14 Novembre. Il caro giovane e amico mio, Gino S***, è venuto ier sera
a salutarmi, dopo sei mesi che non lo vedevo. In fretta. Ha la carrozza
alla porta. Parte per terra lontana. Però, anche in quei pochi minuti,
si parlò della guerra.
Dice gestendo convulsamente:
— Sente lei odor d'ozono?
— D'ozono?
— Sì, l'odore sano, purificatore delle grandi tempeste! La guerra è
la gran purificatrice. Gloria alla Germania! È la bancarotta completa
della miserabile civiltà in cui noi credevamo! Monumenti, codici,
diritto, proprietà, tutto crolla. Ed è la Germania — la nazione più
avanzata in questa civiltà — che fa crollare tutta la vergognosa
baracca.
— Ci ho pensato anch'io, caro Gino.
— Ah, — rispose egli allora — sa chi ne gioirebbe se potesse rivivere?
— Chi?
— Giacomo Leopardi.
— D'accordo, perfettamente.
— Il guerriero — esclamò lui sempre più entusiasta — vincerà il
mercante e il filisteo! Ricorda la profezia di Zaratustra?
— Sì! Bello! ma troppo giovanile ragionamento! E dopo? Crede lei
che dopo avremo un'umanità diversa? Ma veniamo al positivo: quale
conclusione lei fa in caso di vittoria definitiva della Germania? A
me, glielo dico subito, si prospetta questo spaventoso avvenire: la
Germania costringerà il mondo a vestire un'anima bellica se non vorrà
perire sotto la _pax germanica_. È orribile!
Ma il mio giovane amico è preso da un cupo furore:
— Meglio, così: gli imbelli dovranno o servire o perire, e sempre
trionferà Zaratustra.
— Caro amico — dissi accompagnandolo giù per le scale, perisca Ilion,
se deve perire; cada l'alta rocca di Priamo, se è fatale che cada; ma
v'è qualcosa di sacro che le fiamme dei fatali Germanici non devono
distruggere.
Così ci siamo lasciati. La sua carrozza è scomparsa nella notte, sotto
la dolorosa pioggia. Egli parte per terre lontane!
Ah, se ci fossero oggi, come ai tempi di Enea, terre lontane, anche noi
fuggiremmo. _Fuge crudelis terras, fuge litus avarum._
Porteremmo con noi i nostri Iddii: Dante, Maria Vergine, ed il libro
ancora, dei sette sigilli, l'Evangelo di Cristo.
* * *