30 Settembre. Ho trovato Bologna normale, Milano — poi — normalissima.

Quel giorno, due agosto, fu un momento di panico. Forse io ne ebbi

un'impressione eccessiva: i signori erano in villa, le cocottine erano

in missione ai mari ed ai monti.

Oggi la città ha l'aspetto normale. Un giovane ingegnere mi osserva

che crisi c'è, ma in confronto di due mesi fa, _quantitativa_, non

_qualitativa_...

Un grossista mi conferma la cosa, dicendo che: «Si credeva peggio.

Molto si spedisce in Germania».

Dopo tutto sono tre mesi che arde la guerra. L'incendio non si è

appiccicato alle sottane d'Italia; segno che erano di amianto buono.

Adesso sta per venire l'inverno, cadrà molta neve e con la neve e col

ghiaccio gli incendi sono meno facili. Si sente parlare di esaurimento:

i giganti in guerra cadranno in istato comatoso e allora verrà fuori

l'Italia e dirà: «Che cosa c'è?» Ci sarebbe da sperare bene! E se,

invece, l'Italia dovesse passare al grado di prima potenza di secondo

ordine?

4 Ottobre, Milano. Mi è accaduta una scena spiacevole, incresciosa,

penosa. Mi trovavo ieri fra persone serie, ragguardevoli, mica fra

i miei buoni socialisti di Bellaria! e perciò mi ero proposto di

sorvegliarmi con attenzione, anzi di non parlare addirittura di

politica. Macchè! Son venuto fuori con due proposizioni che parvero

molto eretiche a quei signori: la prima che il marxismo è una cura

sociale che può, per chi piace, essere anche bellissima; ma non era

troppo adattata all'organismo italiano; la seconda che i socialisti

tedeschi ed il Kaiser formano presentemente una cosa sola.

— Ma, caro signore — mi dissero — dove è vissuto lei durante queste

vacanze? Ma lei sta poco bene.

E andarono a prendere la cassetta d'urgenza della ragion pura per

curarmi. — Ma i socialisti tedeschi sono nella più perfetta buona fede

— mi dissero. — Essi sono convinti, e sarà forse un errore, ma sono

fermamente convinti che la loro patria è stata aggredita. Nel quale

caso, nel caso di legittima e ben provata difesa...

... del territorio nazionale, lo so — interruppi io — l'ho imparato

a memoria, anche i socialisti possono ammettere la guerra. Ma non si

tratta di questo, si tratta che i socialisti tedeschi vogliono dominare

il mondo nè più nè meno del Kaiser, dei loro filosofi, dei loro

scienziati. La cosa vi fa dispiacere? vi secca di ammetterla, signori?

vi è intollerabile che altri lo dica? e va bene! Ma va bene anche per

me se mi vince una nausea intollerabile che un italiano ammetta questa

buona fede, e come vedete, mi viene il convulso.

Essi vanno a prendere la cassetta dei medicamenti d'urgenza, ed io ho

perduto ancora un'altra dose di quella poca reputazione che mi resta.

— La colpa, caso mai, è del Kaiser e del militarismo teutonico, si

persuada — mi sento ripetere.

Io non sono persuaso.

* * *

Ho incontrato per via — dopo un anno — il dottor B***; un savio e

valente medico.

— Lei va in fretta, dottore, a portare la salute, e nel mondo si

uccide...

— Che cose, eh! — dice sorridendo.

— Per me? Nulla. Io non ho mai creduto troppo negli uomini.

— E nemmeno io — dice seriamente il dottore.

— Davvero? Non era anche lei uno dei credenti nei felici destini umani?

o, da quando ha perso la sua fede?

— Da quando ho assistito al teatro del Popolo ai drammi di Sofocle e di

Eschilo.

— Eh?

— Ma già! Quando ho visto che gli uomini di duemila e cinquecento anni

fa ragionavano come adesso, ho detto: e allora dove è il progresso?

Addio fichi!

Un bello scherzo in verità! Il teatro social-democratico del Popolo,

che ha insegnato una fra le più aristocratiche verità!

* * *

— Signor professore — mi diceva anni addietro quello scolaro — ho

inteso dire, ho letto, che Omero è molto immorale. Parla sempre di

guerra.

Scolaro scolaro, dove sei tu ora? Sì! parla sempre di guerra Omero; ma

della _triste guerra_, della _lagrimosa guerra_. Dice Achille: «Nessuna

tregua nell'eterna guerra dell'agnello e del lupo».

Ma quando il furore è caduto ad Achille, l'eroe accosta a sè,

lagrimando, la testa canuta di Priamo: non dice: «Vedi come il vecchio

Giove mi aiuta!», ma dice: «È il vecchio Giove che fa micidiali le mie

mani!»

Come vedi, o scolaro, noi non siamo molto progrediti, ma piuttosto

_regrediti_. È il caso di coniare questo nuovo verbo!

7 Ottobre. Sono andato a fare una piccola visita di dovere. Ho

comperato un mazzolino di fiori ed ho svoltato pel vecchio naviglio:

via Senato. Nel cortile triste, verde, del gran palazzo del senato,

fra le colonne solitarie, da anni ed anni, ci sta in prigionia un

nobile cavaliero. Senza l'onore dell'alto piedistallo, sta il monumento

equestre di Napoleone III.

«Ecco, bel sire, nobile sire, e sia in vostro onore! E gettai il

mazzolino dei memori fiori a piè del monumento. Ma non andai via:

rimasi lì, un poco più a lungo.

«Nobile sire! Voi eravate ben degno di essere re, eravate intelligente,

coraggioso, e volevate che il popolo fosse salvo: non che perisse.

Eppure voi foste Arlecchino fatto re, anzi imperatore! E sentimentale

per giunta, perchè avevate un grande odio e un grande amore nel cuore.

Ma siccome eravate molto intelligente, per non far scoprire quei

sentimenti, vi siete messa sul volto una crudele maschera di Sfinge. Ci

fu allora un tempo in cui l'Austria e l'Europa tremò!

Ma astute volpi abitavano allora l'Europa e fissavano la Sfinge

imperiale di Francia per vedere che cosa c'era sotto. Quando si

accorsero che eravate una Sfinge sentimentale, voi foste ben perduto.

Ma foste voi, nobile sire, che per quell'odio e per quell'amore

trascinaste, i Francesi nel 1859 a combattere l'Austria a Magenta ed a

Solferino!

Quanti erano i Francesi? Centocinquanta mila.

Quanti dovevano essere gli Italiani in guerra contro l'Austria?

Mazzini, da principio, disse — come Mussolini — _neutralità_! Ma poi

davanti al fatto reale della guerra contro l'Austria, l'eterna nemica,

Mazzini disse: Milioni e milioni di Italiani!

Ma non fu propriamente così, e fu così invece che avvenne la pace di

Villafranca, e fu così che sui tappeti verdi della diplomazia si trovò

invece la regolare domanda dell'Italia al grado di Grande Nazione.

E Bismark non disse di no!

Bismark corazzato e con l'elmo a chiodo cavalcava poi pesantemente

allo sportello della carrozza che trascinava il povero Arlecchino

Imperatore, disfatto, vinto; e con lui era vinta la Francia, bella

preda! Arlecchino vecchio, con il pallore della morte sotto il

belletto e il cerotto, era trascinato davanti al canuto sire teutonico,

Guglielmo I di Hohenzollern.

In quel tempo l'Italia andò bel bello a Roma; e Roma _caput mundi_,

diventò capitale d'Italia, e lo stemma sabaudo sventolò sul Quirinale.

E Bismark non disse di no!

Noi avemmo, poi in seguito, dagli Hohenzollern, molti attestati di

benevolenza: ebbimo quaranta anni di pace proficua e l'ultimo degli

Hohenzollern, il Kaiser, Guglielmo II, il giovane forte, venne spesso

a Roma e dava vigorose strette di alleanza al nostro Re.

A Venezia veniva anche più di sovente. Vi onorava belle donne, i

nostri artisti, e mi sta in mente di aver letto come una volta volle

assaggiare gioiosamente il pesce fritto da un pubblico friggitore. Oh,

ci era molto benevolo il giovane Kaiser; e quando quell'altro Kaiser,

quello vecchio vecchio di Vienna, ci faceva delle brutte smorfie ogni

tanto, il Kaiser giovane pareva dire: «_Herren taliani_, non ci badate!

È un tic nervoso che hanno quelli di Absburgo. Non tutti posseggono

il bel sorriso, il bel modo gentile di noi Ateniesi della Sprea. Del

resto, garantisco io!» Egli era così forte!

Ma mi sta a mente anche un altro fatto che mi fece grande impressione.

Una volta il Kaiser andò a Roma, e cavalcò per tutta la città eterna,

per tutto un dì, alla testa di un nostro drappello di carabinieri,

grondanti di sudore essi ed i cavalli, egli serenissimo! Al popolo

romano questa cavalcata non fece gran caso. Ne ha visti tanti di

imperatori! Anzi si racconta che, un dì, il Kaiser vestito di abiti

borghesi si recasse con un suo aiutante in un modesto spaccio di

vino delli Castelli in Transtevere, e che l'aiutante di campo, per

godersi e far godere dell'immenso stupore dell'oste, gli domandasse:

«Sapete voi chi avete l'onore di ospitare in questo momento nel vostro

negozio? L'imperatore di Germania!» E l'oste per nulla turbato, rispose

con largo sorriso: «Mi rillegro, mi rillegro!» Come dire: Che bella

carriera ha fatto quel signore.

Non ci fu che una gatta, una vecchia gatta che abitava il Campidoglio

— erede delle oche capitoline — che fece opposizione al Kaiser.

Egli apponeva la imperial firma nel registro. La gatta, montò su e

scancellò, con gran terrore dei circostanti.

Però a me fece molta impressione quella cavalcata. Mi veniva in mente

il canto di Dante, là dove incita l'imperatore tedesco a veder Roma. È

in Roma preparato il «gran seggio» per accogliere l'Augusto?

Ora, è venuto il giorno che l'Imperatore di Germana ordinò a quel

drappello di soldati italiani: _Alla frontiera nord-ovest. Marsc!?_

Noi non ne sappiamo nulla. Ma è il fatto che il drappello non si è

mosso; non intende muoversi verso la frontiera nord-ovest.

Pare che non intenda muoversi nemmeno verso la frontiera nord-est. Anzi

per questo fatto molti in Italia confidano che il Kaiser, se le cose

andranno bene, farà a noi un bel cadò.

Ma forse sono speranze eccessive.

* * *

Guglielmo II, il Kaiser, l'imperatore di Germania! Io cerco di

formarmi un'imagine e non ci riesco. Che cosa era prima della guerra,

per noi, Guglielmo II? Un personaggio eminentemente teatrale: una

specie di Lohengrin con certe pose eroiche e medievali, che urtavano

tremendamente i nervi alle nostre democrazie, specie quando minacciava

di radere al suolo la rocca forte del _Socialismo_: però simpatico:

Guglielmone! Guglielmone, ecco! diceva tutto. Impossibile però era

per noi prenderlo sul serio! Quei discorsi imprudenti che, subito, un

qualche gravissimo personaggio della Dieta germanica si affrettava

a mettere in sordina, quel Dio terribile in capo linea di tutte le

falangi delle sue concioni militari, era qualcosa che faceva sorridere

la nostra borghesia: la nostra democrazia mai avrebbe tollerato un

simile principe. Ci voleva tutta la _sancta simplicitas_ dei Germani!

Ammirava egli, il Kaiser, i nostri diroccati castelli imperiali,

ricordo degli Ottoni, degli Hohenstaufen? Ma noi, potendo glieli

avremmo ben spediti tutti per pacco postale in Germania!

«Badate però — dicevano molti — che sotto quella teatralità si nasconde

un omarino che sa lavorare molto bene gli affari del suo paese».

Questo personaggio, ora, improvvisamente, è balzato dal palco scenico

nella più tragica realtà. La rocca forte della social-democrazia

non l'ha abbattuta, ma più semplicemente: su di essa ha inalberato,

piantato il gonfalone imperiale con lo stemma del Santo augello

dantesco. Tutti ne sono impensieriti. Egli è diventato, d'improvviso,

Attila, Alarico. Ha deposto la spada d'argento di Lohengrin: ha

brandito il martello del dio Thor, ha detto: Picchiate sodo! Tutti ne

sono impensieriti! V'è chi pensa al «gran seggio» dantesco.

Come sarà domani quest'uomo nella storia? Certo Lohengrin non sarà più!

Oh, Imperatore! Quando voi dichiaraste la guerra, avevate un bel

_atout_ nel vostro gioco. Potevate sostenere la causa dell'ordine,

della disciplina, ecc. ecc. contro le demagogie occidentali.

Anche fosse stata una finzione, che importa! La parola è stata data

anche per fingere! Ma dire brutalmente come voi avete detto che il

mondo deve essere germanizzato, e far seguire una simile dichiarazione

da atti di guerra che per usare un termine riguardoso, diremo

_primordiali_, è stato un disastro! Almeno fra noi! Quale ne fu la

conseguenza? Anche i più mansueti conigli nostrani a cui le autoritarie

vostre parole, o Imperatore, scendevano come rugiada al cespite, temono

nel timore, oggi, di finire in fricassea: si fanno coraggio, e non vi

sono più molto amici. Ah, non per questo è preparato il «gran seggio»!

La Santa Russia — dato che essa faccia la guerra sul serio — si

presenta come àncora di salute.

Quale ne è stata la conseguenza? Che alcuni fra i più ostinati bevitori

dei più tetri liquori dell'Utopia, si sono rivoltati al culto della

pura acqua della realtà.

Può benissimo darsi che l'Imperatore sia il minor responsabile di

questi brutti effetti; ma certo egli è l'Imperatore.

Evidentemente a questo disastro morale irrimediabile, bisogna che il

Grande Stato Maggiore Tedesco ripari con una assoluta vittoria delle

armi e delle artiglierie.

Allora sì, l'Imperatore, starà su di un monumento equestre, che avrà il

più superbo piedistallo del mondo! Ma, o Imperatore, Imperatore, per

tutti quelli che sono morti per voi, per tutti quelli che morranno,

l'umanità ha pure un giudizio!

* * *

E mentre tutte queste cose pensavo, gli occhi miei eran pur fissi al

monumento prigioniero di Napoleone III, il quale è sempre lì, col suo

berrettino in mano che saluta il popolo liberato da lui: ma il gran

cavallo, con la testa in giù e la gran giubba cadente pare spargere

grossi lagrimoni...

30 Ottobre. Se l'uomo fosse da vero essere pensante, dovrebbe dargli

molto da pensare questa cosa: più nulla commuove. I corrispondenti di

guerra ci perdono la loro arte. Particolari di stragi, corazzate colate

a picco, massacri di bimbi, fucilazioni in massa, uccisione di feriti

e di prigionieri, distruzione di corpi d'esercito ecc., tutto si legge

con molta indifferenza.

Pensare a quello che accadde lo scorso giugno, quando in Ancona i

carabinieri fecero fuoco ed uccisero due o tre dimostranti. «È ora

di finirla con queste stragi! La vita umana è sacra. Vi sfidiamo, o

governo di sanguinari, a fare altre vittime umane!» E si sfidò infatti

il Governo con quella rivoluzione che porta, nella storia il nome di

_settimana rossa_.

Ed oltre all'indifferenza, v'è alcunchè di più strano: una portentosa

continuità, per cui si potrebbe dubitare della morte. La guerra uccide,

ed ecco tutta una germinazione della guerra. Anche il _Corriere dei

Piccoli_ adesso fa le vignette dei suoi bamboccini in favolose visioni

di guerra. Il giornale _La Sigaretta_, rappresenta le sue ideali

meretrici in perfetto costume di guerra.

* * *

10 Ottobre. È caduta Anversa. Scrive la _Vossiche Zeitung_: «Un attacco

così formidabile è stato possibile perchè i tedeschi disponevano di

un cannone superiore il quale distrusse in breve tempo tutte le cupole

corazzate e tutte le opere di muratura».

È una pura constatazione di fatti: tutte le fortezze a cui si

accostarono i Tedeschi sono cadute dopo pochi giorni.

Apparterrà il mondo soltanto a chi ha i cannoni superiori?

30 Ottobre. Il mio buon scolaro tedesco che mi promise l'orologio a

cucù, della Selvanera, mi manda un saluto da X***.

Egli è _Kriegsfreiwillinger_, cioè volontario. Mi promette che il

_Kuckuck_ della _Schwarzewald_ me lo manderà finita la guerra.

Caro e valoroso giovane, così tu me lo possa mandare, e possa la tua

Germania fiorire, _floreat Germania!_ ma con meno _Kultur_, se essa

deve dare per frutti i mortai da 420 mm.

Il romanzo della guerra nell'anno 1914 · 第 18 / 24 题