopo mezzo secolo dalla prima rappresentazione,
al trionfo clamoroso dell'_Hernani_, salutato dai primi scrittori e
dai primi artisti della Francia, come il loro Principe rieletto e
riconsacrato; penso al suo _Oriente_ splendido, al suo Medio evo
tremendo, alla _Preghiera per tutti_, all'infanta che perde la rosa
mentre Filippo II perde l'Armada, alla carica dei corazzieri della
guardia contro i quadrati del Wellington, alla scarpetta
d'Esmeralda, all'agonia d'Eponina, a tutte le creature del mondo
arcano, sfolgorante, immenso che uscì dal suo capo; al suo
esilio, alle sue sventure, ai suoi settantasette anni,--e sento una
mano che mi fa curvare la fronte.