CAPITOLO XXVII.

_Affari di Firenze. — Regno e spedizione in Italia

dell'imperatore Enrico VII di Luxemburgo._

1308 = 1313.

(1308) Il trionfo della parte de' Neri in Firenze e nelle città guelfe

della Toscana, e la sommissione di Pistoja a questo partito pareva che

dovessero per alcun tempo assicurare la pace a tutta questa contrada,

poichè i nemici del governo, vinti in ogni incontro, più non credevansi

in istato di turbare la repubblica. Vero è che il partito ghibellino era

tuttavia dominante nelle due città di Pisa e di Arezzo, ma queste ancora

erano state forzate di domandare ai Guelfi la pace: inoltre la prima

doveva pensare a conservarsi il dominio della Sardegna, di cui il re

d'Arragona, in forza di una concessione del papa, cercava di spogliarla,

onde si guardava dal provocare nuove liti sul continente. Perciò la

potenza del partito guelfo pareva invariabilmente stabilita, quando

un'interna discordia, poi la venuta in Italia di un imperatore

senz'armata, il di cui potere era presso che tutto posto ne' soli titoli

e diritti, crollarono di nuovo la lega guelfa, alla di cui testa

trovavasi Firenze, e tutto rovesciarono l'equilibrio politico

dell'Italia. Esiste nelle repubbliche una soprabbondanza di vita che non

permette godimento di lunga pace o riposo, mentre nelle monarchie un

prematuro letargo non lascia libero corso allo spirito. Nelle prime

l'anima di ogni cittadino, gettata in una diversa forma, pare che

piegare non si possa ad una legge comune; non è pago del godimento della

libertà come membro di un corpo libero ed aspira ad una esistenza

indipendente, non trovando nel più liberale governo abbastanza larghi

confini per lo sviluppo della sua volontà e delle sue passioni. Nella

monarchia per lo contrario, quando il sovrano ha tolto all'uomo ogni

cura de' suoi politici interessi, più non può richiamarlo a generose

passioni per altri oggetti e non può farlo agire che coll'allettamento

di immediati godimenti: la gloria, il potere, la stessa fortuna quando

siano il prezzo di ardite combinazioni e di una lunga perseveranza, più

non offrono bastante allettamento ai sudditi: e quel monarca che si

sforza di risvegliare in un popolo privato d'ogni libertà[242] le

lettere, le belle arti, il commercio, s'assomiglia a quel fisico che,

pei prestigi del galvanismo, eccita in un cadavere alcuni movimenti

della vita che ha perduta.

[242] Parlando di governi affatto dispotici l'autore ha ragione, e

ne abbiamo una troppo lunga prova nel dominio de' Turchi ed in altri

dispotici governi di barbare contrade. _N. d. T._

I vantaggi di una vittoria ottenuta da un partito non possono giammai

appagare le speranze concepite da tutti i suoi capi, e le speranze

deluse sono d'ordinario immediata cagione della divisione de' vincitori.

Corso Donati era stato a Firenze il principal capo di quella rivoluzione

che aveva cacciati i Bianchi in esilio e resi i Neri potentissimi;

pareva che la repubblica avesse adottate perfino le sue private

nimicizie contro Vieri de' Cerchi, e tutte le sue passioni. Non pertanto

Donati s'avvide ben tosto di non avere raccolto verun frutto dalla sua

vittoria: i capi della nobiltà, cui erasi associato, mostraronsi gelosi

della sua riputazione, e tentarono d'indebolire la di lui influenza

nella pubblica amministrazione. Volle allora far prova della sua

individuale potenza, gettandosi nella opposizione, censurò le operazioni

de' principali magistrati, e non tardò ad accorgersi con dolore che non

le poteva impedire, e si procacciava dei nemici. Finalmente cercò di

formarsi un partito contro quello medesimo che egli aveva lungo tempo

diretto; e mentre che Rosso della Tosa, Geri Spini, Pazzino de' Pazzi e

Betto Brunelleschi governavano la repubblica, per combattere questi capi

della nobiltà, si associò coi Bordoni e coi Medici. Formavano i Medici

una famiglia popolana che cominciava ad arricchirsi e ad aver parte a

quest'epoca ne' pubblici affari.

Corso Donati accusava in ogni occasione il governo di venalità e di

dilapidamento; rispondevano i suoi nemici con un'accusa ancora più

popolare, e quindi a Corso più dannosa, lo accusavano di volere usurpare

la tirannide, adducendo per prova il suo lusso, le spese, l'orgoglio del

suo parlare, i clienti di cui s'andava circondando, e più di tutto il

suo recente matrimonio. Infatti era questo assai sospetto. Corso Donati,

il capo del principale partito guelfo tra i Guelfi, Corso che aveva

perseguitati i Bianchi pel solo motivo d'essersi mostrati disposti a

perdonare ad alcuni Ghibellini, sposava la figliuola di Uguccione della

Fagiuola, il capo di tutti i Ghibellini della Romagna e della Toscana ed

il più temuto capitano tra i nemici della repubblica. Allorchè

quest'accusa, destramente sparsa tra il popolo, ebbe risvegliata la

diffidenza contro un uomo da lungo tempo risguardato come il primo

cittadino di Firenze, i suoi nemici credettero che fosse giunto

l'istante di perderlo. La signoria fece un giorno suonare la campana del

comune, e tosto che il popolo armato si fu adunato nella piazza delle

armi, i priori delle arti accusarono solennemente Corso Donati al

tribunale del podestà d'avere voluto tradire il popolo e farsi tiranno.

Citato a presentarsi al tribunale, si rifiutò; e l'accaduto fece

chiaramente conoscere che Corso aveva ragione di diffidare della

parzialità o della dipendenza del podestà; poichè le forme della

giustizia furono totalmente trascurate in questo giudizio: nello spazio

di due ore il giudice passò dalla citazione e dalla informazione alla

sentenza, condannandolo in contumacia, come traditore e ribelle, alla

pena di morte.

I priori uscirono dal pubblico palazzo preceduti dal gonfaloniere di

giustizia, e seguìti dal podestà, dal capitano del popolo,

dall'esecutore e dagli arcieri, indi dalle compagnie del popolo armato.

Con tale ordinanza s'avanzarono contro le case de' Donati e le

attaccarono. Corso aveva intanto riuniti i suoi amici ed afforzato con

barricate il quartiere da lui abitato. Aveva pure chiesto ajuto a suo

suocero, ma gli ausiliarj speditigli da Uguccione non giunsero in tempo.

Corso travagliato dalla gotta, sebbene incoraggiasse i suoi amici colla

voce, non poteva combattere alla loro testa: dopo una resistenza di

alcune ore, vedendo rotte le barricate, fuggì a stento fuori di città;

ma giunto appena in campagna fu arrestato dai soldati catalani che lo

inseguivano. Quando si vide ricondotto verso la città, preferendo una

subita morte al supplicio destinatogli, si gettò di cavallo in maniera

di battere il capo contro un sasso; per la quale caduta, vedendolo

gravemente ferito, le guardie terminarono d'ucciderlo colle

alabarde[243].

[243] _Gio. Villani l. VIII, c. 96. — Dino Compagni Cron. t. IX. l.

III. — Leon. Aretino Hist. l. IV. — Nicolò Machiavelli Stor. Fior,

l. II._

Il governo fiorentino si mostrò più generoso verso i Pistojesi di quello

che lo fosse stato verso un suo cittadino. Dopo la presa di Pistoja,

gl'infelici abitanti di questa città, oppressi da' loro vincitori,

spogliati da' rettori forestieri che presiedevano ai loro tribunali,

aggravati dalle imposte, privati del loro territorio, inoltre lacerati

da una guerra civile che i fuggitivi Ghibellini avevano accesa nelle

terre delle montagne, i Pistojesi, io dico, erano ridotti alla

disperazione, quando videro arrivare alle loro porte il capitano del

popolo scelto dai Lucchesi per governare gli ultimi sei mesi dell'anno

1309. Era questi un uomo di bassa estrazione ed affatto povero, onde

giudicarono dover esser più avido de' suoi predecessori. Nello stato in

cui si trovavano di estremo rifinimento, senza tesoro, senza soldati,

senza protettori, senza amici, senz'altra risorsa che la loro

disperazione, i Pistojesi dichiararono altamente che non avrebbero per

alcun conto ricevuto quest'iniquo magistrato. «Sollevossi nella città,»

dice lo storico di Pistoja che fu testimonio di questa rivoluzione,

«sollevossi nella città, quando a Dio piacque, un grandissimo rumore;

come una divina voce venuta dal cielo; ognuno gridava: _Che si rinforzi

la città!_ e nel medesimo istante, senza che alcun superiore lo

ordinasse, uomini, donne, fanciulli, gentiluomini e borghesi presero

tavole e ferramenta, e portandole sulle diroccate mura, tutte le

barricarono. Questo lavoro, cominciato tre ore avanti mezzogiorno, era

ultimato a compieta. Ben tosto si fecero a cavare le fosse dalla banda

di Lucca; del che avvisatine i Lucchesi, marciarono subito, popolo e

cavalieri, fino in Val di Nievole. I Pistojesi, vedendo avvicinarsi i

nemici, mandarono tutti i loro fanciulli fuori di città, e risolsero di

difendersi disperatamente e di morire tutti assieme piuttosto che

sostenere tanti patimenti[244].»

[244] _Istorie Pistolesi anonime t. XI, an. 1309._

L'antico capitano del popolo, nominato dal Fiorentini, era rimasto in

città co' suoi arcieri; e siccome Pistoja trovasi di alcune miglia più

vicina a Firenze che a Lucca, è probabile che avesse già ricevuto

qualche rinforzo da' suoi compatriotti, quando gli fu riferito che i

Lucchesi eran giunti a Ponte Lungo, soltanto due miglia distante da

Pistoja. Compassionando il popolo ch'egli aveva governato sei mesi, e di

cui conosceva i patimenti, andò all'incontro dei Lucchesi, cercando di

fermarli ora colle preghiere, ora colle minacce, dicendo loro che la sua

repubblica non acconsentirebbe giammai alla ruina di Pistoja, e ch'egli

stesso era al tutto disposto d'unirsi ai sollevati se i Lucchesi

passavano più oltre; e finalmente li determinò a ritirarsi a Serravalle,

per dargli tempo di trattare l'accomodamento[245]. A lui si aggiunsero

ben tosto altri pacificatori, gli ambasciatori mandati dalla repubblica

di Siena per rimettere la pace tra le città della lega guelfa. Questi

ambasciatori essendo stati scelti per arbitri tra i Pistojesi ed i

Lucchesi, ordinarono che le palafitte di Pistoja sarebbero levate e la

città rimarrebbe otto giorni aperta, ma sotto la loro salvaguardia, per

appagare l'offeso orgoglio de' Lucchesi; che passati gli otto giorni i

Pistojesi potrebbero fortificare la città loro come meglio credessero;

che prenderebbero i loro rettori alternativamente a Firenze ed a Lucca,

scegliendo essi liberamente quel cittadino che più loro piacesse, invece

che prima veniva nominato dalle repubbliche. Questa sentenza ridonò a

Pistoja quasi tutta l'indipendenza e la libertà che aveva perduta dopo

la guerra de' Bianchi e de' Neri.

[245] _Gio. Villani l. VIII, c 111._

La morte di tre sovrani, Azzo VIII d'Este, Alberto d'Austria, re de'

Romani, e Carlo II, re di Napoli, furono di questi tempi cagione

all'Italia di nuove rivoluzioni. Azzo d'Este era capo della più antica

famiglia de' principi italiani, ed i suoi antenati erano stati fatti

signori di Ferrara prima che verun altra repubblica si fosse ancora

sottomessa al potere di un solo. Ma l'antichità di questa dinastia ad

altro non aveva servito che a renderla più corrotta delle moderne. Azzo

VIII d'Este è forse il più antico esempio di que' tiranni effeminati,

vili e crudeli che nel susseguente secolo furono più numerosi nelle

città lombarde. Abbiamo già veduto nel precedente capitolo che i popoli

di Modena e di Reggio eransi contro di lui ribellati; e poco mancò che

alla morte d'Azzo la sua dinastia non perdesse ancora Ferrara e le terre

che formavano l'antico suo retaggio. Azzo VIII aveva col suo testamento

dichiarato erede il figlio d'un suo figliuolo naturale a pregiudizio di

suo fratello e de' suoi nipoti. Quest'ingiustizia fu cagione di civil

guerra nella famiglia d'Este, e risvegliò l'ambizione de' vicini stati

che sperarono di potersi ingrandire a sue spese. I Veneziani entrarono

in Ferrara come ausiliari del bastardo d'Este, il papa dall'altro canto

mandò in ajuto del fratello d'Azzo un cardinale con un corpo di milizie,

il quale, abbandonando bruscamente il suo cliente, pretese di unire

Ferrara all'immediato dominio della Chiesa, perchè questa città negli

ultimi diplomi degli imperatori era stata dichiarata di pertinenza di

san Pietro. La successione del marchese non fu più oggetto di disputa

tra gli eredi legittimi e testamentarj, ma tra il papa ed i Veneziani.

Il cardinale Arnaldo di Pellagrue, nipote di Clemente V, e da lui

incaricato della guerra di Ferrara, adoperò contro la repubblica le armi

spirituali e le temporali: i Veneziani soggiacquero a grandi infortunj;

ed il marchese d'Este ed i Ferraresi furono egualmente traditi dalla

repubblica di Venezia e dal papa, e spogliati dai proprj alleati.

La morte d'Alberto d'Austria era un avvenimento di tanta importanza che

non poteva non essere cagione di grandi rivoluzioni. Del 1298 Alberto

era succeduto al suo emulo Adolfo di Nassau, da lui vinto in battaglia e

poi fatto morire. Dopo tale epoca Alberto erasi costantemente occupato

dell'ingrandimento della sua famiglia ed aveva cercato di renderne negli

antichi dominj più arbitraria l'autorità. La sua ambizione, che gli

aveva fatti ribelli gli abitanti di Vienna e della Stiria, lo trasse in

pericolose guerre colle città svizzere, Berna, Zurigo e Friburgo, che in

sull'esempio delle città d'Italia eransi sottratte all'impero in tempo

de' suoi lunghi interregni e governavansi a comune; finalmente gli

suggerì l'altrettanto vana che difficile impresa di ridurre in servitù

gli abitanti dei tre Waldstettes, Uri, Schwitz e Underwald, che non

volevano dipendere, e non dipendevano che dall'impero, e che, ridotti

alla disperazione nell'ultimo anno della vita d'Alberto, cacciarono dal

loro paese i suoi governatori ed i suoi satelliti, e giurarono sulla

_rutly_ la confederazione elvetica, il più fermo appoggio della loro

indipendenza[246].

[246] _Joh. Muller Schweitzerischer Eidgenossenschaft Geschichte l.

I, c. 18._

Per una conseguenza dello stesso piano d'usurpazioni, Alberto riteneva

l'eredità di suo nipote Giovanni d'Austria, unico figliuolo di suo

fratello Rodolfo, cui, appena giunto alla maggiorità, avrebbe dovuto

dare il possesso d'una parte dei beni della casa d'Absburgo; ed egli

erasi anzi rifiutato alle sue dimande con ingiuriosi motteggi. Il

giovane principe confidò la segreta sua indignazione ad alcuni

gentiluomini egualmente malcontenti d'Alberto, che lo incoraggiarono a

vendicarsi. Il 1 maggio 1308, passando Alberto da Stein a Baden, i

congiurati lo separarono da una parte del suo corteggio nell'uscire

dalle valli che guidano al guado di Windisch, sotto colore che non

conveniva caricare di soverchio il battello che doveva passarli

all'opposta riva; e quando arrivarono sotto il castello d'Absburgo, in

un podere che dalla più rimota antichità apparteneva alla famiglia

d'Alberto, e sotto gli occhi di tutto il suo seguito, che il solo fiume

Reuss teneva da lui separato, Giovanni d'Austria piantò la sua lancia

nella gola dello zio, gridando: _ricevi il prezzo della tua

ingiustizia_. Nel medesimo istante gli furono addosso tutti gli altri

congiurati[247].

[247] _J. Muller Schweitzerischer Eidgen. Geschichte l. II, c. 1, t.

II._

Peraltro il principe Giovanni non aveva prese le necessarie precauzioni

per raccogliere il frutto della sua congiura: spaventato dal sangue che

aveva versato, e tormentato dai rimorsi, fuggì tra le montagne, ove

visse alcun tempo solitario: di là venne in Italia, nascondendosi a

Pisa, nel qual luogo si crede che terminasse i suoi giorni in un

convento d'Agostiniani[248]. Nè soltanto i suoi complici, ma tutti i

loro parenti, amici e servitori, perseguitati crudelmente da Agnese,

vedova d'Alberto, perirono per mano del carnefice: e la morte del re fu

vendicata con quella di più di mille persone, quasi tutte innocenti.

[248] Schiller ha introdotto, nel suo Guglielmo Tell, Giovanni,

ch'egli chiama parricida, cercando asilo presso l'eroe. Io non posso

astenermi dal riferire il patetico squarcio con cui l'uccisore

dipinge la sua sventura.

«O se pianger sapete, il cuor vi tocchi

La storia de' miei mali, ahi troppo orrenda!

Principe io sono — il fui — potea felice

Vivere ec. . . . . . . .

Fuggo perciò le popolose strade,

E la mia mano di picchiar non osa

Ad una porta: timido m'innoltro

In solinga foresta, ove mi segue

L'orror del mio delitto: ogni ruscello,

L'agitar delle frondi, in cuor mi portano

Lo spavento: ah se voi pietà sentite

Dell'infelice umanità . . . . »

(_cade ai piedi di Tell_)

Filippo il bello, udita la morte d'Alberto d'Austria, chiese al papa che

in compimento della grazia innominata, riservatasi allorchè gli procurò

la tiara[249], l'ajutasse a far ottenere la corona imperiale a Carlo di

Valois suo fratello. Clemente non sapeva rifiutargli alcuna cosa e gli

promise il suo appoggio, ma in pari tempo scrisse agli elettori tedeschi

perchè affrettassero l'elezione se volevano sottrarsi all'influenza

della Francia, e per dir loro che il personaggio più degno de' loro

suffragi era il conte Enrico di Luxemburgo, principe poco ricco e poco

potente, benchè d'illustre famiglia, il quale godeva universale opinione

di avere animo nobile, generoso e leale. L'elezione, con estrema

sorpresa di tutta la cristianità, si pubblicò il giorno 25 o 27 di

novembre, ed avendola il papa approvata senza ritardo, Enrico VII di

questo nome tra i re di Germania, VI tra gl'imperatori, fu coronato il

giorno dell'Epifania del susseguente anno ad Aquisgrana[250].

[249] Di già in saldo di questa stessa grazia, aveva Filippo

domandato al papa di fissare la sua corte in Francia, di

perseguitare la memoria di Bonifacio VIII e di distruggere l'ordine

de' Templari.

[250] _Gio. Villani l. VIII, c. 101 e 102._

Sebbene Enrico non possedesse che la piccola contea di Luxemburgo e la

città di Treveri ch'egli aveva aggiunta ai suoi dominj in una fresca

guerra, e della quale era vescovo suo fratello, i suoi parentadi gli

assicuravano il favore di molti principi di second'ordine. Una sorella

di suo padre aveva sposato quel famoso Gui, conte di Fiandra, che aveva

tante volte battuti i Francesi; ed egli stesso aveva sposata una figlia

del duca del Brabante: Amedeo, conte di Savoja, aveva sposata l'altra,

ed il fratello del delfino del Viennese era genero del conte di Savoja.

(1309) La riputazione personale di cui godeva Enrico, chiamò intorno a

lui molti baroni tedeschi, fiamminghi e francesi, i quali fin dal primo

anno del suo regno lo resero abbastanza potente per assicurare alla sua

famiglia il regno di Boemia, facendo sposare a suo figliuolo Giovanni

una figlia di Venceslao il vecchio: il duca di Carizia, che aveva

sposata la sorella, fu con un decreto privato di ogni parte

dell'eredità[251]. Noi vedremo questo stesso Giovanni, re di Boemia,

avere alcun tempo dopo un influenza grandissima nelle cose d'Italia, e

la corona imperiale ritornare per mezzo di suo figliuolo nella casa di

Luxemburgo.

[251] _Ferreti Vincent. Hist. l. IV, p. 1056. — Notæ Osii ad

Albertum Mussatum t. X, p. 263._

Ma Enrico VI, che avrebbe eccitata ben tosto la gelosia di tutti i

principi dell'impero se avesse tentato di estendere maggiormente la sua

autorità in Germania, pensò che portandosi in Italia, oltre che avrebbe

acquistata nuova gloria e potenza, calmava l'inquietudine de' principi

tedeschi che non volevano avere alcuno superiore. L'Italia era omai

divenuta in qualche modo straniera all'Impero romano. Dopo la

deposizione di Federico II, ordinata dal concilio di Lione l'anno 1245,

la Chiesa e la sua fazione in Italia più non avevano riconosciuti

imperatori. Vero è che da oltre trentacinque anni regnavano in Germania

i re de' Romani destinati a ricevere la corona imperiale, i quali non

erano semplici candidati, ma capi riconosciuti dell'impero; pure questi

medesimi capi attaccavano la più alta importanza alla consacrazione del

papa, ed al ricevimento dalle sue mani della corona d'oro nella città di

Roma. Tra gl'Italiani e tra gli ecclesiastici d'ogni paese molti eranvi

i quali credevano che l'autorità del monarca sopra l'Italia derivasse da

questa cerimonia, o piuttosto dal trovarsi il monarca al di qua delle

Alpi. Questa supposizione veniva confermata dall'abbandono di Rodolfo

d'Absburgo e de' suoi successori, che quasi non avevano avuta veruna

relazione con l'Italia. Nello spazio di sessantaquattro anni tutti i

governi di questa contrada eransi emancipati dall'impero, come se

l'imperatore più non conservasse veruna autorità sopra di loro.

È veramente uno strano fenomeno, che l'Italia in quel lungo interregno,

lungi dal pronunciarsi contro l'autorità imperiale, di circoscriverla, o

di annullarla, l'abbia per lo contrario ingrandita ed innalzata

oltremodo, atterrando innanzi a lei que' limiti che gli si erano opposti

in altri secoli.

Gli Enrici, Lotario, Corrado e Federico Barbarossa erano i capi di una

libera corporazione; le loro prerogative venivano ristrette dai

privilegi dei grandi e del popolo; il potere legislativo era riservato

alla nazione adunata nelle sue diete; i doveri de' feudatarj, regolati

dal loro vassallaggio, riducevansi a certi servigi perfettamente noti ai

feudatarj ed al loro capo, ed avevano essi insegnato a questo capo a

conoscere ancora quali diritti eransi essi medesimi riservati. Dopo un

secolo e mezzo di guerre, quasi tutte svantaggiose all'impero, dopo

sessantaquattro anni d'interregno, questa costituzione fu sepolta

nell'obblio, e l'imperatore venne risguardato come un monarca assoluto.

Quando era riconosciuto dalla chiesa, consacrato e coronato dal sommo

pontefice, quand'egli soggiornava in Italia ed innalzava il suo

tribunale in una terra dell'impero, più non si supponeva che vi fosse

alcun potere sulla terra, tranne quello del papa, che potesse sollevarsi

contro di lui, verun diritto, verun privilegio, di cui non ne fosse egli

l'arbitro e che non potesse confermare o annullare. Tutte le libere

istituzioni dei popoli del settentrione si dimenticarono, e

l'_imperatore sempre augusto_ venne risguardato come il legittimo

rappresentante dei Cesari di Roma, antichi padroni del mondo, cui tutta

la terra era, o doveva essere sottomessa. Enrico di Luxemburgo era un

povero principe, il quale non aveva altra forza che quella del suo

nobile carattere, generoso, cavalleresco; quindi non fu già in

conseguenza d'una possanza reale, ma per la sola forza dell'opinione che

questo principe riuscì a mutare lo stato dell'Italia; che a sua voglia

abbassò o rialzò i tiranni ed i principi sovrani; che comandò alle

repubbliche e distrusse le loro leggi ed i loro governi; che impose

enormi contribuzioni, pagate senza resistenza; che finalmente unì sotto

le sue insegne popoli, ai quali era stato fin allora straniero e che non

pertanto credevansi tenuti di servirlo a proprie spese. Se tre o quattro

repubbliche soltanto gli resistettero, ciò avvenne pel segreto

sentimento d'aver mancato al loro dovere, poichè i loro storici e gli

scrittori guelfi più zelanti della libertà avevano adottata l'opinione

del loro secolo rispetto agl'illimitati diritti dell'imperatore.

Questo sentimento di diritto e di dovere diventa specialmente notabile

quando viene applicato ad un sovrano elettivo, nominato da un popolo

straniero, e che la nazione che credesi legata verso di lui è per altro

una nazione libera ed avvezza alle costumanze ed alle idee repubblicane.

Un'opinione pubblica tanto contraria alle naturali passioni degli uomini

fu l'opera degli eruditi, e specialmente de' giurisperiti. Lo studio

dell'antichità ch'erasi rinnovato col più vivo ardore nel tredicesimo

secolo, non aveva prodotti, come dovevasi supporre, sentimenti più

generosi, più elevazione d'animo, nè maggior amore per la libertà. La

Grecia era quasi affatto sconosciuta ai dotti, e rispetto a Roma si

conservavano più assai monumenti dell'impero, che della repubblica.

Tutti i poeti latini sonosi infamati colle vili adulazioni prodigate

agl'imperatori; gli storici, sebbene più fieri e più liberi, avevano per

altro reso qualche omaggio ai Cesari sotto de' quali viveano; i filosofi

si erano formati nelle scuole della disgrazia e della tirannide: dirò di

più, che gli scrittori del secolo d'Augusto, ancora pieni delle memorie

di una fresca libertà, non furono risguardati ne' tempi di cui trattiamo

come gli scrittori più illustri della latina letteratura. I dotti del

tredicesimo e del quattordicesimo secolo non si proponevano quasi meno

d'imitare Boezio, Simmaco, Cassiodoro, che Cicerone, o Tito Livio[252];

e quell'antichità che oggi ci rappresentiamo sempre libera, parve ai

nostri antenati sempre soggetta all'impero de' Cesari.

[252] Felice Osio, nel suo ridicolo commentario intorno alla storia

d'Albertino Mussato, pretende scuoprire in ogni linea del suo autore

qualche imitazione di Simmaco, di Macrobio, di Sidonio, di Lattanzio

ecc. I tre quarti di queste imitazioni sono facilmente sogni della

sua pedanteria; ed è in questo modo che vediamo sedici linee di

testo dargli materiali per ottantasei pagine di note in foglio _l.

I, R. II, p. 39-125_. Da tutti i rapporti che discopre, si può per

altro conchiudere che lo stile e le idee del Mussato derivano dallo

studio degli autori della bassa latinità. _Rer. It. Scrip. t. X, p.

1 e seg._

Ma i giureconsulti, ancora più degli eruditi, contribuirono a

sottomettere l'opinione del tredicesimo secolo alle leggi ed alle

costumanze della corte de' Cesari di Roma e di Costantinopoli. Giammai

la giurisprudenza non fu più universalmente studiata; perchè giammai nè

questo, nè altro studio aprì così larga e sicura strada agli onori ed

alle ricchezze. Studiando le leggi positive di Giustiniano, i legisti

andavano a poco a poco rinunciando alla propria ragione, e s'avvezzavano

a cercare non quello che ordinava la giustizia, ma quello che avevano

pronunciato gl'imperatori. Si può osservare nelle opere di Bartolo e di

Baldo, che fiorirono nel XIV secolo, l'immenso lavoro ad un tempo e

l'abietta servilità de' legisti. Affezionandosi al libro su cui avevano

sparsi tanti sudori, concepivano per le Pandette un rispetto, o

piuttosto una venerazione che s'avvicinava all'idolatria; onde vedevano

nelle leggi d'una monarchia straniera o distrutta l'unica norma del

diritto pubblico, siccome del diritto naturale e civile.

Lo stesso Enrico era intimamente persuaso del suo diritto divino sopra

tutte le terre dell'impero, ma era ancora penetrato del più profondo

rispetto per la Chiesa romana; ammetteva tutte le concessioni che i

Cesari suoi predecessori avevano fatte al papa; risoluto di voler essere

il suo campione, non il suo avversario; e credevasi sicuro del favore di

Clemente V, che l'aveva invitato a recarsi a Roma, e che aveva fatti

partire i suoi legati per accompagnarlo in questo viaggio e coronarlo a

nome della chiesa nel Vaticano. Ma Clemente V, debole, vano, bugiardo,

fu sempre in contraddizione con sè medesimo. Alleato de' principi

nemici, che spesso aveva egli armato gli uni contro gli altri, li

tradiva tutti egualmente, perchè tradiva sè stesso: e la sua politica

pareva agli altri inesplicabile, perchè egli medesimo non ne aveva la

chiave.

Mentre Clemente covava un segreto odio contro Filippo il bello che lo

teneva sotto il suo giogo, e che, per frenarne l'ambizione, gli creava

un rivale in Enrico di Luxemburgo; che, dopo di avere a questi procurati

i suffragi degli elettori in pregiudizio di Carlo di Valois, lo

sollecitava a portarsi in Italia per abbassare l'alterigia della casa di

Francia; lo stesso papa distribuiva i regni ai principi francesi, e gli

arricchiva coi tesori della chiesa. Il 5 maggio del 1309 era morto Carlo

II re di Napoli, la di cui successione fu cagione di grave contesa tra

Roberto suo secondo figliuolo, e Cariberto, o Carlo Uberto, re

d'Ungheria, figlio di Carlo Martello, fratel maggiore di Roberto, morto

prima del padre. Roberto, avanti che suo nipote sapesse della morte

dell'avo, si portò alla corte pontificia in Avignone, dalla quale,

sebbene non assistito che da titoli ereditarj contrari alle leggi

fondamentali dei regni d'Europa, ottenne una sentenza che gli dava il

possesso del regno di Napoli, confermando quello d'Ungheria al nipote.

Roberto ricevette la corona dalle mani di Clemente, che in pari tempo

gli condonò tutto il debito che suo padre aveva colla Chiesa, che si

diceva comunemente di trecento mila zecchini[253].

[253] _Gio. Villani l. VIII, c. 112._

Enrico di Luxemburgo si avanzò fino a Losanna nella state del 1310, per

prepararvisi a scendere in Italia; e colà ricevette gli ambasciatori di

quasi tutti gli stati italiani. I capi delle fazioni dominanti volevano

coll'ajuto dell'imperatore conservare il loro potere; e gli esiliati

riclamavano il suo favore per rientrare in patria. I Guelfi come i

Ghibellini credevano meritarsi la sua protezione, perchè Enrico era

alleato del papa, e tutti erano in fatti cortesemente ricevuti. Ma nè

Roberto re di Napoli, la di cui corona non proveniva dall'impero, nè le

principali repubbliche guelfe della Toscana, Firenze, Siena e Lucca, e

nemmeno Bologna, gli mandarono ambascerie. Pure anche le città toscane

avevano già nominati i loro deputati, ma avendo avuto avviso che Enrico

dava voce di voler pacificare l'Italia, facendo richiamare gli emigrati

in tutte le città, determinarono di non voler porsi con lui in una

relazione che le renderebbe ben tosto sue dipendenti. I Pisani per lo

contrario concepirono grandissime speranze quando videro l'imperatore

disposto ad entrare in Italia ed incaricarono i loro ambasciatori di

deporre a' suoi piedi il dono di sessanta mila fiorini, supplicandolo a

passare subito in Toscana[254].

[254] _Gio. Villani l. IX, c. 7._

In sul finire di settembre del 1310 Enrico di Luxemburgo attraversò le

Alpi della Savoja e scese in Piemonte per il Monte-Cenisio. Dopo avere

visitato Torino, entrò in Asti il 10 di ottobre, ove que' cittadini lo

accolsero come loro signore. Allora non aveva con lui più di due mila

cavalli, e questi ancora non arrivarono in un solo corpo, ma erano

venuti di Germania gli uni dietro gli altri per unirsi a lui. Appena

comparso, tutti i signori d'Italia si mossero per incontrarlo. Guido

della Torre che comandava a Milano col favore della parte guelfa, fece

dire all'imperatore di fidarsi di lui, promettendogli di condurlo per

tutta l'Italia, come per una provincia suddita, portando lo sparviero in

pugno, e senza che fosse bisogno di condurre soldati[255]. Filippone,

conte di Langusco, signore di Pavia, Simone di Colobiano, signore di

Vercelli, Guglielmo Brusato di Novara ed Antonio Fisiraga di Lodi,

vennero in persona alla corte con una deputazione scelta nelle città da

loro signoreggiate. Enrico, senza distinzione di parti, gli ammise tutti

al suo consiglio, a tutti promettendo grazie e favori personali, ma

dichiarando in pari tempo che illegittimo era il potere che si erano

usurpato nelle città; ch'egli voleva che queste rientrassero sotto

l'immediato suo dominio, e che fossero richiamati tutti i fuorusciti.

Siccome la sua domanda era conforme al voto di tutti i cittadini,

vedendo i signori di non gli potere opporre veruna resistenza,

mostrarono di rinunciare di buon grado la loro signoria nelle mani

dell'imperatore, e gli consegnarono le chiavi delle loro città. Ebbero

in compenso e feudi e titoli di nobiltà[256].

[255] _Nicolai Botruntin. Epis. Henrici VII. Iter Ital. t. IX, p.

888._

[256] _Albertini Mussati Hist. August. l. I, R. 10. t. X._

Il solo Guido della Torre pareva disposto a far resistenza, sebbene

avesse col suo messaggio riconosciuto l'imperatore. Aveva egli stretta

alleanza colle città toscane, guelfe come lui; ed ancora senza i loro

soccorsi ben poteva colle proprie forze opporre ad Enrico un'armata

eguale alla sua, e pagarla più lungo tempo che l'imperatore. Lo vedeva

privare tutti i signori del loro potere, ed egli aveva più che

tutt'altri ragione di temere un eguale trattamento, perchè Matteo

Visconti suo nemico, e nemico della sua casa, unitosi all'arcivescovo di

Milano, Casone della Torre suo nipote, col quale aveva avuto fresche

dissensioni, si era recato al campo imperiale sollecitando Enrico a

venire a Milano[257].

[257] _Henrici VII, Iter Italicum t. IX, p. 891._

Enrico soggiornò due mesi in Piemonte, ove riformò il governo di tutte

le città, creando ovunque vicarj imperiali per fare giustizia in suo

nome, in luogo dei podestà e dei magistrati municipali: in pari tempo

abbassò i tiranni, richiamando in tutte le città gli esiliati ed i

fuorusciti. Si pose poi in viaggio alla volta di Milano, facendosi

precedere dal suo maresciallo con ordine di fargli allestire la sua

stanza nello stesso palazzo del comune, abitato da Guido: in pari tempo

fece avvisar Guido di venirgli all'incontro senz'armi, fuori di città,

con tutto il popolo. Ovunque Enrico aveva fin allora cercato di

felicitare i popoli col ristabilire la pace, la giustizia, la libertà;

poichè la libertà veniva ben più rispettata da' vicari generali ch'egli

nominava, che non dai signori forzati ad abdicare la loro tirannide: e

però i cittadini di Milano lo vedevano avvicinarsi con piacere.

Conoscendo Guido queste disposizioni del popolo ed atterrito

dall'inaspettata marcia dell'imperatore e dall'ordine che gli aveva

mandato, prendendo consiglio dalle circostanze, licenziò le sue truppe,

e senz'armi uscì di città alla testa del popolo per ricevere e

riconoscere il suo sovrano[258].

[258] _Albert. Mussatus Hist. August, l. I, R. II. — Henrici VII,

Iter Italicum, t. IX, p. 895._

La sommissione di Milano trasse seco quella dell'intera Lombardia.

Invitate dall'imperatore eletto, tutte le città dalle Alpi fino a Modena

e fino a Padova spedirono i loro deputati per assistere

all'incoronazione, che si eseguì il giorno 6 gennajo del 1311 in Milano

colla corona di ferro. «Tutti i deputati giurarono fedeltà

all'imperatore» dice nella sua relazione il vescovo di Botronto che

accompagnava Enrico, «fuorchè i Genovesi ed i Veneziani, i quali, per

non giurare, allegarono molte ragioni che più non so risovvenirmi,

tranne ch'essi sono di una quint'essenza, che non vuole appartenere nè

alla chiesa, nè all'imperatore, nè al mare, nè alla terra, e perciò

negavano di giurare[259].»

[259] _Henrici VII, Iter Italicum, t. IX, p. 895._

Nel mese successivo alla sua incoronazione, Enrico rappacificò, senza

distinzione di parte, tutte le città a lui subordinate. Fece rientrare i

Ghibellini a Como, a Brescia i Guelfi, a Mantova i Ghibellini, a

Piacenza i Guelfi, e lo stesso fece in ogni città, nominando dovunque,

per rendere giustizia, vicarj generali colle attribuzioni degli antichi

podestà. I signori della Scala, che dominavano in Verona, furono i soli

che si opposero ai desiderj d'Enrico, non avendo voluto acconsentire che

tornassero in città i Guelfi condotti dal conte di san Bonifacio,

esiliati da oltre sessant'anni: nè l'imperatore insistette nella sua

inchiesta, sia che Verona gli paresse città troppo forte e lontana per

tentare di ridurla colle armi, o pure che lo stringessero troppo

importanti obbligazioni ai fratelli Cane ed Alboino della Scala, caldi

partigiani dell'impero, che prima d'ogni altro eransi dichiarati in suo

favore, onde porre in qualche pericolo la loro autorità.

Enrico era povero, e la sua armata era in certo modo composta solamente

d'avventurieri, di principi e di signori che avevano abbandonati i loro

piccoli stati, nella lusinga di fare una rapida fortuna seguendo

l'imperatore; e la necessità in cui trovavasi Enrico di appagare le loro

brame, fu cagione che dovesse ben tosto alienarsi que' popoli cui lo

avevano reso poc'anzi così caro i suoi talenti e le sue virtù.

Per supplire ai suoi primi bisogni aveva domandato alle città un dono

gratuito in occasione del suo coronamento. Fu adunato il senato di

Milano per deliberare della somma che, dietro lo stato della pubblica

fortuna, potrebbero pagargli il popolo ed il comune. Trovavansi in

senato i due capi delle opposte fazioni, Matteo Visconti e Guido della

Torre, che non solo ambivano la sovranità della loro patria, ma ne erano

già stati a vicenda padroni. Avevano l'uno e l'altro il progetto o di

procacciarsi l'esclusivo favore d'Enrico, o d'inasprire il popolo contro

di lui per cacciarlo poi di città. Amendue perciò proposero una maggior

somma di quella di cinquanta mila fiorini progettata da Guglielmo della

Pusterla. Il Visconti disse di aggiugnerne altri dieci mila per

l'imperatrice, ed il della Torre fece ammontare la somma totale a cento

mila. Invano i mercanti ed i legisti fecero supplicare il monarca dai

loro deputati a minorare una contribuzione che la città non poteva

portare, ma egli non volle condonare nulla di quanto il senato gli

accordava, e le tasse vennero all'istante accresciute con infinito

malcontento del popolo[260]. Perchè si cominciò a mormorar fortemente ed

a minacciare gli oltramontani, in modo che il vescovo di Botronto non

ardiva talvolta uscire dal convento in cui era alloggiato, per tema

d'essere insultato dal popolo. Enrico, che appunto in quest'epoca

pensava di lasciar Milano per recarsi a Roma, volle condurre con se

molti ostaggi, onde assicurarsi della fedeltà delle due fazioni. Sotto

colore di rendere più magnifico il suo seguito, domandò al comune

cinquanta cavalieri; ma egli destinò a questa spedizione Matteo

Visconti, Galeazzo suo primogenito e ventitre gentiluomini ghibellini;

Guido della Torre con Francesco, suo primogenito, e ventitre

gentiluomini guelfi. Questa scelta accrebbe il malcontento e parve che

ravvicinasse le due fazioni. Il popolo rassomigliava di nuovo gli

oltramontani a tutti i barbari antichi, nemici del nome romano, dava

loro lo stesso nome, e chiaramente diceva essere cosa indegna

l'assoggettar loro la patria. Alcuni facevano l'enumerazione delle forze

reali d'Enrico e mostravano ai malcontenti come alienandogli le forze

italiane, non Milano, ma la più piccola città lombarda potrebbe a lui

pareggiarsi.

[260] _Alber. Mussati Hist. Aug. l. II, R. I. — Henrici VII, Iter

Ital. t. IX, p. 895. — Trist. Calchi Hist. patriae l. XX._

I figli dei due capi di parte, Galeazzo Visconti e Francesco della Torre

ebbero un abboccamento fuori di porta Ticinese, dopo il quale molti

cavalieri girarono le contrade gridando «morte ai Tedeschi! Il signor

Visconti ha fatto pace col signor della Torre![261]» All'istante il

popolo prese le armi, e si riunì in diversi rioni, ma specialmente

presso di porta nuova intorno alle case dei Torriani. Enrico senza

perder tempo spedì tutte le sue truppe ad attaccare quelle case, prima

che fossero più gagliardamente fortificate. Frattanto egli era

estremamente agitato; non dissimulandosi che con un pugno di cavalieri

tedeschi non avrebbe potuto tener fermo in mezzo ad una città nemica,

qualora i Visconti si fossero uniti ai Torriani e la nobiltà al popolo.

Ma pare che Matteo Visconti avesse ordito un doppio tradimento, e che,

avendo persuaso Guido della Torre ad impugnare le armi, egli avesse

adunati i suoi antichi partigiani per essere a portata di piombare

addosso al suo antico rivale. Galeazzo suo figliuolo comandava un grosso

corpo di Ghibellini, i quali dopo essere rimasti alcun tempo indecisi,

probabilmente per vedere da qual parte piegava la vittoria, vennero a

far causa comune coi Tedeschi. I nobili ed i Ghibellini che combattevano

tra le file dei Torriani, non vedendosi comandati da verun capo

ghibellino, uscirono dalla zuffa. Allora le barricate furono rotte, le

case dei Torriani saccheggiate ed incendiate, e Guido e suo figlio

costretti di mettersi in salvo colla fuga[262].

[261] Questo fatto è una luminosa prova dell'osservazione del

maggior politico italiano, essere più sicura la fede de' governi

liberi che de' piccoli principi. _N. d. T._

[262] _Henrici VII, Iter Ital. t. IX, p. 897. — Abb. Mussati Hist.

Aug. l. II, R. I, t. X. — Ferret. Vicent. l. IV. — Trist. Calchi

Hist. patriæ, l. XX._

Questa sommossa di Milano parve un segnale dato a tutte le città guelfe

di Lombardia per ribellarsi e scacciare i vicarj imperiali cogli

emigrati richiamati da Enrico nella loro patria. Crema, Cremona,

Brescia, Lodi e Como si ribellarono tutte ad un tempo, e si allearono

con Guido della Torre, che aveva seco tutti i Milanesi fuorusciti. Ma

queste città non eransi preparate a fare una lunga resistenza: senza

vittovaglie e senza denaro, erano più atterrite della sorte dei

Torriani, che disposte a vendicarli; di modo che, appena passato quel

primo inconsiderato impeto che loro aveva poste le armi in mano, le più

deboli implorarono la clemenza di Enrico, tosto che lo conobbero

determinato a volerle sottomettere. Lodi e Crema gli aprirono le porte

ed ottennero il perdono, che per altro non le salvò da molte particolari

molestie. I capi de' Guelfi cremonesi fuggirono, ed i Ghibellini, avendo

resa la città, furono dall'imperatore crudelmente puniti di una colpa,

cui non avevano avuta parte. Duecento de' principali cittadini, venuti a

gittarsi ai suoi piedi per ottenere il perdono, furono cacciati in

orribili prigioni; furono atterrate le mura e le rocche di Cremona; il

comune fu assoggettato ad un'emenda di cento mila fiorini, e le

proprietà e le persone de' cittadini abbandonate alla licenza ed alle

molestie de' Tedeschi vincitori.

La sola città di Brescia, non peranco sottomessa, aveva ricevuti i

fuggitivi di Lodi e di Crema, onde, udendo dagli ultimi quanto fossero

pentiti d'essersi arresi, determinò di volersi difendere. Il 19 di

maggio del 1311, Enrico l'assediò con tutte le sue genti. In questa

città era capo del partito guelfo Tebaldo Brusati, al quale colla cura

della difesa della patria era stato dato il titolo e l'autorità di

signore e di principe[263]. La città si difese valorosamente tutta la

state, avendo in molte sortite battuti gl'imperiali; e, sebbene una

volta fosse fatto prigioniero Tebaldo, non vollero salvargli la vita a

prezzo della libertà. Anzi questo generoso capo, benchè prigioniero,

esortava i suoi concittadini a difendersi, onde Enrico, per punire tanta

audacia, lo dannò a crudelissimo supplicio, che i Bresciani vendicarono

barbaramente, facendo appiccare ai merli delle loro mura sessanta

prigionieri tedeschi. Poco dopo Valerano, conte di Luxemburgo, fratello

d'Enrico, fu ucciso in una scaramuccia, ed il monarca che si moriva di

voglia di ricevere a Roma la corona imperiale, e che d'altra parte

trovava l'onor suo interessato a vendicare gli affronti ricevuti sotto

Brescia, vedevasi ridotto in difficile posizione, tanto più che le

malattie incominciavano a fare stragi nel suo campo.

[263] _Jacobi Malvecii Chron. Brixian. Distin. IX, c. 4. t. XIV. —

Ferreti Vicent. l. IV._

In tale stato di cose pensò di ricorrere alle armi spirituali della

chiesa. Era egli accompagnato da tre cardinali legati, incaricati

d'incoronarlo a Roma in nome del papa, onde pregò uno di loro a

fulminare la scomunica contro i Bresciani; ma questi gli rispose che

sebbene avesse il potere di sciogliere e di legare in suo nome, non

voleva compromettere l'autorità della chiesa senza speranza di felice

riuscita, e soggiunse: «che gl'Italiani si prendevano poco fastidio

delle scomuniche; che i Fiorentini non avevano fatto verun caso di

quelle del cardinale vescovo d'Ostia; che i Bolognesi non temettero

quelle del cardinale Napoleone Orsini, nè i Milanesi quelle del

cardinale Pelagrua. Se la spada temporale non li riduce per timore al

dover loro, meno potrà farlo la spirituale[264].»

[264] _Henrici VII, Iter Ital. t. IX, p. 903._

I cardinali adunque, invece di fare il dubbio esperimento della

scomunica, cercarono d'interporre il loro credito personale ed i loro

consigli. Avendo potuto entrare in città ottennero dai Bresciani, che

cominciavano a mancare di vittovaglie, un'onorevole capitolazione che

poi fu male osservata. L'imperatore entrò in città per la breccia, ed

ebbe dai Bresciani sessanta mila fiorini; indi, prendendo la strada di

Cremona, Piacenza, Parma e Tortona, arrivò a Genova il 21 di

ottobre[265].

[265] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. IX, c. 1-19. — Albertini

Mussati Hist. Aug. l. IV. — Henr. VII, Iter Ital. t. IX. — Ferr.

Vicent. l. IV. — Trist. Calchi Hist. patr. l. XX._

Genova era stata ne' precedenti anni minata dalle guerre civili. Obizzo

Spinola, sostenuto dal partito ghibellino, aveva signoreggiata un anno

la repubblica con un quasi assoluto potere, e n'era stato cacciato dai

Grimaldi e dai Fieschi, spalleggiati dai Doria. Finalmente stanchi delle

comuni sconfitte erano venuti ad una pace, che non sembravano volere

lungamente osservare, quando la venuta di Enrico in Genova portò, come

osserva lo storico di quella repubblica, un importante cambiamento nella

costituzione dello stato. «Per la prima volta, egli dice, una straniera

potenza fu tra noi riconosciuta, esempio più volte imitato ne'

posteriori tempi; di modo che è cosa veramente maravigliosa, che quello

stesso popolo che non perdonò a dispendio d'uomini e di danaro, che

tanto si mostrò bellicoso ed ostinato quando volle stendere il suo

dominio sulle nazioni straniere affatto lontane; che quel popolo che sì

grandi perdite sostenne e tanti pericoli incontrò per vendicare la

maestà del suo nome contro i più grandi potentati, non abbia poi prese

le armi per conservare la sua indipendenza, ed abbia creduto di metter

fine alle intestine sue discordie sottoponendosi volontariamente ad una

straniera potenza. Vero è ch'egli provò ben tosto essere di tutti i

popoli quello che sapeva meno pazientemente soffrire la servitù, poichè

scacciò tutti i padroni chiamati a governarlo[266].»

[266] _Ubert. Folieta Genuens. Hist. l. VI._

In fatti i Genovesi accordarono ad Enrico per venti anni un'assoluta

autorità sulla repubblica; ma poi non tardarono a pentirsene. Enrico

licenziò il podestà che amministrava in città la giustizia, surrogandovi

un vicario imperiale; privò de' suoi onori l'abate del popolo, che così

chiamavasi un magistrato popolare, che a guisa de' tribuni di Roma

doveva essere il protettore della plebe; finalmente impose sulla

repubblica una tassa di sessanta mila fiorini[267]. Enrico si trattenne

più mesi in Genova, ove perdette la sua consorte che lo aveva colà

accompagnato; e non andò molto che, trovandosi senza danaro, fu

costretto di contrarre debiti per supplire al suo giornaliero

mantenimento. E siccome non li pagava, i suoi creditori cominciarono a

spargere contro di lui calde invettive. Aveva nello stesso tempo avvisi,

che quasi tutta la Lombardia erasi, per le suggestioni de' Fiorentini,

ribellata un'altra volta, ed aveva formata una lega guelfa, nella quale

erano pure entrati Giberto di Coreggio, signore di Parma, Filippone

Langusco di Pavia, il marchese Cavalcabò esiliato Cremonese, Guido della

Torre esiliato Milanese, Vercelli, Asti, ed altre città[268].

[267] _Albert. Mussati Hist. Aug. l. V, R. I. — Ferretus Vicent. l.

V, p. 1088._

[268] _Alb. Mussati l. V, Rub. 9._

Gli ambasciatori di Roberto, re di Napoli, vennero a Genova alla corte

d'Enrico. Questi due sovrani, che si disputavano il dominio dell'Italia,

dovevano osservarsi con diffidenza. Enrico, malgrado l'imparzialità

mostrata al suo arrivo, non aveva trovati nemici che tra i Guelfi, e

zelanti partigiani soltanto tra i Ghibellini. Dall'altro canto Roberto

era alleato di tutti i Guelfi d'Italia, si era dichiarato loro

protettore e faceva alla scoperta apparecchi per difenderli. Pure fino a

quest'epoca Enrico aveva cautamente evitato ogni motivo di disgusto con

lui, non avendo voluto ricevere il giuramento di fedeltà dalle città

d'Alba e d'Alessandria, nè dal marchese di Saluzzo, sebbene dipendenti

dall'impero, perchè queste città ed il marchese si erano posti sotto la

protezione di Roberto. Enrico mostravasi inoltre apparecchiato a

ravvicinare le due famiglie col matrimonio di una delle sue figliuole

con uno dei principi di Napoli, ma i deputati di Roberto chiedevano per

condizione di questo parentado, che uno de' fratelli del loro re venisse

fatto senatore di Roma e vicario della Toscana. Si seppe in breve che il

principe Giovanni di Napoli era entrato con un'armata in Roma per

difendere il circondario di questa capitale dall'armata imperiale, e

che, essendosi unito agli Orsini, aveva attaccati i Colonna e tutti i

partigiani di Enrico. All'avviso di tali emergenze i deputati di Roberto

fuggirono la notte da Genova: e i due re, senza veruna dichiarazione di

guerra, fecero nuovi apparecchi per offendersi[269].

[269] _Alb. Mussati Hist. Aug. l. V, Rub. 6. — Ferreti Vicent. l. V,

p. 1091._

La lega guelfa di Toscana, di cui era capo Roberto, aveva guarnito di

truppe lo stato di Lucca ed il paese di Sarzana per chiudere il

passaggio ad Enrico; faceva guardare gli Appennini tra Fiorenza e

Bologna per difendere anche quest'ingresso della Toscana[270]. Enrico

aveva spediti per questa strada due deputati, incaricati di allestire

gli alloggiamenti e di ricevere dai Toscani il giuramento di fedeltà.

Erano questi Pandolfo Savelli, notajo pontificio, e Nicola Vescovo di

Botronto, autore dell'interessante relazione della spedizione d'Enrico

in Italia[271].

[270] _Gio. Villani l. IX, c. 20 e 26._

[271] Questa relazione venne indirizzata a papa Clemente V dal suo

autore in sul finire del 1313 o in principio del 1314. Difficilmente

può trovarsi uno scrittore più degno di fede, non avendo riferito

che quello ch'egli vide.

Questi due deputati giunti sul territorio di Bologna, fecero domandare

al podestà e consiglieri della repubblica il permesso di attraversare la

città per andare in Toscana. In vece di dar loro risposta, fu posto in

prigione il messo, il quale, avendo avuto modo di fuggire, andò ad

avvisare i deputati del comune pericolo. Essendo questi tre sole miglia

lontani dalle mura, si affrettarono di prendere la strada della montagna

senza avvicinarsi a Bologna, ma trovandola guardata dai soldati

fiorentini, a stento e tra molti pericoli ottennero di arrivare il

secondo giorno alle Lastre, due sole miglia lontana di Firenze.

«Prima di giugnervi, dice il vescovo di Botronto, fu da noi spedito al

podestà, capitano, ed altri governatori della città, lo stesso notajo

ch'era stato imprigionato a Bologna, onde prevenirli che venivamo quali

messaggeri di pace pel bene della Toscana con lettere di vostra santità

e del re, pregandoli in pari tempo di prepararci un alloggio. Avendo i

magistrati ricevute le nostre lettere, adunarono, secondo il costume di

Firenze, il gran consiglio che non si sciolse prima del tramontare del

sole. Il nostro messo, dopo avere molto aspettato, non essendogli stata

preparata alcune stanza, si ritirò, incaricando alcuna persona di

avvisarlo nel luogo indicato, quando fosse richiesto per ricevere una

risposta. Appena giunto al suo alloggio, il consiglio si separò e fece

conoscere coi fatti la risposta che aveva determinato di darci. Gli

usceri della città, in ora così avanzata, proclamarono al popolo, per

parte del consiglio, in tutti i luoghi consueti, ch'eravamo giunti due

miglia lontano dalla città, noi messi ed ambasciatori di quel tiranno,

re di Germania, che aveva in Lombardia distrutto il più che avea potuto

del partito guelfo, e che adesso preparavasi ad entrare in Toscana dalla

banda del mare per distruggere i Fiorentini ed introdurre in casa loro i

più fieri nemici; che questo re aveva spediti noi per la via di terra,

noi ch'eravamo preti, per sovvertire la loro patria sotto l'ombra della

chiesa: onde bandivano pubblicamente il signor re e noi ch'eravamo suoi

nunzj, permettendo, a chiunque il volesse, di offenderci impunemente sia

nelle persone che nelle proprietà, essendo a loro notizia che portavamo

molto danaro per corrompere i Toscani ed assoldare i Ghibellini. — Il

nostro messo, atterrito da questa bandigione, non osò uscire dalla casa

in cui erasi ritirato, nè mandare persona ad avvisarci del pericolo in

cui eravamo. Ma un vecchio di casa Spini, ch'era stato banchiere di papa

Onorio, zio del signor Pandolfo, mio compagno, gli fece sapere per

lettera tutte queste cose. Noi eravamo già a letto addormentati quando

ci fu recata la sua lettera alle Lastre; e ci levammo senza sapere quale

partito prendere: il tornare a Bologna o nel suo territorio era per noi

la più pericolosa risoluzione, come ne avevamo di già fatta esperienza;

altronde non conoscevamo verun'altra strada, e l'ora avanzata faceva più

grande il nostro pericolo. Scrivemmo dunque al podestà ed al capitano di

Firenze nati amendue nelle terre della Chiesa, uno a Radicofani, l'altro

nella Marca, per intendere da loro come regolarci dopo quella

_bandigione_. Appena fatto giorno si fecero allestire i nostri cavalli e

caricare gli equipaggi: e mentre stavamo a mensa, in attenzione del

messo, udimmo suonare campana a martello e subito le strade furon piene

di uomini armati a piedi ed a cavallo, i quali circondarono la nostra

casa; ed un uomo di bella presenza della famiglia Magalotti, plebeo,

volle salire la nostra scala, gridando _a morte! a morte!_ ma il nostro

ospite colla spada alla mano non permetteva a chicchessia di salire le

scale.

«In questo tumulto le nostre bestie da soma e quasi tutti i nostri

cavalli ci furono tolti dai soldati, i quali non tardarono ad introdursi

da diverse bande sulla scala; ed entrarono nella nostra camera coi

coltelli sguainati. Alcuni de' nostri domestici fuggirono, gettandosi

dalle finestre nell'attiguo giardino, e così fece il frate mio

compagno[272]; altri si nascosero sotto i letti, temendo d'essere

uccisi; pochi rimasero con noi. Ma Iddio che ci liberò dalle loro mani,

ci diede tanto coraggio, che, posso attestarlo sulla mia coscienza, non

ebbi il menomo timore per me, sebbene fossi il più esposto. Mentre ciò

accadeva alle Lastre, in Firenze si tumultuava; dicevano molti essere

mal fatto il bandirci in tal modo, e specialmente il signor Pandolfo

ch'era uno de' più nobili di Roma. Per questo motivo, e mossi inoltre

dalle preghiere di quel mercante di casa Spini, che chiamavasi, se bene

mi ricordo, Avvocato, il podestà ci mandò una delle sue guardie ed il

capitano un cittadino in compagnia de' quali venne anche il detto

mercante. Essi scontrarono sulla strada alcuni de' nostri cavalli e

delle bestie da soma, che venivano condotti in città; li ripresero ai

soldati, e ce li ricondussero, dicendoci nello stesso tempo che, se ci

era cara la vita, dovevamo subito dar a dietro, mentre si sarebbero essi

occupati di farci rendere tutto quanto eraci stato tolto. Volevamo

esporre loro la nostra ambasciata, ma rifiutarono di ascoltarla;

volevamo far loro vedere le vostre lettere, e non vollero vederle. Si

chiese che ci fosse permesso di attraversare di notte Firenze ben

custoditi affinchè non potessimo parlare ad alcuno; ma lo negarono,

dicendo, che avevano ordine di farci ritornare là onde eravamo venuti.

Questo vecchio Avvocato degli Spini ci aveva appartatamente detto che ci

guardassimo dall'entrare in Bologna, o nel suo territorio, ove già si

sapeva che dovevamo essere scacciati dal distretto di Firenze, e che i

Bolognesi dovevano trattarci come pubblici nemici, affinchè atterrito

dal nostro esempio verun altro osasse entrare nel territorio della lega.

Noi che conoscevamo la vigliaccheria e la malvagità de' Bolognesi,

replicammo che, quand'anche dovessimo essere uccisi, noi non entreremmo

giammai nel bolognese. Dopo avere lungamente consultato tra di loro,

finalmente ci posero sulla strada che conduce alle terre del conte

Guido, tra Bologna, la Romagna ed Arezzo. Essi non riuscirono a farci

restituire che undici cavalli e tre bestie da soma; ed il signor

Pandolfo perdette più di me, perchè aveva più roba. Io perdetti la mia

cappella, e tutto quanto possedevo di cose d'oro e d'argento, tranne uno

stiletto d'oro delle mie tavolette, ed un anello che avevo in

dito»[273].

[272] Il vescovo di Botronto era domenicano, e giusta le regole

dell'ordine era sempre accompagnato da un altro religioso del suo

convento, ma di un rango inferiore.

[273] _Henrici VII Iter Ital. t. IX, p. 908._

I Fiorentini non senza ragione avevano presa parte di non ricevere gli

ambasciatori dell'imperatore[274]; e per lo migliore avrebbero dovuto

condurli sul territorio neutro di Modena, anzichè permetter loro di

penetrare in Toscana: conciossiachè que' medesimi prelati, che giunsero,

siccome fuggitivi, ne' feudi imperiali degli Appennini, si videro tosto

venire incontro tutti i conti Guidi delle due famiglie guelfa e

ghibellina, i quali diedero loro di molto denaro e cavalli, e prestarono

giuramento di fedeltà al loro imperatore. Gli ambasciatori si recarono a

Ciortella tra Arezzo e Siena, ove alzarono un tribunale, citando subito

a comparire Firenze e Siena. «Siccome queste città, scrive il vescovo di

Botronto, rimasero contumaci, abbiamo proceduto contro di loro,

condannandole a molte pene temporali secondo le nostre facoltà,

osservando costantemente le regole del diritto, del quale per altro io

non sono troppo intelligente; ma il signor Pandolfo mio compagno è molto

versato, secondo dicono, nell'una e nell'altra legge.»

[274] _Gio. Villani l. IX, c. 25._

In seguito i due prelati citarono gli abitanti di Arezzo, di Cortona, di

Borgo san Sepolcro, Monte Pulciano, san Savino, Lucignano, Chiusi, città

della Pieve e Castiglione Aretino. Tranne gli abitanti di Chiusi e di

Borgo san Sepolcro tutti ubbidirono, e prestarono il giuramento di

ubbidienza; di modo che quando i due prelati furono avvisati dell'arrivo

d'Enrico a Pisa, lo raggiunsero, accompagnati da molti conti e signori e

dalle milizie di varie città.

Enrico, per mettersi in istato d'abbandonare Genova, aveva dovuto

ricorrere ai Pisani, che gli prestarono una ragguardevole somma di

danaro; onde si pose in mare il 16 febbrajo del 1312 con trenta galere

montate da circa mille cinquecento uomini d'armi; e, dopo essere stato

trattenuto diciotto giorni dal cattivo tempo a Porto Venere, era giunto

a Pisa il giorno 6 di marzo[275]. La città di Pisa costantemente

attaccata alla fazione ghibellina, ed agl'imperatori consacrò senza

riserva le sue forze e le sue ricchezze al servigio d'Enrico. Gli aveva

mandato a Genova il conte Fazio di Donoratico, figliuolo di quel conte

Gherardo che aveva perduta la testa sul patibolo con Corradino[276],

facendolo accompagnare da ventiquattro de' suoi principali cittadini.

Due volte lo aveva sovvenuto di denaro, e gli offrì di nuovo un dono

considerabile quando entrò in città. Acconsentì di farlo assoluto

signore, sospendendo il governo de' suoi anziani, per dipendere da lui

solo. Finalmente, per fargli cosa grata, riprese l'interrotta guerra con

Firenze e con Lucca, tirandosi addosso tutte le forze della lega

toscana: ma non per questo lasciò di accompagnare Enrico, che partiva

alla volta di Roma, con un rinforzo di galere e seicento

balestrieri[277].

[275] _Gio. Villani l. IX, c. 36. — Ferr. Vicent. l. V._

[276] _Albert. Mussatus Hist. Aug. l. V, R. 5._

[277] _Cron. di Pisa t. XV, p. 985._

Enrico soggiornò due mesi a Pisa, nel qual tempo ingrossò la sua armata

coi Bianchi e coi Ghibellini esiliati dalle città guelfe, e s'avviò

verso Roma alla testa di due mila cavalli, prendendo la strada di

Piombino e della Maremma. Il re Roberto aveva mandato a Roma suo

fratello Giovanni con una piccola armata per occupare il Vaticano e metà

della città. Non pertanto aveva di nuovo assicurato Enrico, che, lungi

dal volersi opporre alla sua coronazione, non aveva mandate truppe

napoletane a Roma che per onorarlo. Enrico dunque si avvicinava con

piena sicurezza, ma trovò Ponte Molle fortificato dal principe Giovanni

che mandò a sfidarlo, dichiarandogli che teneva ordine dal fratello

d'impedire il suo coronamento. Il giorno 7 di maggio del 1312 Enrico

forzò il ponte, entrando in seguito nella città divisa tra due armate e

due fazioni. I Colonna eransi dichiarati a favore dell'imperatore, pel

re di Napoli gli Orsini. Coll'ajuto dei primi e del senatore Luigi di

Savoja, ebbe Enrico il possesso del Campidoglio e di san Giovanni di

Laterano; e poco dopo s'impadronì ancora del Coliseo, della Torre dei

Conti, di quella di san Marco e del monte de' Savelli formato colle

rovine del teatro Marcello; ma non potè giammai scacciare i suoi nemici

dal Vaticano e dalla città Leonina, di modo che, rinunciando a farsi

coronare nella basilica destinata a tale cerimonia, ottenne dai tre

cardinali, incaricati dal papa di coronarlo, di eseguir tale funzione

nella chiesa di san Giovanni di Laterano, di cui era egli padrone. In

fatti vi fu consacrato il 29 giugno del 1312, giorno della festa de'

santi Pietro e Paolo[278].

[278] _Henr. VII Iter Ital. p. 919. — Ferretus Vicent. l. V, p.

1104._

Il nuovo imperatore trovavasi in Roma in assai difficile posizione: metà

della città era in aperta guerra contro di lui, essendovi acquartierata

un'armata nemica eguale alla sua, che poteva da un istante all'altro

essere ingrossata, mentre quella dell'imperatore non poteva ricevere

soccorso che da troppo lontani amici. Cane della Scala ed i Ghibellini

che gli erano in Lombardia rimasti fedeli, venivano tenuti a casa dalla

guerra che loro facevano le città guelfe; e l'aria pestilenziale di Roma

atterriva talmente la sua armata, che non aveva potuto impedirne la

divisione. Il duca di Baviera, il conte Luigi di Savoja, il conte

d'Ainault, il fratello del Delfino del Viennese e circa quattrocento

cavalieri, abbandonarono Enrico nel cuore dell'estate per tornare al

loro paese[279]. Quando trovavasi in tali angustie, la repubblica di

Pisa si affrettò di soccorrerlo. Aveva equipaggiate sei galere per

mandargli dei soldati, le quali essendo cadute alla Meloria in potere

della squadra di Roberto dopo una ostinata difesa, fece all'istante

partire per la via di terra seicento arcieri, e gli mandò un'altra somma

di danaro[280].

[279] _Albertus Mussatus l. VIII, R. 8._

[280] _Bernardo Marangoni Chron. di Pisa p. 616._

Enrico erasi ritirato a Tivoli, piccola città più proporzionata alle

debolezze della sua armata, ove stava aspettando in più sano clima il

fine dei calori estivi[281]. In sul declinare di agosto si pose in

marcia per Sutri, Viterbo e Todi, alla volta della Toscana, ansioso di

castigare i Fiorentini e tutti i popoli della lega guelfa che avevano

cercato con tanto accanimento di moltiplicare i suoi nemici in ogni

parte dell'Italia. Guastò il territorio di Perugia, ingrossò la sua

armata coi volontarj che si arrolarono sotto le sue insegne in Todi,

Spoleti, Narni, Cortona, e finalmente giunse presso ad Arezzo, dove fu

accolto con entusiasmo da' Ghibellini.

[281] _Ferret. Vicent. l. V, p. 1108._

Fu durante la guerra contro Enrico VII, che i Fiorentini per la prima

volta abbracciarono colle loro negoziazioni la politica dell'intera

Italia, e collocaronsi nel centro del partito guelfo, come se ne fossero

i capi. Non si erano essi accontentati della loro alleanza colle vicine

città di Bologna, Lucca e Siena; ma avevano inoltre cercata quella di

Guido della Torre, avanti la sua cacciata da Milano, e, lungi

dall'abbandonarlo dopo la sua caduta, lo avevano sovvenuto di danaro e

di soldati mercenarj per ajutarlo a ricuperare la perduta signoria. I

Fiorentini avevano pure avuta la principal parte nell'insurrezione di

Brescia; ed Enrico in tempo dell'assedio di questa città aveva sorpresa

la loro corrispondenza e trovato che i Fiorentini le avevano

somministrato il danaro per difendersi. Anche recentemente avevano i

Fiorentini consigliata alla ribellione ed alla guerra la città di

Padova, eccitando la sua gelosia contro Cane della Scala, il quale da

Enrico era stato investito della signoria di Verona e di Vicenza.

Avevano essi pagati dodici mila fiorini a Giberto da Correggio per

impegnarlo a far dichiarare la città di Parma contro l'imperatore; e per

ultimo avevano mandate truppe a Roma per opporsi all'incoronazione

d'Enrico. Nello stesso tempo essi stendevano le loro negoziazioni fino

alle corti di Avignone e di Francia; sembrava che avessero i primi

concepita l'idea delle relazioni che devono unire tutti i membri della

repubblica europea, e di quell'equilibrio dei poteri che deve assicurare

la libertà di tutti. È veramente un singolare fenomeno, che questi vasti

piani di politica abbiano avuta la prima loro origine in una repubblica

democratica, il di cui governo si rinnovava interamente ogni due mesi e

i di cui capi, quasi tutti mercanti, stranieri per la condizione loro ai

pubblici affari, non rimanevano abbastanza di tempo in carica per vedere

il fine di verun trattato da loro incominciato. Ma in una piccola

repubblica, la forza della vita, il pensiere, il sentimento, invece di

appartenere soltanto alla magistratura, trovansi nell'intera massa del

popolo. I signori priori di Firenze erano gli organi, non i creatori

della volontà nazionale; ed il vigoroso piano di politica, che univa al

nome della parte guelfa metà dell'Italia contro l'imperatore, era stato

concepito ed adottato dallo stesso consiglio del popolo: tanto

l'educazione data dalla libertà agli uomini cambia per la massa d'una

nazione le abitudini, i sentimenti e le facoltà.

Sgraziatamente tra le pubbliche virtù che i Fiorentini dovevano alla

forma del loro governo, non possono contarsi le virtù militari.

Impiegavansi generalmente in tutta l'Italia soldati mercenarj per fare

la guerra, chiamati Catalani, non già perchè questi mercenarj avessero

tutti militato nelle bande catalane che Federico di Sicilia aveva

licenziate; moltissimi avventurieri di Spagna, di Francia e di altri

paesi, erano venuti ad ingrossare questo corpo per esercitare il lucroso

mestiere del soldato: il brutale valore di questi mercenarj che

vendevano il loro sangue al migliore offerente e che non erano capaci

d'alcun nobile sentimento di patria o di libertà, aveva indebolita agli

occhi degl'Italiani la stima dovuta al vero coraggio. Perciò i

Fiorentini trovavano giusto che i cittadini, che i gentiluomini non si

battessero come questi esseri degeneri, che fino dalla loro fanciullezza

erano stati allevati come cani alani per il combattimento. Senza

giugnere all'estremo di perdonare la viltà, non attaccavano verun

sentimento di vergogna all'inferiorità di bravura e di forza; ne

convenivano essi medesimi, e non pensavano a misurarsi con una più

brillante nazione quando una grande superiorità di numero non

compensasse abbondantemente la riconosciuta inferiorità della virtù

militare.

La guerra de' Fiorentini contro Enrico VII fece ad un tempo conoscere la

coraggiosa loro fermezza, e la loro mancanza di valore. Quando seppero

che Enrico adunava tutte le sue forze per attaccarli, non cercarono di

aprire con lui negoziazioni, o di allontanare la burrasca; e non

calcolando i pericoli cui poteva in avvenire esporli la sua collera, nè

l'immediata ruina delle loro campagne, osarono di far testa colle forze

di una sola città all'imperatore della Germania: ma d'altra parte,

quand'ebbero riunita coi soccorsi degli alleati un'armata due volte

maggiore di quella del nemico, non perciò azzardarono una battaglia, ma

si chiusero invece entro le loro mura, non illudendosi intorno al poco

valore de' loro soldati.

Quando si seppe a Firenze l'arrivo dell'imperatore in Arezzo, la

signoria, senza aspettare i soccorsi delle città alleate, fece partire

quasi tutte le forze della repubblica, cioè 1800 lance ed un grosso

corpo di pedoni per il castello dell'Ancisa, posto in sull'Arno a

quindici miglia da Firenze. Speravano i generali fiorentini di fermare

lungo tempo Enrico avanti a questo castello senza poter essere forzati

di venire ad un fatto d'armi, ch'essi rifiutarono: ma l'imperatore,

diretto dai Ghibellini del paese, girò intorno al castello per una

strada che attraversa le montagne, e venne ad accamparsi tra l'Ancisa e

Firenze, dopo aver rotte alcune truppe della repubblica che volevano

opporsi al suo passaggio. L'armata fiorentina trovavasi per così dire

tagliata fuori all'Ancisa; e se l'imperatore si fosse avvisato di

strignerla, trovandosi questa quasi senza viveri, avrebbe corso un

grandissimo pericolo. Ma egli credette più utile consiglio il marciare

subito sopra Firenze. In fatti quando l'armata imperiale giunse il 19

settembre presso a questa città, abbruciando le case ed i villaggi di

mano in mano che andava avanzando, la riempì di terrore e di

costernazione; non potendo darsi a credere che fosse colà arrivata senza

aver prima distrutta l'armata fiorentina posta all'Ancisa, di cui non

sapevasene novella. Per altro al suono della campana del comune, tutte

le compagnie della milizia si adunarono nella piazza de' Priori,

essendosi armato anche il vescovo co' suoi preti, il quale, coi cavalli

che soleva impiegare nelle cerimonie religiose, venne a prendere la

guardia della porta sant'Ambrogio. Furono palificate le fosse, alzati i

ridotti, e tutto disposto per combattere. Soltanto dopo due giorni,

l'armata fiorentina, avanzandosi di notte per istrade sviate, potè

rientrare in Firenze. Erasi Enrico lusingato che l'improvvisa sua venuta

ecciterebbe qualche tumulto in città, ma non avendo che un migliajo di

cavalli con lui, non si credette abbastanza forte per attaccarla

regolarmente[282].

[282] _Gio. Villani l. IX, c. 45 e 46. — Ferretus Vicent. l. V, p.

1111._ — Il vescovo di Botronto pretende invece che l'armata

fiorentina entrasse in città prima dell'arrivo dell'imperatore.

_Hen. VII, Iter It. p. 925._

Ne' susseguenti giorni fu raggiunto dal rimanente dell'armata che aveva

lasciato a Todi ed in Val d'Arno di sopra. Ebbe pure rinforzi dai

Ghibellini e dai Bianchi della Toscana e della Marca, che venivano a

militare sotto le sue insegne; ma più considerabili soccorsi arrivarono

ancora ai Fiorentini. I Lucchesi mandarono alla signoria seicento

cavalli e due mila fanti, ed altrettanto fecero i Sienesi; Pistoja cento

cavalli e cinquecento fanti; Prato, Colle, Sanminiato e san Gemignano

duecento cavalli e mille pedoni; Bologna quattrocento cavalli e mille

pedoni; e le città della Romagna e dello stato della chiesa quattrocento

cinquanta cavalli e mille cinquecento uomini a piedi: sicchè i

Fiorentini si trovarono avere quattro mila cavalli, ch'erano il doppio

di quelli che aveva l'imperatore.

Tranquillizzati da forze tanto superiori, i Fiorentini si diedero alle

consuete loro occupazioni come in tempo di pace; tutte le porte erano

aperte, fuorchè quella che metteva direttamente al campo

dell'imperatore, e si spedivano le mercanzie come all'ordinario: ma pure

non osarono mai di attaccare Enrico, o di difendere contro di lui le

loro campagne colla forza; gli lasciarono perfino passar l'Arno e

guastare le campagne presso san Casciano, ove Enrico pose il suo nuovo

quartiere generale finchè finalmente il 6 gennajo 1313, vedendo che

nulla avvantaggiato avrebbe con un più lungo soggiorno e che le malattie

cominciavano a fare strage della sua armata, lasciò Firenze, ed andò a

stabilirsi a Poggibonzi sulla strada di Siena, ove si trattenne due

mesi[283].

[283] _Gio. Villani l. IX, c. 47. — Albert. Mussati Hist. Aug. l.

IX, Rub. 4._

I Fiorentini si lodarono senza dubbio di non avere posta in compromesso

la sorte della loro patria con una battaglia quando era noto che

l'armata dell'imperatore s'andava distruggendo per le malattie prodotte

dalle fatiche e dal bisogno; le quali malattie nè la salubrità dell'aria

di Poggibonzi, nè la stagione facevano cessare. A questo disastro

s'aggiungevano le molestie de' Sienesi e de' Fiorentini, i quali

scaramucciando ogni giorno cogl'imperiali, gli toglievano ogni giorno

qualche soldato, e gli rendevano difficile l'approvigionamento. Perchè

conoscendo l'imperatore lo svantaggio di più lunga dimora in Poggibonzi,

partì il 6 di marzo colla sua armata prendendo la strada di Pisa. Colà,

avendo eretto un tribunale imperiale, chiamò in giudizio tutte le città

che avevano a lui resistito, pretendendo di sottomettere colle sentenze

que' nemici che non aveva potuto vincere colle armi. I primi ad essere

condannati furono i Fiorentini; furono annullati i loro privilegi,

cassati i loro giudici e notai, il comune tassato in cento mila fiorini

e privato del diritto di battere monete, il quale fu accordato collo

stesso conio, lo stesso titolo e lo stesso valore ad Ubizzino Spinola di

Genova ed al marchese di Monferrato[284].

[284] _Gio. Villani l. IX, c. 48._

Finalmente il tribunale chiuse le sue procedure con una condanna più

ardita: il giorno 7 delle calende di maggio Enrico sentenziò Roberto re

di Napoli, dichiarandolo decaduto del trono, come verso di lui colpevole

di lesa maestà, sciogliendo in pari tempo i suoi sudditi dal giuramento

di fedeltà, e proibendo loro di ubbidire per lo innanzi al proprio

re[285].

[285] _Alber. Mussatus Hist. Aug. l. XIII, R. 5._

Ma queste condanne, nell'atto medesimo che l'imperatore le pronunciava,

erano piuttosto oggetto di derisione che di timore; perciocchè la

sua armata era talmente indebolita, che, se fosse rimasto in

campagna, correva rischio d'essere oppresso dalle truppe repubblicane.

Allora mandò ordine in Germania di formare un'altra armata, e

spedì l'arcivescovo di Treveri suo fratello per condurgliela

sollecitamente[286]. Finchè gli giugnesse questo tanto necessario

rinforzo, non avendo con lui che un migliajo d'uomini d'armi, passò

l'estate sotto la protezione della repubblica di Pisa, facendo guerra ai

Lucchesi per conto di questa città[287] e rendendosi degno fra le

angustie che lo circondavano, dell'elogio che fa di lui il Villani.

Giammai l'avversità turbò questo principe, nè la prosperità lo fece

presontuoso, o troppo lieto.

[286] _Alber. Mussatus l. XII, R. 6._

[287] _Cron. di Pisa di B. Marangoni p. 617._

In tempo di questo forzato riposo Enrico contrasse stretta alleanza con

Federico re di Sicilia, convenendo tra di loro di attaccare di concerto

Roberto re di Napoli, quale capo del partito guelfo e, più d'ogni altro,

loro pericoloso nemico. Federico di Sicilia, armate cinquanta galere,

sbarcò mille cavalieri, in Calabria, impadronendosi di Reggio e di poche

altre città. Dietro inchiesta dell'Imperatore le repubbliche di Pisa e

di Genova allestirono una flotta di settanta galere sotto il comando di

Lamba Doria, e la spedirono sulle coste del regno di Napoli. I Pisani

che si spogliavano per dare truppe di terra ad Enrico, equipaggiarono

meno vascelli dei Genovesi[288]. Dall'altro canto incominciavano ad

arrivare all'imperatore potenti rinforzi dall'Allemagna e dall'Italia;

onde il 5 agosto del 1313 si trovò in istato di lasciar Pisa per andare

contro Napoli con due mila cinquecento cavalieri d'oltremonte, mille

cinquecento Italiani, ed un proporzionato numero di pedoni.

[288] _Gio. Villani l. IX, c. 50._

Come Enrico vedeva nel re di Napoli il suo più potente avversario, i

Fiorentini credettero di averlo per loro ajuto e difensore. Sebbene

l'imperatore non avesse ottenuto contro di loro verun vantaggio, la

situazione della repubblica non era affatto prospera. Nell'inverno il

suo territorio era stato saccheggiato; molti de' suoi gentiluomini e

tutti gli emigrati, Bianchi e Ghibellini, eransi afforzati ne' castelli

delle montagne per farle guerra; il tesoro erasi esaurito negli

armamenti del passato anno, ed i continui rinforzi che andava ricevendo

l'imperatore rendeva inquieti i Fiorentini, non sapendo essi ove

volgerebbe le sue armi. Spedirono perciò due deputati a Napoli per

chiedere ajuto. Le città di Siena, Perugia, Lucca e Bologna unirono i

loro inviati a questa deputazione, che, introdotta in corpo innanzi a

Roberto, gli espose i pericoli della lega guelfa, sforzandosi di fargli

sentire che la sua sicurezza era attaccata alla conservazione

dell'indipendenza delle repubbliche toscane, che con tanto zelo avevano

abbracciato il suo partito. Roberto dava loro le più larghe

assicurazioni d'attaccamento, dichiarando che, se i pericoli del suo

regno non avessero resa necessaria la sua presenza, avrebbe egli stesso

comandate le truppe toscane e fattosi capitano dei Fiorentini; promise

di mandare in sua vece il fratello Pietro con un ragguardevole corpo di

cavalleria; ma in una seconda udienza scemò d'assai la confidenza che

aveva inspirata nella prima, chiedendo loro anticipatamente il soldo

delle sue truppe per tre mesi. L'esaurimento del tesoro della repubblica

fiorentina rendeva assai difficile il trovare la somma domandata da

Roberto, tanto più che le città di Bologna, Lucca, Siena e Perugia, più

lontane dal pericolo, negavano di aver parte a tale contribuzione. I

Fiorentini anticiparono bensì la parte fissata dal trattato di alleanza;

ma perchè non fu pagato il rimanente, le truppe napolitane non si

mossero, ed il danaro sborsato con tanto stento non produsse alcun

frutto.

I Fiorentini credettero pertanto che l'unico mezzo d'obbligare Roberto a

difenderli fosse quello di accordargli alcuni diritti, assicurandosi che

nel presente pericolo della guerra di cui era minacciato non avrebbe

tentato di cambiare l'accordata autorità in tirannide. I consigli

mandarono fuori quindi un decreto che dava ai priori la facoltà di fare

tutto quanto richiedesse la salute della repubblica, e questi con atto

solenne conferirono al re di Napoli i diritti e titoli di rettore,

governatore, protettore e signore della repubblica di Firenze, a

condizione ch'egli manderebbe in città uno de' suoi figli o fratelli per

difenderla, che non richiamerebbe gli emigrati, che conserverebbe le

leggi della repubblica, mantenendo la sovrana magistratura de' priori

nella presente forma[289].

[289] _Leon. Aretino Istor. Fior. l. V._

Intanto l'imperatore avanzavasi rapidamente colla sua armata sulla

strada di Sanminiato e di castel Fiorentino. Passò tra Colle e

Poggibonzi e venne ad accamparsi nel famoso piano di monte Aperto,

empiendo di terrore la città di Siena che lo vedeva vicino alle sue

porte con sì poderoso esercito. Ma in mezzo alla sua pompa militare,

quando niuna armata credevasi bastante a fermarlo, aveva già cessato di

essere formidabile: egli con lui portava i principj d'una malattia

mortale contratti nel cattivo aere di Roma, o forse più anticamente in

tempo de' patimenti sofferti nell'assedio di Brescia. La disposizione

del suo sangue erasi già manifestata con un carbonchio sotto al

ginocchio, ma perchè continuava a mostrarsi egualmente attivo, niuno

s'avvedeva del suo pericolo. Un bagno intempestivamente preso fece

scoppiare la malattia, che lo costrinse a fermarsi a Bonconvento, dodici

miglia al di là di Siena, ove il giorno 24 agosto del 1313 morì in mezzo

alla sua armata in un modo tanto inaspettato, che molti lo credettero

avvelenato, essendosi perfino sparsa voce che un frate domenicano, nel

comunicarlo, aveva posto del napello nell'ostia o nel vino

consacrato[290].

[290] _Hist. Aug. Alberti Mussati l. XVI, R. 8._ E tutti gli storici

citati nel presente capitolo, inoltre le _Note d'Uberto Benvoglienti

alla Cron. Sanese d'Andrea Dei t. XV_.

Un così inaspettato avvenimento che affatto cambiava la presente

condizione d'Italia, eccitò i più vivi trasporti di gioja ne' Guelfi, di

dolore ne' Ghibellini. I Pisani s'abbandonarono più degli altri alla

disperazione. Avevano consumata per questo monarca la prodigiosa somma

di due milioni di fiorini, ed invece d'aver nulla acquistato colla sua

assistenza, dopo essersi impoveriti di gente e di danaro, si vedevano

abbandonati a se medesimi per difendersi contro tanti nemici provocati

per piacere all'imperatore. Da prima tentarono di ritenere l'armata

sotto i loro ordini, offrendo ai soldati lo stipendio pagato da Enrico;

ma i Tedeschi, perduto il loro imperatore, più non pensavano che a

ripatriare, e molti di loro vendettero ai Fiorentini ed ai Guelfi le

fortezze di cui erano momentaneamente in possesso. Federico di Sicilia

venne personalmente a Pisa per concertare i mezzi di sostenere i

Ghibellini; ma fu in modo spaventato dalla loro situazione, che

rifiutossi di difendere la loro città, quand'anche ne fosse fatto

signore. Lo stesso onore, per lo stesso motivo, venne rifiutato dal

conte di Savoja e da Enrico di Fiandra, onde i Pisani chiamarono

Uguccione della Fagiuola, ghibellino della Romagna, che a quest'epoca

trovavasi vicario imperiale a Genova, e ritennero sotto i suoi ordini

circa mille cavalli tedeschi, brabantesi e fiamminghi. Tutto il

rimanente dell'armata ripassò le Alpi, risguardando l'Italia come un

paese per loro affatto straniero dopo la perdita dell'imperatore che li

conduceva.

Frattanto il corpo d'Enrico era stato portato a Pisa con grandissima

pompa; e fattigli dalla repubblica splendidi funerali, gli fu data

sepoltura in duomo, ove trovasi ancora di presente il suo mausoleo[291].

[291] Questo sarcofago fu però traslocato due volte, nel 1494 e nel

1727. Ora è nella cappella della Madonna, sotto l'organo, nel duomo

di Pisa.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16) · 第 6 / 11 题