_Stato della Lombardia. — Affari della Chiesa; traslazione della
santa sede in Avignone. — Assedio di Pistoja. — Condanna
dell'ordine dei Templari._
1300 = 1308.
Ci siamo lungamente trattenuti quasi soltanto intorno alla Toscana.
Quella somma importanza che gli storici fiorentini seppero dare ai loro
racconti, il carattere veramente notabile de' loro compatriotti, e per
più secoli la sempre crescente influenza della loro repubblica sulla
politica del mondo incivilito, collocano Firenze sul davanti del quadro
in ogni storia dei popoli d'Italia. Per la stessa ragione non si può
scrivere la storia della Grecia senza farne centro la repubblica d'Atene
e senza cercare le relazioni di tanti stati indipendenti con quella
illustre città, in cambio di tener dietro alle particolarità delle
interne loro rivoluzioni.
Però ne' primi anni del quattordicesimo secolo, la Lombardia e tutte le
province d'Italia, poste al settentrione degli Appennini, furono agitate
da rivoluzioni così grandi che tutta a sè richiamano la nostra
attenzione. Ma quell'attenzione non ci conduce sgraziatamente a farci
conoscere le particolarità che potrebbero sole darci una soddisfacente
idea della più complicata storia del mondo. Quando si fissa la prima
volta lo sguardo su questo tratto di storia, si rimane colpiti da quella
medesima confusione che presenta un formicajo scompigliato: tutti
gl'individui vedonsi animati da un rapido e continuo movimento; ignote
passioni li fanno agire; s'incalzano, si attraversano, si sorpassano, si
combattono; in modo che l'occhio non può tener loro dietro, nè
distinguere gli uni dagli altri.
Ma la storia parziale, la storia circostanziata d'ogni città d'Italia,
attribuisce dei nomi a tutti questi personaggi; ci palesa i segreti
d'ogni carattere ed i particolari motivi che li fanno agire; sviluppa
generose passioni, profondi pensieri, sublimi progetti, in cadauno di
que' gruppi, di cui avevamo al primo colpo d'occhio così bassamente
giudicato. Quanto più gli andiamo osservando, ci è forza persuaderci che
in politica non può ammettersi grandezza relativa; e che tutte le volte
che si disputa intorno alla libertà ed alla sovranità, o sia d'un
villaggio, o dell'impero del mondo, gl'interessi sono sempre i medesimi,
cioè i più grandi e più nobili di cui sia capace il cuor dell'uomo; i
talenti sono i medesimi, e lo studio dell'uomo egualmente compiuto.
Questa universale agitazione, questa vivacità delle passioni,
quest'importanza d'ogni individuo, resero la storia d'Italia una
inesauribile sorgente d'istruzione per gli eruditi. Non trovasi città
che non abbia almeno tre o quattro storici, e spesso anche più; e
ciascheduno storico diventa più interessante in ragione della maggior
quantità di fatti minutamente circostanziati che racconta. La sola
collezione degli scrittori italiani, dopo la caduta dell'impero di
Occidente fino a tutto il secolo quindicesimo, comprende quelli di
sessantotto città o province: si fecero a questa collezione molti
supplimenti, senza però comprendervi le storie assai più voluminose de'
tre ultimi secoli. La bibliografia storica del solo stato pontificio
racchiude in un grosso tomo in quarto i nomi soltanto de' particolari
storici di settantuna città tuttavia esistenti nello stato della Chiesa,
e di sedici città, distrutte[178]. Alcuni secoli di continuata
applicazione appena basterebbero per leggerli tutti.
[178] _Bibliografia storica delle città e luoghi dello stato
pontificio._ Roma 1792.
Ciò che accresce la confusione rispetto alla Lombardia, si è che in sul
cominciare del quattordicesimo secolo la maggior parte delle città erano
governate da un signore o tiranno; giacchè gl'Italiani, in sull'esempio
de' Greci, adoperavano questi due nomi come sinonimi; che nello stesso
tempo un altro signore, cacciato dal soglio, tramava, nel paese del suo
esilio, congiure contro la patria; l'uno e l'altro collegandosi a
vicenda al partito de' nobili o della plebe, ai Guelfi o ai Ghibellini:
dimodochè ogni principato presentava una perpetua scena di disordini e
di rivoluzioni.
Impediva a questi stati il godimento di quel riposo che d'ordinario si
ottiene da un governo monarchico, il non essere tale forma di governo
guarentita da veruna legge, nè accreditata dalla pubblica opinione. Il
capo dello stato altro ancora non era in faccia al popolo che il
depositario d'un potere a lui confidato dal popolo medesimo; s'egli ne
abusava, non veniva appoggiato da verun sistema d'ubbidienza passiva che
potesse liberarlo dal rimprovero d'usurpatore e di tiranno; verun
diritto ereditario era riconosciuto o supposto nella famiglia regnante.
Pare che lo stabilimento dell'opinione di tale diritto non avrebbe
dovuto incontrare troppe difficoltà in un paese, ove tante prerogative
erano ereditarie, ove la nobiltà, anche a dispetto delle leggi,
conservava tanta influenza, ove l'ereditaria trasmissione dei feudi
avvezzava i vassalli all'ubbidienza. Era desiderabile che quest'opinione
sì stabilisse; giacchè quando un popolo ha per sempre perduta ogni
speranza di libertà, il riposo d'una regolare monarchia è forse il solo
bene di cui possa godere. Ma i piccoli monarchi d'ogni città opponevansi
essi medesimi alla opinione che il loro podere fosse ereditario, perchè
questo diritto d'eredità avrebbe potuto ritorcersi contro di loro.
Quelli che erano succeduti ad una repubblica, avevano abbassati nobili
più antichi e più illustri di loro; quelli ch'erano succeduti ad altri
signori, non avevano tenuto conto del diritto de' loro predecessori,
perchè avevano interesse di negarlo. Dichiaravansi adunque mandatarj del
popolo; non prendevano il comando di una città, sebbene conquistata
coll'armi, senza farsi solennemente accordare dagli anziani o dalla
assemblea del popolo, secondo che gli uni o gli altri erano più docili,
il titolo ed i poteri di signore generale, per uno, per cinque anni, o a
vita, e con un determinato soldo che doveva levarsi dalle entrate del
comune. In tal maniera l'arcivescovo Ottone Visconti, che governava
Milano, agevolò a suo nipote Matteo la strada della sovranità. L'anno
1287 lo fece dal popolo milanese nominare capitano per un anno; del 1290
gli fece confermare la stessa dignità dalle città di Novara e di
Vercelli; e del 1294, dopo avere per lui ottenuto da Adolfo di Nassau,
re de' Romani, il titolo di vicario imperiale in Lombardia, ottenne dal
popolo un'autorizzazione per accettare questo titolo[179]. In
conseguenza di tali precauzioni quando morì l'arcivescovo in età
d'ottantott'anni, del 1295, suo nipote Matteo trovossi già investito del
potere e non dovette superare veruna difficoltà per succedergli. Un
signore affatto nuovo doveva avere maggior cura di farsi rivestire dallo
stesso popolo dell'autorità principesca. Perciò, l'anno 1290, Alberto
Scotto si fece nominare dall'assemblea del popolo di Piacenza capitano e
signore di quella città[180]: così Giberto di Correggio, essendo entrato
in Parma l'anno 1303 in qualità di pacificatore coi Cremonesi, dopo aver
fatta nascere una sedizione e fatto gridare per le strade da' suoi
partigiani, _viva il signor Giberto_, si diede pensiero di far adunare
lo stesso giorno il grande consiglio, perchè lo proclamasse signore,
difensore e protettore della città e popolo di Parma. Ricevette
l'investitura della nuova dignità per mezzo della _consegnazione_ dello
stendardo di Maria Vergine e di quello del carroccio, facendo tutto
raffermare all'indomani[181] dal consiglio generale.
[179] _Trist. Calchi Hist. Patriæ l. XVIII._
[180] _Chronicon Placent. XVI, p. 488._
[181] _Chronicon parmense t. IX, p. 847._
Se tanto rispetto per la sovranità del popolo avesse potuto essere
accompagnato da un eguale rispetto per la sua libertà, non v'ha dubbio
che la Lombardia avrebbe trovata la sua felicità nella mescolanza di un
governo monarchico colle forme repubblicane. Le magistrature popolari, i
consigli, le assemblee nazionali che ancora esistevano, avrebbero
bastato per temperare l'autorità monarchica, se i nuovi signori non si
fossero data premura di avvilire questi corpi. D'altra parte il principe
sarebbe stato mantenuto dalla guarenzia nazionale; egli avrebbe chiamato
in suo favore le leggi; e la sua forza costituzionale sarebbe stata
protetta da un popolo felice e libero. Ma di rado accade che gli
usurpatori contemplino un così lontano avvenire; ogni ombra di
resistenza divien loro odiosa, onde si affrettano di atterrare qualunque
potere che ponga limiti alla loro autorità, sebbene sappiano che lo
stesso potere si armerebbe per difenderli contro i loro nemici. I
signori di Lombardia governavano dispoticamente, e perciò l'esistenza
loro era breve come quella dei despoti. I parenti o gli amici erano i
primi a cospirare contro di loro; i nemici gli attaccavano apertamente,
e talvolta il popolo gli abbassava con quella stessa rapidità con cui
gli aveva innalzati.
Nell'ultima metà del tredicesimo secolo il Piemonte era stato testimonio
di due rivoluzioni che avevano precipitati due sovrani dall'apice della
grandezza nella più miserabile delle umane condizioni. Bonifacio conte
di Savoja, cui il _Guichenon_[182] dà pure i titoli di duca dello
Sciabalese e d'Aosta, di signore di Bugey e della Tarentesia, di
marchese di Susa e d'Italia, e di principe del Piemonte, non era, a dir
vero, sovrano di tutti i paesi de' quali il suo storico gli dà con
soverchia liberalità i titoli; ma univa alla Savoja ed ai vasti
possedimenti al di là delle Alpi la signoria di Torino e di altre città
del Piemonte. Però gli abitanti di Torino, stanchi del suo governo,
cacciarono improvvisamente fuori di città i suoi ufficiali e gli
dichiararono la guerra. Bonifacio, che allora trovavasi in Savoja,
attraversò le Alpi, l'anno 1262, ed avanzatosi fino a Rivoli, per
sottomettere i ribelli, venne colà sorpreso e fatto prigioniere dal
repubblicani poc'anzi suoi sudditi; i quali lo custodirono incatenato
fino alla morte, che lo tolse a tanta sventura l'anno susseguente, senza
che gli sforzi de' suoi amici e della potente sua casa gli ottenessero
la libertà.
[182] _Guichenon Hist. généalog. de la maison de Savoie t. I, c.
11._
Il marchese di Monferrato portava un nome forse ancora più illustre di
quello de' conti di Savoja: l'origine dell'una e dell'altra casa è
ugualmente nascosa nelle tenebre: ma le grandi imprese de' marchesi di
Monferrato in Terra santa ed a Costantinopoli, il possedimento del regno
di Tessalonica, loro accordato quando fu diviso l'Impero d'Oriente, e il
fresco parentado di Jolanda, figliuola del marchese Guglielmo con
l'imperatore Andronico Paleologo, aveva sollevato il marchese al rango
de' più ragguardevoli principi italiani. Oltre i feudi, ch'egli
possedeva per diritto ereditario, era, l'anno 1290, capitano e signore
generale di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed
Ivrea. Bramava di avere sotto di sè anche la città di Asti, la più
bellicosa, la più ricca e commerciante repubblica del Piemonte. D'altra
parte i Visconti, signori di Milano, adombrati dalla crescente sua
potenza, favorivano sotto mano la città di Asti. Ma questa, non si
accontentando del loro ajuto, cercò alleati fra gli stessi sudditi del
marchese Guglielmo, ed offrì agli Alessandrini, che mostravansi omai
stanchi del dominio del marchese, trentacinque mila fiorini se volevano
discacciarlo e collegarsi con loro. Guglielmo, avvisato di queste
pratiche, corse verso Alessandria; e, sebbene la città tumultuasse, osò
d'entrarvi con debole accompagnamento, o perchè molto si ripromettesse
della sua presenza, o perchè alcuni traditori gli avessero promesso
l'ajuto d'un partito che poi rivolsero contro di lui. Guglielmo appena
giunto avanti al palazzo del comune fu imprigionato; indi chiuso in una
gabbia di ferro ed esposto al pubblico quale bestia feroce. Visse
miseramente diciotto mesi in questa gabbia, nella quale morì di dolore
l'anno 1292[183].
[183] _Guglielmi Venturæ Chron. Astense c. 14, t. XI. — Benven. de
S. Georgio Hist. Montisf. t. XXIII, p. 403._
Una terza catastrofe doveva tra poco far maravigliare la Lombardia,
dando una novella prova dell'instabilità del potere de' signori; fu
questa la caduta della casa Visconti. Matteo, che n'era il capo, aveva
approfittato della morte del marchese Guglielmo e dell'estrema gioventù
di suo figliuolo Giovanni, per estendere la sua signoria sul Monferrato.
Aveva colle armi sforzati i popoli a dargli il titolo di capitano
generale della provincia nella città di Casal Sant'Evasio, che n'era la
capitale: aveva in appresso obbligato il giovane marchese a ratificare
l'usurpato potere con un trattato, in forza del quale ponevasi per
cinque anni sotto la tutela del nemico della sua famiglia[184].
[184] _Trist. Calchi Hist. patriæ l. XVIII._
Matteo Visconti erasi intanto rinforzato con tali parentadi, che ben
dovevano assicurargli una lunga prosperità: perciocchè nel 1298 aveva
data sua figliuola in isposa ad Alboino della Scala, figliuolo
d'Alberto, signore di Verona, uno dei più potenti capi del partito
ghibellino; e nel 1300 ottenne per consorte di Galeazzo suo figliuolo
una figlia del marchese Azzo d'Este, vedova di Nino di Gallura, capo de'
Guelfi pisani. Questa principessa era stata promessa ad Alberto Scotto,
signore di Piacenza; ma Matteo, che voleva ad ogni costo imparentarsi
colla casa d'Este, signora a quell'epoca di Ferrara, Modena e Reggio,
suppiantò il signore di Piacenza, e contrasse una stretta unione coi più
potenti capi di parte guelfa in Lombardia[185].
[185] _Chron. Est. t. XV. — Chron. Parm. t. IX. — Dante Aligh. Purg.
c. VIII, v. 70, ec._ Il poeta rinfaccia a Beatrice le seconde nozze
con soverchia amarezza. Sembra preferire i Visconti di Pisa, da più
secoli sovrani di Gallura, ai Visconti di Milano, usurpatori che
dovevano in breve essere abbattuti. Gli storici milanesi, e
specialmente il Corio ed il Merula prendono da questi versi motivo
di farne acerbi rimproveri a Dante. Abbiamo altrove osservato che,
sebbene queste famiglie portassero lo stesso nome, non avevano però
un'origine comune.
Lo Scotto non dimenticò tanta ingiuria; e, se vi frappose qualche
indugio, no 'l fece che per ottenerne più strepitosa vendetta. Egli
formò contro i Visconti una lega de' signori che governavano in
Lombardia le città di secondo ordine. Il primo a prendervi parte fu
Filippone, conte di Langusco, che già da alcuni anni erasi reso padrone
di Pavia, cacciandone un altro tiranno, Manfredo Beccaria e la sua
fazione. Anche Filippone quasi in egual modo dello Scotto era stato
ingiuriato dai Visconti. Matteo aveva promessa sua figlia al figlio di
Filippone; ma reso orgoglioso da più elevato parentado, gli aveva
mancato di parola del 1302 dando alla figliuola un altro marito. Alberto
Scotto trasse in seguito nella sua lega Antonio Fisiraga, tiranno di
Lodi, Corrado Rusca, tiranno di Como, Venturino Benzone, tiranno di
Crema, la famiglia Cavalcabò, che aveva somma influenza in Cremona,
quella de' Brusati che dominava in Novara, e l'altra degli Avvocati che
aveva la stessa preponderanza in Vercelli. Per ultimo si unì alla lega
il marchese Giovanni di Monferrato, che il Visconti aveva spogliato de'
suoi stati.
I confederati adunarono la loro armata nella Ghiara d'Adda; e quelli
della Torre, esiliati da Milano già da 25 anni, si affrettarono di
unirsi alla lega, siccome altri molti nobili milanesi, segreti nemici di
Matteo, il quale ne fece imprigionare molti altri sospetti di voler
passare al campo nemico. Tra gli ultimi non risparmiò Matteo il proprio
zio Pietro Visconti; indi uscì di Milano alla testa di una parte delle
sue truppe, avendo lasciato in città il figliuolo Galeazzo con due mila
uomini per contenere i Milanesi, che invece di secondarlo andavano
gridando libertà[186].
[186] _Ann. Mediol. anonimi t. XVI, c. 74. — Gal. Flammæ Manip.
Flor. t. XI, c. 341. — Chron. Parm. p. 843. — Trist. Calchi Hist.
Patriæ l. XVIII. — Bern. Corio delle Stor. Milanesi p. II. — Gior.
Giulini Memorie della città e campagna di Milano t. VIII, l. LIX. —
Georgii Merulæ Alexand. Antiq. Vicecom. l. VI. apud Grævium t. III,
p. 118. — Paulus Jovius in Mathæum Mag. ib. — Petri Azarii Chron. de
gestis in Lomb. t. XVI, c. 11. — Chron. Placent. t. XVI, p. 484,
ecc._
La ribellione non tardò a scoppiare in campagna; onde il Visconti
circondato di nemici, e non vedendo giugnere i soccorsi che aveva
domandati al marchese d'Este, accettò la mediazione di alcuni
ambasciatori veneziani e si fece a trattare co' suoi nemici. Durissime
erano le condizioni che gli venivano offerte: tutti gli esiliati
dovevano essere richiamati; e Matteo, rinunciando al supremo potere,
doveva rientrare nella classe de' semplici cittadini. Matteo le accettò,
e licenziata l'armata ritirossi nel suo castello di San Colombano. Prima
che a Milano si avesse notizia di questa trattato, Galeazzo suo
figliuolo era stato dal popolo ammutinato cacciato fuori dalle mura, e
il ristabilimento della repubblica e della libertà proclamato. Con un
decreto del popolo tutti i Torriani venivano richiamati in patria, e
poco dopo con altro decreto esiliati tutti i Visconti.
Questa rivoluzione rinfrescò nell'alta Lombardia le fazioni guelfa e
ghibellina che quasi eransi dimenticate. I Visconti risguardavansi come
Ghibellini, Guelfi i Torriani; ma sì gli uni che gli altri in tempo
della loro signoria non eransi nelle loro alleanze lasciati dirigere
dallo spirito del rispettivo partito. Alberto Scotto per dare maggiore
consistenza al nuovo governo ed alla propria autorità, si diede a vedere
zelante partigiano de' Guelfi, proponendo una lega tra le città che lo
avevano assistito contro i Visconti. In conseguenza di che i deputati di
quelle città si unirono in luglio a Piacenza, ove si pubblicò l'alleanza
tra Milano, Piacenza, Pavia, Bergamo, Lodi, Asti, Novara, Vercelli,
Crema, Como, Cremona, Alessandria e Bologna. Alberto Scotto venne
proclamato capo della lega; e nello stesso tempo, come pacificatore
della Lombardia fu autorizzato a persuadere a tutte le città il richiamo
de' loro fuorusciti, adoperando al bisogno anche la forza[187].
[187] _Chronic. parmense t. IX._
Ma la potenza d'Alberto non ebbe lunga durata, avendo la stessa lega,
che fu sua opera, volte contro di lui le sue armi; perchè lo spirito di
partito, ch'egli aveva ravvivato, era troppo violento per piegarsi a
voglia sua come richiedeva la sua politica. I Guelfi s'adombrarono,
vedendo che Alberto accoglieva ed accarezzava gli emigrati di ogni
fazione. Perciò del 1303 lo costrinsero colle città d'Alessandria e di
Tortona a lasciare la loro alleanza. Allora Alberto offrì ajuto ai
Visconti per rientrare in Milano, di dove gli aveva egli stesso
scacciati; ma quelle forze che avevano potuto ruinarli, non bastarono a
rimetterli nel perduto stato. Per altro s'unì ai Visconti, ai signori di
Mantova e di Verona, e per ultimo a Giberto da Correggio, che si era
fatto allora nominare signore e difensore di Parma.
Del 1304 le truppe della lega guelfa vennero ad attaccare Alberto in
Piacenza; e perchè questa città, ch'egli governava già da quattordici
anni, era insofferente di più lunga signoria, si ribellò. I cittadini di
Cremona e di Lodi, che non volevano esporre al saccheggio una città
vicina e da lungo tempo loro alleata, si ritirarono, lasciando che
Alberto combattesse come poteva contro i suoi sudditi. Tutta l'armata
guelfa seguì l'esempio de' Cremonesi: ma per lo contrario Giberto da
Correggio, ch'era venuto da Parma con due mila soldati in ajuto dello
Scotto, entrò in città come mediatore, e consigliò l'amico a ritirarsi
al più presto che potesse co' suoi figliuoli, onde sottrarsi alla furia
degli ammutinati. Non era appena Alberto uscito di città, che l'amico
tentò di farsi proclamare in suo luogo dai soldati che lo circondavano,
signore di Piacenza. Ma il popolo, che non aveva scacciato un tiranno
per darsene subito un altro, prese le armi, e ripetendo il grido degli
Italiani liberi, _popolo, popolo!_ forzò Giberto a ritirarsi all'istante
coi suoi cavalieri, senza aver potuto cogliere il frutto del tradimento
meditato contro il suo alleato[188].
[188] _Chron. Parm. Synchron. t. IX, p. 852. — Chron. Placen. t.
XVI, p. 485._
(1306) Anche le città di Modena e di Reggio ricuperarono due anni dopo
la libertà. Nel 1289 Modena erasi data al marchese Obizzo d'Este, e del
1293 passò per diritto ereditario in dominio d'Azzo VIII suo figliuolo.
Il 26 gennajo del 1306 il popolo prese le armi e cacciò fuori delle
porte il podestà del marchese, sebbene avesse sotto i suoi ordini una
guarnigione di settecento cavalli e di mille fanti; richiamò tutti i
fuorusciti e ristabilì il governo popolare, manifestando la sua gioja
per la ricuperata libertà con feste continue, alle quali i cittadini
intervenivano ornati di cinture d'oro e di ghirlande di fiori[189].
All'indomani il popolo di Reggio, diretto dai gentiluomini ghibellini,
prese egualmente le armi contro le truppe del marchese, e le costrinse
ad uscire di città[190]. Dopo questa rivoluzione non rimaneva alla casa
d'Este che la sola città di Ferrara, la quale le fu tolta due anni dopo,
quando morì Azzo VIII, come tornerà in acconcio di parlarne nel
susseguente capitolo.
[189] _An. Vet. Mutin. t. XI. — Chron. Est. t. XV._
[190] _Chron. Rheg. Gazatœ t. XVIII._
Tante rivoluzioni, eseguitesi in nome dei due partiti guelfo e
ghibellino, potrebbero facilmente farci credere che recenti motivi di
discordia avessero inasprite queste fazioni, e che l'imperatore ed il
papa, pei di cui interessi pretendevano di combattere, avessero fatte
nuove pratiche per mettere loro le armi in mano. Niente di tutto questo;
che anzi Alberto d'Austria, re dei Romani, non si curando punto delle
cose d'Italia, era assai lontano dal dare ajuto ai Ghibellini, ed
osservava con indifferenza questa bella contrada del suo impero desolata
dall'anarchia. Da ciò l'imprecazione di Dante contro di lui:
«O Alberto Tedesco, che abbandoni
Costei che è fatta indomita e selvaggia,
E dovresti inforcar li suoi arcioni,
«Giusto giudizio dalle stelle caggia
Sovra 'l tuo sangue, e sia nuovo ed aperto,
Tal che il tuo successor temenza n'aggia.
«Che avete tu e 'l tuo padre sofferto,
Per cupidigia di costà distretti,
Che 'l giardin de lo imperio sia diserto»[191].
[191] _Purgat. C. VI, v. 97._ — Alcuni commentatori videro in questa
imprecazione il presagio della violenta morte d'Alberto d'Austria
ucciso in maggio del 1308 da suo nipote Giovanni; onde si volle
conchiudere che fosse scritto dopo: ma il caldo dell'imprecazione lo
mostra dettato quando Alberto ricusò d'ajutare i Ghibellini.
Dall'altro canto il papa, lungi dal fomentare la discordia tra le
nemiche fazioni, pareva che avesse dimenticato che la guelfa gli era
affatto ligia; onde impiegava i consigli, l'autorità e perfino i più
severi castighi spirituali per riconciliarle.
Nel 1303, dopo la morte di Bonifacio VIII, i suffragi de' cardinali
eransi uniti in favore di Niccola, cardinale d'Ostia, oriondo di
Trevigi. Le virtù ed i talenti lo avevano per gradi, da ignobile e
povero stato, sollevato alla dignità di cardinale[192]. Egli prese il
nome di Benedetto XI quando, soltanto quattro giorni dopo la morte di
Bonifacio, fu proclamato papa (14 ottobre). A tale epoca non contavansi
che diciotto cardinali, il più accreditato de' quali era Matteo Rosso
degli Orsini, quello che aveva tenuto fino alla morte papa Bonifacio in
una specie di prigione. Quattro cardinali suoi parenti gli davano in
collegio la più grande influenza; ma pare che Matteo Rosso non cercasse
di farsi nominare papa; ed è anzi probabile che cercasse di assoggettare
la chiesa ad un governo aristocratico, privando il capo di tutta la sua
autorità. Di fatti Benedetto XI non poteva sottomettere alla giustizia i
cardinali ed i magnati potenti, che, circondati di satelliti,
conquassavano la città di Roma colle loro passioni e non soffrivano il
giogo delle leggi. I Colonna, sebbene ancora proscritti, erano tornati
in città con un corpo di gente armata; altri non meno delinquenti
signori non avevano paura del pontefice; il quale isolato in mezzo ad
una procellosa corte, non aveva, per essere poveramente nato, nè
parenti, nè naturali alleati che lo circondassero e fossero depositari
del suo segreto. Vedevasi perciò sferzato a tollerare o dissimulare uno
scandalo e dei delitti che il suo cuore detestava[193].
[192] _Raynaldi Ann. Eccles. § 45 ad an._
[193] _Ferreti Vicentini Hist. l. III, t. IX._
Benedetto dovette soggiacere a tale tirannide fino al cessare
dell'inverno; ma avvicinandosi il caldo della state, del 1304, fece
conoscere la sua intenzione di soggiornare in Assisi finchè durasse il
cattivo aere di Roma. I cardinali si opposero risolutamente a tale
viaggio, ed il papa avrebbe dovuto dimetterne il pensiero, se per
qualche segreto motivo non prendeva a favorirlo Matteo Rosso degli
Orsini. Col di lui favore uscì ben tosto di Roma, e passando per Viterbo
e per Orvieto giunse a Perugia, ove fu ricevuto quale padre de' fedeli,
e non più come il servitore de' cardinali. Colà prese con mano più
sicura le redini della chiesa; e cercò di riconciliare i Bianchi ed i
Neri di Firenze, ordinando al governo di quella repubblica di chiamare
dall'esilio Vieri de' Cerchi: ma vedendo tornar vane le sue inchieste,
fulminò la scomunica contro Firenze.
Si diceva che Benedetto per liberarsi dalla tirannia de' cardinali e de'
grandi signori di Roma avesse risolto di portare la sede pontificia in
Lombardia. Mentre doveva incessantemente occuparsi della propria
sicurezza, mentre doveva far uso di tutta la sua autorità per
ristabilire la pace ne' paesi in cui pensava di soggiornare stabilmente,
non osava il papa di provocare l'inimicizia del più potente sovrano
d'Europa, di un uomo che aveva di già mostrato di tenere per legittimi
tutti i mezzi che potevano nuocere ai suoi nemici. Perciò Benedetto fece
molte pratiche per riconciliarsi con Filippo il bello, e lo assolse co'
suoi sudditi e ministri dalla scomunica in cui erano incorsi per avere
sostenuti quelli che andavano a Roma, o vi mandavano danaro. È pure
probabile che fossero colla stessa bolla assolti tutti coloro che
avevano presa parte alla sacrilega prigionia di papa Bonifacio, tranne
il solo Guglielmo di Nogareto[194].
[194] Questa bolla ed una lettera a Filippo il bello, datate amendue
in Perugia il giorno tre degl'idi di maggio, sono riferite dal
_Rayn. 1304, § 9 e 10_. — Due frasi incidenti, e che non hanno che
fare con tutto il resto della bolla, assolvono, senz'addurne motivo,
i complici della prigionia di Bonifacio. Io le credo aggiunte dopo
redatta la carta. È cosa abbastanza nota che gli atti di questo
pontefice e del suo predecessore furono adulterati sfrontatamente in
tempo della dimora della corte in Avignone. Intere pagine furono
levate dai registri papali, cancellate ed aggiunte delle linee,
secondochè il re di Francia lo credette a sè vantaggioso.
Intanto Benedetto ondeggiava irresoluto tra la politica ed i doveri
della sua carica: troppo grave era l'ingiuria sostenuta da Bonifacio e
di troppo pericoloso esempio, perchè i suoi successori la lasciassero
affatto impunita. Se Benedetto avesse ottenuta una perfetta
indipendenza, non avrebbe ommesso di chiedere ragione a Filippo della
sua sacrilega condotta. Manifestò pure scopertamente questa sua volontà
in una nuova bolla datata in Perugia il 7 di giugno. «Abbiamo, egli
dice, differita finora per giusti motivi la punizione dell'esecrabile
delitto che alcuni scellerati commisero contro la persona del nostro
predecessore, Bonifacio VIII di felice ricordanza. Ma non possiamo più
oltre differire a levarci, o piuttosto Dio stesso deve levarsi con noi
per castigare i suoi nemici, e scacciarli dal suo cospetto.» — Benedetto
annovera ad uno ad uno coloro che aveva egli stesso veduto prender parte
a tanta iniquità, fra i quali Guglielmo di Nogareto e quattordici
gentiluomini, quasi tutti italiani: e dopo aver dipinto il loro misfatto
co' più vivi colori, soggiugne: «Avendo dunque osservate le forme di
diritto, dichiariamo che tutti coloro che abbiamo nominati e tutti gli
altri che parteciparono allo stesso delitto, tutti quelli che colla
propria persona concorsero agli attentati commessi in Anagni contro
Bonifacio, e tutti quelli che diedero, per commetterli, soccorsi,
consigli, favore, sono incorsi nella sentenza di scomunica pronunciata
dai sacri canoni. Col consiglio de' nostri fratelli ed in presenza di
tanta moltitudine di fedeli, li citiamo perentoriamente a presentarsi in
persona avanti di noi prima della festa dei ss. Apostoli Pietro e Paolo,
per udire la giusta sentenza che coll'ajuto del Signore noi pronunceremo
sui notorj attentati di cui abbiamo parlato»[195].
[195] La bolla è riferita dal _Raynald. 1304, t. XIV, § 13_.
Filippo il bello poteva ritenersi colpito da questa nuova bolla di
scomunica, e non tardò ad accorgersi che il papa cominciava a credersi
indipendente; onde concepì forse allora l'ardito disegno, che poi eseguì
in tempo del primo interregno, di assoggettarsi interamente la corte
pontificia: e l'odioso carattere di questo principe che Dante chiamò _la
peste della Francia_, rende verosimile ogni delitto. Secondo Ferreto di
Vicenza, storico contemporaneo[196], avvertito Filippo che il papa stava
contro di lui preparando formidabili bolle, valendosi dell'opera di
Napoleone, cardinale degli Orsini, e di Giovanni le Moine, cardinale
francese, sedusse col danaro due scudieri del papa, i quali posero del
veleno ne' fichi fiori che presentarono al padrone. Il pontefice
sostenne otto giorni i tormenti del veleno che gli mangiava le viscere,
e morì il 4 di luglio del 1304. Giovan Villani accusa di questo delitto
i soli cardinali: e Francesco Pipino e Dino Compagni, altri coetanei,
confermando le circostanze del veleno, non ardiscono nominare alcuna
persona[197]. Il Raynaldo, nell'atto di dar principio alla scandalosa
istoria de' papi francesi di Avignone, par che tema ad ogni istante di
compromettersi, e sopprime quest'accusa di veleno, per lo meno
abbastanza autentica per essere da lui confutata.
[196] _Ferreti Vicent. Hist. l. III, t. IX._
[197] _Gio. Villani l. VIII, c. 80. — Fran. Pipini F. Ord. Præd.
Chron. l. IV, c. 48, t. IX. — Cronaca di Dino Compagni l. III._
Morto Benedetto XI, i cardinali, in numero di venticinque, adunatisi in
Perugia, si chiusero in conclave; ma quando vollero passare all'elezione
del papa, si divisero in due fazioni, dirette da due capi, ambedue della
casa Orsini. Matteo Rosso Orsino, che aspirava egli stesso alla tiara,
aveva nel suo partito il cardinale francese Caietano, nipote di
Bonifacio VIII, e tutti quelli ch'erano attaccati a quel papa, alla sua
famiglia ed all'antico partito guelfo. Napoleone degli Orsini, capo
dell'altra fazione, era appoggiato dal cardinale Niccola d'Acquasparta
di Prato e da tutti coloro ch'erano affezionati ai Colonna, al re di
Francia, al Ghibellini. Dopo sei mesi di replicate inutili prove, i
cardinali si persuasero che niuno dei due capi di parte e niuno dei
membri del sacro collegio riunirebbe giammai i due terzi dei suffragi
necessarj all'elezione.
(1305) Intanto i Perugini, intolleranti di tanto ritardo, cominciavano a
minacciare i cardinali ed a minorare le razioni dei viveri. Bisognava
finalmente uscirne in un modo o nell'altro, onde il cardinale di Prato
propose al cardinale Caietano, capo della contraria fazione, un
espediente che pareva conciliare i diritti di tutti, ed affrettare in
pari tempo l'elezione. Da che si tentò finora invano d'unire i suffragi
in favore di un Italiano, si provi, disse, a nominare un oltramontano: e
acciocchè le due parti abbiano un'eguale parte in questa nomina,
propongo che un partito presenti tre prelati, e che l'altro entro
quattro giorni debba scegliere tra i proposti, oltre di che lasciò al
cardinale Caietano ed alla sua fazione quella delle due funzioni che più
le aggrada. La proposizione essendo accettata ed approvata da tutti i
cardinali, se ne stese un atto che fu sottoscritto da tutti, ed il
partito antifrancese scelse di presentare i tre prelati, credendosi in
tal modo sicuro di avere un papa a modo suo, qualunque fosse l'eletto.
Per essere più certo delle future loro disposizioni, presentò tre
prelati notoriamente nemici del re Filippo, ponendo pel primo Bertrando
di Gotte, arcivescovo di Bordeaux, che aveva gravi motivi di dolersi di
Filippo e di Carlo di Valois suo fratello. Erano francesi anche gli
altri due prelati.
Appena fu questa scelta comunicata al partito ghibellino, che il
cardinale di Prato spedì un corriere a Filippo per informarlo della
convenzione fatta tra i cardinali, e per consigliarlo a scegliere
Bertrando di Gotte dopo essersene assicurato. Filippo, quand'ebbe
ricevuto quest'avviso a Parigi l'undecimo giorno, partì subito per la
Guascogna, invitando il prelato ad un abboccamento in una abbazia posta
in mezzo ad una foresta presso a san Giovanni d'Angely, ove recaronsi
ambedue con poco seguito: «udita insieme la messa, e giurata in su
l'altare credenza, lo re parlamentò con lui con belle parole per
riconciliarlo con messer Carlo di Valois; e poi sì gli disse: _Vedi,
arcivescovo, io ho in mia mano di poterti fare papa, s'io voglio, e però
sono venuto a te, perchè se tu mi prometti di farmi sei grazie, ch'io ti
domanderò, io ti farò questo onore; e acciò che tu sia certo ch'io ne ho
il podere_ trasse fuori e gli mostrò le lettere e le commissioni
dell'uno collegio e dell'altro. Il Guascone convidoso della dignità
papale, veggendo così di subito, come nel re era al tutta il poterlo
fare papa, quasi stupefatto d'allegrezza, li si gittò ai piedi e disse:
_Signore mio, ora conosco che m'ami più che uomo che sia e vuommi
rendere bene per male; tu hai a comandare, e io ad ubbidire, e sempre
sarò così disposto_. Lo re lo rilevò suso, e baciollo in bocca, e poi li
disse: _Le sei speziali grazie che io voglio da te sono queste. La prima
che tu mi riconcilj perfettamente colla chiesa, e facciami perdonare il
misfatto ch'io commisi per la presura di papa Bonifazio. La seconda di
ricomunicare me e miei seguaci. La terza che mi concedi tutte le decime
per cinque anni del mio reame per ajuto alle spese fatte alla guera di
Fiandra. La quarta che tu mi prometti di disfare e annullare la memoria
di papa Bonifazio. La quinta che tu renda l'onore del cardinalato a
messer Jacopoli e messer Piero della Colonna, e rimetterali in istato, e
facci con loro insieme certi miei amici cardinali. La sesta grazia e
promessa mi riserbo a luogo e a tempo, ch'è secreta e grande_.
L'arcivescovo promise tutto per saramento in sul _Corpus Domini_, e
oltre a ciò li diede per istadichi il fratello e due suoi nipoti; e lo
re promise e giurò a lui di farlo eleggere papa.»
Tutta questa negoziazione era stata condotta col più profondo segreto,
ed i cardinali Matteo Rosso e Caietano non sospettarono pure che il re
di Francia conoscesse la loro convenzione. Trentacinque giorni dopo la
partenza del suo corriere, il cardinale di Prato ricevette la risposta
di Filippo e l'ordine di eleggere l'arcivescovo di Bordeaux. Dopo aver
comunicato il riscontro al suo partito, fece prevenire l'altro d'essere
disposto a pronunciare. In una generale assemblea furono notificate con
nuovi giuramenti le precedenti convenzioni; indi il cardinale di Prato
recitò un sermone sopra un passo della scrittura, ed in virtù
dell'autorità conferitagli elesse papa messere Bertrando di Gotte,
arcivescovo di Bordeaux. Allora fu secondo l'usanza intuonato il
_Tedeum_, e con eguale allegrezza da ambo le parti, perchè ognuno
credeva d'avere un papa tutto suo. Quest'elezione si pubblicò il 5
giugno del 1305 dopo un interregno di dieci mesi e ventotto giorni[198].
[198] Il racconto di _Gio. Villani l. VIII, c. 80_ viene confermato
da sant'Antonino _p. III, tit. 21, c. 1_, ed adottato da Raynaldo,
che riportò ne' suoi Annali uno squarcio dell'ultimo, _t. XV, p. I,
Ann. Eccles._
O sia perchè Bertrando, che prese il nome di Clemente V, volesse far
pompa della sua nuova dignità in su gli occhi de' suoi compatriotti, o
che la maniera con cui i cardinali avevano trattati i due ultimi suoi
predecessori gli facesse paura, o finalmente che il re Filippo si
opponesse al suo viaggio, invece di recarsi a Roma, a seconda
dell'invariabile costumanza della chiesa, invece di venire a dirigere la
sua greggia, a prendere le redini del governo de' suoi stati, il papa
sorprese tutta la Cristianità coll'ordinare ai cardinali di raggiugnerlo
a Lione per la sua incoronazione, fissata nel giorno di san Martino del
1305. I cardinali furono malgrado loro costretti di ubbidire: il re di
Francia, Carlo di Valois ed i principali baroni al di là delle Alpi,
assistettero alla cerimonia della consecrazione; ed il 17 dicembre
Clemente creò dodici nuovi cardinali, cioè Giacomo e Pietro Colonna
deposti da Bonifacio, e dieci Francesi o Guasconi, tutte creature di
Filippo il bello[199].
[199] _Ann. Eccles, Raynald. t. XV._
La vergognosa condotta tenuta da Clemente e la vile sua ubbidienza a
tutti i capricci della corte di Francia provarono abbastanza a quali
scandalose condizioni aveva acquistata la tiara. Dopo avere introdotte
nel sacro collegio tante creature di Filippo, rivocò tutte le censure
fulminate contro di lui, de' suoi ministri e complici, annullò tutte le
costituzioni di Bonifacio che potevano dargli qualche ombra; accordò al
re Filippo la decima sul clero, e ne accordò delle altre al conte di
Fiandra, affinchè con tale mezzo potesse pagare un tributo ai Francesi,
autorizzò Filippo a prendere in nome della religione tutti gli Ebrei del
suo regno il giorno della festa di santa Maria Maddalena, a confiscare
tutti i loro beni ed a bandirli; finalmente prodigò bolle, prediche,
indulgenze per formare una nuova crociata, la quale sotto la condotta di
Carlo di Valois doveva conquistare l'impero di Costantinopoli, allora
occupato da Andronico, figlio di Michele Paleologo: e la più importante
ragione, allegata contro questo sventurato principe, era quella di non
essere egli abbastanza forte per resistere alle armi turche, onde la sua
disfatta aprirebbe l'Europa ai Musulmani[200].
[200] Bolla del 6 degli idi di marzo. _Raynald. § 6._
Quale più vergognoso motivo poteva addursi per attaccare Andronico? e se
il papa era veramente intenzionato d'opporre una diga ai barbari, la sua
politica non era meno falsa che ingiusta; poichè fulminando nuovi
anatemi contro Andronico, il suo clero e la sua nazione[201], accresceva
sempre più l'animosità che da molto tempo divideva i Greci dai Latini, e
riduceva i primi a preferire il giogo musulmano a quello de' cattolici
persecutori. Onde è chiaro che il papa non aveva altro oggetto che
quello di soddisfare alla cupidigia ed all'ambizione dei principi della
casa di Francia, di quel medesimo Valois che era stato suo mortale
nemico: e purchè facesse cosa grata al re, egli non calcolava i funesti
effetti della sua politica sul bene della Cristianità.
[201] Scomunica d'Andronico in data di Poitier, 3 degli idi di
giugno 1307. _Raynald. § 7._
È per altro vero che la debole e sospettosa amministrazione d'Andronico
esponeva tutta l'Europa alle maggiori calamità. La nazione, e forse in
questo secolo il clero, in nome della nazione europea, avrebbe per
avventura avuto il diritto di deporre questo principe imbecille; ma
soltanto per sostituirgli un principe che, godendo l'amore e la
confidenza de' suoi popoli, potesse fermare gli spaventosi progressi dei
Turchi.
Il vecchio Andronico era succeduto a suo padre Michele Paleologo
l'undici dicembre del 1282[202]: aveva mostrate alcune virtù private,
che facilmente si trovano nel più debole sovrano; di quelle virtù che
l'adulazione degli storici conserva alla posterità, coprendo i vizi che
sempre le accompagnano in un carattere pusillanime. Egli non cominciò ad
avere relazioni coll'Italia che in principio del XIV secolo. Prima
d'allora, perduto tra gl'intrighi della sua corte e del suo clero, aveva
distrutta con imprudente economia la flotta allestita da suo padre con
enorme dispendio per difendersi dal re di Napoli[203]. Suo fratello,
Costantino Porfirogeneta, che aveva eccitata la sua diffidenza, era
stato imprigionato con tutti i suoi amici. Egli introdusse nell'impero
gli Alani, che per sottrarsi al giogo dei Tartari avevano domandato un
asilo nelle province dell'Asia, ma che riuscivano più dannosi a quelle
province de' Turchi medesimi contro de' quali dovevano combattere[204].
Finalmente, dopo avere provocati questi ultimi, opponeva loro una così
debole resistenza, che invadendo essi tutte le province dell'Asia, le
avevano divise in pascialaggi, e cacciati i Greci oltre
l'Ellesponto[205].
[202] _Nicephorus Gregoras Hist. l. VI. c. 1._
[203] _Niceph. Gregoras Hist. l. VI, c. 3._
[204] _Ib. l. VI, c. 10._
[205] _Id. l. VII, c. 1._
Tali furono gli avvenimenti de' primi vent'anni del regno d'Andronico il
vecchio, quando del 1302 fattasi la pace tra i re di Napoli e di
Sicilia, questi licenziò le veterane milizie che pel corso di venti anni
avevano così valorosamente difesa la Sicilia contro i Francesi. Que'
soldati collettizj di differenti paesi non avevano campi nè focolari che
li chiamassero; ed accostumati a vivere insieme nella licenza, e
talvolta di ladroneccio, temevano il ritorno dell'ordine e della
tranquillità che la pace delle due Sicilie procurava all'Italia
meridionale. Lo stesso spirito avventuriere de' soldati animava ancora i
loro capitani; onde invece di disperdersi in differenti paesi, prendendo
servigio, pensarono di tenersi uniti e di porre tutta l'intera armata al
servigio del primo sovrano che volesse adoperarla[206]. In tale maniera
ebbero cominciamento le compagnie propriamente dette di ventura. I capi
di quest'intrapresa erano Ruggero de Fior, vice ammiraglio di Sicilia,
Berengario di Entença, Ferdinando Ximenes de Arenos e Berengario di
Rocafort, tutti personaggi assai distinti[207]. Il primo, sebbene nato a
Brindes, era originario tedesco; era stato Templario, ed aveva
rinunciato, si disse, a questa vocazione, dopo la presa di san Giovanni
d'Acri, per dedicarsi interamente alle armi, o per dir meglio alla
pirateria[208]. Gli altri erano _ricos hombres_ Arragonesi o Catalani.
[206] _Gio. Villani l. VIII. c. 50._
[207] _Hist. de Costant. de Ducange l. VI, c. 23._
[208] _Georg. Pachymeris Hist. Andron. l. V, c. 12._
I generali della compagnia di ventura offrirono i loro servigi ad
Andronico, per ricuperare le province dell'Asia occupate dai Turchi, e
furono accettati a braccia aperte. Andronico decorò Ruggero della
dignità di gran duca, e gli diede per moglie la propria nipote. Sotto la
condotta di questi capi passarono in Grecia circa otto mila uomini
catalani ed arragonesi detti _Almogavari_[209]. Con tal nome indicavasi
la fanteria spagnuola per lo più composta di Mori e di Cristiani. Questi
soldati si acquartierarono a Cizica, ove vissero colle spoglie de' Greci
ch'eransi incaricati di difendere. I diritti della guerra non
esercitaronsi giammai con maggior barbarie in una città nemica[210].
Questa vita da assassino pareva tanto dolce agli Almogavari, che non
volevano a niun patto lasciarla per andare contro ai nemici. A stento
per altro si ridussero in primavera del 1305 a marciare contro i Turchi
che avevano assediata Filadelfia. L'armata turca comandata da Ali Syras
fu disfatta ad Aulax, mortalmente ferito il generale, e la potenza greca
precariamente ristabilita al di là del Bosforo. Ma la licenza de'
Catalani faceva ai Greci egualmente temere le vittorie e le disfatte.
Andronico, che anche in Tessaglia era stato attaccato dai Bulgari,
desiderava dividere la grande compagnia, onde avere il doppio vantaggio
di renderla meno potente, e di opporre valorosi soldati ai due più
temuti nemici. Invitò quindi Ruggero ad unire parte delle sue truppe a
Michele Paleologo suo figliuolo. Ruggero, dietro tale domanda, passò il
Bosforo, non con alcune truppe, ma con tutta la sua armata, e prese i
quartieri d'inverno e si fortificò a Gallipoli[211].
[209] Esiste una relazione di questa spedizione, scritta sulle
memorie di uno de' suoi capitani, intitolata: _Espedicion de Los
Catelanos y Aragoneses contra Turcos y Griegos por D. Francisco de
Moncada Conde de Osona_. Io non l'ho ancora veduta.
[210] _G. Pachymeris Hist. Andron. l. V, c. 21._
[211] _Ducange Hist. de Costan. l. VI, c. 31. — Niceph. Gregoras l.
VII, c. 3. — Pachymeris l. VI, c. 3._
(1307) Tale era lo stato dell'Oriente quando Clemente V volle far
rivivere i diritti di Carlo di Valois, sposo di Caterina di Fiandra,
alla successione dell'impero de' Latini. Prima scrisse all'arcivescovo
di Ravenna ed ai vescovi di Romagna, a quelli della Marca d'Ancona e
dello stato di Venezia, come pure ai più vicini prelati della Grecia,
perchè predicassero la crociata contro i Greci[212]. Proibì sotto pena
della scomunica ad ogni principe cristiano l'alleanza con il
Paleologo[213]; e fece ogni sforzo perchè prendesse parte in questa
sacra guerra Federico di Sicilia. Voleva Federico, se gli fosse stato
possibile, conservare qualche autorità sull'armata catalana che lo aveva
servito tanto tempo prima di passare in Grecia; e perciò aveva mandato
presso ai capi di quest'armata, già divisa dalle fazioni, l'infante
Ferdinando di Majorica, suo cugino germano, per riunirla sotto i suoi
ordini: di modo che se questo trattato riusciva, il re di Sicilia era
quello de' principi latini che poteva più facilmente comandare alla
Grecia. Per ultimo il papa scrisse pure ai Veneziani ed a' Genovesi per
ridurli a secondare colle loro flotte l'impresa di Carlo di Valois[214].
[212] Sua lettera dei 2 degli idi di marzo. 1307. _Rayn._
[213] Bolla del 3 delle none di giugno. _ib._
[214] Lettera pontificia del 19 delle calende di febbrajo 1306.
_Rayn. § 3._
Ma le due repubbliche non erano altrimenti disposte a far causa comune,
intraprendendo per conto de' Francesi la conquista dell'Oriente. Pel
corso di sette anni si erano battute con accanimento per l'esclusivo
dominio dei mari. A questa guerra, cominciata dal 1293, aveva dato
motivo una battaglia accidentale nel mare di Cipro tra quattro galere
veneziane e sette navi mercantili dei Genovesi. L'odio nazionale e
l'estrema gelosia dei due popoli aveano chiusa la via ad ogni
accomodamento per un affare, cui i loro governi non avevano avuto parte,
e ne' cinque susseguenti anni sforzaronsi di opprimersi vicendevolmente
con formidabili apparecchi[215]. Nel 1295 i Genovesi posero in mare
cento sessanta galere, ognuna montata da duecento venti uomini, tutti
abitanti di Genova o delle due Riviere. Questa formidabile flotta
rientrò in porto senza avere incontrato il nemico, dopo averlo
inutilmente cercato nei mari della Sicilia. Nel susseguente anno le due
flotte nemiche si cercarono di nuovo senza trovarsi; ma sessantacinque
galere veneziane, comandate da Ruggero Morosini, vennero ad attaccare i
Genovesi abitanti a Galata in faccia a Costantinopoli, i quali, non
avendo bastanti forze per difendersi, si ritirarono tutti coi loro
effetti nella capitale dell'impero greco, mentre i Veneziani
incendiavano le loro case[216].
[215] _Ann. Gen. l. X. — Uberti Folietæ Hist. Genuens. l. VI._ — Gli
annali di Genova, scritti per ordine pubblico da autori
contemporanei, continuatori di Caffaro, terminano precisamente a
quest'epoca. L'ultimo continuatore è Giacomo Doria, autore del
decimo libro.
[216] _Niceph. Gregoras l. VI, c. 11. — Chron. Januers. Jacobi a
Voragine t. IX, p. 56._
I Genovesi, protetti in questa circostanza da Andronico, strinsero
sempre più l'alleanza che da molti anni gli univa ai Greci; mentre i
Veneziani dichiararonsi apertamente nemici dell'impero. Ma la potenza di
questi soffrì un terribile crollo l'anno 1298 per la battaglia di
Corzola, o Corcira la nera, che terminò la guerra. L'ammiraglio genovese
Lamba Doria erasi avanzato fino a quest'isola, posta in fondo
dell'Adriatico, per incontrare Andrea Dandolo, il quale con una flotta
di novantacinque galere non ricusò la battaglia. Fu questa lunga e
sanguinosa; ma la vittoria si decise a favore dei Genovesi benchè
alquanto più deboli di forze, tostochè quindici navi, staccate
dall'ammiraglio Doria per avere il vento in poppa, attaccarono di fianco
la flotta veneziana tutta impegnata col rimanente della squadra nemica.
La disfatta fu così compiuta, che si salvarono appena dodici galere,
avendone i Genovesi abbruciate sessantasei e condotte diciotto a Genova
con sette mila prigionieri, tra i quali trovavasi l'ammiraglio Andrea
Dandolo[217]. Dopo così terribile battaglia, le due nazioni, quasi
egualmente snervate dalla vittoria e dalla sconfitta, acconsentirono a
fare la pace, che fu segnata l'anno 1299 colla mediazione di Matteo
Visconti, e restituiti i prigionieri da ambo le parti. Lo stesso anno fu
pure conchiusa la pace tra i Genovesi ed i Pisani in conseguenza della
quale avevano, dopo sedici anni di prigionia, ricuperata la libertà gli
sventurati superstiti della disfatta di Meloria.
[217] _Ubert. Folietæ Gen. Hist. t. VI. — Marino Sanuto Vite dei
Duchi di Venez. t. XXII. — Stor. Ven. di And. Navagero t. XXIII. —
And. Danduli Chron. t. XII, p. II._
Siccome la pace non aveva spente le animosità de' Genovesi e de'
Veneziani, doveva prevedersi che nella guerra di Oriente avrebbero
abbracciato opposti partiti; e così appunto accadde. Il 19 dicembre del
1306 i Veneziani convennero con Carlo di Valois di equipaggiare una
flotta che partirebbe da Brindisi in maggio del 1308, e porterebbe
un'armata capace di ricuperare l'impero di Costantinopoli; promettendo
inoltre di mantenere fino a quell'epoca dodici galere armate nei mari
della Grecia per proteggere i partigiani dell'impero latino[218].
Intanto i Genovesi si univano con più stretti vincoli al Paleologo; lo
avvisarono de' trattati che si andavano maneggiando dai Francesi e da
Federigo di Sicilia coi Catalani, e lo persuadevano a mettersi in istato
di difesa contro quella truppa mercenaria.
[218] Raccolta di documenti per la storia di Costantinopoli _p. 33_.
Per la morte di Caterina, sposa di Carlo di Valois, che gli dava un
diritto all'impero, e fors'anco per l'esaurimento del suo tesoro, così
vasti progetti di conquista andarono a vuoto. Ma sebbene il principe
francese rinunciasse alla spedizione, e mancasse di parola ai Veneziani,
non per ciò le due repubbliche lasciarono di prendere una parte assai
viva in questa contesa; i Genovesi come alleati dei Greci, ed i
Veneziani quali alleati de' Catalani, la di cui grossa compagnia di
ventura, divenuta sospetta all'imperatore ed esosa ai sudditi, trovavasi
con loro in aperta guerra. Ruggero de Fior venne assassinato dagli Alani
che seguivano il figlio dell'imperatore, e Berengario di Entença cadde
in mano de' Genovesi in un fatto d'armi presso Reggio di Calabria: onde
la grande compagnia, privata da' suoi due capi, si assoggettò ad altri
due da lei nominati; e formando una specie di regolare governo con un
consiglio di reggenza, s'intitolò _armata dei Franchi in Tracia ed in
Macedonia_[219]. Questa formidabile armata, collegatasi coi Turchi,
saccheggiò tutte le province dell'impero greco, e dopo una serie di
curiosi avvenimenti passò del 1311 nel ducato di Atene, che in allora
apparteneva a Gualtieri di Brienne; ed essendosi inimicata col duca, lo
sfidò a generale battaglia, nella quale fu ucciso con circa settecento
cavalieri francesi, i discendenti degli antichi conquistatori della
Grecia. Atene, Tebe e tutto il ducato, caddero in potere dei Catalani, i
quali fissarono il loro soggiorno in quella provincia[220], in tempo che
il figlio dell'ultimo duca francese, chiamato Gualtieri di Brienne come
il padre, passava in Italia, ove lo vedremo in appresso diventare
tiranno di Firenze; così per lo contrario, alquanto più tardi, un
Fiorentino prese possesso del ducato d'Atene.
[219] _L'hueste de los Francos que reynan en Tracia y Macedonia._
[220] _Stor. di Costant. del Ducange l. VI, c. 7, ed 8. — Nicephor.
Gregoras l. VII, c. 7. — Laonici Calcocondilae de rebus Turcicis l.
I, t. XVI, Biz. Ven. p. 8._
Mentre in Ispagna, in Francia e fino in Grecia, Clemente V dava sicure
prove della sua vile dipendenza da Filippo il bello, e della sua
parzialità, la condotta da lui costantemente tenuta rispetto alle città
toscane fu quella di pacificatore al tutto straniero alle fazioni guelfa
e ghibellina, e più portato a favorire i Bianchi che i Neri, pel solo
motivo che quelli erano esiliati e perseguitati. Per farli ripatriare
Clemente fece, benchè inutilmente, i più lodevoli sforzi. Non era egli
fino dalla fanciullezza stato nodrito ne' pregiudizj di quelle antiche
fazioni, nè ve lo attaccavano le sue parentele. Sebbene i reali di
Francia siano stati gli alleati dei Guelfi, Filippo, in tempo delle sue
contese con Bonifacio, erasi unito ai Colonna ed al cardinal di Prato,
che erano Ghibellini; e l'ultimo, cui Clemente V andava in particolar
modo debitore della sua elezione, aveva sotto il pontificato di
Benedetto XI avuta particolare cagione di essere scontento dei Neri che
governavano Firenze. È d'uopo ripigliare questa parte della storia
toscana, che abbiamo dovuto lasciare imperfetta per non rompere il filo
degli altri avvenimenti.
Abbiamo detto che Benedetto XI desiderava di riconciliare i Bianchi ed i
Neri, e che per tale motivo aveva mandato in Toscana il cardinale di
Prato. Entrò questi in Firenze il 10 maggio del 1303, e dopo avere
adunati tutti i cittadini nella piazza di san Giovanni, diede loro parte
della pacifica missione di cui era incaricato e dell'autorità che il
papa gli aveva data; poi chiese ai Fiorentini di rimettersi
confidentemente alla sua mediazione. Il popolo cominciava ad essere mal
soddisfatto del nuovo governo, e vedeva il pericolo dipendente da una
discordia che guastava tutta la repubblica ed aveva omai ruinata la metà
de' suoi cittadini; di modo che in un parlamento acconsenti di dare al
cardinale piena _balìa_ per riformare la repubblica; non accordandogli
soltanto i poteri necessarj per conchiudere parziali paci tra le
famiglie nemiche, ma in oltre il diritto di nominare il gonfaloniere, i
priori e tutti i magistrati fino al primo di maggio del 1304: la quale
balìa fu in seguito prorogata per un altro anno. Il cardinale approfittò
dell'affidatagli autorità per rappacificare, durante la sua dimora in
Firenze, molte delle più potenti famiglie: rese più forte l'influenza
del popolo sul governo, rinnovando i gonfalonieri delle compagnie; e di
consenso de' nuovi priori ammise in città i deputati dei Bianchi per
trattare col partito dominante. Trovavasi fra i primi Petracco
dell'Ancisa padre del poeta Petrarca[221].
[221] _Cron. di Dino Compagni l. III. — Gio. Villani, l. VIII. c.
68._
Ma la cacciata de' Bianchi da Firenze aveva accresciuto a dismisura il
credito dell'antica nobiltà guelfa, la quale vedeva di mal occhio i
tentativi del cardinale per abbassarla di nuovo. Cercò quindi con fina
avvedutezza d'indisporre contro di lui il popolo, e di preparare segreti
ostacoli alla pace generale ch'egli meditava. Questa fazione falsificò
una volta il suggello del cardinale, e spedì da sua parte ordine ai
Bianchi ed ai Ghibellini di Bologna di venire in suo soccorso.
L'avvicinamento di quest'armata eccitò l'indignazione del popolo in
maniera, che il cardinale protestò invano di non aver avuto parte a tale
chiamata ed invano ordinò ai Bolognesi di ritirarsi: la confidenza che
si era con tanta fatica acquistata presso il popolo, fu in un istante
perduta per sempre.
I capi dei Neri domandarono in appresso al cardinale di occuparsi della
pace di Pistoja prima di terminare quella di Firenze. La parte Bianca
dominante a Pistoja, dicevano essi, doveva accordare ai Neri le medesime
vantaggiose condizioni, che i Neri dominanti a Firenze sono disposti di
accordare ai Bianchi fuorusciti. Il cardinale, recandosi a Pistoja,
passò per Prato, che, sebbene fosse la patria de' suoi maggiori, egli
non aveva ancora veduta; ed il rispettoso e distinto accoglimento che
gli fece quel popolo, accrebbe la gelosia dei Neri. I Guazalotti, capi
di questo partito in Prato, ne fecero amara vendetta al suo ritorno da
Pistoja, ove nulla aveva potuto ottenere. Gli fecero chiudere in faccia
le porte della città e ne proscrissero i parenti ed i loro partigiani,
che dovettero salvarsi colla fuga. Il cardinale irritato scomunicò la
città di Prato ed accordò le indulgenze della crociata a coloro che
prenderebbero le armi contro la sua patria. Rientrato in Firenze, non
tardò ad accorgersi che l'accadutogli a Pistoja e Prato aveva distrutta
in modo la sua riputazione, che, in occasione di una sommossa, la
famiglia de' Quaratesi, vicina al palazzo da lui abitato, fece tirare
contro la sua persona. Allora il cardinale volgendosi al popolo che lo
circondava, gridò: «poichè voi volete essere in guerra e maledetti,
ricusando di ascoltare il messaggiere del vicario di Dio; poichè non
volete nè riposo nè pace, rimanetevi adunque colla maledizione di Dio e
della santa Chiesa.» Partì il giorno 4 giugno del 1304, lasciando la
città scomunicata, e Benedetto XI confermò a Perugia questa scomunica.
In Firenze tenne dietro alla partenza del cardinale una sedizione:
mentre coloro che l'avevano forzato a ritirarsi, battevansi contro
quelli che volevano la pace, un prete, chiamato ser Neri Abbati, appiccò
il fuoco alle case dei Bianchi in due diversi luoghi della città.
Questi, occupati trovandosi nella zuffa, non poterono fermare
l'incendio, il quale, stendendosi rapidamente verso il centro della
città, distrusse mille settecento case ne' quartieri occupati dai
magazzini dei mercanti, cagionando un'immensa perdita a molte delle più
ricche famiglie e specialmente ai Cavalcanti ed ai Gherardini, che
furono al tutto ruinati[222].
[222] _Gio. Villani l. VIII, c. 71. — Dino Compagni Cronica, l.
III._
In conseguenza della scomunica fulminata contro Firenze furono dal papa
citati a Perugia dodici capi di parte nera con cento cinquanta cavalieri
loro amici. Il cardinale di Prato scrisse allora ai Ghibellini ed ai
Bianchi di Pisa, d'Arezzo, di Bologna e di Pistoja, essere questo il
momento di sorprendere Firenze e di vendicarsi. Infatti i Bianchi si
adunarono e s'avanzarono segretamente; ma gli emigrati fiorentini erano
arrivati alla Lastra, due sole miglia sopra Firenze, coi Bolognesi, gli
Aretini, ed i Romagnoli il 21 luglio 1304, in cambio del 23, ch'era il
giorno destinato. Essi formavano un corpo di mille seicento cavalli e di
nove mila uomini d'infanteria. Il conte Fazio doveva raggiugnerli da
Pisa ed era già arrivato al castello di Marti con quattrocento cavalli;
doveva arrivare da Pistoja Tolosato degli Uberti con trecento cavalli e
molti pedoni, il quale prese la strada della montagna quand'ebbe avviso,
che i suoi alleati erano giunti innanzi tempo presso a Firenze.
Baschiera dei Tosinghi, giovane emigrato fiorentino, comandava il primo
corpo che arrivò alla Lastra. Molti messaggi ricevuti dai Bianchi di
Firenze lo incoraggiavano ad avanzarsi senza aspettare le truppe di Pisa
e di Pistoja, e ciò ch'era ancor peggio, senza aspettare la notte, che
avrebbe calmato quel calore soffocante che opprimeva gli uomini ed i
cavalli, ed inoltre avrebbe permesso agli amici di Firenze di recarsi al
loro campo. I Bianchi entrarono senza trovare resistenza per la porta di
san Gallo, che in allora non era che la porta di un sobborgo, ed
arrivarono fino alla piazza di san Marco, ove si posero in ordine di
battaglia colla spada alla mano, ma colla testa coronata d'ulivo e
gridando _pace! pace!_ Frattanto non essendo raggiunti dai Bianchi della
città, spedirono un piccolo corpo per sorprendere la porta degli Spadai,
ove provarono qualche resistenza. Di là la stessa divisione si avanzò
verso il duomo, e si vide attaccata per le strade da que' medesimi che
sarebbersi creduti pronti a secondare gli emigrati; sia perchè loro
sembrasse l'impresa imprudente e mal condotta, oppure, come racconta il
segretario fiorentino, perchè volevano bensì accordare la pace alle loro
preghiere, ma non alle armi[223]. In questo frattempo, appiccatosi il
fuoco ad alcune case vicine alla porta, i Bianchi ch'erano entrati in
città, temettero di rimanere divisi dal corpo principale, e ripiegarono
verso Baschiera sulla piazza di san Marco. I Bolognesi, rimasti alla
Lastra senza fare alcun movimento, avuto avviso della loro ritirata e
credendo rotta tutta l'armata ghibellina, ripresero subito la strada di
Bologna. Invano Tolosato degli Uberti, che gl'incontrò, venendo co' suoi
Pistojesi, tentò di ricondurli verso Firenze; essi vollero ad ogni modo
abbandonare l'impresa. Intanto Baschiera sulla piazza di san Marco, più
sostener non potendo l'eccessivo calore e la mancanza d'acqua, dovette
dare il segno della partenza. Inseguito nella sua ritirata dai
Fiorentini, perdette molta gente[224]: per tal modo la parte de' Bianchi
che aveva quasi in pugno la vittoria, fu per una continuata serie
d'errori compiutamente disfatta.
[223] _Machiavelli Stor. Fior. l. II._
[224] _Gio. Villani l. VIII, c. 72. — Dino Compagni Cronaca l. III.
— Istorie Pistolesi anonime t. XI._
Fu precisamente all'epoca di quest'attacco disgraziato, che morì
Benedetto XI. Mentre i cardinali erano chiusi in conclave per l'elezione
del suo successore, credettero i Neri di poter dare compimento alle loro
vendette senza timore di esserne impediti dall'arrivo di qualche nuovo
paciere. I due governi di Firenze e di Lucca stabilirono perciò di
occupare Pistoja, ov'eransi ritirati molti dei loro emigrati, ed ove
dominava Tolosato degli Uberti, l'erede di quella famiglia in ogni tempo
ghibellina, che aveva prodotto il magno Farinata. I Fiorentini
differirono l'impresa di Pistoja al mese di maggio del 1305, e
s'impegnarono a non abbandonarne le mura finchè la città non
s'arrendesse. Fecero domandare un generale a Carlo II re di Napoli, il
quale mandò loro Roberto di Calabria, suo figlio ed erede presuntivo,
con trecento cavalieri aragonesi o catalani, ed un ragguardevole corpo
di fanteria almogavara. Queste truppe spagnuole, non diverse da quelle
passate in Grecia con Ruggeri di Flor, erano state licenziate da
Federico di Sicilia, e prendevano soldo da tutte le potenze che
volessero approfittare de' loro servigi.
Il duca di Calabria partì da Firenze il 22 maggio del 1305 alla testa
delle milizie di quella repubblica, ed incontrò in vicinanza di Pistoja
le truppe lucchesi. Le due armate si divisero i lavori dell'assedio ed
alzarono ridotti di distanza in distanza mezzo miglio lontani dalle
mura: dopo di che il duca fece bandire che accordava tre giorni di tempo
per uscire di Pistoja a tutti coloro che non volessero essere
considerati come nemici della Chiesa e del re di Sicilia; ma che dopo
tale termine tutti coloro che rimarrebbero entro l'assediata città,
verrebbero trattati di ribelli, e permesso a chicchessia sarebbe di
ucciderli. Perchè i Pistojesi non avevano sufficiente provvisione di
vittovaglie, approfittarono della concessione del duca di Calabria per
far uscire dalla città molte bocche inutili[225].
[225] _Istorie Pistolesi anonime t. XI._
Pistoja è posta in un piano; era cinta di mura in allora assai forti e
di poco esteso giro, con larghe fosse piene di acqua che ne impedivano
gli approcci; le porte erano gagliardamente fortificate, e varj ridotti
sostenevano le mura, di modo che l'arte degli assedj, essendo di que'
tempi ancora troppo imperfetta, gli assedianti non potevano lusingarsi
di prendere la città per forza. Perciò i generali guelfi cercarono di
affamarla, e fecero scavare dall'uno all'altro ridotto larghe fosse che
guarnirono di palizzate; ondechè terminato questo lavoro più non fu
possibile di vittovagliare la città. I Pistojesi per interrompere i
lavori facevano frequenti sortite e combattevano valorosamente, ma erano
talmente inferiori di numero, che venivano sempre respinti con perdita.
Tali scaramuccie erano spesse volte seguite da atti crudelissimi, troppo
odiosi perchè se ne debba conservare la memoria. Un violento odio di
partito ed un infinito numero di vendette personali s'aggiungevano
all'animosità nazionale.
I Pisani mandavano bensì alcuni soccorsi di danaro, ma non si trovavano
abbastanza forti per rompere la loro tregua coi Fiorentini, ed avanzarsi
con un'armata capace di far levare l'assedio; ed i Bolognesi, poco
affezionati a Pistoja, non si davano pensiero di soccorrerla. Frattanto
Tolosato degli Uberti ed Agnello Guglielmini, rettori della città
assediata, incominciando a scarseggiare i viveri, fecero uscire di
Pistoja i poveri, i fanciulli, le vedove, e quasi tutte le donne di
bassa condizione. Orribile spettacolo per i cittadini era il veder
condurre alle porte le loro spose, darle in mano de' nemici, e chiudere
le porte dietro di loro. Quelle che non avevano tra gli assedianti
parenti, conoscenti o uomini generosi che prendessero le loro difese,
venivano esposte agli estremi insulti; quelle sopra tutto infelicissime
erano che cadevano in mano agli emigrati neri di Pistoja![226]
[226] _Cronaca di Dino Compagni, l. III._
(1306) Tosto che il cardinale di Prato giunse alla corte di Clemente V,
lo richiese d'interporre i suoi buoni ufficj in favore degli assediati
Pistojesi, tra i quali il cardinale aveva varj parenti; onde Clemente
mandò ordine al duca Roberto ed ai Fiorentini di ritirarsi dall'assedio
di Pistoja. Il duca ubbidì, ma i Fiorentini tennero fermo, e nominarono
loro capitano Cante de' Gabrielli d'Agobbio, uomo senza pietà, quello
stesso che aveva pronunciata sentenza di condanna contro Dante e contro
i Bianchi esiliati da Firenze.
I governatori di Pistoja non lasciavano trapelare il segreto intorno
allo stato delle vittovaglie, e continuavano a distribuire parchi, ma
sufficienti viveri, onde mantenere i soldati abbastanza vigorosi per
combattere. Avevano determinato, giunti che fossero alla fine delle loro
provvisioni, di annunciarlo al popolo, e di fare in allora una sortita
generale, nella quale o venderebbero ad altissimo prezzo le loro vite, o
fors'anco colla forza che dà la disperazione, otterrebbero di rompere i
nemici. Frattanto il papa, informato che i Fiorentini non avevano fatto
verun conto de' suoi ordini, mandò, dietro le preghiere dei Pistojesi,
il cardinale Napoleone degli Orsini in qualità di suo legato e di
pacificatore della Toscana.
I Fiorentini, avutone sentore, cercarono di prevenirne l'arrivo; e sopra
tutto volendo impedire che Bologna, dominata dai Bianchi, non si armasse
in favore di Pistoja, mandarono ambasciatori, sotto pretesto di lagnarsi
dell'assistenza che i Bolognesi davano ai loro nemici, ma in effetto per
cercare di sollevare contro i Ghibellini, che avevano in mano il
governo, il popolo che per antica abitudine era affezionato alla parte
guelfa. Il cinque febbrajo riuscirono ad eccitare una prima sedizione
che poi terminò con danno dei Guelfi; ma non perdettero coraggio. Si
fece supporre al popolo che la città si fosse alleata coi Ghibellini di
Lombardia, ed il popolo si riscaldò: il conte Tordino di Panico si pose
alla sua testa, e, dopo un combattimento intorno al palazzo, furono
esiliati tutti i Lambertazzi, atterrate le loro case, ed i Bianchi di
Firenze, rifugiatisi in Bologna, costretti a cercarsi un altro
asilo[227].
[227] _Istorie Pistolesi anonime t. XI. — Gio. Villani l. VIII, cap.
83. — Cronica miscella di Bologna t. XVIII. — Memor. Histor. Mathæi
de Griffonibus p. 134. — Ghirardacci Historia di Bologna l. XV._
Il cardinale degli Orsini o trovavasi in Bologna quando scoppiò la
rivoluzione, o vi giunse poco dopo, a stento si sottrasse agl'insulti
della plebe ch'erasi accorta della sua predilezione per i Ghibellini e
per i Bianchi, e dovette ritirarsi precipitosamente ad Imola. Ma il
cardinale, partendo, scomunicò Bologna, la privò della sua università, e
colla bolla che pubblicò, fece che tutti i professori e gli scolari
l'abbandonassero per recarsi a Padova[228].
[228] _Ghirardacci l. XV._
Nello stesso tempo i Fiorentini fecero entrare in Pistoja un monaco,
incaricato d'offrire onorevoli condizioni agli assediati. Prometteva che
la città rimarrebbe libera, che non sarebbero distrutte nè le mura nè le
case, che le persone ed i beni sarebbero protetti, e che i castelli del
territorio pistojese non ne sarebbero staccati. I Pistojesi non potevano
protrarre le negoziazioni; i viveri erano terminati, e l'indomani era il
giorno destinato per l'ultima sortita. Accettarono le offerte
condizioni, e Pistoja venne ceduta alle armi fiorentine e lucchesi il 10
aprile del 1306 dopo un assedio di dieci mesi e mezzo[229].
[229] _Dino Compagni Cronaca l. III. — Ist. Pistolesi anonime, p.
393._
Ma la convenuta capitolazione fu dai vincitori sfrontatamente violata,
perciocchè i Fiorentini ed i Lucchesi si divisero tra di loro il
territorio di Pistoja, e non lasciarono a questa città altro distretto
fuorchè un miglio di raggio intorno alle sue mura; si riservarono
l'elezione dei rettori, eleggendo alternativamente i due popoli, uno il
podestà, l'altro il capitano del popolo; fecero colmare le fosse,
demolire le mura, atterrare le torri dei Ghibellini, ed il tutto a spese
del comune di Pistoja; finalmente ridussero alla disperazione gli
sventurati Pistojesi, e fecero amaramente piangere sulla loro vittoria
quegli stessi emigrati che avevano avuta la follia d'invocare le armi
straniere per rientrare nella loro patria.
Vedendo il cardinale degli Orsini d'essere giunto troppo tardi per
soccorrere Pistoja, pensò di vendicarla. A tale oggetto adunò in Arezzo,
ov'erasi portato del 1307, mille settecento cavalli ed un ragguardevole
corpo d'infanteria; ma egli non seppe approfittarne, nè distruggere
l'armata fiorentina in un momento in cui, presa da timor panico, erasi
da se medesima posta in fuga; di modo che avendo a poco a poco perduto
il credito, fu costretto di abbandonare la Toscana. Lasciò nuovamente
Firenze sotto l'interdetto, e rinnovò contro questa città la scomunica
del cardinale di Prato; dopo di che tornò in Francia presso il papa, che
allora trovavasi in grandissimo bisogno dell'assistenza di tutti i
cardinali.
L'implacabile Filippo il bello perseguitava ancora la memoria di
Bonifacio ch'egli aveva fatto morire disperato: voleva che il papa, con
iscandalo gravissimo di tutta la cristianità, condannasse la memoria del
suo predecessore; voleva che il pontefice l'ajutasse in pari tempo a far
cadere tutte le sue vendette sopra un ordine di cavalieri religiosi,
che, soli del clero francese, avevano anteposta l'autorità della chiesa
a quella del re, ed avevano osato di rimanere dubbiosi se dovessero
prestarsi alle sue volontà. Questi cavalieri avevano inoltre inasprito
il monarca, manifestando il loro malcontento per le frequenti
alterazioni e falsificazioni delle monete che ruinavano il popolo.
Clemente V non poteva accordare al re di Francia la prima domanda, non
potendo condannare la memoria di Bonifacio per delitto d'eresia, nè far
diseppellire le sue ossa per abbruciarle senza esasperare tutta la
cristianità. Bonifacio erasi forse reso colpevole di molti delitti, ma
la sua dottrina era sempre stata conforme a quella della Chiesa,
facendone fede il sesto libro delle decretali da lui compilato. Inoltre
un tale giudizio contro il capo della religione, quand'anche fosse
giusto, era fatto per iscuotere la religione medesima: l'autorità di
Clemente, dopo la condanna del suo predecessore, sarebbesi trovata in
difetto nella sua sorgente medesima, perchè molti de' cardinali che lo
avevano eletto, erano creature di Bonifacio: se questi era eretico, la
loro nomina e l'elezione di Benedetto XI e di Clemente V erano nulle; e
Clemente che cessava d'essere papa, più non aveva il diritto di
condannare il suo predecessore. Tali furono le ragioni che il cardinale
di Prato produsse innanzi al re, quando questi instava caldamente perchè
il papa pronunciasse la sentenza, e che gli dichiarò ch'era la sesta
delle sue promesse, quella di cui erasi riservato il segreto fino
all'istante del suo compimento. Il cardinale, per accontentare Filippo,
offrì di rimettere questo giudizio ad un concilio generale, il qual solo
avea l'autorità di condannare il capo della chiesa[230].
[230] _Gio. Villani, l. VIII, c. 91._
Supponevasi che coloro che avevano ajutato Filippo nell'insulto fatto a
Bonifacio, fossero quelli che instavano per abolirne la memoria.
Clemente per appagarli, con una bolla delle calende di giugno del 1307,
accordava piena ed intera assoluzione al re, al suo regno, ai suoi
agenti, ed a tutti coloro che in qualunque modo potessero essere
compresi nelle censure ecclesiastiche. Quest'assoluzione fu accordata a
tutti senza condizione, tranne Guglielmo di Nogareto e Reginaldo Supino,
ai quali il papa impose per penitenza una spedizione in Terra
santa[231]. Nel susseguente anno pubblicò le lettere di convocazione del
concilio ecumenico, che doveva adunarsi in Vienna del Delfinato il primo
ottobre del 1310.
[231] _Bulla apud Rayn. 1307, § 10, et 11. t. XV. — Contin.
Guillelmi de Nangis in D. L. Acherii Spicilegio, t. XI._
La proscrizione dell'ordine de' Templari, altra domanda di Filippo,
pareva che non gli stasse meno a cuore che la condanna di Bonifacio; e
Clemente V per una vile e crudele politica sacrificò un ordine che tanto
onorava la cristianità, ed espose tanti illustri cavalieri ai più
orribili supplizj, per salvare, non la memoria d'un morto, ma la sua
propria autorità compromessa dalla procedura che gli si voleva
forzatamente far intentare.
L'ordine de' Templari era stato fondato verso il 1128 da nove cavalieri
francesi del numero di coloro che avevano accompagnato Goffredo
Buglione[232]. Sebbene aperto a tutta la cristianità, il numero de'
cavalieri francesi era maggiore di quello de' cavalieri di tutte le
altre nazioni complessivamente presi; quasi tutti i grandi maestri erano
stati francesi, ed in molte lingue erasi conservato ai cavalieri
il loro nome francese, _frères du temple_ φρεριοι τȣ τεμπλȣ[233],
_frieri del tempio_ senza tradurlo. Nel corso de' cento ottant'anni, che
l'ordine aveva esistito, era stato un modello di cristiane e
cavalleresche virtù; e nel formolario francese del ricevimento de'
cavalieri, venivano avvisati dell'immenso sagrifizio che stavano per
fare alla religione. «Voi non conoscete, gli si diceva, i rigorosi
precetti dell'ordine; ed è cosa dura che voi che siete indipendente, vi
facciate servo di altri. Rare volte vi accaderà di fare quello che voi
volete; imperciocchè quando desiderate di essere al di quà del mare,
sarete mandato al di là ec.» Dopo aver ricevuto dal candidato le
promesse di ubbidienza, di castità, di fedeltà; dopo avere avuto sul di
lui conto le più circostanziate informazioni, quello che presiedeva al
capitolo doveva finalmente riceverlo e dirgli: «Noi vi ponghiamo a parte
di tutti i beneficj della casa, vi promettiamo pane e legna, la povera
vittovaglia della casa, e pene e fatiche assai[234].» Di fatti
specialmente a quest'epoca l'ordine trovavasi in assai basso stato;
imperciocchè cacciato dai Turchi da quella Terra santa che aveva
valorosamente difesa il suo grande maestro, il venerabile Giacomo di
Molay, erasi ritirato in Cipro col fiore de' Templari, ed in quell'isola
stava preparando cogli ospitalieri di san Giovanni la conquista
dell'isola di Rodi, che poi gli ospitalieri eseguirono soli.
[232] _Vita Honorii II ex MS. Bernar. Guidonis t. III, Rer. It. p.
422._
[233] _Pachymeris Hist. Andron, l. V, c. 12, t. XIII._
[234] Veggansi i documenti giustificativi annessi alla tragedia de'
Templari.
Tali erano gli uomini che improvvisamente la mattina del 13 ottobre 1307
furono imprigionati in ogni angolo della Francia[235]; mentre che
Giacomo di Molay, chiamato d'Oriente dal re, era venuto con piena
confidenza a porsi in mano de' suoi carnefici. Sopra la deposizione di
due malvagi, del priore di Montfaucon condannato per le sue dissolutezze
a perpetuo carcere, e di Noffo Dei fiorentino, appiccato in appresso per
altri delitti, furono accusati delle più ignominiose ad un tempo e più
assurde scelleratezze[236]. Si pretendeva che rinnegassero la religione
per la quale combattevano, che autorizzassero la più scandalosa e
stomachevole dissolutezza; furono citati alcuni fatti che la storia non
può più ricordare, ma che sono smentiti da se medesimi, e tutti questi
generosi cavalieri vennero esposti ad orribili torture; loro si
prometteva intero perdono ed anche quello dell'ordine, se confessavano
le imputazioni che gli si facevano e moltiplicavansi i tormenti fino a
cagionar loro la morte se si ostinavano a negarle. Molti cavalieri,
vinti dal dolore, confessarono tutto quanto venne loro richiesto; ma
quando vollero ritrattarsi, dopo essere usciti di sotto al carnefice,
furono dichiarati eretici, recidivi e condannati al fuoco. Coloro, che
alla tortura non avevano confessati i pretesi delitti dell'ordine,
furono egualmente ritenuti colpevoli: erano preventivamente avvisati che
l'ultimo supplicio sarebbe il castigo della loro ostinazione; e questo
supplicio era terribile. Ascoltiamo Giovanni Villani, autore
contemporaneo, che parla con orrore di tutta questa procedura. «In un
grande parco chiuso di legname fece legare, ciascuno a un palo,
cinquantasei de' detti Tempieri, e fece metter fuoco a piede, ed a poco
a poco l'uno innanzi l'altro ardere, ammonendoli che quale di loro
volesse riconoscere l'errore, il peccato suo, potesse scampare; e in
questo tormento, confortati dai loro parenti e amici, che riconoscessero
e non si lasciassero così vilmente morire e guastare, niuno di loro il
volle confessare; ma con pianti e grida si scusavano, com'erano
innocenti di ciò e fedeli cristiani, chiamando Cristo e santa Maria e
gli altri santi, e col detto martorio tutti ardendo e consumando,
finirono la vita[237].»
[235] _Contin. Guill. de Nangis apud Acheri Spicileg._
[236] _Gio. Villani l. VIII, c. 92._
[237] _Gio. Villani l. VIII, c. 92._
Un poeta francese offre adesso in qualche modo un sagrificio espiatorio
alla memoria degli sventurati Templari, facendo spargere a' suoi
compatriotti lagrime sui patimenti di que' cavalieri, sui delitti del
re, del pontefice, de' loro giudici, de' loro persecutori. Aggiugnendo
al merito poetico una rara erudizione, illustrò sommamente gli eroi che
chiamò sulla scena. Ma gli stessi contemporanei de' Templari non
lasciarono di attestarne l'innocenza: uno de' santi che venera la
Chiesa, dichiarò calunniose tutte le accuse fatte a' Templari, le quali
non furono inventate, egli dice, che dall'avarizia per ispogliare que'
cavalieri de' moltissimi beni che possedevano[238]. Osserva l'annalista
ecclesiastico, che quest'asserzione rendesi probabile quando si osserva
che i consiglieri di Filippo erano scellerati impostori e calunniatori.
Questo re, egli dice, che aveva invasi i beni delle chiese, che aveva
oppressi i suoi popoli, che aveva adulterate le monete, spogliati tutti
i Giudei del regno, e cercati altri vergognosi profitti che ancora più
vergognosamente dissipava, ben potè essere tentato dalle ricchezze del
tempio, di cui s'impadronì, dopo avere dichiarato colle sue lettere
patenti che le avrebbe rispettate. Guglielmo Ventura, lo storico d'Asti,
asserisce pure che questa persecuzione non fu eccitata che dall'invidia
e dalla cupidigia di Filippo, il quale odiava i Templari, perchè questi
religiosi avevano osato dichiararsi per Bonifacio nella lite tra il
pontefice ed il monarca[239]. Molti altri antichi scrittori che si
limitano a riferire con sorpresa così strane accuse, non sonosi astenuti
dal giudicarle, che per rispetto al giudizio già emesso dalla chiesa nel
concilio di Vienna, che del 1311 condannò l'ordine.
[238] _Sanctus Antoninus Arch. Florent. p. III, tit. 21, n.º 1. c.
1. Apud Raynald. ad an. 1307, § 12._
[239] _Chron. Astense Guillelmi Venturae t. XI._
Il concilio di Vienna abolì l'istituzione de' Templari in tutta la
cristianità, dichiarando i loro beni devoluti all'ordine degli
Ospitalieri. Questi beni, che in Francia ed in Italia erano già stati
confiscati, furono comperati a caro prezzo dai cavalieri di san
Giovanni, che si ruinarono con tale acquisto. Nelle Spagne furono
aggiudicati agli ordini militari del paese; in Portogallo servirono a
dotare il nuovo ordine di Cristo, formato dai Templari portoghesi, veri
rappresentanti di quest'ordine illustre. Ma prima di passare questi beni
in mano agli ordini religiosi, i sovrani vollero approfittarne, imitando
tutti l'avidità del re francese e spogliandone i Templari, sebbene non
insevissero come Filippo contro i cavalieri. A tale epoca l'ordine
contava circa quindici mila cavalieri, che tutt'ad un tratto vennero
tolti alla difesa di Cristianità[240]. Il grande maestro Giacomo di
Molay fu dopo tutti gli altri e dopo la sentenza del concilio mandato al
supplicio col fratello del Delfino del Viennese. Molay, sedotto dalle
promesse, o cedendo all'orrore della tortura, pare che confessasse
alcune delle imputazioni fatte all'ordine: ma quando fu sotto gli occhi
del pubblico, si affrettò di ritrattare la confessione che gli era stata
estorta coi tormenti, dichiarandosi meritevole della morte per avere
ceduto alle istanze ed alle minacce del re[241]. Quasi tutti gli storici
raccontano che nell'istante del supplizio, egli, o alcuno de' suoi
cavalieri, citò al tribunale di Dio il papa ed il re, intimando loro di
comparire entro un anno ed un giorno, per rendere ragione della loro
tirannia, giacchè non eravi in terra altro tribunale che potesse
giudicarli. Ambedue morirono di fatti entro l'indicato termine. Il
signor Raynovard approfittò di questa tradizione:
«Ma in ciel si trova un tribunale augusto
Che invano mai non implorò l'oppresso
Mortale: a questo io ti domando, o papa.
Ancor quaranta giorni! e già ti vedo
Tremante comparir. Alle parole
Tutti fremevan di Molay: ma quale
Sorpresa, quanto orror, qual turbamento
Ogni cuore occupò, quando soggiunse:
O Filippo, o mio re, o mio signore!
Invano io ti perdono, ancor di vita
Poco ti resta, al tribunal di Dio
Pria che l'anno si compia, o re, ti aspetto.»
[240] _Ferreti Vicent. l. III, t. IX._
[241] _Gio. Villani l. VIII, c. 92._