_AL SIGNOR LETTORE_,
_Questo libro contiene e rivive la passione, giorno per giorno, di
questo tragico tempo, tragico anche per chi è vissuto lontano dai
luoghi dell'azione._
_Agli amici sigg. Facchi e Puccini, editori, piacque di stampare
subito queste pagine le quali, per la più parte, furono scritte senza
intenzione di stampa._
_Se questo libro di passione contiene qualche parola un po' eccessiva —
non di odio; ce n'è anche troppo dell'odio! — la colpa è un po' della
parola, amante timida e ardente della verità, ed anche un po' dei
signori Editori, i quali non mi concessero tempo di ritoccare troppo.
Ma, proprio, nessuna cattiva intenzione!_
Fu il 30 giugno, giorno degli esami al Politecnico: uno studente
trentino giunse in ritardo. Aveva quasi le lagrime agli occhi per la
commozione. La sera precedente — mi pare — era scoppiata la notizia
della tragedia di Seraievo: l'arciduca Francesco Ferdinando da Este,
l'erede al trono d'Austria, era stato assassinato.
— Giustiziato!
— Come crede lei, mio caro giovine, risposi. — Posso convenire con lei
che la violenza rimane una delle cose più positive del mondo: ma i suoi
frutti non mi piacciono.
— La storia del mondo procede per atti di violenza!
— Lo so; ed appunto per questo non è un'allegra storia. E quella povera
arciduchessa?
— Una reazionaria fanatica, peggio di suo marito.
— E quei poveri figliuoli, innocenti, che non vedranno più i loro
genitori?
— Questioni di dettaglio di cui non si può tener conto.
* * *
Stetti un po' in silenzio. Eravamo appoggiati al davanzale della
grande finestra: il mattino estivo traeva dalla folta verzura dei
giardini pubblici una purità grandiosa e solenne. I giardini erano
pieni di bimbi in festa. I figli dei due assassinati forse in quell'ora
giocavano, inconsci, nel parco del loro castello.
* * *
— Be' — dissi infine —, vada per la sua gioia! Un gran nemico — nemico
aperto, conviene dirlo — d'Italia è scomparso; ma lei che cosa spera
che venga fuori da tutta questa faccenda?
— Una guerra immensa...
— Eh?
— Per forza! L'Austria-Ungheria, con gli Slavi che, ora, le scappano
da tutte le parti, è messa in una condizione disperata. Cercherà di
venirne fuori con una guerra....
— Vada, vada — esclamai, — scelga un posto e faccia un poco di compito.
— E non volli sentire altro. — Assolutamente non voglio sentire altro!
Una guerra? La guerra? Un'immensa guerra? Ma si potevano dire più
bestialità in poche parole? E da un giovane che fa studi positivi!
Mi ricordo che proprio lì, al Politecnico, uno dei più autorevoli
professori — oggi deputato — mi diceva un giorno: «Ma sa lei che
bisogna essere ben letterati, ben poeti, per credere alla possibilità
di una guerra europea? La rete degli interessi è tale da impedire
automaticamente qualunque guerra. Gli armamenti? un premio di
assicurazione contro la guerra, dovuti anche ad un fattore economico di
recente creazione: l'industria degli armamenti».
Osservava un altro professore come i progressi della chimica nella
fabbricazione degli esplosivi fosse a tale punto che la guerra doveva
per forza essere uccisa dalla guerra.
«Piccole guerre coloniali avverranno ancora — diceva un altro signore
—, ma guerre europee sono un non senso, un anacronismo, specialmente
per il fatto tangibile, acquisito, _pacifico_ — come dicono i legali
— del maggior rispetto per la vita umana! Ma c'è dell'altro: i
governi a tipo ancora feudale, bisognerà che ci pensino due volte!
L'_Internazionale_ oggi è una potenza, specie in Germania. Del resto il
Kaiser, con tutti i suoi travestimenti un po' medievali, è un garbato
signore, un onesto, pacifico viaggiatore di commercio per gli articoli,
_made in Germany_.
* * *
Io questi ragionamenti li sento ancor vivi all'orecchio. E chi non li
ha sentiti?
Per mio conto devo pur dire come in me — per quanto tutti i gigli
e le rose della fede nel buon divenire umano sieno divenuti fieno e
stabbio, era come una inconsapevole sensazione che i geni dei vari
popoli d'Europa fossero a tale grado di maturanza da potersi oramai
equilibrare e compenetrare fra loro senza più ricorrere al giudizio di
Dio o, meglio, del Diavolo, a quella assisi orribile che è la guerra.
Perciò era naturale che togliessi la parola al mio bellicoso scolaro,
come a dirgli: «Non faccia il letterato anche lei. Qui, al Politecnico,
di letterati ce n'è uno, ed è di troppo!» Avevo lì i giornali del
mattino, fra cui l'_Avanti!_, figlio cadetto del _Vorwaerts_. Glielo
buttai sul banco dicendo piano: Ecco, caso mai, i nuovi carabinieri e
pompieri pel suo incendio.
* * *
Ora chi avrebbe pensato mai che dopo un mese — ma nemmeno! — ciò che
era fantastico, sarebbe divenuto realtà?
* * *
La macchina del pensiero però in quella mattina era stata messa in
moto e non era in mia facoltà l'arrestarla. I tumulti e le sommosse in
Italia erano in quel giorno, 30 giugno, ancora in prima linea.
I giornali dell'ordine un po' deridevano le così battezzate
_repubbliche di Pinocchio_, un po' denunciavano le violenze, gli
incendi, i saccheggi, i mezzi teppistici usati. Se ne raccoglieva
un senso — diciamolo pure — di pavore e di incertezza da parte delle
classi dirigenti. E su quel pavore tonava da Milano la voce del prof.
Benito Mussolini, direttore dell'_Avanti!_, per nulla intimidito, per
nulla pentito: «Ma questa era la guerra di classe! la guerra non si
fa coi guanti; la teppa rappresenta gli eroici sanculotti della nuova
rivoluzione. Vi si preparassero i signori borghesi!»
Allora è sempre la guerra — pensavo —, cioè, se non è zuppa, è pan
bagnato.
* * *
Di queste cose m'intrattenevo nel mese di luglio — quando il sipario
dell'orrenda tragedia europea non era ancora levato — con l'amico
Renato Serra, qui in Bellaria, lungo la riva del mare.
Renato Serra — non se ne dolga l'amico, restìo ad ogni lode — è una
delle più luminose intelligenze che io abbia avuto la ventura di
conoscere in questi ultimi tempi; e se le cose non andassero così
come vanno, il suo posto dovrebbe essere ben altro che in una deserta
biblioteca di Romagna! Egli si trova oggi in tutta piena giovinezza:
alto, quasi atletico, quasi imberbe, coi nervi molto a posto (non come
i miei): porge tuttavia, a prima vista, l'impressione di un ragazzone
riguardoso e quasi timido. Ma quando guizza la spada del suo pensiero,
timido e riguardoso nei giudizi diventa invece chi l'ascolta. Non che
egli sia o folgorante parlatore o dialettico. È persuasivo perchè è
profondo, arrendevole, umano. Parla pianamente con spiccata cadenza
romagnola, chiudendo un po' le palpebre quasi a meglio concentrare la
sua imagine di pensiero: spesso un impercettibile sorriso! Dà piacere
accostarsi a lui. Nella sua città di Romagna lo chiamano semplicemente,
_Renato_. Ama di vivere col popolo, ma non beve il gran vino del
popolo, perchè egli è bevitore d'acqua. Adora nostalgicamente la
Romagna e il suo popolo, benchè il popolo non sospetti affatto chi sia
_Renato_.
Veniva spesso a sorprendermi, sfolgorando nella bicicletta lucida,
con quel suo sano affettuoso sorriso, sotto il gran sole. Eravamo così
lontani dalla guerra che si faceva la psicologia dei fatti del giugno,
specialmente in Romagna. Era stata allora chiamata sotto le armi una
classe, e pareva imminente un nuovo sciopero dei ferrovieri.
Le nostre osservazioni non erano troppo liete. — Mussolini — diceva
Serra — è un romagnolo di schietto temperamento rivoluzionario, un
sincero. Potrà spiacere, in segreto, anche a qualcuno dei suoi, ma ha
il merito di avere dissipato un equivoco in cui ci cullavamo: esiste
realmente in Italia uno stato rivoluzionario. E mi narrava anche come
molti in Romagna, socialisti _en amateurs_, rimasero un po' atterriti
vedendo il volto della rivoluzione! «Libertà, libertà!» Cosa? Così,
libertà! Come tante volte, in Romagna, nei tempi dei governi passati:
«Libertà, Libertà!» Gente armata sbucava da non so dove domandando,
libertà!
In tale caso — dicevo io — la pace goduta fino ad ora è stata comperata
dall'on. Giolitti....
Alcune constatazioni erano anche più tristi. Lo Stato? Ecco il nemico!
Si ubbidisce, in Italia, allo Stato per necessità, per paura, come al
tempo dei cessati governi: ma il padrone morale è un altro.
Si discuteva, sottilizzando un po', sopra i due termini, _rivoluzione o
guerra civile?_ Un contrasto di idealità può portare alla rivoluzione,
che può essere anche un bene. Ma oggi si tratta piuttosto di un
contrasto economico. _Borghesia e proletariato_, si trovano, per chi
bene osservi, sul medesimo piano morale.
A me pareva molto opportuno rilevare questa distinzione, non ben
veduta, forse, dalla sincerità del prof. Mussolini. Ma Renato Serra
trovava che era del tutto inutile proclamare una verità a cui nessuno
avrebbe prestato fede.
Così si parlava, tanto si era lontani dalla idea della guerra. Era così
sereno il mare in quei giorni! Tanta vita allegra e spensierata fioriva
lunghesso il mare!
* * *
Sul mondo, d'improvviso, è apparso lo spettro immane della Guerra.
Oh, non mai più terribile cometa vide il mondo! Il Vescovo ordinò ai
devoti le orazioni _pro tempore belli_: in tutta l'Italia si tennero
comizi popolari contro la guerra. Ma le preghiere _pro tempore belli_
non valsero più degli ordini del giorno nei comizi. Si sono udite voci
strane, incredibili! «Siccome il capitalismo è internazionale ed è
danneggiato dalla guerra, così fu proposta una momentanea alleanza fra
capitalismo e proletariato che pure è internazionale ed è danneggiato
dalla guerra». Si sono adombrati i fatti alla maniera così derisa dei
vecchi tempi, quando non esisteva ancora _il materialismo storico_ e
la _critica positiva_: cioè si diede tutta la colpa al Kaiser, alla
bellicosità del figlio del Kaiser: Tisza, Francesco Giuseppe, la casa
Krupp, il Papa, i fornitori di muletti e di buoi... Come la guerra di
Ilion, cagionata dalla vendetta di Menelao e dall'isterismo di Elena.
* * *
Milano, 2 agosto: Io sono passato, come un'oca, per tante fasi
politiche! ma mi conforta che molte saranno state le oche come me.
Il 2 agosto, ero per breve tempo di ritorno a Milano: una domenica
asfissiante, deserta. Il sole aveva riflessi quasi cinerei.
Mi imbatto nel sig. H*** un vecchio barbuto germanico. Egli mi assicura
che la Germania non vuole il Cosacco a Berlino. Egli ne è fieramente
impressionato. — La cosa è terribile! Noi non vogliamo il Cosacco a
Berlino!
«Voi, tedeschi, andate per tutto il mondo! così se anche i Russi vanno
a Berlino....» Ma non dissi codesto. Dissi invece: — Ne è proprio certo
lei che il Cosacco andrà a Berlino?
— Da qui a tre anni, certissimo! La Francia come una meretrice, seduta
sulle ginocchia del Cosacco, lo accarezza, lo ubbriaca, gli dice: Dà
per me una pugnalata alla Germania. Aspetta tre anni! dice il Cosacco.
Ma noi siamo pronti oggi!
Il paragone non manca di qualche verità. Il signor H*** batte poi
queste parole, in buon italiano, sulla incudine metallica dell'accento
teutonico in modo impressionante.
Mi dispiega poi un articolo del _Corriere della Sera_. Mi fissa, quasi
minaccioso, col bianco de' suoi occhi azzurri. Il Governo italiano
ha proclamato la neutralità! Anche il _Corriere_, il giornale dei
benpensanti, il sostenitore, fino a ieri, della Triplice, approva la
neutralità!
(Avevo veduto il _Secolo_ e l'_Avanti!_ che sostenevano la neutralità).
Dissi: — Anche il _Corriere della Sera_? Impossibile.
Mi squinternò il foglio: — Legga quest'articolo dell'on. Torre...!
Aveva due occhiacci il signor H***!
— Non c'è niente da dire — risposi un po' impacciato. — Così che
_Avanti!_ _Secolo_, _Corriere_, si trovano per la prima volta in
congiunzione. È ben strano!
— Niente strano! Prevedibile pur troppo! Ma è il più pericoloso giro di
walzer che abbia fatto l'Italia! Dunque, l'Italia neutrale, Inghilterra
contro....
— Ah, questo è impossibile! — risposi subito con premura, anche per non
raccogliere quell'affare del giro di walzer. — L'Inghilterra, gente
pratica, fare la guerra? Impossibile! «e poi — pensavo — cane non
mangia cane».
— Possibilissimo! La Germania perderà forse per mare: ma si batterà,
oh, in maniera formidabile.
Mi pare di vedere una lagrima diffondersi su quelle pupille d'acciaio
del signor H***.
— Senta, signor H***, dissi — mi pare che in questo momento, dipenda
dal loro Kaiser volere la pace o la guerra. La Serbia si è umiliata....
Il nostro Kaiser è cavalleresco e fedele.... — dice il signor H*** con
intenzione non dubbia.
Ho capito: torniamo ai giri di walzer: e mi sento quasi sollevato
quando il signor H*** mi saluta.
* * *
Mi pare tutto un sogno: Penso al solito _serpente di mare_, che
pescano i giornali quando è l'estate. Mi viene anche in mente di
andare a Mombello a domandare al prof. Antonini, che mi onora della sua
benevolenza: «Che cosa succede nel manicomio del mondo, signor mio?»
Entro nel _Circolo Filologico_. Vediamo cosa dicono i giornali esteri.
I giornali italiani hanno quella brutta abitudine delle testate enormi,
che scuotono tutto il sistema nervoso.
I giornali esteri non sono arrivati. Tutta la posta con l'estero è
sospesa.
Trovo il numero ultimo dell'_Humanité_ (30 giugno) del socialista
francese Jaurés.
Jaurés scrive che ha _ferma fiducia_ che la guerra non si farà. Ciò
mi rimette un po'. I socialisti tedeschi sono una potenza, un impero
nell'impero. No, la guerra non si farà. E poi è possibile che il Kaiser
si voglia mettere in urto col suo popolo? Dei socialisti e sindacalisti
francesi, poi, non ne parliamo. Vaillant, l'antico comunardo, ha
dichiarato: «Votiamo dunque la proposta dello sciopero generale, per la
salute dell'umanità, per la pace contro la guerra!»
Si deve trattare d'uno scherzo — diciamo pure — di cattivo genere, che
il Kaiser fa all'Europa. «Via, piccola Europa, — dice il Kaiser — non
tremare!» s'ode un gran rumore: l'Europa tira il respiro. È il Kaiser
che ha rimessa la spada nel fodero. I figliuoli del Kaiser sono un
po' bellicosi, ma ci penserà il babbo a metterli a posto. «Vi pare,
ragazzi, che nel secolo ventesimo si possa fare la guerra sul serio?»
Oimè! Proprio lì, al _Circolo Filologico_, trovo le tracce della
guerra! Un gruppo di giovani tedeschi, già miei scolari, mi salutano.
Sono in abito estivo, lieve, con il colletto candido alla Robespierre.
Dolci volti imberbi escono dai larghi colletti. Sono calmissimi:
consultano l'orario delle Ferrovie.
Ci salutiamo. — E gli altri? — domando.
— Già partiti per la guerra! — (mi prende un tremito, dentro).
— E voi?
— Partiamo domani. — Mi mostrano i fogli di via del consolato
germanico, del consolato austriaco: pochi sgorbi su di un modulo,
eppure segnano la storia!
— Simplon, chiuso. Bisognerà passare per Verona, Ala. Oggi niente
arrivati giornali. Neppure posta arrivata. — Così dicono e nulla più.
Sembrano tutti presi da un'unica idea rettilinea.
— Anche questo qui Kriegsfreiwillinger, come si dite in italiano? Oh!
«volontario» per la guerra — (Chi mi parla così è un caro giovane,
impiegato qui, a Milano, in una Banca: aveva promesso di mandarmi in
dono un bell'orologio a cucù della Selva Nera, quando fosse tornato
al suo villaggio della Selva Nera. Indica, così dicendo, un suo
compagno, un esile adolescente biondiccio, un fanciullo addirittura.
L'adolescente sorride: nulla dice).
* * *
Ah, il dio Moloc non è necessario, oggi, andarlo più a vedere al
cinematografo, nella _Cabiria_ del signor D'Annunzio! Esso cammina
per l'Europa. È però un fatto che questi ragazzi tedeschi non vedono
coi loro dolci occhi lo spaventoso dio Moloc, che oggi passeggia per
l'Europa. Divino dono della giovinezza: non vedere, non capire!
Mi salutano poi tranquillamente: — Buon ciorno, signor professore!
Rabbrividii. Forse buona eterna notte! Domani, a questi giovani
teutonici sarà messo in mano un fucile; andranno ad uccidere un
francese, un russo..... Perchè?
Eppure in tanti inverni, in questa scuola internazionale del Filologico
di Milano, i giovani francesi, russi, teutonici, inglesi, turchi anche,
si trattarono con la più squisita cortesia. Domani si piglieranno a
fucilate.
Che brutta ora segna il cucù dell'orologio della Selva Nera!
* * *
Miei cari giovani tedeschi, permettete che vi dica una parola, non
con brutalità teutonica, ma con sincerità italica: nessuno più di me
ha ammirato le vostre invidiabili qualità; e spesso ho pensato che
una nazione la quale lancia tali figli per il mondo, ha diritto di
conquistarsi un bel posto sotto il sole! Quante volte vi ho proposto
alla sentimentalità, volubile e tumultuosa, dei miei scolari italiani!
E ne ebbi male parole! Voi non volete ubbidire — dicevo —, e so anche
che è molto difficile farvi ubbidire, anche perchè voi volete sapere
il _perchè_. I tedeschi ubbidiscono anche senza _perchè_. Miei cari
giovani tedeschi, i miei cari giovani italiani non vogliono ubbidire.
Ebbene, cari giovani tedeschi, voi dominerete i mari, le banche, i
mercati più di noi. Pazienza! Ma mai, mai, avrei pensato, o giovani
tedeschi, di veder voi, così corretti, così puliti, oggi così in via di
imbrattarvi di sangue! Credete, non vi laverete così presto. E allora
che vale, per la salute vera del mondo, che voi siate dominatori dei
mercati, delle banche, delle terre, dei mari?
* * *
Un giornale cattolico fa della letteratura. Sempre questa letteratura!
Scioglie un inno alla guerra il piccolo novello Goethe, perchè deve
annunciare come di _qui comincia la novella istoria!_
Va, va a leggere l'Evangelo, _qui gladio ferit, gladio perit_, o
piccolo giornalista cattolico.
* * *
Non ho visto mai Milano così triste, così deserta come in questa
domenica. L'asfalto delle vie ardeva, il cielo aveva un colore, un
colore come d'asfalto. Tutte le persiane dell'aristocratica via di
Borgonuovo erano chiuse. Vi ho contato tre viandanti appena. Davanti
al Cova niente automobili laccate: dietro le vetrate, niente dame del
_five o' clock tea_.
Sull'angolo del Cova, per campione, appena tre gentiluomini con
l'_erre_ scemo. Sento che parlano anch'essi della guerra, ma con
indifferenza. Ciò è indizio di gran signoria.
* * *
In una trattoria, dove mi sono recato a mangiare un boccone (vecchio
risotto al salto che sa di rancido, vino tetro che mai non conobbe
la vite: oh, Bellaria, mare azzurro, vino rubino, pane con profumo
di grano, galletti che cantano ancora, frutta appena spiccata!) siede
un vecchio signore, un po' sgangherato, sdentato e sordo. È preso dal
convulso della politica: parla, mangia e ride nel tempo stesso. Aveva
letto il decreto di _neutralità_ del governo italiano, e diceva con
gioia:
— Io non voglio il male di nessuno: ma è certo che i fastidi degli
altri ci fanno maggiormente sentire la nostra pace.
Si rivolgeva a me, e chiedeva con insistenza:
— Non è della mia opinione?
— Imbecille!
* * *
Volevo riposare un po' nel pomeriggio: ma non mi fu possibile. Che
cosa stava per fare l'Italia? Poteva conservarsi neutrale? Non è una
folle illusione lo sperare di non ardere in mezzo a tanto incendio? Ma
e poi? Non fu rinnovato il trattato di alleanza con la Germania e con
l'Austria prima ancora che scadesse il tempo? E a Trieste, a Vienna,
a Berlino si suona ora la _marcia reale, l'inno a Tripoli_; si grida:
Viva l'Italia! viva il re Vittorio Emanuele III! Ma che cosa diranno
adesso che sapranno della nostra neutralità?
Ci manderanno un ultimatum di ventiquattro ore! Adesso è un gioco di
società spedire ultimatum.
Non potendo dormire, sono andato a trovare, con un pretesto qualsiasi,
un signore, autorevole in molte cose, ed anche in politica.
Ho bisogno di sentire qualcuno. Non che io stimi quel signore un genio
della politica; ma siccome non ho visto mai la sua cravatta scomposta;
non ho mai udito la sua parola concitata, così ho bisogno di vedere
se in questi monumenti terribili le sue parole e la sua cravatta si
mantengono ancora così composte: cioè se ne capisce qualcosa di questo
ciclone.
Mi fa l'effetto che anche lui non sia eccessivamente orientato: però è
tranquillissimo.
Dice: — Già, è un momento un po' climaterico che attraversa l'Europa...
Non so: questa frase mi fa venire in mente i periodi _ciclonici_ ed
_anti-ciclonici_ del _Corriere della Sera_.
— Ma è la fine del mondo! — dico io.
Sorride della mia iperbole.
— E l'Italia?
— Ecco — dice —, tutto dipende dal contegno che terrà l'Inghilterra.
Se l'Inghilterra dichiarerà guerra alla Germania, è molto probabile che
anche l'Italia sarà trascinata nel conflitto...
— E dovremo andare contro la Francia?
— Eh, già!
— E dovremo marciare a fianco dell'Austria? ma le pare possibile che
ciò avvenga?
— Tutto è possibile in politica. La politica è un giuoco di interessi.
— Allora siamo alla guerra anche noi. Oggi no, domani sì! Ma come
mi spiega lei questo fatto che la Triplice è stata, per tanti anni,
l'_arca fidelis_, la _torre eburnea_, la _stella mattutina_ della pace
europea, tanto che l'Italia si fidanzò col teutonico per godere il
beneficio della pace, e adesso è la Triplice che dichiara la guerra...?
— La moglie dovrà seguire il marito — risponde quel signore.
— Ma allora anche le parole dei re, degli imperatori non contano
nulla! Perchè tutti non siamo qui per testimoniare come tutte le volte
che i re e gli imperatori venivano a contatto fra di loro, la parola
più importante che dicevano levando i calici dello _champagne_, era,
«Pace!». «Siamo felici di garantire la Pace!» «La Pace è garantita
ai nostri cari popoli!» Le agenzie telegrafiche subito lanciavano al
mondo questi confortanti messaggi. Ben è vero che il mondo pareva dire:
«Pensate piuttosto a garantire voi stessi, o teste coronate!» Ed ora
che cosa avviene? Qualcosa di mostruoso. I re garantivano il falso, ed
il mondo marcia in guerra, ubbidendo al comando dei re.
— Ecco, veda: le cose stanno così — mi risponde quel signore: i re,
gli imperatori, ecc. sono come i reofori di quelle dinamo ultra-potenti
che sono i popoli e le nazioni. Niente di più pericoloso che l'incontro
dei reofori, niente di più minaccioso per la pace che l'incontro dei re
quando bevono insieme lo _champagne_...
— E sia! — dico io — Ma e i pacifici? gli uomini dal cuore puro? i
poveri di spirito? i galantuomini insomma?
— Godranno il regno dei Cieli! Via via! La Russia combatterà contro la
Germania una guerra dolcificata, tanto per onor di firma. La Russia non
può fare gli affari per i begli occhi dell'Inghilterra...! Questo lo
capisce anche lei.
— Ma l'Inghilterra darà una ripassatina con le sue formidabili
_dreadnoughts_ a tutti i nostri porti di mare!
— Ma lei rimane a Milano, che non è ancora porto di mare! Del resto,
creda che per quanto possa far dispiacere, una lezione ai nostri buoni
vicini francesi _va mica male_. Si metta tranquillo. Lei vedrà che la
Germania in pochi giorni si spiccia, e l'Inghilterra non avrà nemmeno
il tempo di decidersi, tutto finirà bene.
Quel signore mi accommiata così, come dice il medico per tranquillare
l'ammalato: «Vedrà che tutto andrà bene».
Io non sono calmato: io sono esasperato: io sono onorato di non valere
niente in politica. Repubblica o monarchia mi lasciano indifferente:
ma è pur certo che nelle monarchie sopravvivono ragioni dinastiche,
orgogli atavici che vietano molti componimenti. Ma l'Austria non
poteva concedere lo sbocco al mare alla Serbia? La Germania non poteva
costituire la Lorena e l'Alsazia in istato autonomo? E il mondo non
è forse abbastanza grande perchè la _vilis mercatura_ degli Inglesi
e dei Germanici abbia il suo sfogo? Lo so: questo non è ragionare
da politici, ma da poeti. Voi, voi, però, uomini positivi, uomini
dell'alta tecnica, dell'alta borsa, siete pur cattivi politici!
* * *
La sera è profondamente triste. Ma come faremo per giorni e giorni,
forse per mesi, a vivere nell'ansia di simili notizie? Ho le tasche
piene di giornali. Ma uno ne sa come l'altro.
Si attende sino alle dieci un supplemento del _Secolo_ e del
_Corriere_. Si dà per certo l'ordine di mobilitazione di tutto
l'esercito.
Esce il supplemento del _Secolo_. Un furgoncino ha attraversato di
furia Via S. Margherita. La luce elettrica è strana nella gran via
senza gente, coi negozi chiusi, i palazzi soli. Un movimento di
rigurgito di poca gente in corsa si forma dietro il furgoncino. Non so
per quale associazione di idee mi viene in mente il ricordo del primo
carro chiuso notturno, che trasportava i cadaveri, in un anno lontano,
che ci fu un po' di colera.
Sotto l'arco della Galleria tutti hanno il foglio del _Supplemento_
spiegato. Si tratta semplicemente della chiamata di due classi. Si
legge in un attimo: ma ho la visione di tutta quella gente, fisa a
lungo e immota, sul foglio. Sarà per domani!