Quel giorno, due agosto, fu un momento di panico. Forse io ne ebbi
un'impressione eccessiva: i signori erano in villa, le cocottine erano
in missione ai mari ed ai monti.
Oggi la città ha l'aspetto normale. Un giovane ingegnere mi osserva
che crisi c'è, ma in confronto di due mesi fa, _quantitativa_, non
_qualitativa_...
Un grossista mi conferma la cosa, dicendo che: «Si credeva peggio.
Molto si spedisce in Germania».
Dopo tutto sono tre mesi che arde la guerra. L'incendio non si è
appiccicato alle sottane d'Italia; segno che erano di amianto buono.
Adesso sta per venire l'inverno, cadrà molta neve e con la neve e col
ghiaccio gli incendi sono meno facili. Si sente parlare di esaurimento:
i giganti in guerra cadranno in istato comatoso e allora verrà fuori
l'Italia e dirà: «Che cosa c'è?» Ci sarebbe da sperare bene! E se,
invece, l'Italia dovesse passare al grado di prima potenza di secondo
ordine?
4 Ottobre, Milano. Mi è accaduta una scena spiacevole, incresciosa,
penosa. Mi trovavo ieri fra persone serie, ragguardevoli, mica fra
i miei buoni socialisti di Bellaria! e perciò mi ero proposto di
sorvegliarmi con attenzione, anzi di non parlare addirittura di
politica. Macchè! Son venuto fuori con due proposizioni che parvero
molto eretiche a quei signori: la prima che il marxismo è una cura
sociale che può, per chi piace, essere anche bellissima; ma non era
troppo adattata all'organismo italiano; la seconda che i socialisti
tedeschi ed il Kaiser formano presentemente una cosa sola.
— Ma, caro signore — mi dissero — dove è vissuto lei durante queste
vacanze? Ma lei sta poco bene.
E andarono a prendere la cassetta d'urgenza della ragion pura per
curarmi. — Ma i socialisti tedeschi sono nella più perfetta buona fede
— mi dissero. — Essi sono convinti, e sarà forse un errore, ma sono
fermamente convinti che la loro patria è stata aggredita. Nel quale
caso, nel caso di legittima e ben provata difesa...
... del territorio nazionale, lo so — interruppi io — l'ho imparato
a memoria, anche i socialisti possono ammettere la guerra. Ma non si
tratta di questo, si tratta che i socialisti tedeschi vogliono dominare
il mondo nè più nè meno del Kaiser, dei loro filosofi, dei loro
scienziati. La cosa vi fa dispiacere? vi secca di ammetterla, signori?
vi è intollerabile che altri lo dica? e va bene! Ma va bene anche per
me se mi vince una nausea intollerabile che un italiano ammetta questa
buona fede, e come vedete, mi viene il convulso.
Essi vanno a prendere la cassetta dei medicamenti d'urgenza, ed io ho
perduto ancora un'altra dose di quella poca reputazione che mi resta.
— La colpa, caso mai, è del Kaiser e del militarismo teutonico, si
persuada — mi sento ripetere.
Io non sono persuaso.
* * *
Ho incontrato per via — dopo un anno — il dottor B***; un savio e
valente medico.
— Lei va in fretta, dottore, a portare la salute, e nel mondo si
uccide...
— Che cose, eh! — dice sorridendo.
— Per me? Nulla. Io non ho mai creduto troppo negli uomini.
— E nemmeno io — dice seriamente il dottore.
— Davvero? Non era anche lei uno dei credenti nei felici destini umani?
o, da quando ha perso la sua fede?
— Da quando ho assistito al teatro del Popolo ai drammi di Sofocle e di
Eschilo.
— Eh?
— Ma già! Quando ho visto che gli uomini di duemila e cinquecento anni
fa ragionavano come adesso, ho detto: e allora dove è il progresso?
Addio fichi!
Un bello scherzo in verità! Il teatro social-democratico del Popolo,
che ha insegnato una fra le più aristocratiche verità!
* * *
— Signor professore — mi diceva anni addietro quello scolaro — ho
inteso dire, ho letto, che Omero è molto immorale. Parla sempre di
guerra.
Scolaro scolaro, dove sei tu ora? Sì! parla sempre di guerra Omero; ma
della _triste guerra_, della _lagrimosa guerra_. Dice Achille: «Nessuna
tregua nell'eterna guerra dell'agnello e del lupo».
Ma quando il furore è caduto ad Achille, l'eroe accosta a sè,
lagrimando, la testa canuta di Priamo: non dice: «Vedi come il vecchio
Giove mi aiuta!», ma dice: «È il vecchio Giove che fa micidiali le mie
mani!»
Come vedi, o scolaro, noi non siamo molto progrediti, ma piuttosto
_regrediti_. È il caso di coniare questo nuovo verbo!
7 Ottobre. Sono andato a fare una piccola visita di dovere. Ho
comperato un mazzolino di fiori ed ho svoltato pel vecchio naviglio:
via Senato. Nel cortile triste, verde, del gran palazzo del senato,
fra le colonne solitarie, da anni ed anni, ci sta in prigionia un
nobile cavaliero. Senza l'onore dell'alto piedistallo, sta il monumento
equestre di Napoleone III.
«Ecco, bel sire, nobile sire, e sia in vostro onore! E gettai il
mazzolino dei memori fiori a piè del monumento. Ma non andai via:
rimasi lì, un poco più a lungo.
«Nobile sire! Voi eravate ben degno di essere re, eravate intelligente,
coraggioso, e volevate che il popolo fosse salvo: non che perisse.
Eppure voi foste Arlecchino fatto re, anzi imperatore! E sentimentale
per giunta, perchè avevate un grande odio e un grande amore nel cuore.
Ma siccome eravate molto intelligente, per non far scoprire quei
sentimenti, vi siete messa sul volto una crudele maschera di Sfinge. Ci
fu allora un tempo in cui l'Austria e l'Europa tremò!
Ma astute volpi abitavano allora l'Europa e fissavano la Sfinge
imperiale di Francia per vedere che cosa c'era sotto. Quando si
accorsero che eravate una Sfinge sentimentale, voi foste ben perduto.
Ma foste voi, nobile sire, che per quell'odio e per quell'amore
trascinaste, i Francesi nel 1859 a combattere l'Austria a Magenta ed a
Solferino!
Quanti erano i Francesi? Centocinquanta mila.
Quanti dovevano essere gli Italiani in guerra contro l'Austria?
Mazzini, da principio, disse — come Mussolini — _neutralità_! Ma poi
davanti al fatto reale della guerra contro l'Austria, l'eterna nemica,
Mazzini disse: Milioni e milioni di Italiani!
Ma non fu propriamente così, e fu così invece che avvenne la pace di
Villafranca, e fu così che sui tappeti verdi della diplomazia si trovò
invece la regolare domanda dell'Italia al grado di Grande Nazione.
E Bismark non disse di no!
Bismark corazzato e con l'elmo a chiodo cavalcava poi pesantemente
allo sportello della carrozza che trascinava il povero Arlecchino
Imperatore, disfatto, vinto; e con lui era vinta la Francia, bella
preda! Arlecchino vecchio, con il pallore della morte sotto il
belletto e il cerotto, era trascinato davanti al canuto sire teutonico,
Guglielmo I di Hohenzollern.
In quel tempo l'Italia andò bel bello a Roma; e Roma _caput mundi_,
diventò capitale d'Italia, e lo stemma sabaudo sventolò sul Quirinale.
E Bismark non disse di no!
Noi avemmo, poi in seguito, dagli Hohenzollern, molti attestati di
benevolenza: ebbimo quaranta anni di pace proficua e l'ultimo degli
Hohenzollern, il Kaiser, Guglielmo II, il giovane forte, venne spesso
a Roma e dava vigorose strette di alleanza al nostro Re.
A Venezia veniva anche più di sovente. Vi onorava belle donne, i
nostri artisti, e mi sta in mente di aver letto come una volta volle
assaggiare gioiosamente il pesce fritto da un pubblico friggitore. Oh,
ci era molto benevolo il giovane Kaiser; e quando quell'altro Kaiser,
quello vecchio vecchio di Vienna, ci faceva delle brutte smorfie ogni
tanto, il Kaiser giovane pareva dire: «_Herren taliani_, non ci badate!
È un tic nervoso che hanno quelli di Absburgo. Non tutti posseggono
il bel sorriso, il bel modo gentile di noi Ateniesi della Sprea. Del
resto, garantisco io!» Egli era così forte!
Ma mi sta a mente anche un altro fatto che mi fece grande impressione.
Una volta il Kaiser andò a Roma, e cavalcò per tutta la città eterna,
per tutto un dì, alla testa di un nostro drappello di carabinieri,
grondanti di sudore essi ed i cavalli, egli serenissimo! Al popolo
romano questa cavalcata non fece gran caso. Ne ha visti tanti di
imperatori! Anzi si racconta che, un dì, il Kaiser vestito di abiti
borghesi si recasse con un suo aiutante in un modesto spaccio di
vino delli Castelli in Transtevere, e che l'aiutante di campo, per
godersi e far godere dell'immenso stupore dell'oste, gli domandasse:
«Sapete voi chi avete l'onore di ospitare in questo momento nel vostro
negozio? L'imperatore di Germania!» E l'oste per nulla turbato, rispose
con largo sorriso: «Mi rillegro, mi rillegro!» Come dire: Che bella
carriera ha fatto quel signore.
Non ci fu che una gatta, una vecchia gatta che abitava il Campidoglio
— erede delle oche capitoline — che fece opposizione al Kaiser.
Egli apponeva la imperial firma nel registro. La gatta, montò su e
scancellò, con gran terrore dei circostanti.
Però a me fece molta impressione quella cavalcata. Mi veniva in mente
il canto di Dante, là dove incita l'imperatore tedesco a veder Roma. È
in Roma preparato il «gran seggio» per accogliere l'Augusto?
Ora, è venuto il giorno che l'Imperatore di Germana ordinò a quel
drappello di soldati italiani: _Alla frontiera nord-ovest. Marsc!?_
Noi non ne sappiamo nulla. Ma è il fatto che il drappello non si è
mosso; non intende muoversi verso la frontiera nord-ovest.
Pare che non intenda muoversi nemmeno verso la frontiera nord-est. Anzi
per questo fatto molti in Italia confidano che il Kaiser, se le cose
andranno bene, farà a noi un bel cadò.
Ma forse sono speranze eccessive.
* * *
Guglielmo II, il Kaiser, l'imperatore di Germania! Io cerco di
formarmi un'imagine e non ci riesco. Che cosa era prima della guerra,
per noi, Guglielmo II? Un personaggio eminentemente teatrale: una
specie di Lohengrin con certe pose eroiche e medievali, che urtavano
tremendamente i nervi alle nostre democrazie, specie quando minacciava
di radere al suolo la rocca forte del _Socialismo_: però simpatico:
Guglielmone! Guglielmone, ecco! diceva tutto. Impossibile però era
per noi prenderlo sul serio! Quei discorsi imprudenti che, subito, un
qualche gravissimo personaggio della Dieta germanica si affrettava
a mettere in sordina, quel Dio terribile in capo linea di tutte le
falangi delle sue concioni militari, era qualcosa che faceva sorridere
la nostra borghesia: la nostra democrazia mai avrebbe tollerato un
simile principe. Ci voleva tutta la _sancta simplicitas_ dei Germani!
Ammirava egli, il Kaiser, i nostri diroccati castelli imperiali,
ricordo degli Ottoni, degli Hohenstaufen? Ma noi, potendo glieli
avremmo ben spediti tutti per pacco postale in Germania!
«Badate però — dicevano molti — che sotto quella teatralità si nasconde
un omarino che sa lavorare molto bene gli affari del suo paese».
Questo personaggio, ora, improvvisamente, è balzato dal palco scenico
nella più tragica realtà. La rocca forte della social-democrazia
non l'ha abbattuta, ma più semplicemente: su di essa ha inalberato,
piantato il gonfalone imperiale con lo stemma del Santo augello
dantesco. Tutti ne sono impensieriti. Egli è diventato, d'improvviso,
Attila, Alarico. Ha deposto la spada d'argento di Lohengrin: ha
brandito il martello del dio Thor, ha detto: Picchiate sodo! Tutti ne
sono impensieriti! V'è chi pensa al «gran seggio» dantesco.
Come sarà domani quest'uomo nella storia? Certo Lohengrin non sarà più!
Oh, Imperatore! Quando voi dichiaraste la guerra, avevate un bel
_atout_ nel vostro gioco. Potevate sostenere la causa dell'ordine,
della disciplina, ecc. ecc. contro le demagogie occidentali.
Anche fosse stata una finzione, che importa! La parola è stata data
anche per fingere! Ma dire brutalmente come voi avete detto che il
mondo deve essere germanizzato, e far seguire una simile dichiarazione
da atti di guerra che per usare un termine riguardoso, diremo
_primordiali_, è stato un disastro! Almeno fra noi! Quale ne fu la
conseguenza? Anche i più mansueti conigli nostrani a cui le autoritarie
vostre parole, o Imperatore, scendevano come rugiada al cespite, temono
nel timore, oggi, di finire in fricassea: si fanno coraggio, e non vi
sono più molto amici. Ah, non per questo è preparato il «gran seggio»!
La Santa Russia — dato che essa faccia la guerra sul serio — si
presenta come àncora di salute.
Quale ne è stata la conseguenza? Che alcuni fra i più ostinati bevitori
dei più tetri liquori dell'Utopia, si sono rivoltati al culto della
pura acqua della realtà.
Può benissimo darsi che l'Imperatore sia il minor responsabile di
questi brutti effetti; ma certo egli è l'Imperatore.
Evidentemente a questo disastro morale irrimediabile, bisogna che il
Grande Stato Maggiore Tedesco ripari con una assoluta vittoria delle
armi e delle artiglierie.
Allora sì, l'Imperatore, starà su di un monumento equestre, che avrà il
più superbo piedistallo del mondo! Ma, o Imperatore, Imperatore, per
tutti quelli che sono morti per voi, per tutti quelli che morranno,
l'umanità ha pure un giudizio!
* * *
E mentre tutte queste cose pensavo, gli occhi miei eran pur fissi al
monumento prigioniero di Napoleone III, il quale è sempre lì, col suo
berrettino in mano che saluta il popolo liberato da lui: ma il gran
cavallo, con la testa in giù e la gran giubba cadente pare spargere
grossi lagrimoni...
30 Ottobre. Se l'uomo fosse da vero essere pensante, dovrebbe dargli
molto da pensare questa cosa: più nulla commuove. I corrispondenti di
guerra ci perdono la loro arte. Particolari di stragi, corazzate colate
a picco, massacri di bimbi, fucilazioni in massa, uccisione di feriti
e di prigionieri, distruzione di corpi d'esercito ecc., tutto si legge
con molta indifferenza.
Pensare a quello che accadde lo scorso giugno, quando in Ancona i
carabinieri fecero fuoco ed uccisero due o tre dimostranti. «È ora
di finirla con queste stragi! La vita umana è sacra. Vi sfidiamo, o
governo di sanguinari, a fare altre vittime umane!» E si sfidò infatti
il Governo con quella rivoluzione che porta, nella storia il nome di
_settimana rossa_.
Ed oltre all'indifferenza, v'è alcunchè di più strano: una portentosa
continuità, per cui si potrebbe dubitare della morte. La guerra uccide,
ed ecco tutta una germinazione della guerra. Anche il _Corriere dei
Piccoli_ adesso fa le vignette dei suoi bamboccini in favolose visioni
di guerra. Il giornale _La Sigaretta_, rappresenta le sue ideali
meretrici in perfetto costume di guerra.
* * *
10 Ottobre. È caduta Anversa. Scrive la _Vossiche Zeitung_: «Un attacco
così formidabile è stato possibile perchè i tedeschi disponevano di
un cannone superiore il quale distrusse in breve tempo tutte le cupole
corazzate e tutte le opere di muratura».
È una pura constatazione di fatti: tutte le fortezze a cui si
accostarono i Tedeschi sono cadute dopo pochi giorni.
Apparterrà il mondo soltanto a chi ha i cannoni superiori?
30 Ottobre. Il mio buon scolaro tedesco che mi promise l'orologio a
cucù, della Selvanera, mi manda un saluto da X***.
Egli è _Kriegsfreiwillinger_, cioè volontario. Mi promette che il
_Kuckuck_ della _Schwarzewald_ me lo manderà finita la guerra.
Caro e valoroso giovane, così tu me lo possa mandare, e possa la tua
Germania fiorire, _floreat Germania!_ ma con meno _Kultur_, se essa
deve dare per frutti i mortai da 420 mm.