I giornali riportano un disperato appello della _Trento e Trieste_
che terminava: «Italia salvaci! Ora o mai». Ecco un appello che non è
rettorico. Forse tutti lo odono nel segreto del cuore. Anno 1866!
* * *
Un fatto incredibile! Mi trovo vinto da un grande ottimista, il
venerando Luzzatti. Scrive un articolo sul _Corriere_: «Gli uomini in
guerra sarebbero divenuti più feroci?». No, «più», Eccellenza! Sempre
uguali.
* * *
21 Settembre. Lunedì. Equinozio di autunno. La stagione si è voltata:
pioggia, vento, grande umidore, freddo; il mare in burrasca. Le nubi
cavalcano sul mare. Il grosso fabbro, mio vicino e claudicante un
po' come Vulcano, esce dal suo antro con lo schioppaccio in mano e mi
chiede licenza di sparare attorno la mia casa.
— Perchè?
— Ma non vede? (Si vedeva da lontano: tutte rondini, rondini
oltremarine, sbattute forse dal vento, dalla tempesta, che si erano
abbattute lì, sulla mia casa).
Il fabbro assicurò che con un colpo ne avrebbe fatte cadere cento. Lo
pregai di desistere col pretesto delle donne. Se ne ebbe a male. («Ma
come? vengono dal mare, per un momento domandano ospitalità alla tua
casa e tu le fai uccidere?»).
Il fabbro è uomo di martello ed anche di qualche lettera, ma il mio
ragionamento andava al di là della letteratura. Lo tenni per me.
Mi accostai alla casa: qualche centinaio di rondini, l'una presso
dell'altra, fitte fitte, rigavano di nero e di bianco il cornicione,
sotto la gronda scrosciante: tutte le mensole, tutti gli scuri, ogni
sporgenza aveva quel vivo ornamento. Ed ecco dal lato opposto ove io
era, rintronò un colpo. Non il fabbro, ma il contadino. I bimbi del
contadino, fra cui Titì, raccoglievano allegramente rondini morte,
rondini ferite.
— Ma cosa c'è da mangiare qui?
— Quando sono un mucchio — mi risponde — qualcosa si pilucca!
La rondine ferita fra le mani di Titì: testolina tonda tonda, qualcosa
di puro, di aereo, zampine lievemente rosee, intatte, che mai non
toccarono l'infame terra. Non ci sono più le rondini. Hanno ripreso
tutte il loro volo.
— La rondine ferita, Titì, non mangerà pane!
Si trascina in un angolo oscuro per morire. Le altre già volano verso
l'oriente.
La sera è tetra. All'osteria, il fabbro, davanti al suo litro, mi dice
che se gli avessi lasciato sparare, lui ora avrebbe la cena. Ora ha
bevuto, beve e non ascolta obbiezioni: «l'uomo — dice — ha diritto su
tutti, uccide tutti: necessità non ha legge!» Sì, ha detto così, il
fabbro. Ed ha aggiunto quasi con un certo disprezzo: «E poi cos'è tutta
questa compassione? Non rinasce forse tutto? Uomini, grano, insalata,
fagioli, uccelli, tutti rinascono! Ed io intanto, per cagion sua, sono
senza cena!»
Che cosa rispondere? Rispondere con le parole di San Francesco? Chi le
intende più nella ferrea età nostra?
«Necessità Non ha legge!» Chi disse al mondo di recente le stesse
parole del fabbro?
Il ministro degli esteri, germanico, von Jagow, uno dei più fini e
cortesi diplomatici del mondo.
22 Settembre, martedì. Cattedrale di Reims, bombardata incendiata!
Biblioteca di Louvain, incendiata! In furia da Parigi trasportano via,
occultano la Venere di Milo, la Gioconda di Leonardo, la Vittoria
di Samotracia! Nel Belgio occultano i quadri del Rubens. È venuto
il giorno? È venuto il giorno in cui le antiche deità guerresche,
intravviste nella Germania di Tacito, spezzando la lieve crosta
evangelica che le copriva, si levarono dalle loro tombe favolose?
Il dio Thor ha levato il suo martello immane e la cattedrale di Reims
è caduta.
Quando cadranno le torri di Nostra Donna in Parigi?
Che cosa succede nel mondo? Forse la Germania sta compiendo una
rivoluzione ben maggiore di quella che compì la Francia negli anni
1789? La Germania, la nazione che ha, indubbiamente, raggiunto il più
eccelso grado di quella che gli uomini si ostinano a chiamare civiltà:
quella civiltà a cui tutti si inchinavano con reverenza, è abbattuta,
come cosa spregevole e vana, dal martello del dio Thor?
Le divinità sono diffuse per gli animi degli uomini operano per
inconsapevolezza oggi come ai tempi di Omero.
I futuristi, a questi annunzi di distruzione, dovrebbero essere coi
Germani, non con la Francia.
* * *
I socialisti ufficiali e il loro gruppo parlamentare, cioè gli uomini
parlamentari, hanno «lanciato» un manifesto ai _compagni socialisti_ ed
ai _lavoratori italiani_.
Dice: _Nessuna concessione alla guerra ma opposizione recisa,
implacabile._
Questo importante documento storico può essere determinato da
rispettabili ragioni: può essere un contrappeso contro quelli che
vogliono la guerra: chissà? può collimare con le intenzioni del
Governo. In verità, io non oso dir nulla. Ma è doloroso, però, che in
questa ora tragica si insista nella lotta di classe, che si esorti
il popolo a gridare «alto e forte che non intende rinunziare alla
sua autonomia di classe per confondersi con la borghesia nella quale
sono preminenti i partiti che odiano, i partiti che plaudirono ai
massacratori di ieri e plaudiranno a quelli di domani».
E le tremende incognite che minacciano il domani d'Italia, sono
semplici _pretesti_?
Io non so, io non oso dir nulla.
Ma come può, chi non è _proletario_ o _lavoratore_, prestare fede a
questa conclusione del manifesto: «Dite che in ogni caso l'Italia, la
sola grande Potenza europea rimasta neutrale al conflitto, ha perciò
stesso segnata la sua missione di mediatrice fra i belligeranti»?
Anche Teodoro Wolff, nel _Berliner Tageblatt_ dice lo stesso: conforta
cioè l'Italia a conservare la più stretta neutralità: «perchè se in
Italia le passioni non trionferanno sul buon senso, il suo compito
potrà allora essere importante. È l'unica grande Potenza neutrale
dell'Europa, e, senza questo disturbante chiasso, parrebbe destinata
più d'ogni altra alla parte di mediatrice per la pace».
— Ah! tristi giorni — mi diceva ieri sera una donnetta semplice — per
chi ha figliuoli sotto le armi!
— E per chi ha occhi veggenti! — dissi fra me.
* * *
24 Settembre. Giovedì. Bora, bora! Ha nevicato anche lassù in Carpegna.
Le aiuole delle campanelle si sbattono con paura, son vizze, non hanno
più colore. Sul mare livido le onde accorrono con fragore di battaglia:
il sole vi batte ogni tanto sprazzi di un biancore troppo lucido.
Il tenentino — che era venuto qui per cura — ha ricevuto ordine di
ritornare al reggimento. Parte stamane. La sua sorella, piccina e
gracile, trema come i fiori! Un'anima linda e dolce. Qui, al mare, ella
non voleva che il fratello andasse troppo in là col sandolino: voleva
che tenesse chiusa la pistola; che non andasse a caccia per non farsi
male; insomma ella, minore di età, lo sorvegliava. Nella cassettina
militare ora gli ha messo un vasettino di miele, un pollastrino
arrosto, cioccolata, uova, un formaggino. Io penso alle trincee
fulminate sull'Aisne, dove si combatte da otto giorni, giorno e notte.
La signorina è pallida: questa notte non ha dormito.
— Ma perchè c'è la guerra? — mi domanda contorcendosi come le povere
dalie, lì nelle aiuole della stazione.
— Perchè soffia la bora? Perchè siamo nati? Lo lei, signorina?
Forse lei pensava che la montura militare fosse nient'altro che una
bella _toilette_ maschile.
* * *
Una vittima della guerra. Guido Fusinato si è ucciso. Lo ricordo nel
collegio _Marco Foscarini_, a Venezia. Lui era in ottava classe; io fra
i piccini del ginnasio. Snello, signorile: uno dei primi a scuola, e
tiratore bellissimo di fioretto. Andò poi — come è costume dei nostri
giovani eletti — a perfezionarsi a Berlino, dove studiò il più preciso,
il più positivo diritto internazionale, per la pace delle nazioni.
Presentemente è professore di diritto internazionale un _homunculus_,
ma di molto peso; però alto quasi come un uomo: il proiettile del
mortaio da 420 mm.! Guido Fusinato fu studiosissimo; ma si deve essere
accorto di recente che con tutto il suo studio, egli non aveva fatto
a Berlino maggior progresso di quello che fece Marco in Atene, Marco
figlio di Marco Tullio Cicerone, il quale figlio consumava allegramente
i soldi che gli mandava il babbo e non teneva conto affatto nè delle
lezioni di Cratippo filosofo, nè dei saggi consigli paterni: _Quamquam,
te Marce fili_, ecc. ecc.
Non è improbabile, altresì, che Guido Fusinato abbia avuto
conoscenza della _Carta d'Europa_ secondo il programma pangermanista:
_Alldeutscher Atlas!_ Questa carta, combinata coi mortai da 420 mm., è
molto impressionante, e deve avere contribuito ad acuire la neurastenia
del povero e buon Fusinato.
Neurastenia: in un uomo di ingegno, essa è l'esasperazione di un'idea
ossessionante, la quale cala lenta implacabile come una cupola di
piombo, sino a fare, talvolta, poltiglia del cervello. E allora si ha
terrore e si affretta la fine. Così fece Fusinato.
* * *
26 Settembre. Bisognerà riprendere la via del ritorno: Bisognerà
rimettere le scarpe ai piedi ed il colletto al collo. È seccante.
Stelle dell'Orsa, stella di Venere, carro di Boote, gran manto
dell'Aurora, arrivederci — se ti rivedremo — un altro anno! Queste cose
celesti esistono, certamente, anche sopra Milano; anzi in piazza del
Duomo c'è un omarino col canocchiale che le fa vedere più da vicino
per mezza lira. Ma è altra cosa. Mi avviene di trovare quasi naturale
la domanda di Titì: «La luna che c'è a Milano, è come quella che c'è a
Bellaria?»
Guardo il contadino che dissoda con la vanga il terreno: il contadino
che semina la fava da seppellire come ingrasso di questa sterile arena,
quando la primavera verrà. L'inverno parla della primavera mercè la
mirabile alternativa delle opere. _Giorni_ ed _Opere_ di Esiodo! Anche
me, in città, attende un lavoro nobile come il vostro, o contadini:
dissodare anime, alimentare sterili cuori. Ma se ne ricava poco; e la
colpa non è soltanto delle giovani anime!
Alcuni pescatori allestiscono con ogni cura la loro tartana e la
riforniscono di ogni provvisione. Andranno alle deserte bocche del
Po, lontani da ogni consorzio umano, da ogni voce umana, a pescare
anguille. Vi rimarranno fin sotto Natale. Quanta invidia!
Addio, dunque, stelle dell'Orsa, carro di Boote, animato alfabeto del
cielo!
* * *
Bologna, 27 settembre. Sotto il Pavaglione incontro l'amico, prof.
X***, compagno di Università. Dopo un po', si cade nella guerra. Eh!
eh! Lui non crede alle crudeltà dei Germani. Esagerazioni! O almeno,
finchè tutto non sarà debitamente provato, egli terrà sospeso il suo
giudizio. È un seguace del metodo storico. Una cosa non esiste se manca
la _pièce justificative_ del documento — Tu sei francofilo, eh? — mi
dice con un sorrisetto.
Macchè francofilo! Certo io non credevo di amarla tanto la Francia.
Sono sempre _en toilette_ i Francesi, anche quando scrivono! Ma oggi,
oggi essi combattono e muoiono per tutti. _Gesta Dei per Francos!_
* * *
28 Settembre. Scrive l'_Avanti_: _Il proletariato italiano con voce
unanime risponde all'appello del partito socialista, cioè neutralità
assoluta._
Esaminiamo freddamente: un po' di crisi c'è nelle nostre democrazie: i
massoni sono per la guerra; la tradizione garibaldina e repubblicana
— piccola corrente, ma viva, di nobiltà italica — è per la guerra.
Qualche socialista la rompe col monotono dogma _proletariato e
borghesia; guerra borghese, non ci riguarda_. Volge l'occhio alla
realtà terribile; osa scrivere queste parole: «È vero che la patria è
tenera e prodiga a vantaggio di oligarchie parassitarie, ma è matrigna,
dura, crudele con noi. Ma è anche assurdo pretendere di salire ai gradi
superiori delle rivendicazioni sociali senza essere passati pei gradi
inferiori. Vi disinteressate della Patria. Il vostro posto sarà quello
che toccò ai compagni di sventura, ai triestini, ai trentini, agli
istriani, ai dalmati, nei reggimenti offerti allo sterminio delle lance
cosacche e delle potenti artiglierie degli eserciti dello czar».
Questi signori vogliono la guerra. Ma dopo aver seminato per anni ed
anni il campo a patate, non è ingenuo pretendere che nascano rose,
querce ed allori?
V'è in Italia — come sempre v'è stata, ed è la sua vera forza di Grande
Nazione — una diffusa aristocrazia intellettuale, formata di solitari,
di ribelli, di studiosi per lo studio — i quali non coincidono con gli
studiosi delle accademie. Questa aristocrazia in eroici brandelli pur
vuole la guerra. V'è chi ripete le parole del Cavour nel Parlamento
subalpino, prima della spedizione in Crimea: _La neutralità in questo
momento vuol dire rinuncia alle aspirazioni avvenire._
Eppure l'_Avanti!_ ha ragione. Chi vuole la guerra? Il così detto
proletariato, no: la borghesia trafficatrice, il piccolo bottegaio, no:
la gente d'ordine, di chiesa, no. Esiste in Italia un'aristocrazia dei
natali, di origine nazionale e guerriera?
V'è inoltre fra noi una diffusa classe, e molto rispettabile —
universitari, tecnici, uomini d'ordine — che vede nella germanizzazione
del mondo una specie di necessità e di fatalità a cui china il capo
docilmente, se non piacevolmente. Non è infatti la Germania la nazione
meglio temprata alla concezione della così detta civiltà moderna?
Questi signori sembrano dire: «la guerra è una barbarie; d'accordo. Ma
alla Germania è lecita».
* * *
La Germania spedisce intanto, agenti di pace, i suoi socialisti presso
i socialisti d'Europa: ma è la _pax germanica_. La Germania innonda i
paesi neutrali (il mondo commerciale, il mondo universitario) di stampe
informate al più puro metodo storico. Vuol dimostrare che è essa la
minacciata, la aggredita. Gli aggressori sono gli altri: i Russi? gli
Inglesi? i Belgi? i Francesi?
È impossibile non ammirare anche in questa enorme attività la potenza
di quel popolo: ma è del pari impossibile essere persuasi. Quel popolo
non assimila, non riscalda non conquide. Ma perchè «dimostrare» se è
sicuro della vittoria? Perchè persuadere, se non esistono che Germania
e Dio?
Forse i Germani stessi sentono che la vittoria materiale non sarà
bastevole!
«La Grecia vinta vinse il rozzo vincitore Romano». Così riconobbero
i Romani. Ma i Germani vogliono vincere, e con la spada e con l'idea.
Questa cosa è impossibile. Uccidete, ecco: non persuadete.
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