Non ho letto ancora tutto l'_Avanti!_

Di notevole, un avvertimento in termini molto secchi a S. E. il

ministro Salandra. I socialisti in questo momento si trovano d'accordo

con S. E. quanto alla neutralità, ma lo pregano di non rompere la

gloria ai socialisti. Essi sono occupati _a salvare l'Italia_.

Se sapessero quei signori che effetto produce questa parola _Italia_

su quel giornale! Il problema della patria! Quei signori l'hanno sempre

girato questo scoglio!

Tutto al più serviva per buttarvi molte fra le immondizie che essi

incontravano per via. Hanno affermato un ideale di più largo contenuto.

Ma era una soluzione puramente dialettica, non sostanziale. La parola

_Patria!_ riappare.

* * *

Lunedì, 3 agosto. Il mattino è sereno. La gabbietta dei miei piccoli

uccellini, alla finestra, si sta come il solito: gaia. Il platano del

giardino diffonde, attraverso le larghe foglie, una luce verde, fra cui

scherzano tranquilli gli occhi del sole nascente.

Mi pare un sogno di guerra. Esco: la realtà mi richiama terribile.

Ad un _bar_, dove prendo il caffè, ci sono già i fogli del mattino.

Recano le dichiarazioni di guerra. Anche l'Inghilterra!

L'Inghilterra! Guglielmo annunzia al mondo che ha levato la spada e non

la deporrà se non con onore.

Le dichiarazioni di sfida delle grandi Nazioni, in caratteri grandi

neri, parole immote in istile di prammatica, producono un'azione

paralizzante anche nel giovane che mesce il caffè.

Ma non tremò la mano di chi le scrisse? V'è uno stupore, un silenzio!

I tram, la gente di via Torino, tutto è più lieve, tutto pare preso

da sbigottimento. La mente tuttavia non ci crede ancora. Forse sono le

grandi parole di sfida come in un torneo cortese. Tanto furore, tante

morti seguiranno queste immobili parole? Ma non è questa la stessa

gente che tumultuò in giugno per uno o due dimostranti, uccisi in

Ancona?

* * *

Mi si disegnano davanti le parole dell'antico poeta: _Illi robur et

aes triplex circa pectus erat!_ Non sono soltanto le macchine di guerra

fasciate di quercia di bronzo: il cuore dell'uomo è fasciato di bronzo!

* * *

Le Banche sono affollate: file lunghe, sommesse, pavide, davanti agli

sportelli. Buoni Ambrosiani! Un vecchietto si stacca infine con un

piccolo fascio di banconote da cinquecento. È felice.

Saluta un amico che sta in fila. Ma, poi, un improvviso dubbio

l'assale. Chiede a bassa voce all'amico: — Questa roba qui avrà poi

valore?

* * *

Mi raccolgo su me stesso e mi domando: Ma che bisogno ho io; io,

individualmente, di pigliarmela così calda? In fondo questa guerra

non è il fallimento più clamoroso di tutte quelle idee di umanità,

di fratellanza, di pace a cui non ho mai voluto apporre la mia firma,

una firma che, in realtà, non valeva niente, ma io non ho mai firmato.

Firmavo, per dovere d'ufficio, le circolari di S. E. il ministro della

P. S., quando, in febbraio, invitava i professori di fare le conferenze

su la Pace Universale. Vero è che in iscuola io stavo muto come un

pesce, con grave scandalo dei miei scolari, i quali volevano anche

dalla mia bocca udire la buona novella che le guerre non si troveranno

più se non nei manuali di storia.

Ah, la pace universale! le conferenze sulla pace! Impossibile che

io dimentichi l'entusiasmo che invase, tanti anni fa, tutta la

Milano intellettuale quando Guglielmo Ferrero, allora giovanissimo e

sconosciuto, tenne le sue conferenze per la pace universale, contro le

guerre, contro le caste militari, contro le spese improduttive, ecc.

ecc. Il giovane conferenziere era portato sugli scudi della celebrità

da tutti i giornali; compresi i giornali dell'ordine: ma egli svelava

il mistero dell'uovo di Colombo.

Quei poveri nostri ufficiali non so come facessero, in quei giorni,

a passeggiare sotto la Galleria senza arrossire di farsi vedere con

la sciabola al fianco. E tanto grande era l'entusiasmo che non si

tollerava nemmeno la critica.

Un mio caro amico mi disse benevolmente:

— Tu sei ancora l'uomo delle caverne. Guglielmo Ferrero è l'apostolo

dell'avvenire.

— Ammetto — ricordo bene che risposi —, ma quel giovane signore ha

sbagliato indirizzo...

— In che senso?

Nel senso che farebbe meglio ad andare a Berlino ed a Vienna a tenere

le sue conferenze.

Impossibile che io dimentichi lo scoppio di contumelie quando — intorno

a quel tempo — Giosuè Carducci pubblicò la sua ode, _La Guerra_. Se

le parole fossero state cipolle e pomidori fradici, il gran vecchio

sarebbe morto molti anni prima.

I più benevoli dissero: Quell'uomo corre verso il suicidio della poca

popolarità che ancora gli rimane.

— E questi sono gli educatori della gioventù! — mi ricordo che mi disse

Teodoro Moneta, e diventava rosso come un gambero, e il ciuffo dei

capelli bianchi gli si rizzava sulla fronte.

Caro e buon Moneta! Egli non mi indicò la porta in quel giorno, ma a un

di presso. Però disse: — Non capisco cosa lei viene a fare qui (Portici

settentrionali, 21, dove risiede la _Società Internazionale per la

Pace_).

Ma Teodoro Moneta (gran vecchio, cieco e dolente, ora) era una nobile

anima e un grande italiano.

Ricordo (e il ricordo è prezioso) che un giorno D*** e io lo assilammo

abilmente a proposito della generosa, ma pur troppo vana difesa che

gli andava facendo su la _Vita Internazionale_ degli Slavi, in Trieste

nella Dalmazia.

Il povero vecchio era quasi vinto dalle nostre parole. Ad un certo

punto la voce gli tremò, non seppe più trattenersi e disse: — Sapete

anche perchè io sono pacifista? perchè cerco di comporre il dissidio

fra Italiani e Slavi dell'Austria? Perchè sento che un conflitto armato

ci sarebbe fatale. L'Italia e la Francia devono combattere con le armi

del loro genio!

Bisogna dirlo ben forte: il pacifismo di Teodoro Moneta aveva carattere

di religione, e nulla aveva a che fare col pacifismo scrofoloso di

tanti e di tante! Nessuno più di Teodoro Moneta augurò all'Italia una

gioventù forte, aliena sì bene da ogni provocazione, ma temprata a

respingere ogni provocazione.

* * *

Il romanzo della guerra nell'anno 1914 · 第 5 / 24 题