II.

Io credo, esprimendo quello che penso di Vittor Hugo, d'esprimere

presso a poco quello che ne pensano tutti i giovani del mio tempo. Non

c'è nessuno di noi, certamente, che non si ricordi dei giorni in

cui divorò, giovanetto, i primi volumi dell'Hugo che gli caddero

fra le mani. È stata senza dubbio per tutti una emozione nuova,

profonda, confusa, indimenticabile. Tutti ci siamo, domandati tratto

tratto, interrompendo la lettura:--Che uomo è costui?--Nello stesso

tempo dolce e tremendo, fantastico e profondo, insensato e sublime,

egli mette accanto a una stramberia rettorica che rivolta, la

rivelazione d'una grande verità che fa dare un grido di stupore.

Colla stessa potenza ci fa sentire la dolcezza del bacio di due amanti

e l'orrore di un delitto. È ingenuo come un fanciullo, è truce

come un uomo di sangue, è affettuoso come una donna, è mistico

come un profeta, è violento come un oratore della Convenzione, è

triste come un uomo senz'affetti e senza speranze. In cento pagine ci

mostra cento faccie. Egli sa esprimere tutto: sensazioni vaghe

dell'infanzia, su cui s'era mille volte tormentato invano il nostro

pensiero; i primi inesplicabili turbamenti amorosi della pubertà,

le lotte più intime del cuore della fanciulla e della coscienza

dell'assassino; profondità segrete dell'anima, che sentivamo in

noi, ma in cui l'occhio della nostra mente non era mai penetrato;

sfumature di sentimenti che credevamo ribelli al linguaggio umano.

Egli abbraccia colla mente tutto l'universo. Ha, se si può dire,

due anime che spaziano contemporaneamente in due mondi, e ogni opera

sua porta l'impronta di questa sua doppia natura. Chi non ha fatto

mille volte quest'osservazione? In alto v'è quel suo eterno _ciel

bleu_ che ricorre ad ogni pagina, i firmamenti mille volte percorsi,

gli astri continuamente invocati, gli angeli, le aurore, gli oceani di

luce, mille sogni e mille visioni della vita futura, un mondo tutto

ideale, in cui egli si sprofonda come un estatico, trasportando con

sè il lettore abbarbagliato e stordito; e sotto, dei mari neri e

tempestosi, tenebre su tenebre, la sua eterna _ombre_, i suoi

_abîmes_, i suoi _gouffres_, il bagno, la cloaca, la corte dei

miracoli, il carnefice, il rospo, la putredine, la deformità, la

miseria, tutto quanto v'ha di più orribile e di più immondo

sopra la terra. Il campo della sua creazione non ha confini.

Ravvicinate Cosetta e Lucrezia Borgia, Rolando della _Leggenda dei

secoli_ e Quasimodo, Dea e Maria Tudor, Gavroche e Carlo V, le sue

vergini morte a quindici anni, i suoi galeotti, i suoi sultani, le sue

guardie imperiali, i suoi pezzenti, i suoi frati, e vi parrà d'aver

dinanzi l'opera non d'un solo, ma d'una legione di poeti. Riandate

rapidamente tutte le sue creazioni: esse lasciano l'impressione

d'un'enorme epopea di frammenti, che risale da Caino a Napoleone il

grande, e una memoria confusa di amori divini, di lotte titaniche, di

miserie inaudite, di morti orrende, viste come a traverso a una bruma

paurosa, rotta qua e là da torrenti di luce, in cui formicola una

miriade di personaggi metà creature reali e metà fantasmi, che

sconvolgono l'immaginazione, Tutte le opere sue son come colorate dal

riflesso d'una vita arcana ch'egli abbia vissuta, altre volte, in un

mondo arcano, al quale par che alluda vagamente ad ogni pagina, e alle

cui porte s'affaccia continuamente, impaziente dei confini che gli

sono assegnati sulla terra, Una fantasmagoria immensa di cose ignote

all'umanità par che lo tormenti di continuo, come una visione

febbrile. Tutto quello che v'è di più strano e di più oscuro

sul limite che separa il mondo reale dal mondo dei sogni, egli lo

cerca, lo studia e lo fa suo. I re favolosi dell'Asia, le

superstizioni di tutti i secoli, le leggende più bizzarre di tutti

i paesi, i paesaggi più tetri della terra, i mostri più orribili

del mare, i fenomeni più spaventosi della natura, le agonie più

tragiche, tutte le stregonerie, tutti i delirii, tutte le

allucinazioni della mente umana sono passate per la sua penna. Egli

vede tutto per non so che prisma meraviglioso; a traverso il quale,

per contro, il lettore vede sempre lui. In fondo a tutte le sue scene

e dietro tutti i suoi personaggi spunta la sua testa enorme e superba.

Quasi tutte le sue creature portano l'impronta colossale del suo

suggello, e parlano il linguaggio del genio; sono, come lui, grandi

poeti o grandi sognatori; statue, a cui ha stampato sulla fronte il

suo nome; larve dai contorni più che umani, che si vedono

ingigantite come a traverso le nebbie dei mari polari, o accese della

luce d'una glorificazione teatrale che le trasfigura, Così Javert,

Gymplaine, Triboulet, Simoudain, Gilliat, Giosiana, Ursus, Quasimodo,

Jean Valjean. Così il suo Napoleone III, rappresentato come un

volgare malfattore, tutto d'un pezzo, liricamente. Pochi i personaggi

d'ossa e di carne, che abbiano la nostra statura e la nostra voce. E

così la sua cattedrale di _Notre Dame_, convertita da lui in un

monumento enorme e formidabile come una montagna delle Alpi. Tutte le

sue creazioni sono, com'egli dice delle onde di un oceano in tempesta,

_mélanges de montagne et de songe_. Solo nel primo momento della

concezione è osservatore tranquillo e fedele; poi la sua natura

invincibilmente lirica irrompe, ed egli afferra colla mano poderosa la

sua creatura, e la trasporta al di sopra della terra. Dalla prima

all'ultima pagina è sempre presente, despota orgoglioso e violento,

e ci fa della lettura una lotta. Ci caccia innanzi a spintoni, ci

solleva, ci stramazza, ci rialza, ci scrolla, ci umilia, ci travolge

nella sua fuga precipitosa, senza dar segno d'avvedersi che noi

esistiamo. Balziamo rapidissimamente fra i più opposti sentimenti

che può suscitar la lettura, dalla noia irritata all'entusiasmo

ardente, come palleggiati dalla sua mano. Eterne pagine si succedono

in cui l'Hugo non è più lui, Egli travia, erra a tentoni nelle

tenebre, e delira. Non sentiamo più la parola dell'uomo; ma l'urlo

o il balbettio del forsennato. E i periodi enormi cascano sui periodi

enormi, a valanghe, oscuri e pesanti, o i piccoli incisi sui piccoli

incisi, fitti e rabbiosi come la grandine, e s'incalzano e s'affollano

confusamente le assurdità, le vacuità, le iperboli pazze e le

pedanterie. Vittor Hugo pedante! Eppure sì; quando ci esprime cento

volte l'idea che abbiamo afferrata alla prima, quando ci mostra

lentamente e ostinatamente, una per una, le mille faccette d'una

pietra ch'egli crede un tesoro e ch'è un diamante falso. E in quel

frattempo, mentre sonnecchiamo o fremiamo, ci si affacciano alla

menti; le analisi spietate dei critici, lo ire dei classicisti, gli

anatemi dei pedanti, gli scherni dei suoi infiniti avversarii, e

stiamo per dir:--Han ragione!--Ma che! Arrivati in fondo alla pagina,

v'è un pensiero che ci fa balzare in piedi e gridare:--No, per Dio!

Hanno torto!--; una frase che ci s'inchioda nel cervello e nel cuore

per tutta la vita; una parola sublime, che ci compensa di tutto. E

l'Hugo è di nuovo là ritto e gigante sul piedestallo che

vacillava. Questa è la sua grande potenza: lo scatto improvviso, la

parola impreveduta che ci rimescola, il lampo inaspettato che illumina

la vasta regione sconosciuta, la porta bruscamente aperta e richiusa

per la quale intravvediamo il prodigio, un gran _coup dans la

poitrine_, come direbbe lo Zola, che ci toglie per un momento il

respiro, e ci lascia rotti e sgomenti. Non è l'aquila che si libra

sull'ali; è il masso che erompe dal vulcano, tocca le nubi e

ricasca. La sua arte è quasi tutta qui: un lungo lavorìo

paziente che prepara un effetto inatteso. Egli non ha riguardi per noi

mentre prepara; ci strapazza e ci provoca; è un lavoratore

sprezzante e brutale; non bada nè alle nostre impazienze, nè

alle nostre censure. I suoi difetti sono grandi come il suo genio; non

nèi, ma gobbe colossali, che ci fan torcere il viso. L'architettura

della più parte dei suoi romanzi è deforme. Sono episodi

spropositati, spedienti brutali, inverosimiglianze sfrontatamente

accumulate, fili di racconti pazzamente spezzati e riannodati;

divagazioni, o piuttosto corse furiose, di cui non si vede la meta, e

che fanno presentire a ogni passo un precipizio. Ma egli vuol condurvi

là, dove vuole, e vi trascina, renitenti, barcollando ed ansando,

calpestando la ragione, il buon gusto, il buon senso, la verità. E

a un certo punto vi svincolate gridando:--No, Hugo, non ti seguo!--e

lo lasciate fuggir solo. Dov'è andato? È caduto? Ah! eccolo

là, sull'altura, colla fronte dorata dal sole. Ha vinto e ha

ragione. Ma egli ha tutto per combattere e per vincere: ha l'audacia,

la forza e le armi; ha il genio e la pazienza; è nato poeta e

s'è fatto; ha scavato dentro a sè stesso, con mano pertinace, la

vena più profonda dei suoi tesori; ogni opera sua è un immenso,

lavoro di scavazione, a cui si assiste leggendo, e si sente il

formidabile affanno del suo respiro. È una strana cosa veramente

l'arte sua. Egli non ci presenta il lavoro fatto, il risultamento

netto ed ultimo dei suoi sforzi, l'ultima idea a cui è arrivato per

una successione d'idee; ma ci fa seguire tutto il processo intimo del

suo pensiero, ci fa contare e toccare prima tutte le pietre con cui

innalzerà l'edifizio, ci fa assistere a tutti i suoi tentativi

inutili, a tutti i crollamenti successivi delle parti mal fabbricate,

e vediamo poi l'edifizio compiuto, ma circondato e ingombro dei

ruderi, ch'egli disdegna di spazzare. Il suo lavoro è uno strano

accoppiamento di pazienza da musicista e di furia da pittore ispirato.

Egli scrive come il Goya dipingeva. Ora minia, liscia, accarezza

l'opera propria, lento, quasi sonnolento, minuto, scrupoloso; si

diverte a stendere elenchi accurati di nomi e di cose, a spiegare il

proprio concetto con similitudini interminabili diligentemente

condotte; procede colle seste, cerca le simmetrie, dice, corregge,

aggiunge, modifica, rettifica, sfuma, cesella, brunisce. A un tratto

il soffio della grande ispirazione lo investe, e allora butta via il

pennello delicato, e, come il Goya faceva, dipinge a furia con quello

che gli casca fra le mani, spande i colori colle spugne, getta le

grandi macchie cogli strofinacci e le scope, dà i tocchi di

sentimento a colpi furiosi di pollice che sfondan la tela. Il suo

stile è tutto rilievi acuti, rialti di granito, punte di ferro e

vene d'oro, pieno d'asprezze e d'affondamenti oscuri, rotto qua e

là in grandi squarci, da cui si vedono prospetti confusi e lontani;

ora semplice fino all'ingenuità scolaresca, ora architettato

coll'arte sapiente d'un pensatore; a volta a volta acqua limpida e

mare in burrasca, su cui errano nuvole rosee che riflettono il sole o

nuvole nere da cui si sprigiona la folgore. Le immagini nuove e

potenti pullulano a miriadi sotto la sua penna, e le idee gli erompono

dal capo armate, impennacchiate, sfolgoranti; e sonanti, qualche volta

offuscate dalla ricchezza e schiacciate dal peso dell'armatura. Egli

non spende, profonde a piene mani, sperpera i tesori inesauribili

della sua potenza espressiva col furore d'un giuocatore forsennato. La

lingua sua non gli basta. Egli toglie ad imprestito il gergo della

plebe, la lingua furfantina delle galere, il balbettio informe ed

illogico dei bambini; tempesta la sua prosa di parole straniere di

cento popoli e di traslati proprii di tutte le letterature; e si

fabbrica superbamente un linguaggio suo, tutto colori e scintille,

pieno d'enimmi e di licenze, di laconismi potenti e di delicatezze

inimitabili; secondo il bisogno, triviale, tecnico, accademico,

vaporoso, brutale, solenne; così che lette le sue opere, non par

d'aver sentito parlare la lingua di un solo popolo e d'un solo secolo,

ma una vasta e confusa lingua d'un tempo avvenire, per la quale non ci

sia nulla d'inesprimibile e di straniero. Di questa potenza

espressiva, come del coraggio del suo genio, egli abusa, e allora

s'impiglia e si ravvolge nel proprio pensiero, e vi s'aggira come in

un labirinto, senza trovarne l'uscita. Ma anche nei suoi smarrimenti

è grande. Anche in quelle pagine affaticate, tormentate, astruse,

in cui volendo esprimere l'inesprimibile, tenta da tutte le parti il

proprio concetto, e accumula metafore su metafore, paragoni su

paragoni, e ricorre inutilmente al suo misterioso linguaggio di

tenebre e di luce, d'ombre e d'abissi, di _inconnu_ e di _insondable_,

e tutta la sua fortissima e ricchissima lingua non basta a render

nemmeno una pallida idea di quel non so che di immane e di mostruoso

che ha nel capo; in quelle pagine i freddi pedanti trovano con gioia

una presa assai facile alla critica che distrugge e deride; ma l'anima

dell'artista vi sente l'anelito del titano che lotta con una potenza

sovrumana, e assiste a quegli sforzi poderosi con un sentimento di

stupore e di rispetto, come a uno di quegli spettacoli in cui un uomo

rischia la vita. Eppure si, leggendo le opere sue, accade qualche

volta che, arrivati a un certo punto, lo squilibrio delle facoltà,

la continua prevalenza della fantasia sfrenata sulla ragione, la

eccessiva frequenza delle aberrazioni e delle cadute, vi stanca; i

lampi di genio non bastano più a compensarvi dei continui

sacrifizii che deve fare il vostro buon senso; siete sazii, sdegnati,

qualche volta nauseati; sentite il bisogno di riposarvi da quella

tortura; ritornate con piacere ai vostri scrittori sensati, rigorosi,

sempre eguali; respirate, vi ritrovate nel mondo reale, benedite la

logica, riacquistate la vostra dignità d'uomini e di lettori. E

lasciate in un canto l'Hugo per mesi, e qualche volta per anni, e vi

pare d'esservene staccati per sempre. Ma che! Egli v'aspetta. Un

giorno arriva finalmente in cui, tutt'a un tratto, un entusiasmo a cui

volete un'eco, un dolore che domanda un conforto, un bisogno istintivo

di strano o di terribile, vi risospinge verso quei libri. E allora

tutti gli entusiasmi sopiti si ridestano tumultuosamente. Egli

v'afferra di nuovo, vi soggioga, siete suoi, rivivete in lui per un

altro periodo della vostra vita. È perchè le somme linee delle

opere sue sono veramente d'un genio. L'abuso ch'egli fa d'un concetto

sublime, alla lettura, v'offende; ma spariti dalla memoria i

particolari errati o eccessivi, il concetto vi resta incancellabile, e

più s'appura col tempo, più vi pare che ingrandisca, e ingrandisce

davvero. Le sue grandi idee e i suoi grandi sentimenti son grandi tanto

che sovrastano ai difetti infiniti dell'arte sua, come le colonne d'un

tempio antico ai rottami ammucchiati ai suoi piedi. E di qui nasce il

fatto strano ch'egli ha più ammiratori ardenti delle sue creazioni

che lettori fedeli dei suoi volumi, e che moltissimi ammiratori suoi non

lo conoscono che nei frammenti delle sue opere, o nelle ispirazioni che

v'hanno attinte le altre arti. Chi strapperà più dalla memoria

umana Ernani, Triboulet, il campanaro di _Nôtre Dame_, l'amore di Ruy

Blas, la disperazione di Fantina? E chi può scordare i brividi di

terrore ch'egli ci ha fatto correre per le vene, e le lacrime che ci ha

fatto sgorgare dagli occhi? Poichè egli può tutto, ed è grande

nella tragedia e insuperabile nell'idillio. Noi tutti abbiamo sentito

scricchiolare le ossa d'Esmeralda nel letto della tortura, e abbiamo

visto faccia a faccia la morte, quando ce la presenta orrenda come in

Claudio Frollo appeso al cornicione della cattedrale, o furiosa come

sulla barricata di via Saint-Denis, o epica come sul campo di Waterloo,

o infinitamente triste come nelle nevi della Russia, o solennemente

lugubre, come nel naufragio dei Comprachicos. Ed è lo stess'uomo che

fa vibrare sovrumanamente le corde più delicate dell'anima; l'autore

del _Revenant_ su cui milioni di madri singhiozzarono, l'autore di quel

celeste _Idillio di Rue Plumet_, di quella santa agonia di Jean Valjean,

che strazia l'anima, e di quei versi meravigliosi, in cui Triboulet

spande piangendo l'immensa ed umile tenerezza del suo amore di padre.

No, mai parole più dolci, preghiere più soavi, grida d'amore

più appassionate, slanci d'affetto e di generosità più nobili e

più potenti, sono usciti da un cuore di poeta. E allora Vittor Hugo

è grande, buono, venerabile, augusto, e non c'è anima umana che in

quelle pagine non l'abbia benedetto ed amato. In momenti solenni della

vita, accanto al letto d'un moribondo, durante una grande battaglia

della coscienza, i suoi versi ripassano per la mente, come lampi, e

risuonano all'orecchio consigli d'un amico affettuoso e severo che ci

dica:--Sii uomo!--Poichè egli ha tutto sentito, tutto compreso e

tutto detto; ha le disperazioni tremende e le rassegnazioni sublimi; non

v'è dolore umano a cui non abbia detto una parola di conforto; non

c'è sventura al mondo su cui non abbia fatto versare delle lagrime.

Egli è il patrocinatore amoroso e terribile di tutte le miserie, dei

diseredati dalla natura e degli abbandonati dal mondo, di chi non ha

pane, di chi non ha patria, di chi non ha libertà, di chi non ha

speranze, di chi non ha luce. Questa è la sua grandezza vera e

incontestabile. Non c'è altro scrittore moderno che abbia esercitato

con una maggior quantità d'opere e con una più intrepida

ostinazione questo glorioso apostolato; che abbia maneggiato un pennello

più potente per dipingere le miserie, un coltello anatomico più

affilato per aprire i cuori straziati, uno scalpello più magistrale

per scolpire gli eroi della sventura, un ferro più rovente per

segnare la fronte di chi fa soffrire, una mano più delicata per

accarezzare la fronte di chi soffre. Egli è il grande assalitore e il

grande difensore; ha combattuto su tutte le arene; è salito su tutte

le sommità ed è sceso in tutte le bassure. E questo è ammirabile

in lui, che per quanto sia disceso, non s'è mai abbassato. La sua

mano è rimasta incontaminata fra tutte le sozzure in cui

sguazzò la sua penna. Egli non ha mai prostituito l'arte sua.

È austero e superbo. Non s'inflette e non ride. Il suo riso non

è che una maschera, dietro la quale s'intravvede sempre il suo

volto pallido e accigliato. Una specie di tristezza fatale pesa su

tutte le opere sue. Anche nella sua grande e costante aspirazione

alla virtù, alla concordia, alla pace, alla redenzione degli

oppressi e degli infelici, v'è qualcosa di malinconico e di

tetro, come se le mancasse l'alimento della speranza. Tutti i suoi

libri terminano con un grido straziante. Tutte le voci che escono

dalle sue opere formano, riunite, un lamento solenne, misto di

preghiera e di minaccia. La sua stessa credenza in Dio, quella

ch'egli chiama la suprema certezza della sua ragione, è forse

piuttosto un'aspirazione potentissima del suo cuore e un pascolo

immenso della sua immaginazione smisurata, che una fede ferma, in

cui la sua anima si riposi: la fede è una sorgente, a lui

necessaria, di torrenti di poesia, e Dio è un personaggio dei

suoi romanzi e dei suoi canti. Da qualunque lato si guardi,

apparisce in lui qualcosa di strano e di non chiaramente

esplicabile. L'uomo non emerge netto dallo scrittore. Si stende la

mano a toccarlo, e invece della carne umana, si sente una sostanza

nuova al tatto, che fa rimanere perplessi. La sua figura, velata,

s'innalza, s'abbassa, s'avvicina, s'allontana, e non presenta mai

per tanto tempo i contorni fermi e precisi, da poterseli fissare

immutabilmente nel pensiero. E così v'affaticate per anni intorno

alle sue opere senza riuscir mai a formarvene un giudizio che non

abbiate di tratto in tratto a mutare. Esse offrono mille parti

scoperte alla critica d'un fanciullo, e presentano mille aspetti

irresistibili all'ammirazione dell'uomo. C'è poco da obbiettare a

chi le lacera senza remissione, non si sa che cosa opporre a chi

n'è entusiasta appassionato. Distruggetele col ragionamento: esse

si rialzano da sè, a poco a poco, nella vostra mente, più

maestose e più salde. Disponetevi invece ad adorarle ciecamente,

e sarete ogni momento costretti a soffocare mille voci di protesta

che usciranno dal vostro cuore e dalla vostra ragione. Una sola cosa

è fuor di dubbio, ed è che non si può rifiutare a quest'uomo

il titolo augusto e solenne di Genio. Il più ostinato avversario

suo sente, in fondo a sè stesso, chè la qualificazione di

«ingegno», da qualunque attributo accompagnata, non basta per

lui. Potete preferirgli una legione d'altri ingegni viventi; ma

siete costretti a riconoscere che alle mille teste di quella legione

sovrasta la sua. Potete voltargli le spalle, ma non potete fare un

passo senza mettere il piede sulla sua ombra. Ma è difficile

credere che la ripugnanza dell'indole, o la disparità del gusto e

delle idee, o l'odio di parte possano tanto in un uomo da fargli

negare la grandezza che presentano insieme le creazioni, le lotte, i

trionfi, gli errori e gli ardimenti di questo vecchio formidabile.

Per me, penso ai suoi cinquanta volumi, pieni d'ispirazioni e di

fatiche, in cui si rivela col genio prepotente una volontà

indomabile o una tempra fisica d'acciaio; penso ai torrenti di vita

che uscirono dal suo petto, all'amore immenso che profuse, alle ire

selvaggie e agli odii implacabili che provocò e che gli infuriarono

nell'anima; ricorro la sua vita da quando giocava, ragazzo, sotto

gli occhi di sua madre, noi giardino delle _Feuillantines_; lo vedo,

sedicenne, quando scriveva in quindici giorni, per guadagnare una

scommessa, le pagine ardenti di Bug-Jargal; penso a quando comprò

il primo scialle a sua moglie coi denari dell'_Han d'Islanda_; me lo

raffiguro, fiero e impassibile, in mezzo alle tempeste delle

assemblee scatenate dalla sua parola temeraria; lo vedo servire

umilmente i quaranta bambini poveri seduti alla sua mensa a

Hauteville-house; me lo rappresento grave e triste, in mezzo alla

folla, dinanzi ai cento sepolcri illustri su cui fece sentire la sua

parola piena di maestà e di dolcezza; lo vedo per le vie di

Parigi, in mezzo alla moltitudine riverente, costernato e

invecchiato, seguire i feretri dei suoi figli; lo vedo in quelle sue

veglie febbrili, ch'egli descrisse così potentemente, quando di

lontano, nel silenzio della notte, sentiva squillare il corno di

Silva ed echeggiare il grido di Gennaro; lo vedo assistere nel

_Teatro francese_, dopo mezzo secolo dalla prima rappresentazione,

al trionfo clamoroso dell'_Hernani_, salutato dai primi scrittori e

dai primi artisti della Francia, come il loro Principe rieletto e

riconsacrato; penso al suo _Oriente_ splendido, al suo Medio evo

tremendo, alla _Preghiera per tutti_, all'infanta che perde la rosa

mentre Filippo II perde l'Armada, alla carica dei corazzieri della

guardia contro i quadrati del Wellington, alla scarpetta

d'Esmeralda, all'agonia d'Eponina, a tutte le creature del mondo

arcano, sfolgorante, immenso che uscì dal suo capo; al suo

esilio, alle sue sventure, ai suoi settantasette anni,--e sento una

mano che mi fa curvare la fronte.

Ricordi di Parigi · 第 13 / 27 题