4 Agosto. Da Milano a Bellaria.

In treno si parla ancora come cosa certa di mobilitazione imminente.

Frontiera nord-est o frontiera nord-ovest? Ah, questo, poi, nessuno lo

sa.

Un grosso signore di mezza età, con una spolverina di tela e il più

schietto accento toscano sulle labbra, è tutto occupato del prezzo del

cambio. Per tutto il resto è tranquillo. Gli faccio il quadro imponente

di tutte le più catastrofiche eventualità della guerra. Non si commuove

troppo. Allora arrivo sino al ritorno dei Lorena in Toscana. — O,

senti! — di questo gli dispiacerebbe, per Dio!; ma lui prende..., — io

prendo icche viene!

— Ma, scusi, lei è?...

— Fabbricante all'ingrosso di casse mortuarie!

* * *

Bellaria. Qui, a Bellaria, se ne parla appena della guerra; come di

una cosa che avviene in un altro pianeta. La buona gente ragiona ancora

con soddisfazione dei fatti del giugno, della _rivoluzion_, com'essi la

chiamano. Si odono parole grosse; ma non bisogna darci troppo peso. È

il dialetto romagnolo che è di natura iperbolico. Qualcuno, un po' più

scalmanato, mi consulta sul modo più semplice di _abolire i signori_,

e mi fissa con intenzione.

Non è cosa semplice, abolire i signori, per la ragione che si formano

di per sè: rinascono.

Del resto Bellaria è un'oasi tranquilla in Romagna: la gente vi è mite

e gentile. Chi a Bellaria non possiede la sua casetta? la sua barca? il

suo arenile? la sua bottega?

Io ci vengo qui da tanti anni e mi pare di goderci una certa

reputazione. Non credo, però, che sappiano precisamente quale è il

mio mestiere. Dire: _scrivo_ è poca cosa. Quasi tutti sanno fare a

scrivere. Dire, _artista_, sarebbe presunzione, e poi non sarei inteso.

Artista è chi fa cose strabilianti che altri non sa fare. Per esempio,

_tenore_, _baritono_. Ma costoro sono gente qualificata: hanno ville

grandi, automobili, e non trattano col popolo familiarmente. Ecco:

_professore!_ Ma di che cosa? Mi presentano talvolta questioni di

rettifiche di confini, di numeri mappali. Una bella sposina, che ha

già sei figliuoli, mi chiamò in disparte per sapere da me come evitare

il settimo figlio. Io feci un minuzioso questionario: dopo di che

la persuasi che, avendone sei dei figliuoli, poteva accettare anche

il settimo. — Dovevi venir da me qualche anno addietro, cara la mia

donna! — Insomma godo la confidenza e la reputazione da parte di molte

persone.

* * *

Si vendono molti giornali: i signori attendono l'arrivo dei giornali.

Si ode quasi ogni dì, ogni sera, per la serenità della sera dalla parte

di Pola, un sordo lieve brontolio che sorvola sulle onde del mare come

un alito pauroso: il cannone. La guerra è in questo pianeta.

La guerra! La gente mite me ne chiede ogni mattina: — Lei che ha sempre

quel foglio in mano, come va questa guerra? Non si sono accomodati?

— Chi?

— Quelli che fanno la guerra, i signori, quelli che comandano....

— No, non si sono accomodati.

— Speriamo che si accomodino!, e intanto la farina aumenterà, il

fromentone aumenterà, la miseria crescerà.

Emigrati, giunti da Longwy, da Trieste, raccontano cose paurose dei

Tedeschi.

La gente si limita a dire: — Speriamo che non arrivino fin qui! — Del

resto le loro casette non si elevano oltre le cime delle marruche e dei

tamarischi.

Strano, mio figliuolo Piero! Mi strappa i giornali di tasca e più le

notizie sono terribili, più sorride. E non è un idiota! Dice: — Allora

è la guerra sul serio! Doloroso fenomeno umano: ha visto le _orrida

bella_, le guerre, solamente nei libri: gode di vederle nella realtà.

Si parla sempre di chiamata di classi: i più evoluti assicurano che, in

caso di chiamata, sapranno ben loro quelle che c'è da fare!

È venuta la chiamata alle armi di due leve, e nessuno si è mosso. Si

sente la forza dell'ineluttabile. Le teste si curvano come le cime

degli alberi si curvano e contorcono sotto l'uragano.

Ma l'oste, vecchio abbonato all'_Avanti!_, non si sa dar pace: — Ma

come? la guerra? la guerra tra la Germania e la Francia? E i socialisti

tedeschi?

— Marciano con l'Imperatore.

— Sarà, ma non ci credo.

— Veda — mi dice trionfante —: hanno fucilato Liebknecht....

— Speriamo bene — rispondo. Ma il giorno dopo Liebknecht è ancor vivo

e marcia anche lui alla frontiera.

Le notizie dell'invasione del Belgio pacifico, hanno fatto una seria

impressione sul vecchio oste. Lo sorprendo che catechizza certi

giovanotti, sdraiati un po' mossulmanamente lungo una siepe: — Insomma,

_raghezz_, se vengono in casa, bisogna che marciate anche _vuiter_!

Mi pare che siano poco persuasi. Hanno letto troppe vignette dello

Scalarini nell'_Avanti!_

* * *

Mi sorprese l'espressione del barbiere, buttata a caso, mentre mi

facevo la barba: — La vita degli uomini oggi vale poco: siamo in

troppi!

To', la famosa legge della domanda e dell'offerta!

Era necessario un grossolano barbiere per illuminarmi! Ma che luce

livida! come di un lampo enorme nella notte.

Ah, _il rispetto della vita umana_, la conquista più sicura ed

«incontrovertibile» della nostra civiltà. Miserabili ciarlatani!

* * *

28 Agosto. Martedì. La grande battaglia è impegnata. Quando se ne

saprà l'esito? Non ho pazienza di più attendere i giornali del mattino

sino alle nove. Poi questa gente in accappatoio, in _pijama_, che fa

tranquillamente il bagno, queste donnette che contrattano uova, pesche,

polli, che si raccontano bolognosamente gioiose, _eh!_ come hanno

ammannito il ragù, o l'anatra col risotto, o i tortelloni col butirro

e la forma; queste signorine che bisbigliano dell'abito che sta bene,

del l'abito che sta male, mi producono un'oppressione intollerabile.

Serra in questi giorni è venuto di frequente, e mi lascia ogni volta

con un «arrivederci» sempre più incerto. Nella sua qualità di ufficiale

di complemento, si aspetta ogni giorno il precetto di richiamo.

Anche lui, come me, non ha più voglia di far niente. — Si vive —

dice — come in un'altra atmosfera. I consueti discorsi, le consuete

occupazioni non mi sembra che abbiano più scopo.

Già, anch'io non ho più voglia di far nulla.

Ho passato tutta una mattina con la schiena nuda, grondante, sotto il

sole in un lavoro bestiale tanto per fare qualche cosa: vagliare la

ghiaia del giardino.

— Si desidera — prosegue Serra —, così, appena di parlare con quei due

o tre con cui si può parlare senza parole. Ecco perchè vengo da lei.

Grazie!

Andammo lungo la riva del mare. Recitammo una sestina del Petrarca, e

il sonetto: _Sennuccio mio, ben che doglioso e solo_.

Fa quasi ridere Serra, questo quasi atletico giocator di pallone,

quando modula i versi tutt'a suo modo, salendo e disgradando con una

vocina flebile di rosignolo in amore.

— Ma perchè poi questa guerra? — interruppi io.

— La causa per cui sono sempre avvenute le guerre — risponde Serra, con

la stessa voce mite e quasi rassegnata con cui modulava la sestina del

Petrarca. — Si ricorda il _ver sacrum_, le primavere sacre dei Romani?

I nomi delle cause sono mutati, ma la causa rimane sempre la stessa!

Il popolo tedesco è come un bambino che è cresciuto in proporzioni

gigantesche. Sente la necessità di spezzare i suoi vestiti che non

lo contengono più, come la biscia esce dalla sua vecchia pelle, come

l'aragosta abbandona la vecchia crosta...

— Allora qualcosa di automatico...

— Tutta la vita, se la guardiamo un poco al di là della superficie

parvente, è formata dalla ripetizione di antiche consuete piccole

azioni automatiche; coltiviamo le stesse biade, mangiamo gli

stessi frutti come tremila anni fa, ubbidiamo alle stesse necessità

fisiologiche, affettive, illusorie: umanità che è vissuta, e non ha

mai fatto troppa osservazione dove è vissuta, perchè è vissuta come

è vissuta: La vita? Una piccola parabola davanti al sole. Forse era

fatale questa nostra piccola parabola davanti al sole! La vita! Un

pullulare di bolle in fondo a una fonte perenne. Alcune bolle vanno

più su, altre scompaiono subito. In verità sono sensazioni che non si

acquistano bene se non nell'attraversare queste ore tragiche, questi

cataclismi, i quali corrispondono ad uno stato precedente e latente

di conflitto, piuttosto che preparare un nuovo ordine di cose. Poi

si riprende ancora il solito ritmo fino ad accumulare, dopo un certo

numero di anni, gli elementi esasperati per un nuovo cataclisma.

Press'a poco quello che avviene dei temporali. La nostra generazione

pacifica è stata sorpresa dal temporale.

— Io ho anche un'altra sensazione, Serra.

— Quale?

— Mille diavoli che ghignano davanti al grottesco enorme di questa

nostra umanità che si massacra e scrive da per tutto: _Per rispetto

all'igiene è vietato sputare per terra_. M'hanno detto che in Germania,

anche nei boschi, si trovano i cestini per raccogliere le carte

sporche.

Serra alzò le spalle. — Sciocchezze!

— Sciocchezze i cestini? il mio ragionamento? la civiltà? l'igiene?

Domandai. — Allora che resta da fare, nella vita, caro Serra?

— Vagliare delle pietre, come ha fatto lei, ieri....

— O recitare una sestina del Petrarca — dico io.

È sopraggiunta la Titì dal mare, con le chiome ondanti e bionde giù per

l'accappatoio. Ride. Anche se ci sarà Serra a colazione, ella vuole a

tavola la contadinella, sua piccola compagna di giuochi.

— Beato lei, Serra, che non ha figli! — mi avvenne di dire.

Accenna tristamente col capo di sì.

* * *

Dico, la grande battaglia è impegnata: due milioni di combattenti

s'allineano lungo il confine di Francia. È così? Così assicurano i

giornali. Una immane battaglia frontale come ai tempi primordiali. Il

pensiero si smarrisce. Non ho la pazienza di attendere. Prendo il treno

e vado a Bologna.

Quando fu sera, incontrai l'amico Lolli. Ha sessant'anni, quasi; ma

conserva ancora l'aria un po' sbarazzina e di _uomo da faccende_

dei tempi eroici. Il Lolli appartiene alla vecchia guardia

dell'_Internazionale_. Fu amico del Costa, del Pascoli, del povero

Severino, nei giorni della gran loro giovinezza in Bologna. Ne assorbì

— da quel popolano che egli è — alcuna intellettualità. Non ha mai

rinnegato «scientificamente» l'Italia, e perciò quando lo incontro a

Bologna, mi accompagno volontieri con lui.

All'ora di mezzanotte, siamo andati alla Redazione del _Giornale del

mattino_ per avere notizie. Buone notizie! L'esito della battaglia

è ancora incerto. Non si domanda, del resto, che la Francia vinca:

unicamente che resista. Si annuncia che i Russi, improvvisi, inattesi,

hanno invaso la Germania orientale, con immenso arco, ai laghi, ai

laghi... Un nome che non si può decifrare.

— Non puoi credere come questa notizia mi faccia bene — dice Lolli. —

Adesso, vedi, vado a dormire più tranquillo.

Ma quando fu il mattino, ottenebramento completo: i Francesi battuti

a Charleroi. Particolari orrendi di strage. Longwy caduta. _Longwy

cadea_! I versi del Carducci battono monotoni, insistenti contro le

pareti del cervello. Non so che cosa fare tutto il giorno.

Dal barbiere, un vecchio petroniano, parente del famoso _sur Pirein_,

legge, come può, il numero dei morti. Commenta: «Quante pipe hanno

perduta la loro cannuccia!»

Un salumaio ed il barbiere ridono. È la frase, parafrasata dalla plebe,

della canzone di gesta: «Quanti francesi vi hanno perduta la loro

giovinezza!»

Un ufficialetto tutto fresco, elegante, seduto all'aristocratico caffè

Medica, immerge, con le unghie rosee, un panino dolce nel caffè e latte

dolce. Vorrei vedere ufficiali ferrei, terribili.

Una meretrice, dipinta, canta, sulla soglia, una canzone da caffè

concerto: _Ma se c'è il signor curato, resto!...._

In via Rizzoli mi sorprende questa frase bisbigliata sotto i baffi

grigi da un maggiore di artiglieria ad un suo collega: «Quale

imprudenza! Ma non dovevano mai attaccare!»

Vi sono molti ufficiali fra via Rizzoli e via Indipendenza: imberbi,

eleganti, in istile. Ripeto: li vorrei vedere titanici, terribili. Lo

so: faranno assai bene il loro dovere, come hanno fatto in Libia, ma li

vorrei vedere più terribili. Mi viene alla mente il mio tenentino dei

bersaglieri, a Milano. Ha un battere di ciglia impressionante. Ha poche

idee, lucide: «Battersi!» Dove? come? quando? Non sa: ma battersi. Era

mio scolaro: marinava spesso la scuola. Ora è bersagliere.

— È buono — gli domandai un giorno — con i suoi soldati?

— _Minga tant_! Quando mi vedono, cercano di nascondersi.

Durante lo sciopero del giugno, l'ho visto fulmineo, coi suoi

bersaglieri, bloccare una via. La teppa gli gridava: «Tenentino, _te

cognossi!_ Se ti troviamo solo, ti mettiamo le busecchie al sole».

Sorrideva co' bei denti aguzzi, ripetendomi questa minaccia. Si rodeva

le unghie, ma non per dispetto o per vendetta. Ma perchè, «Veda, —

diceva — in Germania, quando passa un reggimento, un reparto di truppa

per la città, tutto si ferma: passa l'esercito! Qui, a Milano, siamo

pregati di fare il giro dei vergognosi per le vie di circonvallazione.

Non si deve disturbare il commercio col militarismo». Gli battevano le

ciglia. Caro ragazzo!

* * *

Incontro in via Rizzoli, il capitano X***, mio conoscente. — Nessuna

notizia quanto alla mobilitazione?

— Pel momento, nessuna.

— Davvero?

Sorride. — Davvero!

— E se viene?

— Se viene, avremo due guerre...

— Alla frontiera....?

— A quale frontiera, non so. Ma certo una guerra fuori e l'altra

dentro. Cose che avvengono in Italia, Paese che vai, sciopero che trovi

— dice con rassegnazione.

* * *

Vado al _Carlino_. Non vi sarà nulla. Ma andiamo, io ed un

giornalista... Ecco Mario Missiroli che ne esce. Ci salutiamo

affettuosamente. Chiacchiereremo alquanto, poi andremo a cena insieme.

— Lo converta! — mi dice il giornalista che era con me, nell'atto di

accommiatarsi: — Missiroli è germanofilo!

— Non è vero! — dice sorridendo Missiroli — le spiegherò....

Missiroli è un giovane pallido, esile, diafano; figura un po' da

asceta. Pare cresciuto, non alla luce del sole, ma al chiaror bianco

della luce elettrica, nelle lunghe notti vegliate alla redazione del

Giornale.

Intelligenza lucida, inflessibile, fredda. Segue la sua logica sino

alle conseguenze più dispietate. Direi che se ne compiaccia. Bellissimo

ragionatore, ed i suoi ragionamenti riuscirebbero del tutto persuasivi,

se gli uomini fossero soltanto pedine dello scacchiere della logica.

Ma gli uomini sono spesso illogici; la verità è proteiforme; ed il più

puro ragionamento dispiace quando l'umanità sanguinante può dire, come

Beltram dal Bornio nell'inferno dantesco:

_Or vedi la pena molesta_

_Tu che spirando vai veggendo i morti:_

_Vedi s'alcuna è grande come questa._

Egli è cattolicamente fedele.

Il mio buon Missiroli è egli convinto di codesto suo cattolicesimo?

Io non so: ma bene io so che molti spiriti nobili e liberi sono

oggidì infastiditi a tal punto di questa nostra democrazia un po'

aristofanesca, che i più stravaganti travestimenti del pensiero

riescono spiegabili.

Missiroli è calunniato: egli non è propriamente germanofilo.

La Germania odierna è un possente organismo di popolo; invece dei

_lieds_ e ballate, sibilano le sirene di mille officine, le quali

riversano sul mercato mondiale una produzione impressionante; le sue

applicazioni tecniche sono fra le più perfette; la sua cultura è la

più vasta cultura del mondo; la sua letteratura è la più sterminata

letteratura; il suo esercito è la più perfezionata e formidabile

macchina che mai sia stata ideata, come lo scheletro di questo

meraviglioso organismo. Nel momento storico attuale quest'organismo

subisce una crisi di dilatazione, fiorisce. La lenta infiltrazione non

basta più! È l'esplosione, cioè è la guerra.

Di queste cose tutti siamo oggidì persuasi.

Ma il pensiero di Missiroli procede più oltre, ed io ne riferirò per

quello che posso.

— La guerra che la Germania combatte — cominciò egli a dire —, è la

guerra dei popoli giovani e poveri, senza sbocchi e senza grandi mari,

ansiosi di domini, di territori, di oceani, contro popoli ricchi e

capitalisti, che hanno il dominio del mondo, ma non lo sanno più tenere

questo dominio; i quali non hanno più aumento di popolazione; non

possibilità di azioni eroiche. Tali, l'Inghilterra e la Francia.

È, in altri termini, la guerra dell'energia creativa contro il danaro,

l'opulenza, la decadenza, contro nazioni le quali rappresentano glorie

finite ormai. Gli Inglesi? Ma se oramai non fanno che selezionare

galli, cani, cavalli, giocare a _foot-ball_, a _criket_! Unica arma la

flotta: un investimento di denaro! La ricca Inghilterra fa la guerra

col sangue degli altri. Ha spinto il Giappone contro la Russia, perchè

non sa più combattere essa!

— Dunque, _Rule Britannia! Britannia, signora dei mari_, non più? — mi

ricordo che domandai.

— È un destino segnato!

— Povera Albione! — pensai fra me — Eppure tutte le volte che la

ingiustizia e il buon diritto non furono in troppo aperto contrasto coi

suoi interessi, la Grande Inghilterra si comportò con nobile umanità —!

Rifugio e patria dei nostri martiri, non io dirò parole perfide verso

di te. Tu sei ancora ben grande». — E la Francia, caro Missiroli?

— I Francesi? gaudenti, lascivi, scettici, pacifici _fermiers_,

pacifici _rentiers_, intenti a tagliare _coupons_! E chi non è

_rentier_, fa il rivoluzionario per diventare _rentier_. Hanno oro

molto, ma sono oramai in pochi a difenderlo. Hanno ingegno da vendere.

Ma fanno troppe commedie. Ha seguito il processo Caillaux? Una delle

più belle, ma anche una delle più disastrose commedie francesi. Ora si

alza il sipario della tragedia.

Ma il pensiero di Missiroli procede ancora:

Tutto questo costituisce il _buon diritto_ della Germania; e la guerra

che essa combatte è guerra essenzialmente rivoluzionaria e democratica:

di una democrazia in pieno sviluppo. Quella democrazia che odia la

violenza, ha compiuto la sua parabola. La guerra presente avrebbe fatto

delirare di entusiasmo Carlo Marx, che ne fu il profeta. Ecco perchè

i socialisti tedeschi marciano sotto il vessillo dell'Imperatore; ecco

perchè il posto logico dei socialisti del mondo sarebbe là!

Ma il pensiero di Missiroli prosegue ancora, e senza pace:

— L'egemonia germanica non è che una fase della storia moderna, di

quella storia che io chiamerei _protestante_, perchè comincia con

Martin Lutero!

Lutero, Rousseau, Rivoluzione francese: ecco i tre grandi momenti. Così

si inizia la democrazia moderna! Ma la Francia si è fermata a Rousseau,

alla democrazia sentimentale ed astratta; al tentativo di conciliare la

_trascendenza_ col _razionalismo_.

Tutta la tragedia della Francia è qui!

Ora la _trascendenza_ è vera quando arriva alle ultime conclusioni,

cioè al dogma morale, alla rivelazione: al cattolicesimo puro in una

parola.

In caso contrario, conviene arrivare alle ultime conseguenze del

_razionalismo_, cioè a Kant, ad Hegel, pel quale la _verità_ e la

_giustizia_ non sono cose immutabili, ma una continua creazione

dell'uomo, un perpetuo divenire.

Ed infine bisogna arrivare a Carlo Marx, che è l'erede della filosofia

classica tedesca: che è l'azione di questa filosofia.

— La conclusione?

— La conclusione è questa; miei cari amici — dice Missiroli (perchè

egli dice _miei cari amici_ anche quando parla con una persona sola):

intendendo così la vita come una serie perenne di azioni che non

coincidono mai con qualcosa di fermo e di vero, la vita perde ogni fine

ed ogni senso.

Quel sublime ideale — chiamiamolo Dio — che trascende la vita, che la

guida e la giudica, viene distrutto.

_Decapitaro Emanuel Kant Iddio,_

_Massimiliano Roberspierre, il re._

Per tal modo l'uomo espia la ribellione primordiale, immolandosi ad

una divinità senza termini, ed in una lotta che non si chiuderà mai.

Abolita qualsiasi Autorità che possa distinguere la cosa giusta dalla

cosa ingiusta, è fatale rimettersi alla guerra...

È strano! Mentre Missiroli parlava mi veniva alla mente qualcosa di

simile, da me letto in quell'abborrito e pure originalissimo libello,

i _Dialoghetti_, che il padre di Giacomo Leopardi, il conte Monaldo,

scrisse nel 1831.

Missiroli proseguiva:

— Questa tragedia è fatalmente senza tregua e senza epilogo. Il

suo principio porta alla guerra e vive di guerra; tutta la vita è

concepita sotto la categoria della distruzione. Tutti gli egoismi e

tutti gli istinti sono scatenati. Essa assume le forme più diverse e

più paradossali, i nomi più strani, le armi più insidiose: _lotta per

la vita e selezione nel mondo animale_, _spietata concorrenza_ nel

mondo della produzione e distruzione e sperpero di ricchezza, _lotta

di classe_ nel campo sociale, _guerra_ nella vita internazionale.

Dappertutto ira e furore.

La guerra attuale non è altro che un episodio saliente e riassuntivo

della guerra che si perpetua ogni ora in tutti i campi del pensiero

e dell'azione; è il quadro tragico e orribile dell'orgoglio umano,

ribellatosi alla parola di Dio.

Ecco perchè la democrazia razionalista è impotente contro la guerra e

non sa, non può, non osa nessuna azione contro il flagello terribile,

che abbatte tutte le dignità umane. In nome di quale autorità, in virtù

di quale principio assoluto, il razionalismo, la democrazia, possono

condannare la guerra e gridare una parola di pace, se essi vivono

appunto della negazione di tutto ciò che può offrire all'umanità un

assetto veramente civile, una vita veramente umana?

Se la stessa verità intellettuale è una creazione del nostro pensiero,

se la giustizia e la verità sociale non sono conseguibili se non

attraverso la faticosa e dolorosa elaborazione della storia, alla quale

le vite umane vanno immolate — come gli antichi immolavano alle deità

bugiarde le vite degli animali — quale protesta può elevare la nostra

coscienza, quale parola di pace?

Dicono di volere raggiungere una maggiore giustizia. Ma quale giustizia?

La giustizia, se pur fosse realizzabile con la guerra, non compenserà

mai l'umanità dei dolori e delle tragedie che l'accompagnano. E poi la

giustizia è crudele! Essa ha fatalmente vittime e condannati, vinti e

sconfitti. Non può essere la giustizia l'ideale umano, ma la carità,

nell'eguaglianza assoluta di tutti gli uomini nella rinuncia.

«Bello! — pensavo tra me — Peccato che la storia secolare del dogma,

della trascendenza pura, dei Papi, sia grondante di sangue nè più nè

meno di quella del razionalismo francese o tedesco».

Prosegue Missiroli:

Il socialismo è l'erede di questa dottrina spietata.

Ecco perchè la Germania da mezzo secolo si prepara alla guerra, in modo

inesorabile, senza il pentimento di un'ora! Ecco perchè i socialisti

tedeschi lealmente già avvertirono il mondo: «Quando suonerà l'ora

della guerra, badate! noi saremo col Kaiser!» Ah il Kaiser, cari amici,

il Kaiser! il militarismo germanico! dicono i nostri democratici.

I nostri perfetti democratici credono, che lo Stato germanico sia lo

Stato _ancien régime_, lo Stato anti-democratico perchè è militare,

perchè è disciplinato!

Colossale errore!

Stato, con un'S maiuscola enorme! Stato moderno, Stato in cui il

cittadino e lo Stato si identificano. Esercito che è lo Stato!

Imperialismo che è l'ultima parola della democrazia; e la guerra è il

suo mezzo.

— Allora, caro Missiroli, sotto i baffi a punta e l'elmo a chiodo

dell'Imperatore spunta la testa barbuta di Carlo Marx! Ma è mostruoso!

— Niente mostruoso! semplicemente logico, come logica sarà la egemonia

di una razza sull'altra, come logica sarà la concezione mostruosa del

popolo eletto.

— Ma intanto i nostri democratici protestano — dissi io.

— Ah, solo noi — esclamò egli dolorosamente — abbiamo il diritto di

protestare in nome del Cristianesimo che nega razze e nazioni elette;

il solo che possa garantire la fratellanza umana!

* * *

Mentre Missiroli parlava, io sentivo, anche più dolorosamente che mai,

l'impressione di tutto quel _grosse_, di tutto quel _kolossal_ che è

nei Tedeschi, come se avessi avuto sulle spalle la raccolta di tutti i

volumi del Giornale Storico della Letteratura Italiana.

E quando Missiroli finì di parlare, gli domandai:

— Non le pare, caro Missiroli, che questa forma primordiale di

lotta, quale è la guerra, sia in contraddizione con la _Kultur_, la

_Litteratur_, la grande scienza germanica...?

— Ma la _scienza_ dalle molte pagine non è propriamente la _sapienza_

che è di poche parole — dice Missiroli. — La sapienza può valere per

me, per lei, per gli anacoreti..., ma nella vita...!

* * *

Camminammo a lungo per via Rizzoli. Io non ho parlato.

Sono sotto l'impressione di un raccapriccio umano; e mi pare inutile

discutere. Mi guardo i piedi, le mani, guardo le vetrine eleganti,

colme di cravatte, guanti, scarpe, calze di seta. Sotto il riverbero

della luce elettrica sta tutta l'attrezzatura del vestire maschile e

femminile. Ho un po' di schifo di appartenere alla razza umana. Razze

giovani, razze vecchie; razze forti, razze deboli, filosofia di una

specie, filosofia di un'altra specie... Ci credo poco.

Ma un'idea era persistente:

— Senta, Missiroli — gli chiesi —, non ha lei così, per capo, per una

specie di intuizione sensitiva dell'epidermide, il terrore di un enorme

peso sul collo? Il giogo teutonico?

Povero e caro Missiroli! Sì, questo lo sentiva anche lui e lo confessò

con candidezza, diafana come le sue mani.

Passammo ad altro. È vero, come scrive Ivanoe Bonomi, che la _Triplice_

è già un'alleanza cadaverica e che l'Italia non deve fare i sei mesi di

lutto prima di passare a nuove nozze?

Per Missiroli la triplice alleanza sussiste ancora, ed adduce

l'autorità di Bismark; ma forse un cadavere c'è...

Si parla dell'onorevole Bissolati, che fino a ieri era contro le «spese

improduttive», ed ora fa gli esercizi militari a Roma. Ma il popolo

può avere l'alta coscienza, la lealtà dell'on. Bissolati? Il popolo

viene sotto le armi dalle officine, dai campi. Sente dagli ufficiali:

«Italia, onore, dovere, disciplina, bandiera!» Sono le parole contro le

quali essi hanno imparato di stare in guardia!

Andiamo a cena insieme.

Leggiamo una lettera di un famoso nazionalista. È fuori della grazia

di Dio! Ieri voleva far la guerra alla Francia, oggi — almeno —

all'Austria. Un po' troppo!

* * *

Sono tornato a Bellaria, convinto che tutto è finito Riposo un po'.

È vespero. Sento di là la voce di Serra. Ci salutiamo; entra nella

stanza; si siede nella poltrona. Gli espongo — così, un po' convulso —

i ragionamenti di Missiroli.

Serra ascolta senza dir nulla. Credevo che rispondesse con un lungo

discorso. Intravvedo un lieve moto delle spalle. Dice soltanto: — Sì,

Missiroli, un bravo ragazzo! pieno d'ingegno! Ma se ne dicono tante

oggi!

— E adesso?

Risponde: — Io non ho perso ancora la speranza di fare alle fucilate....

La sua voce è piana, ma mi pare, là nell'ombra della poltrona, che il

suo nobile corpo abbia un fremito.

— Ma è una pazzia, Serra!

— Ma no, una pazzia! — risponde con calma.

Siamo usciti. Ho accompagnato Serra a piedi per il sentiero delle

alte marruche finchè giungemmo alla strada maestra. La luna nuova

continuava, col suo biancore, il dolce crepuscolo.

Riandiamo le fasi della battaglia tanto per dire qualcosa, per spiegare

ciò che è inesplicabile. I Belgi si sono chiusi in Anversa, e avran

detto: Noi abbiamo fatto anche troppo! Seppure non hanno accolto

segrete proposte. I Russi, probabilmente, fanno la guerra per onore

di firma. E poi, Russia ed Inghilterra che hanno a temere? Danno il

colpo. Se il colpo va male, si ritirano in casa. Chi li va a pigliare?

Sull'incudine, rimane la Francia. E, dopo la Francia,... noi!

— Ma può scomparire la nostra civiltà latina? — domando.

— Problema di violenza. Perciò quello che ora occorre è la violenza:

l'arma.

Ai lati della via maestra, presso le case coloniche, si trebbiava.

Ogni tanto nella penombra del crepuscolo si presentava il profilo di un

plaustro colmo di strame, e la bianchezza dei grandi buoi si appressava

con l'alito mite del presepio.

Esiste la guerra?

Ci siamo lasciati tristamente. Egli montò in bicicletta e scomparve

per la via bianca, sotto la piccola luna: io ripresi il sentiero al

mare, fra le alte marruche. Ripetevo le parole di Serra: «Problema di

violenza!» È la violenza che conta. E la civiltà? Una maschera che rode

se stessa.

La Titì, quella sera, fu più affettuosa del solito. Domandò a

bruciapelo:

— È vero che vengono i Tedeschi?

Quasi mi venne da piangere. Non risposi. Un suo ricciolo, attorno al

mio dito, pareva un magico anello d'oro. Hanno fucilato anche dei bimbi

nel Belgio. Nel piroscafo, affondato da una mina «Barone Gausch», ci

furono più vittime di quelle pubblicate dai giornali: v'erano cento

creature, ancora anonime: dei bimbi.

Penso: Chi sono? Sono stati gli igienisti tedeschi a studiare,

precisamente, quante centinaia di bacilli di diverse famiglie formano

razza nell'intestino dei bimbi, ammalati di paratifo? Chi sono? Sono

stati i filologi tedeschi a studiare quanti Omèri hanno concorso a

formare Omèro? Oh, ma il gran vecchio vide con le cieche pupille più di

quello che voi non vedeste!

Piero, mio figliuolo, è indignato. Ha letto il _Corriere_. Come i

Francesi non sapevano che i tedeschi avevano mortai da 420 mm.?

— Che mortai?

Legge: «Enormi mortai adoperati dai Tedeschi. _Un deputato al Reichstag

ha telegrafato al corrispondente della Frankfurter Zeitung di qui, che

la presa di Liegi e la ragione della rapida caduta di Namur si deve

all'entrata in azione di un mortaio del calibro di 420 mm., al quale

nessun strato di cemento può resistere. L'esistenza di tale mortaio era

un segreto noto a pochissimi in Germania. Anche la maggior parte degli

ufficiali l'ignoravano._ Adesso, come hanno preso Namur, prenderanno

Epinal, Verdun, Parigi....

È atterrito.

— Sì, sono questi i grandi microbi, inventati dai Tedeschi.

La lampada si va spegnendo: Vado su e giù per la stanza: — Del resto,

ragazzo mio, io sono più avanti negli anni dell'amico Serra: io ero

bambino quando è cominciato il mio germanizzamento: dalla prima

ginnasiale, grammatica latina tedesca, grammatica greca tedesca,

ginnastica tedesca, bastone Jäger tedesco. Tuo padre però ha l'onore di

non aver fatto carriera! I letterati italiani, quando vogliono scoprire

la verità, ricorrono, fatti i debiti inchini, al tedesco Gasparry. Così

i nostri socialisti, quando sono incerti sulla via della luce, vanno a

consultare l'oracolo di Treviri. Nelle scuole tedesco! Anche nel liceo,

tedesco! I cervelli degli uomini si sono vestiti alla tedesca come le

gambe delle donne, alla francese. Milano? Troppo tedesco; _Kaiserbier,

Kaiserfleisch!_ Troppa tronfia paccotiglia architettonica alla tedesca!

Perchè sto bene a Bellaria? Perchè qui si parla puro italiano! Una

volta un personaggio autorevole, mi pare al tempo della guerra di

Libia, credè opportuno sostituire all'ordine di «pacifismo!» l'ordine

di «patriottismo!», ma lo disse in tedesco: _Vaterland über alles!_

Sciocchezze! Del resto io non odio i tedeschi. Sono ammirabili! Quella

è la loro _forma mentis_: ma le scimmie mi fanno disgusto. Dovevi

sentire, ragazzo mio, il Carducci quando dalla bocca amara sprigionava

i versi del Berchet: «Su nell'irto increscioso alemanno, su Lombardi,

puntate la spada.» Perchè odiare? Nel mondo c'era posto per tutti,

senza bisogno di farsi luogo col cannone!

Ma Carducci è un sorpassato! Dicono loro!

Supponi, figliuolo, domani un'egemonia teutonica. Essi diranno:

«Internazionale! Macchè patria!» E tutti saranno contenti. Va a letto!

Perchè Solone giudicò beatissimo Tello Ateniese? Perchè visse con

modeste sostanze, perchè i figli ed i nepoti morirono combattendo per

la patria...

Un'idea mi tempesta nel cervello: Val la pena di dare la vita per la

patria? Per sentire questa bella commemorazione: «Quei guerrafondai,

quei bruti, che non conobbero la fratellanza universale!

* * *

Notte insonne. Apro la finestra che ancora è notte. Il carro dell'Orsa!

Tutti hanno osservato di prima sera il carro dell'Orsa; e molti

ridicendo: «Vaghe stelle dell'Orsa!» Ma chi le ha viste al mattino

le vaghe stelle? Che strana sensazione vedere quelle mirabili stelle

in altra zona del cielo da quella dove le lasciammo la sera, e tutto

precipiti in giù, col timone fino a toccare il mare! Come hanno

viaggiato nel cielo? — Sembrano più fiammeggianti le stelle, quando

il cielo traspare per la nascente alba. V'è una stella crinita fra le

stelle dell'Orsa. È la cometa della guerra? E il sole sorge sempre più

in là, verso laggiù. Passa i tetti delle casette ad una ad una, passa

le pioppe, e poi tornerà verso quassù. Vengono in mente le parole di

Serra: tutto automatico, tutto ripetuto, tutto perpetuo! Il pensiero,

ecco, la sola cosa libera, e vana: il pensiero, l'anima, cioè; e

gli uomini l'hanno collocata presso Dio, fuori di questa materia

automatica. In verità gli uomini avevano molto ingegno e concepirono

l'idea di una vita migliore, anche senza la guerra. Ma e poi? Gli

uomini non erano filosofi, non erano contemplatori di stelle: si sono

annoiati, si annoierebbero, e perciò fanno la guerra. Le stelle! Non so

qual lagrimoso consenso risorge in me, e come veri mi appaiono i versi

irreali del Petrarca che andavano ripetendo l'altro giorno con Serra,

quelli a Sennuccio del Bene:

_or vedi insiem l'uno e l'altro polo_

_le stelle erranti e lor viaggio torto._

Guardando le stelle, mi sono pacificato coi Tedeschi. Nel secolo

nostro, voi, brava gente, volete occupare tutto il mondo? Se Dio ve lo

dà, pigliatevelo. Noi ci restringeremo. Ma l'anima sia salva!

Inghilterra e Germania! Due cugini: uno aveva le pere l'altro aveva il

formaggio.

Se li potevano dividere in santa pace. Macchè! Si prendono a cannonate.

«Bambino mio — dicevo ad un bambino — perchè non vuoi essere buono?

Faccio l'elenco di tutti i vantaggi della bontà.

— Sì, è vero! Ma mi annoia.

Domando a che vale la _Kultur_ e la _Litteratur_!

Il romanzo della guerra nell'anno 1914 · 第 6 / 24 题