_Consolidamento dell'aristocrazia veneziana; il maggior
consiglio reso ereditario. — Vittoria d'Uguccione della Fagiuola
ottenuta sui Fiorentini. — Sua espulsione da Pisa e da Lucca. —
Padova perde la sua libertà. — Signorie lombarde._
1313 = 1317.
In mezzo al vortice della politica italiana, la repubblica di Venezia
non prendeva mai parte agli avvenimenti che si succedevano ai suoi
confini, e pareva che, isolata dalle acque, non appartenesse all'Italia;
onde si rimase straniera perfino alle fazioni de' Guelfi e de'
Ghibellini, il di cui sangue bagnava tutte le rive delle sue lagune.
Aveva essa fatto conoscere ad Enrico VII il suo rispetto per l'impero,
mandandogli una solenne deputazione; ma nello stesso tempo faceva
solenni proteste pel mantenimento della propria indipendenza, e non
aveva divise nè le conquiste, nè le perdite dell'imperatore. L'assoluta
separazione dagli altri stati in cui si mantenevano i Veneziani non ci
permette di far avanzare di fronte la loro storia con quella degli altri
popoli d'Italia: e solo di generazione in generazione possiamo
riprenderne il filo per tener dietro al progressivo stabilimento
dell'interno loro sistema politico e per conoscere l'estensione e la
solidità che davano alla loro potenza le conquiste ed il commercio del
Levante.
L'anno 1297, epoca della chiusura del maggior consiglio (_serrata del
mazor consejo_), viene comunemente risguardato come l'epoca dello
stabilimento dell'aristocrazia ereditaria in Venezia. Ma siccome questa
rivoluzione si andò preparando in tutto il corso del 13.º secolo, e non
ottenne l'intero suo compimento da questo solo decreto; che anzi la
prima _reformagione_[292] ebbe bisogno d'essere sviluppata ed afforzata
con molte posteriori leggi; ho preferito di renderne conto all'epoca in
cui l'ultimo sviluppo dato al nuovo sistema d'aristocrazia ereditaria la
rese perpetua.
[292] Così chiamavansi le leggi del maggior consiglio.
Le lente e sorde usurpazioni del maggior consiglio avevano alla fine
risvegliata la gelosia del popolo, il quale in sul declinare del
tredicesimo secolo conobbe d'essere stato escluso affatto dal governo:
dolevasi specialmente di non essere più chiamato alle elezioni, onde la
nobiltà più non gli usava que' riguardi di cui era prodiga ai cittadini
quando i loro suffragi conferivano le cariche dello stato. Il doge,
spogliato di quasi tutte le prerogative, omai d'altro non si curava che
di piacere al maggior consiglio, di cui era la creatura e l'istrumento;
ma rammentando i plebei, che negli andati tempi il doge era il loro
magistrato, desideravano d'innalzare a questa dignità qualche individuo,
che, per ricompensarli della loro confidenza, li riponesse in possesso
delle prerogative spettanti ai cittadini sovrani d'uno stato libero.
Queste disposizioni si manifestarono del 1289 in occasione della morte
del doge Giovanni Dandolo. Mentre i quarantuno elettori, designati dalla
mescolanza della sorte coi suffragi del maggiore consiglio, deliberavano
intorno alla scelta del suo successore, il popolo si adunò sulla piazza
di san Marco e proclamò doge Giacomo Tiepolo, figliuolo di Lorenzo, che
aveva occupata la stessa carica dal 1272 al 1282. Tiepolo erasi
acquistato il favor popolare colle sue private virtù e colla dolcezza
del suo carattere, ma non era altrimenti fatto per essere capo di
partito: niuna parte aveva egli presa ad un movimento popolare che lo
voleva innalzare alla prima dignità della sua patria; anzi egli stesso,
dietro gli ordini del maggior consiglio, aveva cercato di dissiparlo; e,
quando vide che non poteva in verun altro modo rifiutarsi alla
confidenza de' suoi concittadini, fuggì segretamente a Treviso, ove
rimase finchè colle consuete forme fu eletto il nuovo capo della
repubblica[293].
[293] _Sandi Stor. civ. Venez. p. II, l. V, c. 1. — Andr. Navag.
Stor. Venez. t. XXIII, Scr. Rer. It. p. 1006. — Marin Sanuto, Vite
dei Duchi di Venezia t. XXII, p. 577. — Laugier Hist. de Venise l.
IX, t. III, p. 154._
Gli elettori si tennero dieci giorni chiusi in san Marco, non osando di
dare al popolo un doge diverso da quello nominato da lui. Finalmente
quando il fermento popolare parve calmato, elessero Pietro Gradenigo, in
allora podestà di capo d'Istria. Ma questa scelta accrebbe a dismisura
il malcontento de' plebei, perchè il Gradenigo, uomo vendicativo e
caparbio, aveva in ogni tempo manifestato il suo zelo per il sistema e
per la parte aristocratica. Tiepolo tornò prima di lui a Venezia per
calmare colla sua dolcezza il fermento del popolo; e Gradenigo fece il
suo ingresso in città con dieci galere armate ch'erano andate in Istria
a prenderlo.
Il nuovo doge si trovò ben tosto impegnato in una pericolosa guerra coi
Genovesi, guerra che dal 1293 al 1299 minacciò perfino l'esistenza della
repubblica. Di questa guerra, siccome della rotta de' Veneziani a
Corsola, in conseguenza della quale le due nazioni fecero la pace,
abbiamo di già parlato nel capitolo XXVI. Pare che il popolo, distratto
da così grave motivo, andasse dimenticando il suo malcontento, e
chiudesse gli occhi sui progressi dell'aristocrazia: ma non fece però
perdere di vista a Gradenigo l'esecuzione del suo progetto per abbassare
i plebei, e vendicarsi dell'odio di una parte de' suoi compatriotti.
L'annuale elezione del maggior consiglio era la sola parte della
costituzione che ancora conservasse qualche cosa di popolare. Il modo di
eleggere aveva negli ultimi anni sofferto qualche cambiamento che
difficilmente potrebbe comprendersi senz'essere iniziati nell'interna
polizia e nelle formalità della repubblica: tale cambiamento non aveva,
gli è vero, ratificato il diritto ereditario della nobiltà, ma non aveva
nè meno limitata l'onnipotenza del maggior consiglio, che in fondo si
rinnovava sempre in se medesimo. Nel 1286 dai tre capi della quarantia
era stato proposto un assai più importante cambiamento. Avevano
domandato che si prescrivesse agli annuali elettori di non far entrare
nel maggior consiglio che coloro che ne erano già stati membri, o che
proverebbero che i loro antenati vi erano stati ammessi dopo
l'istituzione di questo consiglio del 1172[294]. Questa proposizione che
mirava a designare in un modo tanto preciso la classe dei nobili, non fu
allora adottata. Senza dubbio ciò che ritrasse il consiglio
dall'adottarla, si fu che tutti i cittadini, nuovi membri del consiglio,
temettero che riconoscendo così espressamente la preminenza della
nobiltà, ad ogni nuova elezione non si andasse escludendo coloro che non
appartenevano alla classe dei nobili, dando la preferenza alle più
antiche famiglie.
[294] _Vettor Sandi Storia civ. p. II, l. V, c. 1, p. 6._
Pietro Gradenigo non tentò di rinnovare questa legge, sebbene tendesse
direttamente allo scopo preso di mira da lui e da tutto il partito
aristocratico. Invece di farne prova, l'ultimo giorno di febbrajo del
1267, giorno che chiudeva l'anno veneziano, propose quel decreto che fu
poi risguardato come la _serrata_ del maggior consiglio, e che ne
conservò il nome; ma che presentando una più immediata esca agli attuali
membri di questo corpo, apparentemente si allontanava meno dalle usitate
forme e dalle elezioni nazionali.
Gradenigo espose al consiglio, come cosa indubitata, che da oltre un
secolo l'elezione cadeva sempre press'a poco su le stesse persone o
famiglie, di modo che coloro che avevano parte all'amministrazione, o
erano attualmente membri del consiglio, o lo erano stati negli ultimi
anni. In conseguenza propose di non più considerare, rispetto ai membri
del consiglio, se dovevano essere rieletti, ma se avevano meritato di
essere esclusi da un corpo di cui facevano parte; corpo risguardato come
la scelta della nazione, e che da lungo tempo trovavasi in pieno
possesso della sovranità. Un così fatto giudizio sui diritti politici
dei primi uomini dello stato, non poteva attribuirsi, soggiungeva il
Gradenigo, che al primo tribunale dello stato, alla quarantia. In
conseguenza il doge domandò che la lista del maggior consiglio degli
ultimi quattro anni venisse sottomessa al tribunale della quarantia; che
i giudici, uno dopo l'altro, ballottassero i nomi di ogni cittadino
iscritto su queste liste, e che chiunque, di quaranta suffragi, ne
avesse dodici favorevoli, fosse ritenuto membro del maggiore consiglio.
Per altro il doge dichiarò non essere sua intenzione di chiudere affatto
agli altri cittadini l'ingresso al maggior consiglio; per lasciare ai
quali, secondo diceva egli, quel medesimo accesso a questo corpo sovrano
che avevano avuto finora, propose che dal maggior consiglio si
nominassero tre elettori, incaricati di fare un elenco suppletorio di
altri cittadini, limitato al numero che verrebbe determinato dal doge
nel suo piccolo consiglio; il quale elenco, siccome il precedente,
doveva sottoporsi ai suffragi della quarantia; bastando pure ai nuovi
eleggibili d'avere, come i primi, soltanto dodici voti dei
quaranta[295].
[295] _Sandi l. V, c. I, p. II_, dietro il testo della Parte deposta
all'Avogaria del Comune. — _Marin Sanuto vite dei duchi di Venezia,
p. 580, t. XXII._
Fin qui tale decreto non pareva avere altro scopo che quello di deferire
il diritto d'elezione alla quarantia criminale, non essendo apertamente
enunciata l'istituzione posta in suo arbitrio d'una nobiltà ereditaria
esclusivamente sovrana. In fatti il popolo non ne conobbe subito le
conseguenze, nè s'avvide che il rinnovamento del maggior consiglio che
si fece nel susseguente anno colle stesse norme, trovavasi ridotto ad
una vana formalità: perciocchè la quarantia raffermò tre anni di seguito
que' medesimi ch'ella aveva eletti la prima volta. I tre elettori
nominati ogni anno dal maggior consiglio per formare la lista degli
altri cittadini eleggibili (questo era il vocabolo adoperato dalla
legge) seguivano lo stesso principio aristocratico, e soltanto
prendevansi cura di supplire alle vacanze prodotte dalla morte di alcuni
membri. Un decreto del 1298, richiamando quello ch'era stato proposto
del 1286, ordinava agli elettori di non presentare se non individui che
avessero già seduto nel maggior consiglio, o i di cui maggiori ne
fossero stati membri; nel 1300, fu più espressamente vietata
l'ammissione di _uomini nuovi_; nel 1315, nel consiglio della quarantia,
fu aperto un libro nel quale tutti coloro che avessero le qualità
richieste per essere eleggibili, dovevano, giunti che fossero ai
diciott'anni, farsi iscrivere dai notari del consiglio, affinchè gli
elettori avessero sott'occhio tutti coloro ch'era loro permesso di
presentare; l'anno 1319 queste iscrizioni vennero sottomesse
all'ispezione degli _avogadori di comune_, obbligati di verificare, nel
termine di un mese col mezzo di una procedura inquisitoriale, se la
persona iscritta aveva tutte le richieste qualità; e finalmente nello
stesso anno con un decreto che perfezionò il sistema aristocratico,
vennero soppressi i tre elettori annuali, abolito il rinnovamento
periodico del maggior consiglio, che ritenevasi eseguito nella festa di
san Michele; ed ammessi a farsi iscrivere di pieno diritto nel libro
d'oro quelli che in età di venticinque anni avessero i necessarj
requisiti per essere accettati, senza la formalità di nuova elezione,
nel maggior consiglio. Di qui ebbe origine quella formola adoperata
ancora nella nostra età per le prove di nobiltà a Venezia: _per suos et
per viginti quinque annos_: provare, che i suoi ascendenti paterni erano
stati membri del maggior consiglio e provare d'avere 25 anni.
Per tal modo quella rivoluzione, che molti storici rappresentarono come
l'opera d'un giorno[296], non ottenne compimento che nello spazio di 23
anni, sebbene fosse stata preparata nel precedente secolo. Tale lentezza
può sola spiegare la pazienza e la rassegnazione del popolo veneziano
addormentato da una dissimulata politica, ma che non sarebbesi tutt'ad
un tratto lasciata togliere la preziosa eredità dei diritti politici che
aveva fin allora posseduti. Malgrado l'arte adoperata dal Gradenigo per
nascondere al popolo i suoi progetti e le ambiziose mire del maggior
consiglio, non si compì la sedizione senza resistenza e senza
spargimento di sangue.
[296] Tra gli altri vedasi _Laugier, Hist. de Venise, l. X. t. III_.
La prima sedizione scoppiò nel 1299, poco dopo la pace fatta colla
repubblica di Genova, e ne furono capi i popolari, Marino Bocconio,
Giovanni Baldovino e Michele Giuda. Se la costituzione non avesse subite
mutazioni, costoro e per le loro ricchezze e pei loro talenti avrebbero
a ragione preteso di entrare nella magistratura: onde si proponevano di
ottenere colla forza l'ingresso nel maggior consiglio agli uomini del
loro ordine; ma si trovarono prevenuti dalla vigilanza di Gradenigo, che
fece perire i capi sul palco, esiliare e punire in altri modi i meno
colpevoli.
Una più calda congiura scoppiò del 1310, nella quale presero la
principale parte le più nobili e potenti famiglie di Venezia. Alcuni
gentiluomini eransi veduti esclusi dal maggiore consiglio nella riforma
del 1297, di modo che si trovavano d'inferiore condizione a molti plebei
che vi erano stati ammessi; altri, sebbene avevano luogo nel maggior
consiglio, non erano perciò soddisfatti della rivoluzione; perciocchè
invece d'accrescer l'autorità loro, l'aveva anzi diminuita,
confondendoli nella folla de' consiglieri, dai quali prima d'allora li
separava il favor popolare. Boemondo Tiepolo, fratello di quel Giacomo
che il popolo aveva tentato d'opporre a Gradenigo, si pose alla testa
dei congiurati, associandosi i principali capi delle case Querini e
Badoero. L'ultima di queste famiglie, che prima portava il nome di
Partecipazio, aveva ne' primi secoli della repubblica posseduta quasi
per diritto ereditario la dignità ducale. I Dauri, Barbari, Barocci,
Vendelini, Lombardi ed altri gentiluomini si associarono ai congiurati,
e si resero forti colla massa de' plebei malcontenti e col nome della
Chiesa e del partito guelfo, accusando il doge d'essere ghibellino, per
avere provocate sulla repubblica le scomuniche del papa coll'impresa di
Ferrara: per altro i vocaboli di Guelfo e di Ghibellino non erano fino a
tale epoca in Venezia conosciuti. I congiurati progettarono di occupare
per forza la piazza di san Marco ed il palazzo ducale, di uccidere il
doge, di sciogliere il maggior consiglio e di rimpiazzarlo, secondo
l'antica costumanza, con un'elezione annuale.
Venezia non conosceva ancora quella sospettosa polizia, inventata ne'
susseguenti tempi da quel governo. Ne' tempi a noi più vicini i
malcontenti sempre tenuti di vista dagl'inquisitori di Stato, sempre
circondati di spie e di delatori, lungi dal poter condurre una trama
contro al governo fino alla vigilia della sua esecuzione, non avrebbero
pure avuto il tempo di adunarsi per lagnarsene: perciocchè giunse un
tempo nel quale la sicurezza de' governanti venne risguardata come
l'unico scopo dell'ordine sociale, e a quella si sagrificarono la
sicurezza, la libertà, la tranquillità dei cittadini. Il doge non ebbe
sentore della cospirazione che in sul far della sera della domenica 15
giugno: gli fu dato avviso che adunavansi moltissime persone presso di
Boemondo Tiepolo, ed altre assai innanzi alla casa Querini. Fece
all'istante chiamare i consiglieri della signoria, gli avogadori di
comune, e que' nobili che sapeva attaccati al nuovo ordine di cose.
Mandò ordine ai sediziosi di separarsi, ed in pari tempo afforzò tutte
le strade che fanno capo alla piazza di san Marco[297].
[297] Lettere del doge ai castellani di Modone e di Corone. _Ad
calcem Chron. Danduli. t. XII, p. 488._
Intanto i congiurati avevano occupata la camera degli ufficiali di pace
a Rialto e quella delle biade. Il lunedì mattina allo spuntar del giorno
marciarono verso la piazza. Diversi militari stranieri confusi coi
congiurati, assai numerosi anche soli, ne accrescevano le forze; onde la
battaglia, che attaccarono colle truppe comandate dal doge, riuscì
sanguinosissima. Ma questi che aveva avuto molte ore di tempo per
prepararsi, approfittò del vantaggio che davangli le località, immenso
vantaggio per chi sta sulle difese. Le strade che conducono alla piazza
di san Marco sono così anguste e tortuose, che la moltitudine degli
assalitori rendevasi inutile; essi cadevano, senza aver potuto
combattere, sotto i colpi di coloro che difendevano le barricate, e che
gettavano pietre dalle finestre. Dopo un ostinato attacco, Marco Querini
e suo figlio Benedetto caddero morti; e gli altri congiurati,
scoraggiati dall'inutilità de' loro sforzi, ritiraronsi verso il ponte
di Rialto e si afforzarono nel quartiere della città posto al di là di
Canal grande. Se il doge gli avesse inseguiti, avrebbe a vicenda avuto
lo stesso svantaggio, che in conseguenza della costruzione di Venezia
devono soffrire gli assalitori; ma egli offrì accortamente ai congiurati
di entrare subito in negoziazioni, promettendo di usare dolcemente della
vittoria; e seppe così bene approfittare dello scoraggiamento che la
battaglia presso san Marco aveva sparso ne' congiurati, che ridusse
tutti i gentiluomini avversarj ad uscire di città ed a promettere di
recarsi in quel luogo d'esilio che loro verrebbe assegnato[298].
[298] Il Sandi ed il Muratori vogliono accaduta questa congiura del
1309, senza che io possa intenderne la cagione. Tutte le lettere
originali riportate da Rafaino Caresino, nella continuazione di
Dandolo, portano la data del 1310; ed i due più antichi storici
della repubblica, Navagero, _p. 1016_, e Marin Sanuto, _p. 588_,
tengono la stessa data. Vedasi ancora _Laugier Hist. de Venise, l.
X, t. III, p. 228_.
Il pericolo in cui una così potente congiura aveva posta la repubblica,
o a meglio dire il partito aristocratico, ispirò a questo partito un
lungo terrore, che gli fece per sua salvezza adottare tali misure che
affatto snaturarono la costituzione dello stato. Per tenere di vista i
congiurati, rimasti per la maggior parte sotto le armi a Treviso o nel
suo contado, per dissipare le congiure de' malcontenti, e provvedere con
una forza dittatoriale alla salvezza di coloro che governavano lo stato,
il maggior consiglio creò il consiglio de' dieci, che doveva durare
soltanto due mesi; gli affidò un'autorità sovrana, incaricandolo di
comprimere e punire nei nobili i delitti di fellonia e di alto
tradimento; e nello stesso tempo gli diede ampia facoltà di disporre del
pubblico erario, di ordinare e di provvedere come potrebbe farlo il
maggior consiglio colla pienezza della sua sovranità.
Il consiglio de' dieci venne nominato dal maggior consiglio, che si fece
un dovere di non nominare in pari tempo, per l'esercizio di queste
formidabili funzioni, due membri della stessa famiglia, o solamente
dello stesso casato. Oltre i dieci consiglieri _neri_ che, dopo il 1311,
vennero eletti per un anno, facevano parte di questo consiglio il doge
ed i sei consiglieri _rossi_ che formano la signoria[299]. Gli ultimi
durano in carica solamente otto mesi. Perciò il consiglio dei dieci era
effettivamente composto di diciassette membri che si rinnovavano tutti
in differenti epoche. Il doge era presidente a vita; i dieci neri si
eleggevano in quattro adunanze nei mesi d'agosto e di settembre d'ogni
anno; ed ogni quattro mesi si nominavano tre rossi[300].
[299] Il colore dell'abito di cerimonia diede loro il nome di rossi
e di neri.
[300] _Vettor Sandi Stor. Civile, l. V, c. 11, p. 32. — Andrea
Navagero Stor. Venez. t. XXIII, p. 1019. — Laugier Hist. de Venise,
l. X, t. III, p. 243. — Memoires histor. et polit. de Lèopold Curti
2.ª ediz. p. I, c. 4, t. I, p. 81._ — Per altro Vettor Sandi non
decide positivamente se fino dalla sua origine il consiglio dei
dieci fosse presieduto dal doge e dal suo piccolo consiglio.
Il decreto che istituì il consiglio dei dieci, delegava i diritti della
sovranità ad una commissione; lo che riesce sempre pericoloso per la
libertà politica: ma faceva ancora di più, accordava a questa
commissione un potere arbitrario incompetente alla stessa sovranità, un
potere non accordato dai cittadini al governo e che non può esistere
senza distruggere la civile libertà ed i più cari diritti degli
individui. Il consiglio dei dieci fu autorizzato a perseguitare e punire
i delitti dei nobili con una segreta ed inquisitoriale procedura, che,
non dando veruna guarenzia alla società, può salvare il colpevole e
punire l'innocente; ma che col suo medesimo ministero ispirava a tutta
la nazione quel profondo terrore in cui si voleva mantenere. I
testimonj, lungi d'essere confrontati coll'accusato, non gli si
nominavano nè pure, levandosi dalle loro giurate deposizioni tutto
quanto poteva contribuire a fargli conoscere; di modo che la
testimonianza giuridica si cambiò in una perfida delazione, in un vile
spionaggio. Effettivamente il consiglio de' dieci cominciò dopo
quest'epoca a pagare migliaja di delatori per sopravvegliare e talvolta
calunniare la condotta di tutti i cittadini; ed allora ebbe
cominciamento quell'arte perniciosa de' moderni governi, che venne
indicata col mascherato nome di _polizia_. La condanna ed il supplicio
erano d'ordinario tenuti segreti come la procedura. Il consiglio non
rispondeva delle sue sentenze nè della sua condotta a veruna
magistratura della repubblica; non eravi appellazione che allo stesso
consiglio, il quale colla prima sentenza si obbligava spesso a non
rivedere la pronunciata sentenza. In conseguenza dichiarava talvolta che
non accorderebbe grazia al colpevole se non dopo passati alcuni anni, o
senza la maggiorità di due terzi, di tre quarti, di cinque sesti di
suffragi, maggiorità spesse volte impossibile ad ottenersi[301].
[301] Si vedano le _Memorie istoriche e politiche di Leopoldo Curti
p. I, c. 4, t. I, p. 81-109; e p. II, c. 4, t. II, p. 1-95_.
Il consiglio dei dieci, fin quasi dalla prima sua istituzione, si arrogò
la suprema direzione della repubblica; riunì i poteri fin allora divisi,
diede un centro all'autorità ed una irresistibile potenza alla volontà
direttrice del governo. Per dirlo in una parola, stabilì il despotismo e
non conservò che il nome della libertà. D'altra parte ebbe le qualità di
un governo fermo, vigilante, che con profonda politica concepiva i suoi
progetti e gli eseguiva con una irremovibile costanza. Ingrandì al di
fuori la repubblica, sebbene in pari tempo la facesse odiare col mancar
di fede; la mantenne internamente tranquilla, soffocando le congiure nel
loro nascere e sempre rendendo impotente l'odio eccitato dal suo
despotismo. Ma la stabilità d'un governo non è un vantaggio per la
nazione che allora quando lo stesso governo è un bene. Quale vantaggio
ne veniva al nobile veneziano dall'aver nulla a temere il consiglio de'
dieci, quando poi ogni giorno la sua libertà, la sua proprietà, la sua
vita erano più minacciate da questo solo consiglio, che da tutti i suoi
nemici? Quale vantaggio ritraeva la nazione dall'ingrandimento del
territorio, se la stessa nazione perdeva la sua felicità sotto il
despotismo, e se colle sue conquiste non faceva che accrescere il numero
de' suoi compagni di schiavitù? Si trova nello stabilimento della vera
tirannide per la conservazione della libertà una così aperta
contraddizione, che mal si può concepire come gli uomini possano esserne
per lo spazio di più secoli contenti. Il consiglio de' dieci durò quasi
cinquecento anni, rendendo ogni giorno, fino all'ultimo di sua
esistenza, più pesante il giogo da lui posto alla nazione; ed intanto
esso l'aveva in modo accostumata a credere alla necessità del suo
potere, che il corpo dei nobili, che più degli altri ne sentiva il peso,
non prese giammai la ferma risoluzione di distruggerlo, com'era ogni
anno in suo arbitrio il farlo in tempo delle elezioni d'agosto e di
settembre, che rinnovavano questo formidabile consiglio. Se in tali
elezioni il maggior consiglio avesse rifiutata l'assoluta maggiorità dei
suffragi a tutti coloro che si fossero presentati per entrare in quello
dei dieci, questo consiglio veniva col fatto soppresso. Più volte i
nobili usarono del loro diritto di rifiutare in tal modo i suffragi, per
ridurre i dieci a mettere alcuni limiti al loro potere; ma non hanno mai
persistito, come avrebbero dovuto fare, fino alla totale abolizione di
questo odioso corpo.
Due cose per altro assai notabili si osservano in questo despotismo
repubblicano. Primo la consolazione che i cittadini possono trovare
della perdita della libertà civile nell'acquisto o nella partecipazione
ad un grande potere; compenso che non può aver luogo che in uno stato in
cui sonovi pochi cittadini, e dove per conseguenza la volta di giugnere
al supremo potere è abbastanza vicina per addolcire il giornaliero
sacrificio che ogni cittadino fa de' suoi diritti a questo potere; e per
tal modo nelle antiche repubbliche non esisteva veruna libertà civile;
il cittadino riconoscevasi schiavo della nazione di cui era parte; si
abbandonava interamente alle decisioni del sovrano, senza contestare al
legislatore il diritto di _controllare_ tutte le sue azioni, o di
violentare in tutto le sue volontà; ma d'altra parte era egli stesso a
vicenda e sovrano e legislatore. Conosceva il valore del suo voto in una
nazione abbastanza piccola perchè ogni cittadino potesse esservi
principe, e sentiva che come suddito sagrificava la sua libertà civile a
sè medesimo come sovrano. Lo stesso accadeva a Venezia ove la nazione si
componeva, dopo la chiusura del maggior consiglio, di soli nobili, e
dove non essendovi più di mille duecento cittadini attivi, tutti avevano
il diritto e la prossima speranza d'essere ammessi a vicenda in quel
tremendo consiglio dei dieci, per esercitarvi quello stesso potere che
aveva temuto in tutto il rimanente del viver suo. Questa specie di
compenso ebbe luogo effettivamente finchè gli affari della repubblica
prosperarono; e malgrado il despotismo del suo governo, i nobili si
mantennero costantemente affezionati alla loro patria. Ognuno comprende
quanto un tale compenso sarebbe illusorio, se invece di soli mille
duecento nobili si fossero contati nella repubblica alcuni milioni di
cittadini attivi. Negli ultimi due secoli diventò illusoria per una
diversa ragione: si formò un'oligarchia in seno all'aristocrazia, e la
porta del consiglio de' dieci non rimase aperta che a sole sessanta
famiglie e forse meno.
L'altro oggetto degno d'osservazione è la facilità con cui, in una
repubblica, un immenso potere esecutivo militare e finanziere può
limitarsi ed anche distruggersi affatto. Se nelle quattro assemblee
annuali in cui i membri del consiglio dei dieci dovevano successivamente
eleggersi, i gentiluomini avessero semplicemente rifiutato di dare i
loro suffragi, questo potente consiglio che disponeva a suo arbitrio di
tutte le finanze, di tutte le forze di terra e di mare, di tutti i
tribunali della repubblica e perfino della vita di tutti gl'individui,
questo tremendo consiglio avrebbe cessato d'esistere senza disamina e
senza un giudizio. In mezzo a tutta la sua dispotica autorità, non pensò
mai nella sua lunga esistenza di cinque secoli di rinnovarsi da sè
medesimo senza aver bisogno del suffragio de' suoi committenti[302]. La
possibilità riservata al sovrano di far cessare un'autorità dispotica,
non guarentisce, gli è vero, bastantemente la libertà; ma indica almeno
essere questa la sola maniera pratica di contenere entro i limiti d'una
dipendenza sociale un troppo vasto potere esecutivo. Invano si vorrebbe
sottoporlo ad una rigorosa risponsabilità innanzi ai tribunali; invano
s'innalzerebbe un'alta corte nazionale per giudicare gli abusi del
potere, coloro che sono gli arbitri dell'armata e del tesoro, non si
lasciano atterrire da vane parole, non risguardando essi un'accusa o una
chiamata in giudizio a rendere conto della loro condotta, che quale
avviso di preparare le armi per difendersi. D'uopo è, come praticavasi
in Venezia, che il primo attacco li faccia immediatamente rientrare
nella classe de' privati cittadini; che vengano spogliati del potere di
nuocere, invece di pensare a punirli; che ne siano spogliati col
semplice rifiuto dei suffragi, che non espone verun individuo alla loro
vendetta e che non richiede l'uso di un grande coraggio civile; che ne
siano spogliati senza che il corpo che li colpisce, subentri
nell'esercizio delle loro prerogative e diritti: imperciocchè rendesi
necessario di rimuovere perfino il sospetto che siasi preso consiglio
dal proprio orgoglio ed ambizione per provvedere alla libertà nazionale.
Quanto più si esaminerà questa semplicissima istituzione di Venezia, ci
si renderà sempre più chiara ed aperta la felice applicazione che si
potrebbe farne in più liberi governi che quello non era[303].
[302] Il maggior consiglio rifiutò la prima volta i suoi suffragi
l'anno 1582; l'ultima volta l'anno 1761. Prima di tali epoche aveva
adoperati mezzi più immediati avanti di far uso di questo estremo
rimedio. Dopo il 1761 minacciò più volte tale rifiuto fino alla
caduta della repubblica.
[303] Questa possibilità di rifiutare il suo suffragio al consiglio
dei dieci e di abolirne con questo solo fatto la continuazione è
tanto antica quanto l'istituzione dello stesso consiglio. Colla
_parte_ del maggior consiglio del 3 gennajo 1311, che rafferma per
cinque anni il consiglio dei dieci, viene ordinato che tutti i suoi
membri debbano essere individualmente approvati ogni quattro mesi
dal maggior consiglio. In tale epoca i dieci non erano ancora
obbligati dopo un determinato tempo di cedere il loro luogo a nuovi
eletti, e non erano sottoposti alla _contumacia_, per valermi de'
vocaboli delle leggi venete; ma potevano essere riconfermati per un
tempo indefinito. _Navag. Hist. Ven. t. XXIII. p. 1020._
Mentre i Veneziani, occupati trovandosi intorno alla riforma dei loro
governo, ricusavano di prendere parte negli affari generali d'Italia, e
per avere pace colla chiesa, cedevano di nuovo ai legati pontificj le
fortezze di Ferrara di fresco venute in loro potere; mentre le loro armi
venivano esclusivamente adoperate in Dalmazia contro le città di Zara,
di Traù, di Sebenico, che spesso si ribellavano alla repubblica, i
Guelfi toscani liberati finalmente dal terrore che aveva loro ispirato
Enrico VII, preparavansi, coll'unione di tutte le forze del partito, a
distruggere i Ghibellini ed a punire la città di Pisa per avere soccorso
il nemico della loro libertà.
La repubblica di Pisa, come abbiamo osservato nel precedente capitolo,
aveva dato per capo ai cavalieri tenuti al suo soldo Uguccione della
Fagiuola, uno de' più riputati capitani di parte ghibellina. Giunto egli
a Pisa il 22 settembre del 1313, andò subito a guastare il territorio
lucchese; e, prima che i Guelfi si fossero preparati alla difesa, aveva
occupato Buti, svaligiata Santa Maria del Giudice, ed insultati i
Lucchesi fin presso le loro mura. La lega guelfa, ritardata e
contrariata da Roberto re di Napoli, ch'ella si era dato per capo, non
prendeva alcuna misura vigorosa; i Fiorentini abbandonavano i Lucchesi
loro alleati, e Roberto eccitava i Pisani a trattare con lui di pace
quando avrebbe dovuto approfittare, per sottometterli, della superiorità
delle sue forze e dello scoraggiamento che la morte d'Enrico aveva
gettato nel partito ghibellino.
I capi della repubblica di Pisa, e più di tutti Banduccio Buonconti, il
più riputato cittadino, non lasciavansi sedurre da questi primi
avvenimenti e si vedevano esposti quasi soli alla collera di Roberto,
che a quest'epoca trovandosi ancora occupato di più importanti progetti,
non tarderebbe, quando fosse tempo, a rovesciare sopra di loro tutte le
sue forze. Roberto, in virtù d'una bolla del 14 marzo 1314, fu dal papa
nominato vicario imperiale di tutta l'Italia durante la vacanza
dell'impero; in pari tempo venne eletto senatore di Roma; mentre per
diritto ereditario era sovrano di Napoli e della contea di Provenza;
finalmente era stato riconosciuto signore della Romagna e delle città di
Fiorenza Lucca, Ferrara, Pavia, Alessandria e Bergamo, aggiungendovi
parecchi feudi in Piemonte. Così potente sovrano era per la repubblica
pisana un troppo formidabile nemico, e perciò i consoli di mare e gli
anziani si affrettarono, dietro gl'inviti fatti da Roberto, di mandare a
Napoli un ambasciatore, ed approfittando della circostanza in cui il re
preparavasi a portare la guerra in Sicilia, fecero con esso lui un
trattato di pace e d'alleanza alle seguenti condizioni: che i Pisani non
ajuterebbero in verun modo i nemici del re e nominatamente Federico
d'Arragona; che darebbero a Roberto per tre mesi cinque galere e gli
pagherebbero cinquemila fiorini al mese per la spedizione di Sicilia.
Per rendere questa pace comune ai Lucchesi ad ai Fiorentini accordavano
a questi una franchigia dalle gabelle nel loro porto, e restituivano
agli altri i castelli loro occupati. Finalmente essi richiamavano tutti
i Guelfi esiliati, rendendo loro i diritti della cittadinanza[304].
[304] _Cron. di Pisa di Bern. Marangoni, p. 626. — Monumenta Pisana
t. XV, p. 989._
In conseguenza di questa pace i Pisani dovevano licenziare Uguccione e
le truppe tedesche: ma Uguccione non poteva sostenersi che colla guerra;
ed il combattere contro forze superiori sembravagli miglior partito che
il riposo; e sia ch'egli molto fidasse ne' suoi talenti, o pure che
fosse determinato d'arrischiar tutto, poich'ebbe cercato invano di
stornare la ratifica della pace, invitò il popolo a prendere le armi, e
facendo portare nelle strade alcune aquile vive, insegna de' Ghibellini,
fece gridare al tradimento contro i Guelfi. La truppa de' sediziosi, da
lui comandata, s'incontrò in quella di Banduccio Buonconti, che voleva
difendere l'indipendenza de' magistrati; egli la disperse, e fatti
arrestare Banduccio e suo figliuolo, ed accusatili d'avere voluto
tradire il partito ghibellino e la libertà della patria, fece loro
tagliare il capo. In seguito adunò il consiglio di già intimidito da
questa esecuzione, facendogli emanare un decreto, che niuno potesse
venir eletto magistrato se non provava ch'egli e i suoi antenati erano
sempre stati ghibellini. In tal modo egli acquistò un'autorità quasi
tirannica sul governo della repubblica e ad altro più non pensò che a
rinnovare la guerra con maggior vigore.
La gelosia che si manifestò tra alcune famiglie guelfe in Lucca, gli
diede ben tosto opportunità d'illustrare la sua amministrazione con una
brillante conquista. Gli Obizzi, famiglia guelfa della nobiltà lucchese,
eransi da più anni innalzati al di sopra delle famiglie rivali;
dirigevano essi soli tutti i consigli della repubblica. Da più d'un
secolo e mezzo che il partito guelfo era in Lucca dominante, avevano
avuto tempo di concentrare i poteri dell'aristocrazia; e la rivoluzione,
che del 1301 aveva cacciati i Bianchi da questa città, assicurò
l'autorità de' gentiluomini. Il popolo gli odiava e compiangeva le molte
famiglie de' Bianchi e degl'Interminelli esiliate; e quando un partito
della nobiltà unì la sua gelosia contro gli Obizzi al risentimento della
plebe, il governo non ebbe più bastanti forze per mantenersi. Arrigo
Bernarducci, capo de' malcontenti, dopo aver fatto innanzi agli anziani
una calda pittura dei guasti cagionati dalla loro guerra coi Pisani e
della negligenza di Roberto nel difenderli, costrinse questi magistrati
a proporre nel maggior consiglio la pace. Unanimi furono i voti di
questo corpo, e furono nominati de' commissarj, che, abboccatisi con
quelli di Pisa a Ripafratta, conchiusero in pochi giorni la pace, a
condizione che i Lucchesi richiamassero tutti gli esiliati[305].
[305] _Storie Pistolesi anon. t. XI, p. 405._
Alla testa di costoro rientrò in Lucca Castruccio Castracani
degl'Interminelli, giovane che dava già indizio de' straordinarj talenti
che doveva un giorno spiegare, e che ne' dieci anni, in cui fu esule
dalla patria, aveva visitato l'Inghilterra, le Fiandre e le città
ghibelline della Lombardia ove aveva appreso il mestiere delle armi
sotto i più esperti generali[306]. Castruccio volle approfittare della
superiorità che il suo ritorno poteva dare al partito ghibellino, e fece
segretamente domandare soccorso ad Uguccione della Fagiuola; poi il
giorno 14 giugno del 1314 venne con quelli del suo partito a stabilirsi
e fortificarsi avanti a Porta San Freddiano per essere a portata
d'aprirla al generale ghibellino, tosto che questi vi si presentasse.
Castruccio fu attaccato dai Guelfi, e mentre difendevasi nelle case
degli Onesti e de' Fatinelli, Uguccione giunse alle porte di Lucca con
tutta la cavalleria di Pisa. Niun Guelfo si presentò per difendere le
mura, nè veruno del partito di Castruccio s'avvisò d'imporre condizioni
a quest'armata alleata; onde Uguccione, fatta una breccia nelle mura,
entrò in Lucca ed abbandonò la città al saccheggio, prima che i Guelfi
ed i Ghibellini, che combattevano tra di loro, sapessero la sua venuta.
Immenso fu il bottino fatto in tale occasione da' Pisani[307]; oltre
ch'essi spogliarono coll'ultimo rigore i Lucchesi, contro de' quali
avevano lungo tempo nudrito un violento odio, trovarono nella chiesa di
san Freddiano il tesoro del papa, che aveva fatto venire da Roma per
trasportarlo in Francia tostochè le strade fossero state più sicure.
Uguccione, dopo aver fatta questa importante conquista, lasciò suo
figliuolo Francesco governatore di Lucca e tornò a Pisa[308].
[306] _Nicolai Tegrimi, Vita Castruccii Castracani, t. XI, p. 1318._
[307] Il bottino fatto a Lucca doveva essere tanto più
ragguardevole, in quanto che i Lucchesi avevano i primi fatto un
gran commercio di banco ed erano tutti riputati usuraj. Mentre un
demonio ne portava uno all'inferno, Dante gli fa dire:
«Ecco un degli Anzian di Santa Zita:
Mettetel sotto, ch'io torno per anche
A quella terra che n'è ben fornita:
Ogni uom v'è barattier, fuorchè Bonturo.
Del nò, per li denar, vi si fa ita.»
_Inferno, cant. XXI._
E Bonturo Dati, da lui eccepito solo, era pure il più celebre
usurajo d'Europa.
[308] _Storie Pist. anonime t. XI. — Gio. Villani l. IX, c. 59. —
Croniche di Pisa del Marangoni. — Monumenta Pisana t. XV, p. 991._
I Guelfi lucchesi, cacciati dalla loro patria, si fortificarono in
alcune castella di Val di Nievole e chiesero ajuto ai Fiorentini, i
quali vivamente sentendo la sventura de' loro alleati, e spaventati
dalle funeste conseguenze che questo avvenimento poteva avere, adunarono
soldati da ogni banda ed accordarono una vantaggiosa pace agli Aretini,
onde rivolgere tutte le loro forze contro d'Uguccione. In pari tempo
chiesero al re Roberto i soccorsi che da lungo tempo avrebbe dovuto
mandare in Toscana; perchè, mosso dalle loro istanze, Roberto mandò il
suo più giovane fratello Pietro, il quale entrò in Firenze il giorno 18
agosto del 1314 con trecento uomini d'armi che Roberto mandava in
soccorso della lega guelfa.
Questa truppa non bastava a dare ai Fiorentini un deciso vantaggio sopra
un così attivo e valoroso generale com'era Uguccione, il quale dal canto
suo non lasciava un istante di riposo ai Guelfi vicini, guastando quasi
nello stesso tempo le terre di Pistoja, di Samminiato e di Volterra,
occupando le più importanti castella di Val di Nievole ed assediando
Montecatini, la sola fortezza che rimanesse in mano de' Guelfi tra Lucca
e Pistoja.
I Fiorentini vedevano con sommo timore, senza potervi provvedere, i
rapidi progressi d'Uguccione, perchè s'erano legate le mani col dare nel
precedente anno la loro signoria a Roberto. Altronde non potendo
liberamente disporre delle loro finanze e non avendo un credito
indipendente, erano inabilitati a fare da se medesimi uno sforzo
vigoroso contro il nemico che li tribolava. Dovettero dunque nuovamente
ricorrere al re Roberto, pregandolo a spedire un altro de' suoi
fratelli, Filippo, principe di Taranto, per comandare le loro milizie.
Questo principe arrivò l'undici luglio del 1315 con suo figlio Carlo e
cinquecento uomini d'armi al soldo de' Fiorentini.
Intanto Uguccione andava stringendo l'assedio di Montecatini; ma avuto
avviso degli apparecchi che si facevano in Firenze per attaccarlo, aveva
chiamati al suo campo tutti gli alleati ghibellini, e formata un'armata
di due mila cinquecento uomini d'armi con un proporzionato numero
d'infanteria[309]. Dal canto loro i Fiorentini avevano ricevuti rinforzi
da Bologna, Siena, Perugia, Città di Castello, Agobbio, Pistoja,
Volterra, Prato e dalle città della Romagna; ed avevano formato
un'armata di tre mila duecento cavalli con un grosso corpo di
pedoni[310]. Ne prese il comando Filippo, principe di Taranto, il
maggiore de' fratelli del re, il quale mosse da Firenze il 6 agosto del
1315 per far levare l'assedio di Montecatini.
[309] Il Marangoni nelle Cronache di Pisa dà ad Uguccione 22700
uomini d'ogni arma.
[310] Stando alla Cronaca di Pisa l'armata fiorentina era forte di
54,000 uomini. Gli altri scrittori non danno il numero de' pedoni.
Uguccione, supponendo che i Fiorentini s'avanzassero per il piano di
Fucecchio, ne aveva afforzati i passaggi; ma invece s'avanzarono essi
dalla banda più settentrionale e giunsero per Monsummano fino in faccia
al suo accampamento, da cui non li separava che la Nievole. Sebbene
questo piccolo fiume non potesse ritardar molto il passaggio delle
truppe, nè l'una parte nè l'altra osava passarlo in faccia al
nemico[311]; sicchè rimasero alcuni giorni al loro posto senza che
Uguccione abbandonasse un solo istante Montecatini e che il principe
potesse soccorrere la fortezza.
[311] Il nerbo delle armate allora stava tutto nella cavalleria
pesante, ed ogni disuguaglianza di terreno ne impediva la marcia. La
Nievole non ritarderebbe un solo istante l'infanteria.
Frattanto i Guelfi di Val di Nievole, incoraggiati dalla presenza di
così forte armata, presero le armi ne' castelli e ne' villaggi posti
alle spalle d'Uguccione; ed avendo preso Borgo a Buggiano, impedirono a
questo generale il trasporto delle vittovaglie. Trovossi allora
costretto a levare l'assedio, e nella notte del 28 al 29 d'agosto diede
il segno della partenza: ma accortosi in sul fare del giorno che i
Fiorentini si disponevano ad inseguirlo, fece voltar faccia alle sue
truppe, e gli attaccò vigorosamente, quando credevano tutt'altro che
d'essere attaccati. Gli ausiliarj di Siena e di Colle furono subito
sgominati, e la debole loro resistenza lasciò esposta tutta l'armata
fiorentina alla cavalleria tedesca d'Uguccione. Per altro i Fiorentini
resistettero lungamente intorno al principe Filippo, ma finalmente
dovettero anch'essi fuggire disordinati. Pietro, fratello del re
Roberto, e Carlo, figliuolo del principe Filippo, rimasero sul campo di
battaglia, come pure il conte di Battifolle, Blasco d'Alagona,
contestabile dell'armata, e molti altri ragguardevoli personaggi.
Duemila furono i morti in battaglia, e millecinquecento rimasero
prigionieri. Molti de' fuggitivi, volendo porsi in sicuro a Fucecchio,
si annegarono nella Gusciana e nelle paludi di questa pianura sommersa.
Anche Uguccione perdette suo figliuolo Francesco, il nipote del
cardinale di Prato e molti valorosi soldati[312].
[312] _Storie Pistol. anon. t. XI, p. 409. — Gio. Villani l. IX, c.
70. — Leonardo Aret. l. V. — Bern. Marangoni Cron. di Pisa p. 632. —
Monum. Pis. t. XV._
Dopo la rotta de' Fiorentini, Montecatini e Monsummano s'arresero al
vincitore; il quale diede il comando di Lucca al suo secondo figlio
Neri, in luogo del primogenito ucciso; ed egli tornò a Pisa ove fu
ricevuto in trionfo.
Ma le vittorie d'un padrone non indennizzano lungo tempo il popolo della
sua tirannia. La nazione non tardò ad accorgersi che quando la gloria ed
i vantaggi più non possono essere suoi, la vittoria del principe è una
rotta de' cittadini. Onde i patriotti pisani trattarono segretamente con
Castruccio Castracani, perchè questi dal canto suo liberasse Lucca dalla
tirannide d'Uguccione. Castruccio aveva avuto molta parte nella vittoria
di Montecatini; era risguardato pel primo cittadino di Lucca, ed
Uguccione, che gli doveva molta riconoscenza, lo trattava con sommo
riguardo, senza però affidargli verun comando. Frattanto avendo
Castruccio attaccati ed uccisi alcuni contadini di Camajore che avevano
tentato d'assassinarlo, Neri della Fagiuola si valse di questo pretesto
per farlo arrestare[313], e scrisse subito a suo padre di venire a Lucca
colla cavalleria tedesca, non osando di mandare al supplicio un uomo che
godeva di così grande riputazione, senza essere sostenuto da
ragguardevoli forze. Infatti Uguccione partì alla testa della sua
cavalleria: era questo l'istante fissato per far ribellare le due città,
le quali per la strada del piano tenuta dalla cavalleria, sono l'una
dall'altra distanti quattordici miglia, e dieci miglia pel cammino della
montagna. Quest'istante fu dai congiurati colto con precisione. Il 10
aprile 1316 non aveva Uguccione ancora fatto due miglia sulla strada di
Lucca, che i patriotti pisani presero le armi. Avevano essi attaccato un
toro alla porta di san Marco di Chinzica, che staccarono in quel
momento, e colle armi sotto il mantello seguirono il furibondo animale
per le più frequentate strade, gridando: fermate il toro, fermate!
Adunarono in tal modo in mezzo alla città molta gente senza eccitare
alcun sospetto nel luogotenente d'Uguccione, il quale credeva il toro
fuggito dal macello. Vedendosi i congiurati in mezzo a sufficiente
numero di cittadini, colà tratti dalla stessa supposizione, gettarono a
terra il loro mantello, ed impugnando la spada ignuda, gridarono: _Viva
il popolo! morte al tiranno!_ A questo grido ripetuto all'istante
dall'un canto all'altro della città, tutti i cittadini presero le armi,
ed unitisi ai congiurati, attaccarono il palazzo d'Uguccione e la porta
di Parlascio; ed avendo ovunque rotti i satelliti del tiranno, li
cacciarono fuori di città. La cavalleria pisana non volle prender parte
a questa sommossa; ma quando fu terminata, si presentarono agli anziani
giurando fedeltà alla repubblica ed alla libertà[314].
[313] Il Macchiavelli racconta diversamente l'origine di questo
arresto. Dice che Pietro Agnolo Micheli, riputatissimo gentiluomo di
Lucca, fu assassinato da un suo nemico, che rifuggiossi in casa di
Castruccio, il quale prese a difendere l'uccisore. _Vita di
Castruccio_ tra le opere di Macchiavelli.
[314] _Monum. Pisana t. XV, p. 996. — Istor. Pistol. anon. t. XI, p.
411. — Gio. Villani l. IX, c. 76._
Lo stesso giorno presero le armi anche i Lucchesi, o, come vogliono
alcuni, prima che Uguccione entrasse nella loro città, o, secondo altri,
dopo che n'era uscito per reprimere la sedizione di Pisa. Adunaronsi
innanzi alla casa di Neri della Fagiuola, chiedendo altamente la libertà
di Castruccio. Neri non osò rifiutarsi e fece rilasciare il prigioniere,
il quale fu consegnato ai congiurati ancora avente le catene ai piedi ed
alle mani. Queste catene furono lo stendardo dei Lucchesi: essi le
portarono avanti a loro andando ad attaccare i forti ancor difesi da
Neri della Fagiuola; e cacciandolo dalla città co' suoi seguaci, prima
che il padre potesse soccorrerlo, ricuperarono in poco tempo quella
libertà, che già da due anni avevano perduta[315].
[315] _Vita Castruccii Antelminelli a Nic. Tegrimo t. XI. — Niccolò
Macchiavelli Vita di Castruccio._
Uguccione e Neri della Fagiuola, perduta ogni speranza di rientrare in
Pisa o in Lucca, si ripararono alla corte di Can grande della Scala in
Verona, ove trovarono un altro più illustre fuoruscito, il poeta Dante,
che si era recato a quella corte dopo la morte di Enrico VII. I Pisani
nominarono allora capitano del popolo e delle milizie il conte Gaddo
della Gherardesca, ed i Lucchesi affidarono per un anno la stessa carica
a Castruccio Castracani. Ma gli uni e gli altri, non essendo più
eccitati alla guerra da Uguccione, acconsentirono volentieri alle
proposte di pace loro fatte da Roberto. I Fiorentini vi si prestarono di
mala voglia, desiderosi di vendicarsi della rotta di Montecatini, ed
accusavano il re di viltà che sì tosto dimenticava la morte del fratello
e del nipote. Ad ogni modo per l'intromissione di Roberto la pace fu
segnata in aprile del 1317 tra tutti i popoli guelfi e ghibellini della
Toscana, restando tutti al possesso delle castella che avevano
conquistate: ai Fiorentini venne assicurata la franchigia del porto di
Pisa; i Pisani promisero di mantenere cinque galere agli ordini del re
Roberto, qualunque volta egli mettesse una flotta in mare, e si
obbligarono, dietro sua domanda, a fabbricare a san Giorgio in Ponte una
chiesa sotto l'invocazione della pace, pel riposo delle anime di coloro
ch'erano morti nella battaglia di Montecatini: la quale chiesa fu poi a
ragione risguardata dai Pisani piuttosto come un monumento della loro
vittoria, che come un segno di triste ricordanza.
Roberto, siccome tutti gli altri principi francesi che guerreggiarono in
Italia dopo Carlo d'Angiò, non ebbe talenti di lunga mano corrispondenti
alla sua ambizione o alla sua profonda politica. Roberto aveva avute
molte rotte anche nella guerra da lui trattata contro Federico di
Sicilia, e perciò, intimamente persuaso della sua incapacità militare,
preferiva, per ingrandirsi, le vie delle negoziazioni.
Un vasto piano era legato alla pace ch'egli aveva fatta segnare alla
Toscana. Le circostanze più favorevoli alla sua ambizione ponevano tutta
l'Italia nelle sue mani. In Germania due principali emuli, Luigi di
Baviera e Federico d'Austria, ambedue coronati nel 1314 come re de'
Romani, l'uno ad Aquisgrana, l'altro a Bonna, distrussero l'autorità
dell'impero volendosene impadronire colle armi. Nella corte d'Avignone
dopo l'interregno di due anni era succeduto a Clemente V, morto del
1314, un nuovo pontefice chiamato Giovanni XXII, affatto ligio a
Roberto: per ultimo questo principe approfittava delle lunghe
dissensioni della Lombardia e della Liguria per cercare di stabilire la
sua autorità in queste due province, e la repubblica di Genova era la
prima conquista che egli disegnava di aggiugnere a' suoi stati. Ma il
nuovo interregno dell'impero, il pontificato di Giovanni XXII e le
rivoluzioni che l'ambizione di Roberto di Napoli causarono all'Italia,
appartengono ad una nuova epoca di questa storia; che serbiamo per
l'altro immediato volume. D'altra parte la caduta dell'ultima repubblica
di Lombardia, dell'ultima fra le città dell'Italia settentrionale che
conservò la libertà democratica, la caduta di Padova, appartiene
all'epoca contemplata dal presente capitolo.
Di quante città aveano segnata la lega lombarda cento cinquant'anni
prima, Padova e Bologna eransi sole conservate in possesso di que'
privilegi pei quali avevano così valorosamente combattuto contro
Federico Barbarossa. Bologna, protetta dalla chiesa, sostenuta dalle
repubbliche toscane, si sottrasse lungo tempo al destino delle città
lombarde, tra le quali non era stata annoverata, sebbene facesse parte
della loro lega. Padova circondata quasi da tutti i lati dai tiranni
lombardi, e conservatasi fedele alla parte guelfa in mezzo ai più
potenti ghibellini, fu più presto esposta agli attacchi, sotto de' quali
doveva finalmente soggiacere.
Il lungo interregno dell'impero era stato per Padova l'epoca più felice.
Dopo la caduta della casa di Romano fino alla discesa d'Enrico VII in
Italia, nella lunga pace di cinquantasette anni[316] questa città,
sempre protetta dalla chiesa e dal partito guelfo, aveva ricuperato, per
la benefica influenza di un libero governo, quella popolazione e quelle
ricchezze ond'era stata spogliata verso la metà del precedente secolo
dalla tirannia d'Ezelino. La città di Vicenza erasi sottomessa ai
Padovani[317]; tutti i Guelfi della Marca Trivigiana si dirigevano a
seconda dei consigli di Padova; finalmente gli studj fiorivano in questa
città, la sua università essendo una delle più rinomate d'Italia; e la
celebrità de' suoi professori per ogni genere di arti liberali vi
chiamava scolari da tutta l'Europa[318]. Padova diede all'Italia nel
quattordicesimo secolo molti de' suoi più riputati storici. Non pertanto
in seno a tanta prosperità l'interna pace della repubblica era
doppiamente minacciata. I Vicentini, vergognandosi di vedersi soggetti
ad una città lungo tempo rivale, odiavano assai più il governo di
Padova, che il despotismo, e piuttosto che rimanere sotto lo stesso
giogo, erano disposti a porsi tra le braccia del primo tiranno della
Lombardia che fosse abbastanza potente per umiliare i Padovani. D'altra
parte la gelosia della nobiltà e del popolo erasi, come nelle altre
città italiane, manifestata anche in Padova, e più volte il governo era
venuto in mano degli artigiani, diretti dai tribuni del popolo detti
_Gastaldoni_: allora lo stato perdeva in faccia agli stranieri la sua
forza e la considerazione di cui godeva; ed i Padovani nel complesso
della loro condotta meritavano spesso tutti i rimproveri che sono stati
fatti alle assolute democrazie. Lo stesso senato era democratico,
venendo composto di mille cittadini che si rinnovavano ogni anno[319];
ed il popolo, sempre diretto dalla passione di dominare, non agiva a
seconda delle regole della più comune prudenza. Una violenta gelosia gli
faceva escludere dal governo que' nobili, che colle loro ricchezze, i
talenti, il coraggio e lo splendore del loro nome, avrebbero dato più di
risalto all'amministrazione: una prevenzione non meno imprudente faceva
loro incautamente confidare la più pericolosa autorità ad una sola di
queste nobili famiglie, a quella che più d'ogn'altra avrebbe potuto
meritare la sua gelosia, e che pure era la sola che n'andasse esente, la
famiglia dei Carrara. I più piccoli avvenimenti ispiravano a questo
popolo un'insensata presunzione, un ridicolo orgoglio; il più leggiero
rovescio ne abbatteva il coraggio, e lo disponeva a soggiacere a tutte
le umiliazioni. Fortunatamente che in que' momenti di terrore i nobili
riacquistavano la loro influenza sopra la moltitudine; ed in allora
guarentivano l'onore nazionale e salvavano la patria.
[316] _Albert. Mussati De Gestis Ital. l. II, Rub. 2._
[317] Verso il 1265. I Vicentini avevano già ubbidito quarantasei
anni ai Padovani, quando del 1311 fecero presso Enrico VII i primi
tentativi per iscuoterne il giogo. _Ferreti Vicent. Hist. l. IV._
[318] _Guglielmi Cortusii de novitatibus Paduæ l. I, c. 11, t. XII
Rer. Ital. p. 778. — Tiraboschi Stor. della Letterat. Ital. l. I, c.
3, § 12, t. V._
[319] _Ferreti Vicent. Hist. l. IV, p. 1070._
Durante la spedizione d'Enrico VII, in più modi manifestossi
l'inconseguenza de' Padovani. A vicenda ora volevano resistere, ora fare
con lui la pace. Due volte lo storico Albertino Mussato fu da loro
spedito all'imperatore; due volte comperò da lui sotto dure condizioni
la riconciliazione della repubblica; ed altrettante volte i Padovani
alternativamente gelosi, o di Cane della Scala, o dello stesso Enrico,
ruppero le convenzioni e ricominciarono la guerra: di modo che Enrico,
l'ultimo anno della sua vita, pronunciò in Pisa contro di loro una
sentenza che li privava di tutte le loro onorificenze e franchigie e li
metteva al bando dell'impero[320]. Sedendo nello stesso tribunale,
Enrico aveva pochi giorni prima condannato Roberto re di Napoli.
[320] _Albert. Mussati Hist. Aug. l. XIV, R. 6._
Gli è vero che le pretese d'Enrico VII erano propriamente fatte per
eccitare la diffidenza della repubblica, e la sua condotta poteva averle
dato giusto motivo di lagnanza. In marzo o in aprile del 1311 aveva
permesso ad un Vicentino emigrato, che trovavasi al suo servigio, di
sollevare cogl'intrighi la sua patria, procurandogli i soccorsi di Cane
della Scala ed istigando tutt'ad un tratto i Vicentini a prendere le
armi, a scacciare la guarnigione padovana e ad inalberare le aquile
imperiali[321]. Quest'avvenimento, che tenne dietro alla prima
infruttuosa missione d'Albertino Mussato, fu cagione di una guerra tra
Padova e Vicenza protetta da Cane della Scala. Nuovi trattati sospesero
subito la guerra ch'ebbe poi fine col trattato di pace di Genova tra
Enrico VII e Padova, di cui il Mussato fu mediatore.
[321] _Ferretus Vicent. l. IV. — Cortusior. Hist. l. I, c. 13._
Ma mentre l'imperatore, imbarazzato trovandosi nelle guerre di Toscana,
più non incuteva timore alle città lombarde ed alla Marca Trivigiana, il
suo principale campione in questa contrada, Cane della Scala, provocava
di nuovo i Padovani con ostili apparecchi. Fino al 1311 Cane aveva
diviso con suo fratello Alboino il governo di Verona; ma circa un anno
avanti la morte d'Enrico VII morì pure Alboino; perchè Cane più non
trovandosi ritardato o contraddetto ne' suoi vasti progetti da un
collega, diede libero corso al suo carattere inquieto ed audace. Dopo
avere con tutte le sue forze ajutato Enrico, chiese ed ebbe in
ricompensa il governo di Vicenza col titolo di vicario imperiale; e
sebbene ai Vicentini spiacesse di perdere così presto la libertà che
avevano di fresco ricuperata, gli aprirono le porte ed a lui si
sottomisero. Allora Cane della Scala introdusse in Vicenza i soldati
mercenarj ch'egli aveva assoldati di diversi paesi e lingue, e non
risparmiò ai Vicentini le vessazioni che, specialmente in quell'epoca,
accompagnavano un governo militare[322].
[322] _Ferr. Vicent. l. IV. — Albert. Muss. Hist. Aug. l. VI._
I Padovani, che avevano ragione di temere che Cane in virtù del suo
titolo di vicario imperiale nella Marca Trivigiana, non pretendesse di
avere sopra la loro città que' medesimi diritti ch'esercitava sopra
Vicenza, più non ascoltando che la loro impazienza e la loro collera,
armarono le loro milizie ed assoldarono mercenarj per intraprendere la
guerra. La gioventù aveva piacere che incominciasse: stanca della
monotonia della pace, di cui godeva da tanto tempo la sua patria. «Pure,
dice Ferreto di Vicenza, quando la guerra fu intimata dai due popoli,
gli abitanti delle campagne furono i primi ad essere attaccati: il primo
segno delle ostilità fu la rapina delle loro gregge e de' loro mobili. I
contadini che in questo subito attacco non furono fatti prigionieri,
sforzaronsi di condurre in città e di deporre in luogo sicuro tutto
quanto poteva essere trasportato. Allora si videro gli agricoltori
condurre un lungo ordine di carri, sui quali avevano frettolosamente
caricati i rustici loro mobili e i vasi delle loro cantine; mentre le
madri, coi loro fanciulli al seno o sopra le spalle, venivano a dormire
sotto gli stessi portici delle nostre case. Questa maniera di
guerreggiare, di uccidere e far prigionieri i cittadini, di rubare i
loro beni, e di bruciarne le case, veniva a noi insegnato dagli
stranieri mercenarj che avevano sempre vissuto nei campi. Quante volte
non abbiamo noi veduto strascinarsi da questi empi soldati, che Cane
pagava a prezzo d'oro, truppe di contadini padovani colle mani legate
alle reni? Essi custodivano questi prigionieri nella nostra patria e
crudelmente li maltrattavano per obbligarli a riscattarsi. Nè i
mercenarj di Padova trattavano più dolcemente i contadini di Vicenza:
come mai quest'infelici avevano meritate tante ingiurie!»[323].
[323] _Ferret. Vicent. l. VI._
La prima conseguenza della guerra fu l'aggravarsi della tirannia di Cane
sui Vicentini: quattro gentiluomini furono da lui incaricati
dell'assoluto governo di questa città; e perchè più prontamente
potessero percepire le imposte, tutte le immunità del popolo, tutte le
leggi furono abolite. Allora scoppiarono in Vicenza delle congiure
contro Cane, le quali giustificarono in certo modo le criminali
inquisizioni, l'esilio, la confisca dei beni di una parte della nobiltà
che rifugiossi in Padova, e che dopo tale epoca portò poi le armi contro
la patria. Ma la libertà non era meno in pericolo a Padova, ove ogni
zuffa era cagione di nuove animosità contro i Ghibellini: il loro capo
Guglielmo Novello, attaccato dai sediziosi nel palazzo pubblico fu
massacrato innanzi allo stesso pretorio; e de' suoi partigiani alcuni
fuggirono, altri come nemici della patria furono condannati a perpetuo
bando[324].
[324] _Ferreti Vicentini l. VI. — Cortusiorum Historia l. I, c. 15._
Il luogo in cui si veniva più frequentemente a battaglia tra i due
popoli, era quello in cui il Bacchiglione, fiume che attraversa il
Vicentino, si divide in due rami, uno de' quali, dirigendosi al
Sud-Ovest, bagna le campagne d'Este, e l'altro al Sud-Est quelle di
Padova. L'abbondanza delle acque raddoppia la fertilità di quelle ricche
campagne, ed il possesso del fiume per farne scendere una minore o
maggior parte dall'una o dall'altra parte era della più alta importanza
pei due popoli, i quali attaccarono, rovesciarono, rialzarono più volte
le dighe. In queste zuffe i Padovani erano sempre superiori di numero e
di ricchezze; ma Cane, la di cui armata era quasi esclusivamente formata
di mercenarj, accostumati fino dalla fanciullezza al mestiere delle
armi, e che non sapevano cosa fossero la fatica o la pietà, vinceva i
Padovani per conto della disciplina e dell'arte militare.
Avendo i Padovani adunate le truppe sussidiarie di Cremona, di Treviso,
del marchese d'Este e gli esiliati di Vicenza e di Verona; ed inoltre
avendo assoldati alcuni condottieri, tra i quali distinguevansi due
Inglesi, Bertrando ed Ermanno Guglielmo[325], formarono un'armata di
10,000 cavalli e 40,000 fanti; armata formidabile che pareva bastante a
conquistare tutta la Lombardia. Pure sì grande armata, invece di fare
qualche strepitosa impresa, non giovò ad altro che ad attirare sopra la
Venezia un altro flagello. Si tenne lungo tempo accampata, esposta
all'ardore del sole, in riva a' fiumi, le di cui torbide acque appena si
muovono; le malattie vi presero piede, ed una crudele epidemia distrusse
nello stesso tempo i due campi e le due città.
[325] _Ferret. Vicent. p. 1130._
Il massacro di Guglielmo Novello di Campo Sampiero, e l'espulsione de'
Ghibellini suoi partigiani non riuscirono utili soltanto alla parte
guelfa, ma ancora alla fazione aristocratica che acquistò maggiore
influenza ne' consigli della repubblica. Pel corso di più di mezzo
secolo Padova erasi conservata fedele alla Chiesa, e l'aristocrazia
spalleggiava sempre il partito che una città aveva seguìto più lungo
tempo. Per altro i capi del governo non appartenevano ad antiche
famiglie: erano Pietro Alticlinio, avvocato, e Ronco Agolanti. Avevano
amendue ammassate grandi ricchezze coll'usura, e l'uno e l'altro
abusavano del credito che loro dava lo stato, in particolare permettendo
ai loro figli di valersene per soddisfare alle proprie passioni. Amendue
in onta al partito ghibellino, di cui avevano divise le spoglie, ed in
onta al popolo che avevano escluso dal governo, non erano meno esosi
alla casa dei Carrara, la più ricca della nobiltà, la più popolare, e
quella che colla sua ricchezza minacciava più delle altre la libertà.
Due giovanetti di questa casa, Nicola ed Obizzo, eccitarono, contro il
sentimento de' loro parenti, una sedizione per disfarsi di questi due
capi della repubblica. Introdussero moltissimi contadini in città; ed
incontrando Pietro Alticlinio sulla piazza del mercato, gli furono
addosso e lo sforzarono a fuggire. Nello stesso tempo incominciarono a
gridare, _viva il popolo, viva il popolo solo!_ Da tutte le bande si
corse alle armi: invano il podestà co' suoi sgherri occupò la piazza del
pretorio, i sediziosi si attrupparono in tutte le altre; invano, così
consigliato dal vescovo, il podestà ordinò alle compagnie della milizia
di unirsi nella piazza grande per marciare di là al proprio quartiere:
si allontanarono a stento non più di cento cinquanta passi e ben tosto
tornarono a riempiere la maggior piazza. Intanto i Carrara, ripetendo il
grido di _viva il popolo_, vi aggiunsero quello di _morte ai traditori_;
ed i loro partigiani che si frammischiavano in ogni gruppo di persone,
andavano susurrando di affidare ai Carrara la vendetta nazionale. Ben
tosto fu per acclamazione rimesso lo stendardo del popolo ad Obizzo dei
Carrara; e questi alla testa della plebaglia, ripetendo il grido di
morte, si volse alla casa di Pietro d'Alticlinio. La casa fu
saccheggiata, ed il popolo, ad un tempo credulo e furibondo, si figurò
di avervi trovate le prove de' più odiosi delitti che si attribuivano a
Pietro ed a' suoi figliuoli: prigioni ov'erano stati chiusi di nascosto
i loro nemici; sepolcri nei quali trovaronsi i cadaveri di coloro che
avevano fatto perire; un albergo dipendente da loro, nel quale i
viaggiatori si uccidevano di notte affinchè il proprietario ne
acquistasse le spoglie; per ultimo gl'indizj d'altri inauditi delitti e
meno verosimili: tutte le quali accuse furono confermate con
asseveranza, siccome fatti indubitati[326]. Il primo giorno fu
interamente consacrato al saccheggio di questa potente casa.
All'indomani fu denunciato al popolo Ronco Agolanti, e, sorpreso nel
luogo ov'erasi nascosto, fu massacrato ed il suo cadavere strascinato in
pezzi per le strade. Suo fratello non tardò a provare la medesima sorte;
le loro case e quelle ch'ebbero la disgrazia di trovarsi vicine, furono
saccheggiate, e la plebaglia avida di bottino attaccò in appresso tutti
coloro che gli si denunciavano come amici delle prime vittime. Una voce
propose di vendicarsi di colui, il quale, preparando una nuova tariffa
delle gabelle, voleva impoverire il popolo con odiose contribuzioni.
Quello che veniva in tal modo indicato alla rabbia popolare era
Albertino Mussato lo storico, il quale, per far fronte alle spese della
guerra, aveva proposta una nuova tassa, che credeva più eguale, e stava
formandone il catastro. All'istante i sediziosi si precipitarono verso
la sua casa la quale era assai forte ed unita alle mura della città: ne
furono chiuse le porte, e mentre la furibonda plebe attaccava la
muraglia. Mussato salì a cavallo fuori della vicina porta, e fuggì a
briglia sciolta verso Vico d'Aggere, ove si pose in sicuro. La sua casa
fu salvata dal saccheggio perchè vennero proposte al popolo nuove
vittime. Si seppe che Pietro d'Alticlinio e i tre figliuoli eransi
rifugiati nel vescovado; Pagano della Torre, in allora vescovo di
Padova, fu forzato a consegnarli alla plebe, la quale soddisfatta del
loro supplicio cominciò a calmarsi[327].
[326] _Albert. Mussati De Gestis Italicor. l. IV, R. I. —
Cortusiorum Hist. de novitatibus Paduæ l. I, c. 22._
[327] _Alb. Mussat. Ibid. — Ferret. Vicent. l. VI._
All'indomani, ch'era il primo giorno di maggio del 1314, gli anziani
della città, accompagnati dai tribuni, o gastaldioni, con gli stendardi
del comune e del popolo convocarono l'assemblea dei cittadini. In questa
fu risolto di mettere fine alle vendette; che gli attruppamenti ed il
grido di morte nelle strade sarebbero vietati; che si darebbe opera a
ristabilire la pace tra le famiglie, guarantendola coi matrimonj; che il
governo verrebbe affidato a dieciotto anziani, secondo l'antica pratica;
che sarebbero assistiti dai tribuni; e che la repubblica continuerebbe a
governarsi colla protezione e sotto il nome di parte guelfa. Albertino
Mussato fu richiamato e compensato dal governo de' sofferti danni.
L'indisciplina dei campi non era minore della licenza della città: noi
siamo omai giunti a quegli sventurati tempi in cui la sorte della guerra
non dipendeva più dalle milizie nazionali, a que' tempi ne' quali la
sicurezza e l'onore dello stato venivano confidati a braccia mercenarie
e straniere. Ogni giorno i soldati arrogavansi nuovi privilegi, ed
aggravavano sui popoli i crudeli diritti della guerra; ed in pari tempo
ponevano in dimenticanza la disciplina, l'ubbidienza ed il coraggio
delle antiche repubbliche italiane.
Poco dopo la sedizione del mese di maggio, i Padovani, sotto la condotta
del loro podestà Ponzino Ponzoni cremonese, attaccarono la stessa città
di Vicenza. Cane della Scala erasene allontanato per soccorrere Matteo
Visconti. Il primo di settembre, all'ora de' vesperi, Ponzino alla testa
dell'armata padovana, d'un ragguardevole corpo di mercenarj sotto gli
ordini immediati di Vanne Scornazano e di mille cinquecento carri
destinati al trasporto delle bagaglie e delle armi dell'infanteria
pesante, prese la strada che da Padova conduce a Vicenza. Queste due
città non sono lontane che quindici miglia, ossia cinque ore di marcia,
di modo che l'adunanza de' carri che Ponzino aveva fatta venti giorni
prima, e col più grande segreto per questa spedizione, ci dà la più
straordinaria idea della maniera con cui facevasi allora la guerra; e
tale era la mollezza degli uomini d'armi, che durante questa breve
marcia notturna, la maggior parte avevano deposte le armi sui carri che
li seguivano[328].
[328] _Albert. Mussatus de Gestis. Ital. l. VI, R. I._
In sul far del giorno l'armata padovana giunse innanzi alle mura del
sobborgo di san Pietro a Vicenza, senza che la sua marcia fosse stata
annunziata da veruno esploratore: le guardie delle porte erano
addormentate; ed alcuni Padovani leggermente armati, attraversando la
fossa, si resero padroni dei ponti levatoj e gli abbassarono prima che i
Vicentini pensassero a difendersi. Le guardie risvegliandosi, fuggirono
in città e ne chiusero le porte; ed i Padovani senza adoperare le armi
rimasero padroni del sobborgo. Il suono delle trombe e le grida di _viva
Padova!_ annunciarono questa vittoria agli abitanti, i quali incerti
della loro sorte, desiderosi di tornare sotto l'amministrazione
repubblicana de' loro padri, desiderosi di scuotere il giogo di Cane, ma
inquieti dell'abuso che forse si farebbe del diritto della guerra,
guardavano tremando i loro vincitori. Ben tosto un proclama in nome di
Ponzino Ponzoni stabilì la pena di morte contro chiunque si rendesse
colpevole di furto o di morte: gli abitanti del sobborgo vi corrisposero
con grida di gioja, gridando ancor essi _viva Padova!_ e le madri
portando i fanciulli nelle braccia sotto i portici, insegnavano loro a
proferire questi due vocaboli.
Frattanto i Vicentini, per meglio difendere il corpo della città,
tentarono d'incendiare le case del sobborgo più vicine alle mura; ed i
Padovani, non sapendo approfittare della loro vittoria, stabilirono il
loro campo duecento passi lontano dal preso sobborgo, di cui affidarono
la guardia a Vanne Scornazano ed a' suoi mercenarj: ma appena giunsero
al luogo in cui volevano fissare il campo, che lo stesso Scornazano,
sortendo dal sobborgo, si avanzò verso il podestà Ponzino e Giacomo di
Carrara, che stava co' principali capi dell'armata: «E qual è, disse,
cittadini di Padova, la vostra maniera di fare la guerra? che significa
quest'indulgenza pei vinti? voi non sapete approfittare della vittoria,
e la vostra pretesa dolcezza sarà da tutto il mondo giudicata debolezza
e pusillanimità. Quando le vostre genti furono vinte si sottrassero alle
ferite o alla morte? vi diedero mai i vostri nemici l'esempio di questa
indulgenza, o piuttosto di questa viltà? Coi nemici accaniti non devesi
risparmiare nè il ferro, nè il fuoco, nè il saccheggio. Accordate ai
vostri soldati il bottino del sobborgo, altrimenti tra poco gli abitanti
ben sapranno trafugare tutte le loro ricchezze[329].»
[329] _Albertinus Mussatus l. VI, Rub. I._
Ponzino ed i capi del popolo si rifiutarono a questa domanda; ma i
mercenarj non avevano aspettata la decisione del consiglio; ed il
saccheggio era già cominciato. Gli sventurati abitanti del sobborgo, cui
era stata guarentita la sicurezza, furono all'improvviso trattati con
tutto il rigore; e lo stesso Ponzino chiuse gli occhi sulla condotta de'
proprj satelliti che davano l'esempio di tutti i delitti. I mercenarj,
incaricati di custodire la porta che comunica colla città,
l'abbandonarono per ispargersi per le case, e ben tosto la ciurmaglia
del popolo padovano arrivò sollecitamente dal campo per dividere le
spoglie del sobborgo. Furono gettate ne' campi tutte le munizioni che
erano state portate sui carri che seguivano l'armata, onde caricarli de'
più preziosi effetti del bottino: nè i sacri vasi delle chiese, nè le
cose de' monasterj furono rispettate; e la brutalità de' soldati espose
agli ultimi oltraggi le spose e le figlie de' Vicentini, e perfino le
vergini consacrate a Dio[330].
[330] _Ferreti Vic. Hist. l. VI. — Albert. Mussatus Hist. Ital. l.
VI, Rub. I. — Cortus. Hist. l. I, c. 23._
Frattanto, avanti l'ora terza del giorno, era stato dato avviso a Cane
della Scala, che trovavasi a Verona, della presa del sobborgo; e tosto
gittatosi in ispalla l'arco, ch'egli soleva spesso portare all'usanza
de' Parti, corse a cavallo a Vicenza con un solo scudiere. Giunto in
città, dopo avere due volte mutato cavallo, chiamò i suoi compagni
d'armi; e non fermandosi che il tempo necessario per bevere un bicchiere
di vino che gli fu presentato da una povera femmina, fece aprire la
porta di Liseria e piombò sui Padovani con soli cento uomini d'armi
ch'eransi adunati intorno a lui. Tutta l'armata padovana era occupata
nel saccheggio o nella dissolutezza. Cane non trovò nel sobborgo veruna
resistenza; alquanto più in là venne fermato un istante da un piccolo
corpo di gentiluomini, fra i quali trovavasi Albertino Mussato, ma
questo pure fu sgominato, ed Albertino scavalcato, fu fatto prigioniere.
A non molta distanza toccò la medesima sorte a Giacomo di Carrara. Tutto
il rimanente dell'armata più non pensò a difendersi, ed era così grande
il terrore de' Padovani, che Cane trovossi, inseguendoli, con soli
quaranta cavalieri, preso in mezzo da cinquecento cavalli fuggitivi
ch'egli si era lasciati addietro. Questi ultimi sembravano agli occhi
de' primi fuggitivi far parte dell'armata di Cane, ed accrescevano il
terrore; essi medesimi conoscevansi posti tra due corpi nemici, e non
osavano di far fronte. In questa disfatta Vanne Scornazano, che l'aveva
procurata, Giacomo e Marsiglio di Carrara ed altri venticinque cavalieri
con circa settecento plebei furono fatti prigionieri. Il numero de'
morti indica il cominciamento di quelle guerre incruenti che avvilirono
il coraggio delle truppe italiane: non si trovarono sul campo di
battaglia che sei gentiluomini e trenta plebei[331].
[331] _Albert. Muss. l. VI, R. II. — Ferretus Vic. l. VI. — Chron.
Veron. t. VIII, p. 641._
Dopo tale disfatta i Padovani cercarono di fortificarsi, chiamando in
loro soccorso gli alleati di Treviso, Bologna e Ferrara. Dal canto suo
Cane della Scala fece domandare rinforzi al capo del partito ghibellino,
ai Buonacorsi di Mantova, al duca di Carinzia ed a Guglielmo da
Castrobarco, coi quali credeva di potersi rendere padrone di Padova.
L'eccessive piogge, che inondarono tutta la campagna, ritardarono dieci
giorni tutte le operazioni militari. Frattanto Cane della Scala riceveva
alla sua corte i suoi più distinti prigionieri, Giacomo di Carrara,
Vanne Scornazano ed Albertino Mussato. L'ultimo era nato nella più bassa
classe del popolo, da cui l'avevano innalzato i suoi talenti e la sua
erudizione; ed era risguardato come uno de' più letterati uomini del suo
secolo. «Peraltro, dice Ferreto di Vicenza, non era stato ancora
decorato di una corona di lauro o di ellera col titolo di poeta, non
aveva ancora pubblicata la sua storia, e la sua tragedia d'Ezelino non
comparve che dopo che gli fu dato il titolo di poeta. Ma egli
amministrava già con somma vigilanza gli affari della sua repubblica, ed
in pari tempo compilava con somma cura la storia de' fatti d'Enrico VII
e de' mali d'Italia. Era un uomo di vasti talenti, dotato di prudenza e
di facondia: non andò debitore che a sè medesimo, che ai proprj talenti
del titolo e della corona di poeta; perciocchè non essendo nato
d'illustri parenti non aveva ereditate nè ricchezze, nè credito nella
sua patria; ma sebbene uscito dall'ultima classe, fu dai tribuni e dai
magistrati del popolo innalzato al grado de' padri consolari ed ai primi
onori della repubblica Padovana. Egli ricevette per compenso de' suoi
talenti e delle sue fatiche grandissima fama e grandi ricchezze, che gli
furono assegnate sul tesoro pubblico[332].» Per tal modo il titolo di
poeta, ed una capacità che oggi non ci sembra singolare ottenevano
allora non solo la gloria, ma ancora le ricchezze ed il potere. Al
presente le poesie del Mussato e la sua tragedia non lo salverebbero
dall'obblio; la sua stessa storia è riputatissima solo per essere
contemporanea, e malgrado la molta luce che sparge intorno ai più
importanti avvenimenti di quei tempi, il nome del Mussato non è noto che
a pochi eruditi.
[332] _Ferretus Vicent. l. IV, p. 1145._
Frattanto la sospensione delle ostilità che non era che una conseguenza
delle inondazioni, e le frequenti conferenze dei capi de' Padovani con
Cane della Scala, ridussero le due parti a proposizioni di pace. Allora
fu che Giacomo da Carrara contrasse segreta amicizia con Cane, onde fu
posto in libertà per trattare personalmente intorno alla pace nella sua
patria.
Giacomo di Carrara ammesso nel senato di Padova dovette disputare contro
Macaruffo, capo de' patriotti, che diffidava della sua ambizione. Non
voleva Macaruffo che la repubblica compromettesse l'onor suo accettando
la pace dopo una disfatta; ma erano così eque le proposizioni di Cane,
che non erano ingiuriose a Padova: ogni città doveva tornare in possesso
del suo antico territorio; i diritti patrimoniali dei cittadini padovani
nel distretto di Vicenza dovevano essere loro restituiti; e la
repubblica di Venezia veniva chiamata garante del proposto trattato. A
tali onorevoli condizioni la pace fu infatti accettata dal senato di
Padova, e sottoscritta il 20 ottobre del 1314[333].
[333] _Alber. Mussatus l. VI, Rub. 10._
Questa pace per altro non ebbe lunga durata: i Padovani cercavano
opportunità di vendicarsi dell'avuta disfatta; i Vicentini soffrivano
impazientemente il giogo di Cane della Scala e domandavano spesso ai
loro vicini di ajutarli a scuoterlo. Macaruffo ed i suoi partigiani
favorivano i Vicentini malcontenti; ma Giacomo da Carrara era
segretamente attaccato a Cane. I primi si fecero lecito di entrare senza
il consentimento della repubblica in una congiura, che doveva esserle
cagione di grandi calamità.
Il 21 maggio del 1317 gli esiliati di Vicenza, quelli di Verona e di
Mantova ed i loro partigiani di Padova, che avevano prese le armi per
soccorrerli, si portarono di notte presso ad una porta di Vicenza che
alcuni traditori avevano promesso di consegnar loro: ma essi medesimi
erano traditi da coloro che credevano aver guadagnati col danaro. Cane,
avvisato del loro arrivo, gli stava aspettando in città; e quando
duecento di loro ebbero passato la porta, piombò sopra di loro e tutti
gli uccise o fece prigionieri. In seguito attaccò gli altri rimasti al
di fuori, li ruppe, e gl'incalzò fino sul territorio di Padova[334].
[334] _Ferr. Vicentini l. VII. — Historiæ Cortusiorum l. II, c. 11._
Cane della Scala si lagnò d'avere i Padovani rotta la pace con lui
conchiusa, e domandò che la repubblica di Venezia gli obbligasse a
pagare venti mila marchi d'argento; pena imposta a coloro che
commettessero le prime ostilità. Dal canto loro i Padovani assicuravano
di non aver presa parte nella congiura che non era stata diretta che dai
fuorusciti; ma Cane, dopo avere condannati a morte cinquantadue
congiurati fatti da lui prigionieri, venne colla sua armata a guastare
il territorio di Padova; e prima che terminasse la campagna s'impadronì
dei forti di Monselice, di Montagnana e di Este[335]. Anche nell'inverno
e nella susseguente primavera continuò a guastare le campagne de'
Padovani, senza che questi fossero a portata di fargli resistenza.
Risparmiò per altro le terre appartenenti alla casa da Carrara; ma era
tale la leggerezza del popolo padovano, che a quest'epoca aveva
collocata tutta la sua confidenza nella medesima casa da Carrara; e
rimproverando Macaruffo d'avere eccitata una così disastrosa guerra, lo
sforzò a cercare, con tutti i veri patriotti, sicurezza nell'esilio.
Finalmente come la repubblica soffriva ogni giorno nuovi mali, i
partigiani dei Carraresi, che occupavano soli tutte le magistrature,
adunarono il senato dei decurioni, onde provvedere ai pericoli della
patria. Poichè molti senatori ebbero parlato delle tristi circostanze in
cui trovavasi lo stato, Rolando di Placiola giureperito si levò: «Qual
bisogno di più lungo discorso, diss'egli, o cittadini! il rimedio per
noi salutare e per la nostra patria è bastantemente conosciuto. L'abuso
de' plebisciti l'abbiamo provato, egli ci conduce a certa ruina;
proviamo una volta se le leggi di un solo uomo ci possono procurare
miglior sorte. Ogni cosa sulla terra è sottomessa ad una sola volontà;
le membra ubbidiscono alla testa; le mandre riconoscono un capo. Se
tutto il mondo dipendesse da un re giusto si vedrebbero cessare le
carnificine, la guerra, la rapina e tutte le vergognose azioni. Siamo
docili alle voci della natura, seguiamo l'esempio che ci dà; facciamo
tra noi scelta del nostro principe. Egli solo si prenda cura del
governo, moderi la repubblica colla sua volontà, stabilisca le leggi,
rinnovi gli editti, abolisca quelli che più non si osservano; egli sia,
in una parola, il signore, il protettore di tutto quanto ci
appartiene[336].» Con questi luoghi comuni un partigiano del despotismo
determinò il popolo, stanco di tante agitazioni, a privarsi della
propria esistenza. Il suicidio politico si compì; niuno rispose al
discorso del Placiola, e Giacomo da Carrara fu universalmente indicato
come il solo capace di comandare alla nazione. Non si contarono i
suffragi, secondo l'antica costumanza, con palle segrete; ma con una
acclamazione, che parve universale, Giacomo da Carrara fu proclamato
principe di Padova. Circondato dai consiglieri, presentossi egli al
popolo sulla piazza pubblica, ove Rolando della Placiola replicò il suo
discorso; e le acclamazioni de' partigiani della casa di Carrara, che
occupavano tutte le uscite della piazza, parvero approvare la
risoluzione presa dal senato. Così ebbe fine la repubblica di Padova, e
cominciò il principato dei Carraresi il 28 luglio del 1318[337].
[335] _Cortusior. Histor. l. II, c. 1. — Albert. Mussatus
fragmentum, seu l. VIII._
[336] _Ferretus Vicent. l. VII._
[337] _Cortusior. Hist. l. II, c. 27, p. 814. — Ferretus Vicent. l.
VII, p. 1179. — Gattaro Istoria Padovana, t. XVII, p. 9. — Polistore
t. XXIV, c. 8, p. 724._
Non abbiamo annoverata tra le libere città dell'Italia settentrionale
quella di Cremona, sebbene di que' tempi si governasse a comune; ma
questa città, lacerata da interne fazioni, aveva così frequentemente
mutato governo e tante volte era venuta in dominio d'un solo, che non
conosceva la libertà più di quello che la conoscessero le città da lungo
tempo cadute in servitù. Quasi nello stesso tempo di Padova, Cremona
rinunciò di nuovo e solennemente al governo popolare.
Cremona era stata ruinata dall'imperatore Enrico VII e non erasi più
rialzata dal colpo allora ricevuto: il territorio di questa città era
affatto aperto, atterrate le fortificazioni de' suoi castelli e
villaggi; e nella crudel guerra ch'eransi fatte in quest'epoca le
nemiche fazioni, aveva la città medesima perdute in gran parte le sue
ricchezze e la sua popolazione. Cane della Scala, signore di Verona, e
Passerino dei Bonacorsi, signore di Mantova e di Modena, progettarono di
sottomettere questa città e quelle di Parma e di Reggio. Erano tutte tre
governate dal partito guelfo e sembravano situate a posta loro.
Convennero di dividerle tra di loro, ed attaccarono prima delle altre
Cremona, siccome la più debole e la più vicina[338]. Durante l'estate
del 1315, guastarono il territorio cremonese, occuparono molti villaggi
che non poterono resistere, altri ne presero d'assalto, trucidandone gli
abitanti. I Cremonesi tormentati dalla fame e dalla miseria, col nemico
alle porte, perciocchè Cane si era innoltrato fino al sobborgo di Cossa,
e col territorio tutto guasto, tranne pochissimi villaggi, erano inoltre
agitati da intestine discordie. Il popolo attribuiva ai grandi le
sventure della repubblica ed andava dicendo che per mettere fine alle
loro dissensioni conveniva dare un capo allo stato; che per difendere i
popoli dall'attuale maniera di trattare la guerra, non era vi che il
governo d'un solo; che Verona, Parma, Mantova, Milano, quasi tutte le
città della Lombardia, offrivano un esempio ch'era omai tempo d'imitare;
che tornerebbe minore vergogna ai Cremonesi dall'ubbidire ad un loro
concittadino, che a Cane o a Passerino; e che un principe potrebbe solo
far cessare gli odi che avevano fatto spargere tanto sangue e mandare in
esilio tanti cittadini.
[338] _Albertini Mussati de gest. Ital. l. VII, R. 19, p. 675. —
Campi Cremona Fedele, l. III, p. 89._
Frattanto il partito repubblicano cercava di protrarre l'esecuzione di
così funesto consiglio; ed alla testa degli amici della libertà Ponzino
Ponzoni, capo dei Ghibellini, andava ripetendo che preferiva di vedere
la sua patria preda delle fiamme, piuttosto che sotto il giogo di un
tiranno[339]. Malgrado la sua resistenza scoppiò tra la plebe una
sedizione il 5 settembre del 1315. Giacomo marchese Cavalcabò fu
condotto al pretorio dai sediziosi e proclamato signore della città. Gli
amici della libertà si ritirarono ne' villaggi e gli eccitarono alla
sommossa: Ponzino Ponzoni, citato da Cavalcabò a tornare in città,
rispose; «non aver fin allora combattuto contro i nemici dello stato che
per sottrarsi alla servitù; e non sapere adesso quale motivo potrebbe
mettergli le armi in mano contro gli stranieri, mentre la scure della
tirannide stava sospesa sopra tutte le teste; che per ultimo non
riconosceva altra patria che Cremona libera.» L'opposizione del Ponzoni
a questa infelice risoluzione non tardò ad essere giustificata dagli
avvenimenti; dopo sei mesi le guerre civili forzarono il marchese
Cavalcabò a rinunciare la signoria tra le mani di Giberto da Correggio;
le guerre esterne colmarono la miseria di Cremona; ed il giorno 17
gennajo del 1322, impadronitosene Galeazzo Visconti, la riunì alla
signoria di Milano[340].
[339] _Alberici Mussati de Gest. Ital. l. VII, Scr. Rer. It. 20. p.
667._
[340] _Ludov. Cavitelius Cremon. Annales, apud Graevium t. III, p.
1367._
Molte delle città della Lombardia e della Marca erano governate dai
signori, senza per altro avere rinunciato ad ogni desiderio di libertà.
Tante violenze erano state commesse in nome dei due partiti guelfo e
ghibellino, accesi tanti odj, tante vendette provocate, che il primo
desiderio dei cittadini e specialmente dei gentiluomini, era il trionfo
della propria fazione e la proscrizione degli avversarj. Una selvaggia
indipendenza era per loro preferibile alla libertà; essi misuravano i
loro diritti colle loro forze, e non supponevano che potessero essere
limitati dalle leggi. Nelle città poste nel centro della Lombardia, in
mezzo a quelle vaste campagne che avevano dato tanto vantaggio alla
cavalleria dei gentiluomini sopra l'infanteria de' borghesi, in Cremona,
Crema, Lodi, Piacenza, Pavia, Parma, Modena e Reggio, non eravi durevole
tirannide assicurata ad una sola casa, perchè l'eguaglianza delle forze
dei due partiti guelfo e ghibellino, non lasciava a veruna usurpazione
il tempo di consolidarsi; ma non perciò eravi maggior libertà che
altrove. Ogni anno veniva contraddistinto da qualche nuova rivoluzione;
per altro soltanto cambiavansi gli uomini senza che il governo lasciasse
mai d'essere militare e dispotico. A popoli divisi in partiti che mai
non posavano le armi, erano necessari capi assoluti, e quand'ancora
proclamavansi talora i nomi di libertà e di repubblica, e ripetevansi
per le contrade il grido di _popolo, popolo_, per iscacciare un tiranno
diventato esoso ai cittadini, non per ciò si ristabiliva un libero
governo. I consigli non erano organizzati con abbastanza di forza perchè
potessero ricuperare la sovranità, non conoscevasi omai che l'autorità
degl'individui, e gli atti arbitrari non venivano più risguardati dai
cittadini quale violazione dell'ordine sociale; non credevano illegale
tutto quanto non era ingiusto; ed applaudivano sempre ai podestà ed ai
giudici che castigavano i colpevoli, quand'ancora l'amministrazione
della giustizia era nelle loro mani diventata arbitraria, e che
disprezzavano tutte le forme prescritte dalle leggi andate in
dissuetudine.
Per altro allorchè qualche vittoria faceva entrare un capo di parte in
una di queste città, sebbene i suoi partigiani lo rivestissero del
potere militare e delle attribuzioni giudiziarie de' podestà, non però
doveva trovare abbastanza soddisfatta la sua ambizione: i suoi
partigiani volevano essere troppo indipendenti; i suoi nemici,
quantunque esiliati, non cessavano di essere pericolosi, tenendosi
sempre armati; l'esempio de' suoi predecessori e de' vicini lo avvertiva
che l'autorità sovrana era di breve durata, e che, lungi dal poterla
trasmettere ai suoi figliuoli, non potrebbe conservarla egli medesimo
fino alla morte. Tale incerta situazione eccitava tutte le passioni di
un ambizioso, il quale, dopo essersi innalzato coi talenti militari,
cercava di assicurarsi l'usurpata autorità con una politica, ora
perfida, ora crudele. Il marchese Cavalcabò a Cremona, Alberto Scotto a
Piacenza, Venturino Benzone a Crema, Giberto da Correggio a Parma,
Matteo Visconti a Milano, Manfredi Beccaria e Filippone di Langusco a
Pavia, ed altri venti tiranni occupavansi sempre di così fatte trame.
Abbiamo abbandonate le particolarità degli oscuri loro complotti, che
altro non sono che una lunga serie di tradimenti. Le frequenti
ripetizioni degli stessi atti di slealtà avevano accostumati i tiranni a
non vergognarsene, i popoli a non maravigliarsene: l'arte di tradire
riputavasi abilità, e la crudeltà un utile mezzo d'ispirar timore. Pure
non è che in mezzo ad una società virtuosa che il delitto può condurre
con maggior sicurezza al principato; perciocchè quando tutti disprezzano
egualmente la morale, il tradimento punisce il tradimento; il
delinquente riclama invano a favore del nuovo suo stato la guarenzia
sociale ch'egli stesso ha distrutta; ogni colpevole può rimproverarsi
d'avere gratuitamente violate le leggi protettrici di tutti; e la
perdita del sentimento e della venerazione della giustizia trae seco la
perdita per tutto il popolo d'ogni prosperità.
Le città del centro della Lombardia erano in allora, non v'ha dubbio, le
più infelici dell'Italia: governate con una mano di ferro da signori di
breve durata che ispirare non potevano che orrore o disprezzo, vedevano
continuamente il loro territorio in preda alla guerra civile: molte
castella mantenevansi sempre ribelli contro la capitale; gli emigrati
che vi si rifugiavano, uscivano frequentemente per guastare le campagne
ed abbruciare le messi, e si trovava più facile il punire questi
saccheggi colle rappresaglie, che non il reprimerli col mezzo delle
armi. Non conoscevasi l'esempio di verun signore che avesse potuto
conservare più di dieci anni la signoria d'una città; ed ogni
rivoluzione, preceduta da una zuffa che costava la vita a molti
cittadini, era accompagnata dall'esilio e dalla ruina di tutto un
partito, di cui venivano confiscati i beni e spianate le case.
Non pertanto in mezzo a tanti disastri la popolazione non diminuiva
sensibilmente, nè spegnevasi affatto l'energia nazionale. Eravi troppa
vita in tutte queste zuffe, troppe passioni in movimento perchè ogni
individuo non sentisse il bisogno di sviluppare tutto il suo essere, di
fidarsi alle forze proprie, piuttosto che a quelle della società, e di
conservare la sua morale indipendenza sotto la servitù politica.
L'avvenire che sotto un despotismo stabilito non presenta veruna
mutazione ad un padre di famiglia, ne offriva mille tra le rivoluzioni
di questi tiranni di un giorno. Tutti i cittadini invidiavano non solo
la sorte di quelle repubbliche in cui la costituzione guarentiva la
sicurezza colla libertà, ma perfino la sorte degli stabili principati,
ne' quali almeno godevasi il riposo; ma per altro restava loro almeno la
speranza, mentre non vi è più speranza sotto un despotismo costituito.
Contavansi di già alcune città ove qualche famiglia aveva stabile
signoria, e dove l'ereditaria successione di due o tre generazioni
pareva averne legittimato il dominio. La casa d'Este regnava a Ferrara
dall'epoca dello scacciamento dei Salinguerra e della disfatta dei
Ghibellini, accaduta del 1240, fino alla morte d'Azzo X nel 1308[341]. A
quest'epoca venne spogliata della sua sovranità dai Veneziani e dal
papa, che da prima avevano in qualità d'ausiliari preso parte in una
disputa di successione. Frattanto i marchesi d'Este furono richiamati
del 1317 alla sovranità di Ferrara dall'attaccamento del popolo. Una
casa meno illustre, quella de' Bonacorsi, erasi impadronita nel 1275
della sovranità di Mantova, e dopo averla conservata cinquantatre anni,
cedette il posto ai Gonzaga, che seppero mantenersene signori più lungo
tempo d'assai. Martino della Scala erasi innalzato in Verona al supremo
potere, del 1260, sopra le ruine della casa da Romano, e sebbene del
1277 fosse stato ucciso dai congiurati, la sovranità come una eredità
legittima passò a suo fratello, indi ai figli del fratello. L'anno 1275
Guido Novello da Polenta era stato dichiarato signore di Ravenna, che
senza nuove rivoluzioni restò in potere della sua famiglia. Finalmente
la casa da Camino succedeva a Treviso, Feltre e Belluno alla famiglia
d'Ezelino di cui era stata sì lungo tempo rivale. Eranvi dunque in
Italia alcuni esempi d'una monarchia ereditaria riconosciuta dai popoli
e che conservavasi piuttosto col loro tacito consenso che colla forza.
[341] Di già l'anno 1208 Azzo VI era stato onorato del titolo di
signore di Ferrara da una elezione dei Guelfi di questa città; ma
per lo spazio di trentadue anni egli ed i suoi figliuoli ne
disputarono la sovranità alla famiglia dei Salinguerra, senza
potersi solidamente stabilire.
Ma queste dinastie, in allora risguardate come antiche in confronto
delle altre, erano ancora nuove paragonate all'ordinaria durata
degl'imperj. Le più non erano giunte alla terza generazione; il principe
non poteva dispensarsi d'essere soldato, veniva educato in mezzo alle
armi ed era forzato di governare egli stesso sotto pericolo d'essere
balzato dal trono dal favorito cui si fosse confidato. La casa d'Este
non venne spogliata de' suoi stati che per essere, siccome più antica
delle altre, la più corrotta di tutte. Soltanto cinquant'anni dopo noi
vedremo regnare que' tiranni voluttuosi, deboli, pusillanimi, indegni
successori de' guerrieri fondatori delle loro dinastie.
Taluno di questi piccoli principi accordò ben tosto la sua protezione ai
letterati. Fino nel precedente secolo i marchesi d'Este avevano chiamato
alla loro corte i trovatori ed i poeti provenzali. Dante in tempo del
suo esiglio trovò asilo e protezione presso molti signori della
Lombardia: a Ravenna Guido da Polenta, il marchese Malaspina in
Lunigiana, e più d'ogni altro i signori della Scala, in Verona lo
accolsero cortesemente. Can grande, che vedremo in appresso sollevare
questa casa ad un altissimo grado di potenza, manifestò in principio del
suo regno il suo amore per le lettere ed aprì nella sua corte un onorato
ricovero a tutti i fuorusciti illustri d'Italia. Uno di costoro accolti
da Can grande era lo storico di Reggio, Sagacio Muzio Gazzata, che ci
tramandò la relazione del trattamento che i dotti avevano nella corte di
Cane[342]. «Diversi appartamenti venivano loro, secondo la diversa loro
condizione, assegnati nel palazzo del signore della Scala, e tutti
avevano domestici e mensa elegantemente imbandita. I varj appartamenti
erano indicati da simboli e da insegne; il trionfo pei guerrieri, la
speranza per gli esuli, le Muse per i poeti, Mercurio per gli artisti,
il paradiso per i predicatori. In tempo del pranzo, musici, buffoni,
giocolieri, giravano in questi appartamenti; le sale erano ornate di
quadri rappresentanti le vicende della fortuna, e Cane talvolta invitava
alla propria mensa alcuno de' suoi ospiti, specialmente Guido di Castel
di Reggio, che per la sua semplicità chiamavasi il semplice
lombardo[343], ed il poeta Dante Alighieri.» Senza dubbio tra i
proscritti guerrieri eranvene pochi cui la camera de' trionfi
appartenesse a più giusto titolo che ad Uguccione della Fagiuola, cui
Cane diede asilo dopo che questo capo di parte perdette la sovranità di
Lucca e di Pisa. Colà Dante legò con costui strettissima dimestichezza,
e prese occasione di dedicargli la prima parte del suo poema[344].
[342] Della storia di Gazzata non si conservarono che alcuni
frammenti pubblicati nel XVIII tomo degli _Scriptor. Rer. Ital._ Il
pezzo da noi citato, conservato nella prefazione d'una storia MS.
del Pancirolo, trovasi stampato nella prefazione dello stesso volume
XVIII, _p. 2_.
[343] Guido da Castello era un poeta di Reggio attaccato al partito
repubblicano della sua città, dalla quale fu esiliato cogli amici
della libertà. Vedasi _Benvenuto da Imola Comment. ad Dant. Purgat.
c. XVI, v. 124_.
[344] _Flaminio del Borgo, Dissert. II, p. 74._
La protezione che con tanta frequenza i principi accordano ai poeti
piccoli sacrificj loro costa e procaccia loro molta celebrità. In ogni
tempo, in tutti i paesi, i poeti misurarono la loro ammirazione per un
principe sulle sue liberalità; e non arrossirono di rendere coi versi
immortali le vili loro adulazioni, come non ebbero vergogna di riceverne
il salario. Non dobbiamo perciò essere sorpresi, se in questo e nel
susseguente secolo i più distinti poeti italiani frequentarono la corte
de' principi, dai quali erano festeggiati assai e più splendidamente
pagati che dalle repubbliche. Ma per altro i poeti non hanno potuto
sorgere che ne' tempi in cui lo spirito di libertà animava alcuna delle
parti della sacra terra d'Italia, che durante il tempo che nella stessa
lingua altri trattavano le quistioni che decidono della prosperità e
della gloria degli uomini. Quando la via del pensiero fu chiusa
agl'Italiani, si spense ancora la loro immaginazione. Un padrone non può
scegliere tra le facoltà dello spirito umano, non può dire a' suoi
sudditi: abbiate immaginazione e non intendimento; io vi concedo la
poesia, ma vi rifiuto la filosofia; vi permetto la fisica e vi proibisco
la morale; vi lascio le scienze esatte, ma prendete cura di non toccare
la politica. È necessario di togliere lo steccato che inceppa lo spirito
umano, o rassegnarsi alla sua indolenza, alla sua apatia. Dopo perduta
la libertà, una sola generazione può ancora agitarsi per cercare
l'apparenza della gloria in quegli esercizj dello spirito che un despota
gli permette ancora; una seconda generazione dopo la caduta di questa
può ancora distinguersi nelle belle arti che conservano un simbolo del
pensiere, senza esprimerlo in un modo formidabile pel tiranno; ma gli
avanzi di questa sacra fiamma non possono in verun modo conservarsi un
intero secolo dopo spenta la libertà; è tolto loro lo scopo delle umane
generazioni, sono mancati i motivi de' loro sforzi: non avvi più gloria
quando viene dispensata dal favore d'un principe e divisa tra i suoi
servitori ed i suoi poeti.
Gli artisti più festeggiati dai principi ereditari che si credettero al
sicuro da ogni rivoluzione, furono gli architetti. I marchesi d'Este,
gli Scaligeri, i Visconti, cominciarono assai presto ad innalzare que'
vasti e sontuosi edifici che attaccano tuttavia qualche gloria alla loro
memoria, sebbene la ricordanza delle loro azioni sia quasi affatto
spenta. Le città libere avevano adottato il lusso dell'architettura; per
lo contrario i violenti usurpatori non lasciarono che ruine, avendo
avuto bisogno di tutte le loro forze, delle loro ricchezze, pel momento
presente, onde non osarono di pensare all'avvenire. Nella seconda
generazione i signori ripigliarono il gusto dell'architettura, che
diventò pure in loro mano un oggetto di politica, credendo di dovere far
pompa della propria grandezza per farsi rispettare dai loro sudditi ed
ispirar timore ai nemici. Avevano bisogno di un'idea di perpetuità per
assodare il loro dominio, e perchè loro non bastava il tempo passato,
prendevano possesso de' vegnenti secoli con edifici destinati
all'eternità.
Il lusso di queste piccole corti, le spese che facevano i re d'una
città, per la loro guardia, per l'armata, per gli edifici, pei regali
che davano ai buffoni ed ai cortigiani, provano l'ammasso di grandi
ricchezze. Vero è che la maggior parte de' signori erano stati
ricchissimi proprietari avanti che diventassero padroni della loro
patria; e che aggiugnevano l'entrate dell'antico patrimonio ai pubblici
tributi stabiliti ne' tempi della libertà; imperciocchè sembra che non
osassero di accrescerli, non essendo mai giunti ad ottenere il credito
di cui godevano le città libere, sicchè potessero supplire col prestiti
ai bisogni improvvisi dello stato. Un'imposta territoriale, descritta in
ogni signoria sopra un catastro, formava parte di quest'entrata,
un'altra più importante parte era pagata dagli abitanti delle città in
forza di una gabella posta sulle derrate che vi si consumavano e per un
diritto d'entrata ed uscita delle mercanzie provenienti dall'estero, o
mandate all'estero; poichè il prodotto dell'industria del paese non era
esente dalle tasse. Del rimanente non erasi ancora inventato verun
sistema di protezione per il commercio e per le manifatture; onde in
mezzo alle guerre ed alle rivoluzioni, il commercio e le manifatture
prosperavano infinitamente meglio che non al presente in que' canali
artificiali, in cui le moderne nazioni vollero forzarli ad entrare.
Tutte le città lombarde fabbricavano drappi di lana; i quali, oltre
all'interno consumo, bastavano ad una ragguardevole esportazione che
facevasi per mezzo de' Veneziani[345]. Le manifatture di lana erano
state fondate in Lombardia dai monaci _umiliati_. A Milano il convento
di Brera, diventato oggi il palazzo delle scienze e delle lettere, era
la grande officina della fabbrica dei drappi, ed i monaci di questo
convento l'anno 1309 si obbligarono, per una somma di danaro, a mandare
una colonia per istabilire un'eguale manifattura in Sicilia, mentre i
Milanesi apprendevano dai Siciliani l'arte di lavorare la seta[346].
[345] _Memorie del conte Figliasi sul commercio Veneto, p. 89._
[346] _Conte Giorg. Giulini Memor. di Milano l. LX, t. VIII, p.
585._
I sudditi de' principi di Lombardia oramai si limitavano alle sole
manifatture. Dopo la perdita della libertà essi più non si recavano in
Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra, come solevano fare ancora i
Veneziani ed i Toscani; non aprivano più banco in ogni città, non
s'impadronivano più del commercio di banco e di quello dei trasporti
dell'Occidente. Il nome di Lombardi, che i Francesi, invidiando tanta
attività, avevano dato ai prestatori sopra pegno non era più meritato: i
soli Fiorentini e Lucchesi, non già gli abitanti di Asti, di Milano e
d'Alessandria, esercitavano, come per lo passato, questo mestiere.
Abbiamo già dovuto avvertirlo, parlando della Grecia, che il commercio
straniero che domanda lunghi viaggi e vaste combinazioni, non può
intraprendersi e sostenersi senza una certa energia di carattere, senza
uno sforzo dello spirito, che non si trovano nella mezzana classe d'una
nazione, fuorchè presso un popolo libero.
Del rimanente, in questi piccoli principati, il popolo vivea piuttosto
rassegnato che contento, più non si occupando della sua futura sorte, nè
di timori, nè di speranze. Rientrato in quella oscurità da cui l'avevano
fatto uscire le precedenti agitazioni, non lasciava dietro di sè veruna
orma, verun nome che si sollevasse al di sopra degli altri; e la storia
nelle città sottomesse alle nuove dinastie, più non può risguardare che
una sola famiglia, e spesse volte un solo individuo.