CAPITOLO XXV.

_Considerazioni intorno al tredicesimo secolo._

Abbiamo terminata la storia del tredicesimo secolo; d'un secolo nel

quale i popoli successivamente e vanamente facendo sperienza di varie

costituzioni popolari, soggiacquero a tutte le calamità che sogliono

accompagnare una disordinata libertà; di un secolo per altro che preparò

la più grande rivoluzione dello spirito umano, e diede la poesia e le

arti alle moderne nazioni[127]. Niun'epoca merita forse di essere più

attentamente esaminata dal filosofo; niuna contiene in sè il germe

d'idee più vaste, di più importanti avvenimenti.

[127] La poesia a le arti, sebbene risorgessero in Italia nel XIII

secolo, non progredirono però di pari passo. La prima ebbe

perfezionamento da Dante, da Petrarca, da Boccaccio; le altre quasi

due secoli dopo da Michelangelo, da Tiziano, da Raffaello. _N. d.

T._

Tra le cose che sotto il rapporto politico formano in questo secolo il

principale carattere dello spirito delle città libere sono l'odio del

popolo contro la nobiltà ed i tentativi de' legislatori popolari per

trovare una guarentia dell'ordine sociale, ora nella proprietà e

talvolta contro la stessa proprietà. La quistione della proprietà come

limitante, o come la sola che dia i diritti politici ai cittadini degli

stati liberi fu nuovamente discussa anche nella presente età; ma coloro

che la esaminarono, non conoscevano gli sperimenti fatti dai nostri

maggiori in un secolo veramente libero, e con que' mezzi di buon

successo che la provvidenza non accordò a tutti i tempi. Crediamo di non

iscostarci dal nostro argomento, prendendo qui ad esaminare in un modo

più esteso i saggi di costituzione che si fecero in Italia, sotto i loro

rapporti colla proprietà, e cercando di riconoscere nell'attenta

considerazione di questi rapporti i veri principj dell'ordine sociale.

Ma prima di tutto conviene rimuovere una distinzione, o a dir meglio una

disputa di parole, intorno alla quale si è molto insistito per

uniformarsi alle idee popolari d'ogni secolo, benchè le cose e le idee

rappresentate da questi diversi vocaboli fossero precisamente le

medesime. Nell'età di mezzo si parlava dei diritti esclusivi dei nobili;

oggi di quelli dei proprietarj delle terre: con questi due vocaboli,

talvolta in opposizione l'uno coll'altro, s'intese però sempre la stessa

classe di persone. Di questa classe si formò sempre un'idea composta; e

l'autorità ed il credito che si volle confidarle furono sempre il

risultamento di due diverse attribuzioni ch'ella riunisce. L'idea d'una

fortuna, che non può venir meno, affatto inseparabile dalla sorte della

patria, si unì alla speranza della perpetuità ed all'idea d'una più

accurata educazione, di sentimenti più elevati, d'uno spirito di

famiglia, di uno spirito di corpo attaccato all'onore di lontane

memorie.

Il legislatore de' secoli di mezzo non aveva considerata la nobiltà come

separata dalle sue proprietà territoriali; non aveva supposto che fosse

una prerogativa soltanto inerente al sangue, che non si potesse

acquistare col merito, o ancora più semplicemente colla mutazione della

ricchezza mobiliare nell'immobiliare. La storia delle repubbliche

d'Italia ci presenta in ogni generazione famiglie commercianti che,

fatte proprietarie, si risguardarono come divenute nobili. I Cerchi di

cui abbiamo poc'anzi parlato, gli Albizzi, gli Alberti ed i Medici, che

ben tosto vedremo sorgere in Firenze, e gli Adorni ed i Fregosi in

Genova sono notissimi esempi. Ma si aveva una certa quale vergogna ad

attribuire tanto merito alla ricchezza, che sola potesse collocare un

uomo nel primo rango della società; nè si voleva accordare la nobiltà

come prezzo di quella gara, che è tra gli uomini grandissima, delle

ricchezze; nè stabilire il principio che i beni, in qualunque modo

acquistati da un plebeo, gli dessero un giusto titolo per essere

rispettato ed ubbidito dai suoi eguali.

Anche nell'età nostra quegli economisti, che ne' nuovi loro sistemi

vollero ammettere il principio che la patria appartiene ai soli

proprietarj delle terre, e che sono essi soli i cittadini, non hanno

però supposto che la proprietà desse una sufficiente base all'ordine

sociale in qualunque modo si acquistasse; cosicchè coloro, che

coll'assassinio si rendessero padroni di un governo, possano,

dividendosi le terre dei viventi, acquistar subito i sentimenti

patriotici e gl'interessi sempre conformi a quelli dello stato, come li

suppongono alla classe de' proprietarj. Perciò gli economisti richiedono

una lunga trasmissione, onde l'antico rispetto pel diritto di proprietà

guarentisca il futuro rispetto per lo stesso diritto e per tutti gli

altri. Domandano essi lontane ricordanze e lontane speranze, affezioni

locali, fierezza nata dall'indipendenza, quella benevolenza che mantiene

una professione immune dalle gelosie, la confidenza che eccita una

fortuna non sottoposta agli accidenti nè al capriccio degli uomini, il

lustro ereditario delle virtù degli antenati, finalmente la nobiltà: che

se essi non proferiscono questo vocabolo, è solamente per un vano

rispetto pei pregiudizj del secolo; ed è ancora talvolta perchè si

escludono essi medesimi dalla nobiltà, ponendosi per altro tra i

proprietarj territoriali; e perchè tutto accordando alla classe cui

danno esclusivamente i diritti di cittadinanza, vogliono ad ogni modo

registrare sè medesimi in questa classe.

Effettivamente molte virtù sembrano ereditarie nella classe dei nobili o

proprietarj delle terre; e se una nazione dovesse governarsi da un solo

ordine dello stato, niun altro, senza dubbio, potrebbe scegliersi a

preferenza di quello. Ma fortunatamente le nazioni non sono ridotte alla

vergognosa necessità di crearsi dei padroni; esiste una legge, una legge

universale, senza eccezione, che condanna le nazioni alla servitù

qualunque volta esse avranno attribuite ad una classe, ad un uomo, o

ancora ad una sola assemblea, quand'anche dovesse formarsi di tutti gli

uomini della nazione, la totalità del sovrano potere; qualunque volta

non sarannosi conservati indipendenti dal governo il diritto ed i mezzi

di resistenza, che guarentiscano gl'individui dalle usurpazioni del

potere sovrano, impediscano che la libertà civile sia violata dai

governanti, e mostrino che i cittadini non rinunciarono a tutti i loro

diritti individuali per rifonderli nello stato di cui sono membri. Nè vi

è, nè può esservi governo libero senza essere misto, cioè quello nel

quale una sola parte della nazione non possa appropriarsi tutti i poteri

ed essere rivestita della sovranità, nè un'altra parte essere oppressa e

spogliata di ogni diritto politico e di ogni partecipazione al supremo

potere: non può esservi altro governo libero se non quello in cui

l'equilibrio, mantenendo la libertà, non lasci sussistere nello stato

una tale potenza, che possa impunemente violare il contratto sociale;

che quello finalmente nel quale sta la potenza sovrana; ma che non sia

sovrano, se non è la stessa nazione, poichè la sola nazione riunisce

tutti i diritti che costituiscono la sovranità.

Non è perciò a credersi che tutti gli uomini debbano o possano avere

ugual parte alla sovranità; che per lo contrario l'influenza loro sul

governo dev'essere proporzionata all'affetto ch'essi sentono; e le

inferiori classi del popolo, che non hanno che un'imperfetta o niuna

idea del governo, non hanno nè meno il più delle volte attaccamento al

medesimo. Non conviene nè pure interrogarli intorno a ciò che non ha

potuto essere oggetto de' loro pensieri; il loro suffragio di comando o

d'imitazione non esprime che il voto degl'intriganti che le dirigono. Ma

queste medesime classi arrivano a sentire quando sono oppresse, sacra è

la loro voce quando l'entusiasmo della virtù le spinge a rendere uno

spontaneo omaggio agli uomini più eroici della nazione: se loro vengono

interdette le lagnanze, se sono sprezzate le loro scelte, la tirannide

pesa sopra di loro, e la nazione ha cessato d'essere libera.

I talenti, le ricchezze, i natali, sono cagione di un'infinita

disuguaglianza tra gli uomini; e coloro che riuniscono questi vantaggi,

sono più capaci che gli altri di governare i loro compatriotti. Alla

maggiore attitudine pel governo vi hanno fors'anche maggiore diritto

degli altri. I talenti li rendono più capaci di fare il ben pubblico, e

la ricchezza lega il loro interesse alla pubblica prosperità, come i

natali all'onore nazionale. La società deve perciò approfittare della

loro distinzione, e non confonderli nella folla dei cittadini inetti al

governo; ma in pari tempo deve avere cura di non affidar loro tutti i

suoi diritti. La società, abbandonata come una proprietà ai dotti, corre

pericolo d'essere sagrificata a vane teorie, perciocchè i filosofi

potrebbero con crudeli esperimenti far prova su di lei delle pericolose

loro astrazioni. Abbandonata ai ricchi, sarebbe come un podere messo a

profitto dal loro duro egoismo; la ferrea mano della necessità

s'aggraverebbe sopra i poveri; e la prosperità, che altro non è se non

che una concessione dell'ordine sociale, un privilegio accordato a pochi

pel vantaggio di tutti, sarebbe resa più sacra che la sanità e la vita

degli uomini. La società, assoggettata alla nobiltà, vedrebbe le sue

classi inferiori avvilite dai nobili che si risguarderebbero quasi d'una

natura diversa dai vili plebei, perciò conculcati ed oppressi. In vano

questi riclamerebbero la protezione delle leggi, tutte rivolte a

favorire la casta privilegiata, cui apparterebbero esclusivamente la

gloria e gli onori. Il segreto della legislazione consiste nello

stabilire la guarentia nazionale della libertà, conservando ad ogni

classe, ad ogni ordine, ad ogni individuo i suoi diritti, i suoi

privilegi, la sua influenza sopra la società in proporzione

dell'interesse che può prendervi. Ma il principio sacro, il principio

conservatore di ogni governo libero consiste in ciò, che la sovranità

non appartenga nè alle classi, nè agli ordini, nè ai consigli, nè agli

individui, che la sovranità appartenga non ad una parte, ma all'intera

nazione; che in niuna parte trovisi colui che potrebbe volere, in nome

di tutti, tutto quanto ogni individuo potrebbe volere individualmente,

imporre a tutti i sagrificj che ogni individuo potrebbe acconsentire

d'imporsi.

Per altro, dicono gli economisti, la nazione è composta soltanto di

proprietarj di terre; e come potrebbesi supporre una lega tra questi per

escludere da un paese tutti i non proprietarj, così deve ammettersi che

rimangono in arbitrio de' proprietarj le condizioni sotto le quali

accordano agli altri la facoltà di abitare nel loro terreno[128]. Strano

raziocinio, dal quale potrebbesi pure dedurre la perfetta schiavitù di

tutti coloro che non sono proprietarj; perchè non è più difficile il

supporre un accordo di tutti i proprietarj dell'universo, come di tutti

quelli di una nazione. E quale sarebbe adunque la misura delle

umiliazioni, cui sarebbero costretti di soggiacere gli uomini scacciati

in ogni luogo? _A meno che non violassero le leggi_, dice il già citato

economista. E chi può dubitarne, che dovrebbero violare le leggi, quando

le leggi altro non fossero che il risultamento della volontà di una

classe usurpatrice, che avrebbe spogliata la nazione della sua eredità,

quando la proprietà che non ha che la garanzia del contratto sociale,

sarebbe considerata come principio del diritto di distruggere tutte le

guaranzie che il contratto sociale ha riservate per tutti i cittadini.

[128] Trovasi tale opinione in _Garnier. Note 32. de sa traduction

d'Adam Smith_. E questo celebre economista deve qui risguardarsi

come l'organo della sua setta. Ho di già confutato questo

ragionamento della mia opera _Richesse commerciale l. I, c. 3, p.

60_.

Sappiano adunque gli economisti, che il loro sistema venne compiutamente

adottato, e che, per lo spazio di molti secoli, la sovranità tutta

intera fu abbandonata ai soli proprietarj del suolo; giacchè tutto il

terreno d'Europa era stato diviso tra i nobili, i quali altro non erano

che soldati, e che in tutto l'Occidente più non rimaneva una sola

particella di terra, che non fosse proprietà di qualche gentiluomo.

Questi proprietarj prescrissero a coloro che volevano abitare sul loro

suolo, una sola condizione, la servitù: e perchè non rimanesse veruno

asilo aperto a coloro che non volevano soggiacere a tale condizione, i

proprietarj convennero di rinviarsi vicendevolmente i fuggitivi[129]. Ma

grazie alla provvidenza ed allo spirito di libertà, che si alimenta e si

solleva per le riunioni degli uomini, questa legge fu violata. Dovunque

sopra la proprietà d'un nobile, le prossime abitazioni de' mercanti e

degli artigiani formarono una città, i borghesi di questa città, colle

armi alla mano, costrinsero il nobile proprietario a rinunciare alle sue

tiranniche pretensioni, ed a riconoscere egli medesimo i limiti del

diritto di proprietà. In tal modo dal decimo fino al dodicesimo secolo,

gli uomini privi di proprietà territoriale riconquistarono la libertà

per le future generazioni.

[129] La terza legge di Rotari, re dei Lombardi, stabilisce la pena

di morte contro colui che tenta di abbandonare la sua provincia.

_Leges Logomb. t. I, p. II, Rer. It. p. 17._ I guardiani dei porti o

battelli sui fiumi erano rigorosamente castigati, anche con pena

capitale, se favorivano i fuggitivi. _Rhotaris Leges 270 e seg. p.

38._

La lite tra i nobili proprietarj delle campagne ed i borghesi stabiliti

nelle città aveva omai cambiata natura ed oggetto nel tredicesimo

secolo. I primi riconoscevano la libertà civile dei secondi, e

protestavano di rispettarla; ma chiedevano, per un riguardo dovuto alla

loro nascita, e per il decoro delle repubbliche alle quali erano essi

incorporati, di essere esclusivamente incaricati dell'amministrazione

dello stato. Eglino soli, dicevano, potevan nutrire o affamare le città,

di cui erano parte, eglino soli erano radicati al suolo, e non potevano

separare il loro particolare interesse da quello della patria, mentre

avevano veduto sorgere nelle città certe fortune mobili che potevano

prosperare in mezzo alle calamità pubbliche, ed essere dai commercianti

facilmente sottratte a tutte le rivoluzioni. Questi nuovi ricchi,

soggiugnevano, si sottraggono facilmente alle leggi, e non guarentiscono

la società del loro attaccamento e della loro ubbidienza: stranieri alla

propria città, saranno assai più che ai naturali loro magistrati,

subordinati al soldano che regna in Antiochia e conquista san Giovanni

d'Acri, all'imperatore di Costantinopoli o al re di Francia, ove tengono

i loro banchi e le ricchezze.

Dall'altra banda i mercanti, che per un generoso attaccamento alla

patria, sostenevano quasi soli le gravezze dello stato sopra quelle loro

sostanze che i finanzieri della repubblica non avrebbero potuto ferire,

si sdegnarono a ragione vedendo che si tentava di escluderli da quella

sovranità ch'essi avevano conquistata e di cui erano tuttavia il

principale sostegno. E siccome non è mai vero che una qualunque classe

abbia sola un interesse sempre conforme a quello dello stato, potevano

vittoriosamente rispondere alle allegazioni de' gentiluomini. Questi

pretendevano di alimentare il popolo, perchè tutto il grano

raccoglievasi nelle loro terre; i mercanti perchè somministravano al

popolo tutto il danaro per comperarlo. Avevano ancora fatto assai più;

avevano dato ai gentiluomini i mezzi per coltivare le terre: ed i frutti

della campagna non sono meno dovuti al terreno che li porta, che al

capitale mobiliare che li fa nascere. È vero che i negozianti non danno

garanzia allo stato, anzi ne esigono una essi dallo stato, _la libertà_.

Fedeli alla patria finchè si manteneva libera, e ne avevano date

luminose prove in tempo delle sue calamità, non erano uomini che un

tiranno potesse cogliere ed incatenare. In mezzo al libero mare, o

viaggiatori in mezzo a nazioni schiave, maturavano nell'esilio i giorni

della vendetta e della libertà; mentre i nobili, venduti ora

agl'imperatori ora ai condottieri, oppure ai piccoli tiranni che avevano

eretto un principato in mezzo ai loro eguali, avevano pur troppo provato

ch'essi lasciavansi incatenare dalle loro proprietà territoriali, e che

tali proprietà non erano già una guarenzia del loro amore per la patria,

ma della loro obbedienza in tempo di pace al padrone, qualunque egli si

fosse, e della viltà loro in tempo di guerra in faccia a qualsiasi

nemico purchè potesse occupare o guastare le loro campagne. Finchè i

nobili veneziani, dedicati interamente alla mercatura, non possedettero

poderi al di là delle loro lagune, sprezzarono gli sforzi de' barbari e

dell'intera Europa alleata contro di loro: ma quando investirono una

porzione delle loro fuggitive fortune nell'acquisto di fondi in terra

ferma, s'attaccarono essi medesimi al collo quella catena colla quale

ogni potente nemico poteva legarli. «Quale fu, cittadini, la politica

de' nostri antenati?» diceva il conte Ugolino ai Pisani, quando voleva

persuaderli a fare la pace coi Guelfi. «Essi conquistarono la Sardegna e

la Corsica; desiderarono ricchezze e signorie oltre mare; ma vollero

mantenersi amiche le vicine città. Non contesero ai Fiorentini il loro

vasto e ricco territorio: ed infatti qual giovamento possiamo sperare

dalla presente guerra con Firenze? ad inimicarci i nostri sudditi di

Buti e di Calcinaja, perchè le loro proprietà vengono guastate; ad

esporci a dolorose umiliazioni per beni che non costituiscono la nostra

vera ricchezza[130].»

[130] _Cron. di B. Marangoni. Suppl. Ser. Etr. t. I, p. 570._

Per altro non erano proprietarj i soli nobili: eranvi due altre classi

d'uomini che avevano delle terre, cioè i mercanti possessori di case in

città e di ville in campagna, ed i contadini che le repubbliche avevano

liberati dalla schiavitù. Ma i primi, la di cui proprietà mobiliare era

spesso le trenta e le cinquanta volte maggiore de' beni stabili, non

avevano peranco adottati i sentimenti che inspiravano ai gentiluomini

una proprietà composta di soli terreni; e sebbene il trionfo d'un

partito fosse quasi sempre accompagnato dalla demolizione delle case e

dal sequestro de' fondi della contraria fazione, conservavano non

pertanto anche in mezzo alle rivoluzioni l'indipendenza del loro

carattere. Dall'altro canto i contadini non si prendevano pensiere de'

pubblici affari ed ubbidivano senza deliberare a chi voleva loro

comandare. Agli uomini della più bassa classe non possono essere

ispirate idee superiori alla circoscritta periferia degl'interessi

domestici, nè si può far loro sentire l'esistenza d'una nazione cui

devono le loro cure, che coll'abitudine delle adunanze e della vita

cittadinesca.

Finchè i mercanti delle repubbliche italiane non domandarono di

partecipare alla sovranità, che proporzionatamente all'interesse che

prendevano alla prosperità della loro patria, la loro domanda era giusta

e consentanea ai diritti d'un popolo libero. Ma l'irritamento di una

lunga lite, l'ambizione accresciuta dai prosperi avvenimenti e dai

disordini degli avversarj, spinsero questi nuovi capi di popolo al di là

d'ogni confine; talchè negli ultimi vent'anni del tredicesimo secolo,

non contenti di dividere le prerogative della nobiltà, s'arrogarono

esclusivamente il governo delle repubbliche, che incominciarono allora a

risguardarsi come potenze mercantili. Niuno poteva appartenere in

Firenze al consiglio dei priori, senza esercitare personalmente la

mercatura o un mestiere[131]. Lo statuto, che istituisce i nove signori

e difensori del comune di Siena, vuole che sieno mercanti e della classe

mezzana[132]; e gli anziani di Pistoja dovevano essere mercanti o

borghesi, esclusi a perpetuità gli antichi nobili e coloro che lo stato,

in pena de' loro delitti, descriverebbe nel registro de' nobili[133].

Ne' due ultimi capitoli, rendendo conto de' motivi che provocarono tali

leggi, abbiamo descritte le rivoluzioni che le precedettero. Nè le città

toscane furono le sole che di que' tempi escludessero la nobiltà da ogni

incumbenza governativa. I Modenesi avevano un registro intitolato _libro

dei nobili_, nel quale trovavansi iscritti tutti i gentiluomini con

alcuni borghesi associati coi nobili dai tribunali, siccome colpevoli

de' medesimi disordini, e quindi egualmente esclusi dalle pubbliche

cariche[134]; e la stessa legislazione si stabilì poco dopo in Bologna,

Padova, Brescia, Pisa, Genova ed in tutte le città libere.

[131] _Ordinat. Justitiæ, Rub. 32 e 90._

[132] _Malavolti Storia di Siena p. II, l. III, p. 50._

[133] _Jacopo Maria Fioravanti c. 16, p. 239._

[134] _Ant. Ital. Med. Ævi t. IV, Diss. LII, p. 673._

L'assoluta esclusione de' possidenti da ogni amministrazione fu cagione

di gravissimi disordini, non per altro di quelli preveduti dai moderni

economisti in simili casi. Il governo fu per molti rispetti

parzialissimo ed ingiusto, come lo sarà sempre in mano di una sola

classe qualunque; ma non sagrificò le campagne all'industria cittadina,

che anzi favoreggiò e protesse l'agricoltura. Ho parlato in altra mia

opera de' residui tuttavia esistenti della somma prosperità delle

campagne toscane sotto il governo delle antiche repubbliche, e

dell'estrema diversità che si ravvisa tra i feudi arricchiti dalla loro

unione a qualche repubblica, e quelli che rimasero miserabili sotto il

perpetuo dominio degli antichi loro signori[135]. Il governo de'

mercanti non si occupò esclusivamente del traffico; che anzi si condusse

con maggiore liberalità de' sovrani che loro succedettero. Siccome i

negozianti impiegavano la maggior parte delle loro sostanze ne' paesi

stranieri, ove non potendo sperare privilegi, limitavansi a domandare la

libertà, e perciò erano i primi a darne l'esempio nel proprio stato. Le

loro leggi non crearono il monopolio, ed è cosa maravigliosa come

essendo tutti mercanti ed i magistrati e gli storici così parcamente

abbiano parlato del commercio.

[135] _Quadro dell'Agricoltura toscana p. III, § 1, p. 226 ec._

Ma l'aristocrazia de' mercanti, un'aristocrazia plebea, si rese bentosto

esosa a tutte le altre classi della nazione. Ben possono risguardarsi

come ingiusti i privilegi dei natali; ma ancora più ingiusti sono i

privilegi contro la nascita. I nobili non sapevano soggiacere ad una

esclusione che loro doveva parer tirannica; ed i cittadini di un ordine

inferiore ai borghesi vedevano di mal occhio avviliti coloro ch'erano

abituati a risguardare come i più distinti dello stato. Siccome

frequentemente la ricchezza è il premio della viltà o del vizio, così

non suole, scompagnata dal merito personale o dalla nascita, ispirare

confidenza e rispetto. I ricchi borghesi tentarono di distinguersi col

nuovo titolo di _popolani grassi_, onde separarsi dagli inferiori

cittadini cui diedero il nome di _plebei_; ma questa loro opulenza non

gli ottenne quella considerazione cui aspiravano: e la nuova nobiltà fu

bentosto odiata dall'antica, derisa dal popolo, invidiata da tutti.

Attaccata caldamente dagli ordini superiori ed inferiori si difese con

modi affatto arbitrarj: «La stessa cagione, dice il segretario

fiorentino, che tenne disunita Roma, questa, se egli è lecito le piccole

cose alle grandi agguagliare, ha tenuto divisa Firenze; avvegnachè

nell'una e nell'altra città diversi effetti partorissero. Perchè le

inimicizie che furono nel principio in Roma fra il popolo e i nobili

disputando, quelle di Firenze combattendo si diffinivano. Quelle di Roma

con una legge; quelle di Firenze con l'esilio e con la morte di molti

cittadini si terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare

accrebbero, quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da

una egualità di cittadini in una disuguaglianza grandissima quella città

condussero; quelle di Firenze da una disuguaglianza a una mirabile

ugualità l'hanno ridotta. La quale diversità di effetti conviene sia dai

diversi fini che hanno avuti questi due popoli causata. Perchè il popolo

di Roma godere i supremi onori insieme coi nobili desiderava; quello di

Firenze per essere solo nel governo, senza che i nobili ne

partecipassero, combatteva. E perchè il desiderio del popolo romano era

più ragionevole, venivano ad essere le offese ai nobili più

sopportabili; talchè quella nobiltà facilmente e senza venire all'armi

cedeva; di modo che dopo alcuni dispareri a creare una legge, dove si

soddisfacesse al popolo ed ai nobili nelle loro dignità rimanessero,

convenivano. Dall'altro canto il desiderio del popolo fiorentino era

ingiurioso ed ingiusto; talchè la nobiltà con maggiori forze alle sue

difese si preparava; e perciò al sangue ed all'esilio si veniva de'

cittadini. E quelle leggi che di poi si crearono, non a comune utilità,

ma tutte in favore del vincitore si ordinavano[136].»

[136] _Stor. Fiorent. Proem. del l. III._

Nelle risse che prima ebbero luogo fra i cittadini ed i nobili, poi fra

i primi ed il popolo, la libertà civile fu spesse volte vilipesa, e

violati i diritti del contratto sociale; pure in mezzo a tanto

disordine, e quando era affatto spenta la libertà civile, non perì la

libertà democratica. Formata non di guarenzie, ma di poteri, non

assicura alle nazioni nè il riposo, nè l'ordine, nè l'economia, nè la

prudenza, ed è solo premio a sè medesima. Niente riesce più dolce ad un

cittadino che l'abbia una volta conosciuta, quanto il poter influire sui

destini della sua patria, avere parte alla sovranità, e più di tutto il

collocarsi immediatamente sotto la legge, e non riconoscere altre

autorità che quelle da lui create. Questa maniera di uscire, se posso

così esprimermi, da sè, per vivere in comune, per sentire in comune, per

far parte d'un tutto, solleva l'uomo e lo rende capace delle più grandi

cose. Le passioni politiche formano assai più eroi che le passioni

individuali; e sebbene non vi si scorga un immediato rapporto, è pure

dall'esperienza dimostrato che sono inoltre più feconde di artisti, di

poeti, di filosofi, di letterati d'ogni maniera. Ne fa luminosa

testimonianza il secolo da noi descritto. In mezzo alle convulsioni

delle sue guerre civili rinacquero in Firenze l'architettura, la

scultura, la pittura; vi fiorirono que' grandi poeti che tanta gloria

spargono ancora al presente su tutta l'Italia; la filosofia ebbe nuovi

ammiratori e seguaci; ed agli studj d'ogni sorte fu dato quel primo

impulso, che secondato dalle altre città libere d'Italia, produsse i

secoli delle belle arti e d'ogni gentil costume.

L'architettura fu di tutte le belle arti la prima a rinascere ne' secoli

di mezzo. Siccome questa non è un'arte imitatrice, e s'innalza al di

sopra degli oggetti creati per rappresentare le forme ideali della

bellezza simmetrica ed astratta come viene dall'uomo concepita, così è

quella tra tutte le arti che presenta più immediatamente il carattere

del secolo e fa meglio conoscere la grandezza e l'energia, o la

piccolezza della nazione in cui fiorì, dell'uomo che la perfezionò. È

questa l'arte che abbisogna meno che le altre delle scoperte delle

precedenti generazioni, che col genio e colla forza della volontà può

supplire alle minute teorie, alle pratiche, alle discipline che conviene

avere imparate prima di farsi creatori nelle altre arti. Le piramidi

d'Egitto anteriori al perfezionamento delle altre arti ed ancora delle

arti meccaniche, trasmisero in distanza di molte migliaja d'anni la

misura della forza e della magnificenza di un popolo che senza tali

monumenti si terrebbero per cose favolose. L'imponente cupola di Firenze

e cento altri stupendi edificj innalzati nel tredicesimo secolo delle

repubbliche italiane, conserveranno egualmente la memoria di questi

popoli liberi e generosi, ai quali la storia non rese finora la debita

giustizia.

L'architettura del tredicesimo secolo porta ancora sott'un altro aspetto

l'impronta de' costumi di quel tempo: ella è affatto repubblicana, e

vedesi interamente destinata ad una comune utilità, o ad un comune

godimento. Le mura delle città, i palazzi del comune, i templi aperti a

tutto il popolo, i canali che portano la fertilità in tutto il

territorio, sono opere di questo secolo. Il numero e la qualità degli

edificj cominciati nella stessa epoca in tutte le città d'Italia, mostra

quanto l'emulazione di tali governi riesca alle belle arti più

vantaggiosa, che non il lusso delle monarchie; quanto lo spirito di

comunità ove si fanno in su gli occhi del pubblico per fino le case

private, incoraggisca gli architetti assai più dello spirito delle

monarchie, nelle quali si fabbricano i pubblici edificj sotto gli occhi

del principe; per ultimo quanto gli artisti si appaghino più delle

ricompense e dell'ammirazione de' loro concittadini, che

dell'approvazione e della mercede di un padrone.

I pubblici canali e le mura delle città immediatamente ed unicamente

destinate all'utilità appartengono più alle scienze che alle belle arti.

Nulla di meno un genio creatore dovette costantemente presedere a queste

intraprese, che ci parranno ancora più grandi quando si confrontino

colle forze dello stato che le ordinava. Il canale, detto _Naviglio

grande_, che conduce le acque del Ticino a Milano per lo spazio di

trenta miglia, intrapreso l'anno 1179, e dopo alcuni anni l'interrotto

lavoro ricominciato del 1257 ed in breve tempo ridotto a termine, forma

ancora la ricchezza d'una vasta porzione della Lombardia[137]. Nello

stesso tempo la città di Milano rifabbricava le sue mura che giravano

ventimila braccia, e faceva innalzare sei porte di marmo, la di cui

magnificenza le rendeva degne della capitale di tutta l'Italia[138]. Dal

canto loro i Genovesi edificarono del 1276 e 1283 le due belle darsene e

la grande muraglia del molo, e nel 1295 terminarono il magnifico

condotto che da lontanissima sorgente conduce a traverso di aspre

montagne in città copiose purissime acque[139]. Tutte le città d'Italia

eseguirono in quell'epoca opere dello stesso genere. Le comunicazioni

tra paese e paese vennero agevolate col mezzo di solidissimi ponti di

pietra fabbricati sui fiumi e coll'aprire comode e sicure strade: e la

comodità de' cittadini e l'interna eleganza delle città si risguardarono

siccome oggetti degni delle cure di un libero governo[140].

[137] _Memoria della campagna di Milano del conte Giulini t. VII, l.

LIV._

[138] _Galv. Flamma Manip. Flor. c. 326, t. IX._

[139] _Georg. Stellæ An. Genuens. c. 4, t. XVII._

[140] _Tiraboschi Stor. della Lett. Ital. t. IV, l. III, c. 6._

L'architettura religiosa precedette le opere di cui abbiamo parlato. I

primi edificj degni della nostra ammirazione, innalzati dagli sforzi

uniti de' cittadini, furono destinati ad onorare l'Ente Supremo; e le

due città che prima delle altre acquistarono la libertà, Venezia e Pisa,

furono quelle che dedicarono i primi magnifici templi alla divinità. La

chiesa di san Marco in Venezia, imponente edificio che presenta una

strana mescolanza di grandiosità e di barbarie, fu terminata del 1071;

ed il duomo di Pisa, il primo modello del gusto toscano, di quel gusto

maschio, solido ed imponente che non è nè greco nè gotico, fu cominciato

del 1063 e condotto a termine in sul finire dello stesso secolo[141]. Il

battistero ossia chiesa di san Giovanni della stessa città ebbe

cominciamento del 1152, e la maravigliosa torre, tutt'all'intorno

arricchita da duecento sette colonne di marmo bianco, e che potrebbe

riguardarsi come il più elegante edificio de' secoli di mezzo,

quand'anche la sua inclinazione di sei braccia e mezzo fuori della

perpendicolare non richiamasse l'universale attenzione, fu fondata del

1174.

[141] Intorno agli edificj di Pisa, oltre le mie osservazioni, io

consultai soltanto il _Tiraboschi t. III, l. IV, c. 8, § 7_, il

quale cita le _Dissert. dell'origine dell'università di Pisa del

cav. Flamminio del Borgo_, che tanto illustrò quella repubblica, ad

Aless. da Morrona: _Pisa illustrata nell'arte del disegno_; opere da

me non vedute.

Questi capi d'opera dei Pisani, la bellezza dei marmi ch'essi portavano

dal Levante per abbellire i pubblici edificj della loro patria, i

monumenti dell'antichità che avevano opportunità di vedere ne' loro

viaggi, fecero rivivere in questa città il gusto del bello e del grande,

che poi si diffuse in tutta la Toscana[142]. I migliori architetti del

tredicesimo secolo o furono Pisani, o allevati in Pisa. Suole

risguardarsi come la prima maraviglia dell'arte di quest'epoca il tempio

di san Francesco in Assisi, il quale, per testimonianza di Giorgio

Vasari, fu innalzato da quel Niccola da Pisa che lavorò ancora nel duomo

di Siena, e fu Maestro d'Arnolfo e di Lapo[143]. Arnolfo più celebre che

il maestro, dal 1284 fino al 1300 in cui morì, diresse in Firenze le

fabbriche della loggia e della piazza dei priori, della chiesa di santa

Croce e di quella ancora più magnifica di santa Maria del Fiore.

Quest'ultima non fu veramente terminata da Arnolfo, ma fu suo il primo

pensiero della stupenda cupola, emula di quella di san Pietro in

Vaticano. Lasciò, morendo, incominciata l'opera, senza indicare il

metodo che voleva tenere per terminarla: ma il magnifico ardire di colui

che progettò una tal cupola, mentre tutti gli altri uomini credevano

impossibile il poterla chiudere, ed il sommo ingegno di quell'altro che

la innalzò senza ponti, resero gloriosa la memoria di Arnolfo e di

Brunelleschi[144].

[142] _Tiraboschi t. IV, l. III, c. 6, § 5._

[143] _Lettere Sanesi del Padre della Valle, t. I, p. 180_, citate

dal Tiraboschi.

[144] Il Vasari nelle sue _Vite dei pittori_ racconta con ingenuità

e sapore l'imbarazzo de' Fiorentini per condurre a fine la cupola di

Arnolfo, gli assurdi progetti di tanti architetti e l'arditezza di

ser Filippo Brunelleschi che sfidava tutti gli artisti del suo

tempo. Michelangelo che innalzò la più grande di san Pietro, rese la

più gloriosa testimonianza ai suoi predecessori, bramando che dal

suo sepolcro a santa Croce stando aperte le porte della chiesa si

vedesse la maravigliosa cupola d'Arnolfo e di Brunelleschi.

Nè meno sorprendenti furono i progressi fatti in questo secolo dalla

scultura in bronzo ed in marmo, rinnovata dai Pisani, perfezionata dai

Fiorentini. Fino nel 1180 Buonanno di Pisa fuse per il duomo della sua

patria quella magnifica porta di bronzo che poi perì nell'incendio del

1596. Ma per quanto fosse bello questo lavoro, non aggiugneva di gran

lunga alle porte del battistero di Firenze fatte da Andrea Pisano

figliuolo dell'architetto Nicola. Si fecero queste del 1300 per uno

degl'ingressi del battistero; vinte poi di lunga mano da quelle del

Giberti poste ad un altro, le quali Michelangelo giudicava degne del

paradiso; comechè non lasciano perciò di essere un maraviglioso

testimonio del valore di Andrea nell'arte di lavorare i metalli. Si

paragonino queste porte a quelle della basilica di san Paolo di Roma

_fuor di mura_, lavoro de' tempi del magno Teodosio, eseguito dai primi

scultori dell'impero, sotto gli occhi di sì grande monarca, quando gli

artefici, ovunque si volgessero, vedevano maravigliosi modelli di

antiche sculture. Le porte di san Paolo, non iscolpite in rilievo, ma

soltanto incise, hanno le linee formanti il contorno delle figure ornate

d'argento: malgrado però il sussidio della ricchezza questo lavoro prova

l'estremo decadimento dell'arte[145]: per l'opposto le porte del

battistero di Firenze sono di alto rilievo, e divise in iscompartimenti

che formano altrettanti quadri di squisita bellezza. Tali sono gli

effetti del despotismo e della libertà. Tra gli ornamenti del duomo di

Firenze osservansi pure alcune statue di marmo dello stesso scultore;

altre di Nicolò Pisano, suo padre, abbelliscono la faccia del duomo di

Orvieto: ed il padre Guglielmo della Valle assicura che Michelangelo e

Luca Signorelli hanno più volte studiati quei modelli[146].

[145] La Chiesa di san Paolo fu fondata dal grande Costantino,

aggrandita da Teodosio l'anno 386, e terminata da Onorio nel 395,

avendovi impiegati i materiali di altri edificj. Le più magnifiche

colonne de' templi greci vi si veggono confusamente impiegate a

sostenere il palco di una vasta capanna.

[146] _Tiraboschi t. IV, l. III. c. 6. § 6._

Il tredicesimo secolo produsse pure Cimabue e Giotto, che i Fiorentini

risguardano come i ristauratori della pittura, sebbene Pisa, Siena,

Bologna e Venezia, pretendano di avere avuti pittori più antichi e non

inferiori a questi di merito. È probabile che alcuni pittori portassero

in Italia nel dodicesimo secolo il barbaro stile della greca pittura

d'allora, i duri contorni, le loro figure in profilo, le goffe ed

assiderate loro attitudini. Tutti i quali difetti, a fronte della più

barbara maniera degli antichi pittori italiani, venivano imitati ed

ammirati come fossero maravigliose cose, se non altro a motivo della

vivacità del colorito, e del fondo di oro, che dava qualche rilievo alle

loro figure. Ci assicurano il Vasari ed il Baldinucci, che Cimabue,

trovandosi in Firenze del 1240, apprese l'arte da alcuni di questi

pittori greci; ma che ben tosto, spinto dal suo buon genio, abbandonò

quegl'informi esemplari per seguire i migliori che gli presentava la

natura. Fu egli il primo che seppe rappresentarla con alquanto di

verità; e tutti gli antichi scrittori lo rappresentano come un uomo

straordinario, che chiamò sopra di se l'universale ammirazione[147].

[147] _Dante Purg. c. XIX, v. 94. — Comm. Benven. Imol. ad locum.

Ant. Ital. t. I, p. 1185._

Tra il 1270 ed il 1276 nacque a Colle di Vespignano presso Firenze da un

povero contadino il suo maggior scolare, Giotto. Un giorno che guardando

la sua greggia, stava disegnando sulla terra, fu veduto da Cimabue, il

quale colpito dal suo ingegno lo condusse seco in città. «Sotto la

direzione di tanto maestro, dice il Baldinucci, si fece a studiare

caldamente e fece così rapidi progressi e così maravigliosi, che si può

dire aver egli risuscitata la pittura. Egli cominciò a dare qualche

vivacità alle teste ed a far loro esprimere qualche passione, l'amore,

la collera, il timore, la speranza. Seppe piegare più naturalmente le

vesti che prima non si faceva, e scoprì qualche regola degli scorti;

finalmente diede alle figure una certa tenerezza, al maestro affatto

sconosciuta[148].»

[148] _Baldinucci, Notizie dei professori del disegno t. I, presso

il Tiraboschi t. V, l. III, c. 5, § 7._

Ma al di sopra di Cimabue, di Giotto, e di quant'altri artisti furono

allora, deve collocarsi il poeta creatore che diede all'Italia la sua

lingua, la sua poesia, la sola energia di cui sappia abbellirsi anche al

presente; il poeta che riscaldò sempre ed inspirò tutti i sommi uomini

della sua nazione, che diede il proprio carattere a Michelangelo, e che

cinque secoli dopo la sua nascita formò Alfieri e Monti[149].

[149] Da uno straniero, comechè buon conoscitore della nostra poesia

e de' nostri migliori poeti, sarebbe ingiustizia il pretendere

esattissimo giudizio del carattere della nostra poesia e del merito

de' nostri poeti. Dante fu il più energico e robusto poeta d'Italia,

e ciò basta a giustificare il nostro storico. _N. d. T._

Dante nacque in Firenze del 1265 dalla famiglia guelfa degli

Alighieri[150]. Suo padre Aldighiero degli Elisei era stato bandito

cogli altri Guelfi dopo la battaglia di Monte Aperto, ma era tornato in

Firenze prima de' suoi compagni, quando la città era governata dal conte

Guido Novello. Morendo Aldighiero quando Dante era ancora giovanetto, fu

dato in cura a Brunetto Latini, riputatissimo filosofo, di cui abbiamo

parlato nel precedente capitolo, onde col di lui ajuto e del poeta Guido

Cavalcanti, suo amico, apprese tutte le scienze allora conosciute, e

l'antica letteratura tanto estesamente quanto lo permetteva la poca

copia che allora si aveva de' libri classici. Dante aveva in gioventù

visitati gli studj di Bologna e di Padova; e dopo esiliato si trattenne

alcun tempo nell'università di Parigi per imparare la teologia[151].

Egli aggiungeva a quello delle lettere il gusto delle belle arti, onde

fu amico di Oderigo da Gubbio e di Giotto pittori, come pure del musico

Casella[152]. Nè l'amore dello studio lo deviò dalla carriera politica e

militare, che a niun cittadino di uno stato libero è permesso di

abbandonare. Fu nel 1289 alla battaglia di Campaldino, nella quale i

Fiorentini ottennero così segnalata ma sanguinosa vittoria sugli

Aretini; e nel susseguente anno militò pure contro i Pisani allora

capitanati dal valoroso conte di Montefeltro[153].

[150] Parmi che i biografi di Dante non abbiano fatto attenzione che

Guido Novello non abbandonò Firenze prima dell'undici novembre 1266,

e che prima di tale epoca, e specialmente avanti la vittoria di

Carlo sopra Manfredi, i Guelfi non erano rientrati. Converrebbe che

il padre di Dante fosse stato richiamato dai Ghibellini.

[151] _Benven. Imol. Com. in Dantis Comoed. Proemium Ant. Ital. t.

I, p. 1056._

[152] _Purg. c. XI, v. 79. — Ib. v. 88._

[153] _Memor. per la vita di Dante di Giuseppe Benvenuti, premesse

al t. IV delle opere di Dante edite dallo Zatta, § 8 Ap. Tiraboschi

t. V, l. III._

Coloro che due secoli dopo commentarono il suo poema, volendo in ogni

cosa mostrarlo grandissimo, dissero ch'era a lui affidata in gran parte

la fortuna della repubblica fiorentina. In una vita inedita di Dante,

pretende Maria Filelfo che fosse incaricato di quattordici ambascerie, e

che, tranne l'ultima, conseguisse sempre l'intento: tutti poi

attribuiscono in gran parte ai suoi consigli la parte presa dai priori,

di esiliare i capi delle due fazioni che dividevano Firenze. Ma di ciò

niuna testimonianza troviamo presso gli autori contemporanei. Dino

Compagni ch'era uno de' priori quando si fece la rivoluzione, e che

circostanziatamente descrive le più minute cose, le pratiche, i

discorsi, la leggerezza di tutti i Fiorentini allora più influenti, non

ricorda altrimenti Dante come uno de' capi dello stato. Nè pure di lui

parla Giovanni Villani, che viveva nella stessa epoca, ed era piuttosto

parziale della parte dei Neri, siccome Dino lo era dei Bianchi. Lo

stesso dicasi di Coppo de' Stefani[154] e di Paolino di Piero, altri

scrittori contemporanei che scrissero cronache dei loro tempi[155], onde

io inclino a credere che il solo fatto ben avverato della parte presa

dal nostro poeta ai pubblici affari, è di essere stato priore dal 15

giugno al 15 agosto del 1299, come vogliono alcuni, e secondo altri del

1300[156]; che fu uno degli ambasciatori mandati a Roma dalla parte

Bianca in gennajo del 1302; e per ultimo, che fu compreso in una

sentenza d'esilio emanata nella stessa epoca contro seicento cittadini

della sua medesima fazione. Viene in tale sentenza accusato d'avere

venduta la giustizia, e ricevuto del danaro contro le disposizioni delle

leggi; ma lo stesso rimprovero veniva fatto con eguale ingiustizia a

tutti i capi del partito vinto. Canto dei Gabrielli era un giudice

rivoluzionario che desiderava trovare dei colpevoli, e che si

accontentava de' più leggeri indizj per condannarli. Questa sentenza è

un curioso documento del costume di que' tempi di mescolare l'italiano

al latino; ed è così barbaramente dettata, che pare appositamente fatta

per offendere il fondatore dell'italiana letteratura[157].

[154] _Delizie degli Eruditi toscani t. X, Rub. 234._

[155] _Supplem. in Etruriæ Script. t. II, p. 51. ec._

[156] Questi priori erano Noffo di Guido, Neri di Mes. Jacopo del

Giudice, Neri d'Arrighetto Doni, Bindo di Donato Bilenchi, Ricco

Falconetti, Dante Alighieri, Fazio da Miccio Gonfaloniere, e ser

Aldobrandino d'Uguccione, loro notajo. _Delizie degli Eruditi

toscani t. X._ da Campi.

[157] Ecco la sentenza quale viene riferita nel libro delle

_Riformagioni_ negli archivi di Firenze. — _Condemnationes facte,

per Nobilem et Potentem militem, Dom. Cantem de Gabriellis Potestate

Florentie MCCCII._ Dopo alcuni altri: _XXVII Januarii. Dom.

Palmerium de Altovitis de Sextu Burghi, Dantem Allagherii de Sextu

Sancti Petri Majoris, Lippum Becchi de Sextu Ultrarni, Orlandinum

Orlandi de Sextu Porte Domus_.

«Accusati dalla fama pubblica, e procede ex officio, ut supra de

primis, e non viene a particolari, se non che nel Priorato

contradissono la venuta Domini Caroli, e mette che fecerunt

baratterias, et acceperunt quod non licebat, vel aliter quam licebat

per leges, et caet: in libras octo millia per uno, et si non

solverint fra certo tempo, devastentur et mittantur in commune, et

si solverint, mihilominus pro bono pacis stent in exilio extra fines

Tusciae duobus annis. _Delizie degli Eruditi Toscani t. X, monumenti

n.º 4. p. 94._ — Il Tiraboschi riferisce una sentenza aggravante,

pronunziata dallo stesso Canto il 10 marzo dello stesso anno,

condannando Dante ed i suoi compagni, venendo presi, alla morte.

Invano cercò Dante di rientrare in patria. Gli si fece un imperdonabile

delitto d'avere nel 1304 tentato cogli altri fuorusciti di parte Bianca

di sorprendere Firenze; di essersi collegato strettamente colla fazione

ghibellina, e d'avere fatto istanza all'imperatore Enrico VII di

Luxemburgo di prendere in Italia la difesa del suo partito. Per ultimo,

siccome il suo carattere estremamente irritabile, e la sua inclinazione

alla satira lo avevano reso non meno odioso che formidabile ai suoi

nemici, del 1315 fu riconfermata la condanna di perpetuo bando: onde

dopo avere viaggiato assai in tutte le parti d'Italia, si stabilì

finalmente alla corte di Guido da Pollenta, Signore di Ravenna, ove morì

nel settembre del 1321, in età di cinquantasei anni. Nel suo immortale

poema si fa profetizzare da Cacciaguida suo trisavolo, la miseria e la

dipendenza degli estremi suoi giorni, tanto umiliante per un'anima

intollerante e fiera com'era quella di Dante.

«Tu lascerai ogni cosa diletta

Più caramente, e questo è quello strale

Che l'arco dell'esilio pria saetta.»

«Tu proverai siccome sa di sale

Lo pane altrui, e come è duro calle

Lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»

Si fa ancora predire dallo stesso Cacciaguida le nimicizie che si

procaccerà coll'amarezza de' suoi rimproveri; ma queste considerazioni

cedono a quelle della gloria.

«E s'io al vero son timido amico,

Temo di perder vita tra coloro

Che questo tempo chiameranno antico[158].»

[158] _Paradiso Canto XVII._

Il poema di Dante che gli acquistò sì gran nome, è il racconto, come

ognun sa, d'un misterioso viaggio a traverso all'inferno, al purgatorio,

al paradiso; fissa l'epoca di tale viaggio dal lunedì santo del 1300

fino al giorno di Pasqua, quando il poeta aveva trentacinque anni;

scorre i due primi regni dei morti sotto la direzione di Virgilio, e

quello del paradiso in compagnia di Beatrice dei Portinari, che, da lui

amata in gioventù, era morta del 1290. Questo poema diviso in cento

canti, ciascuno di circa cento cinquanta versi, non è meno sorprendente

per gli animati maestosi quadri di questo paese degli estinti che pone

sotto ai nostri occhi, quanto per la profonda sensibilità di alcuni

episodj e per la ricchezza delle idee e delle cognizioni che fa supporre

nell'autore. Abbiamo già prodotti in quest'opera molti passi di Dante,

nè egli può essere giudicato che sopra il suo poema.

Due scrittori nati prima che Dante morisse, i quali lo commentarono, ed

erano a portata più che tutt'altri di conoscere la sua storia,

affermarono che Dante compose i primi canti prima dell'esilio[159].

Parmi cosa assai difficile che trovar si possano autorità di tal peso

che distruggano quelle di Giovanni Boccaccio e di Benvenuto da Imola. Le

prove desunte dallo stesso poema, che il marchese Maffei, Flaminio del

Borgo ed altri addussero contro l'asserzione dei due contemporanei di

Dante, non possono troppo valutarsi; imperciocchè non è a dubitare che

il poeta non abbia in diversi tempi ritoccato il suo poema, ed aggiunti

in varj luoghi versi analoghi alle cose de' tempi in cui faceva que'

pentimenti. Il più dilicato squarcio del poema, il commovente episodio

di Francesca da Rimini, mostra i riguardi che Dante credeva dovuti a

Guido da Pollenta, padre dell'infelice Francesca, e suo ultimo ospite e

protettore[160]. Nel primo canto dal verso 101 al 111 trovasi una

predizione relativa alla futura grandezza di Cane della Scala, che Dante

non ha potuto scrivere prima del 1318, quando Cane fu nominato capo

della lega ghibellina. Tutti i commentatori, niuno eccettuato, supposero

che si cominci a scrivere un poema dal primo verso, e si prosegua fino

all'ultimo senza mai tornare a dietro; lo che essendo vero, ci

obbligherebbe a conchiudere che Dante incominciò il suo poema tre soli

anni prima di morire, quando non aveva più tutto il vigore della robusta

virilità per idearne il vasto piano, quando la sua mente non era più

riscaldata dagli insegnamenti di Brunetto Latini, morto del 1294, nè più

era incoraggiato ad intraprendere quell'immenso lavoro dal suo amico

Guido Cavalcanti, morto avanti l'esilio di Dante l'anno 1302[161].

[159] _Giovanni Boccaccio vita di Dante dalla p. 47. ediz. fiorent.

del 1723, e nel suo comment. Infer. cant. 8. — Presso Flam. del

Borgo p. 45. — Benven. Imolens. Comment. cant. 8. v. 1._

[160] _Infer. cant. V, v. 73 e seg._

[161] L'episodio del canto X dell'Inferno di Cavalcante Cavalcanti

prova che, quando Dante lo scrisse, Guido, suo figliuolo, era ancora

vivo. _N. d. T._

Una particolarità riferita da molti autori coetanei appoggia il racconto

del Boccaccio intorno all'avere Dante abbozzati i primi sette canti del

poema avanti d'essere esiliato. Egli sapeva che la copia lasciata a

Firenze non era solamente stata veduta da Dino Frescobaldi e da Dino

Compagni, che gliela rimandarono, ma inoltre da molte altre persone,

alle quali fece del 1304 nascere il pensiere d'una festa affatto strana.

Solevasi d'ordinario festeggiare in Firenze il primo giorno di maggio.

«In fra le altre cose gli abitanti di san Priano mandarono un bando per

la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo, dovesse

essere il dì di Calende di maggio in sul ponte alla Carraja e d'intorno

all'Arno; e ordinarono in Arno sopra barche e navicelle palchi, e

fecionvi la somiglianza e figura dello 'nferno con fuochi ed altre pene

e martorj con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, ed

altri, i quali avevano figura d'anime ignude, e mettevangli in quelli

diversi tormenti con grandissime gride e strida e tempeste, la quale

parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere, e per lo nuovo giuoco

vi trassono a vedere molti cittadini; e il ponte pieno e calcato di

gente, essendo allora di legname, cadde per lo peso con la gente che

v'era suso; onde molta gente vi morìo e annegò in Arno, e molti se ne

guastarono la persona, sì che il giuoco da beffe tornò a vero com'era

ito il bando, che molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro

mondo[162].» I due storici che raccontano quest'orribile festa, non

nominano Dante, ma non può chiamarsi in dubbio che la lettura de' primi

canti del suo poema speditigli da Fiorenza appunto in quest'epoca, non

abbiano suggerito il pensiero di rappresentare ciò ch'egli aveva così

bene dipinto all'immaginazione, ma che non doveva mai presentarsi ai

sensi.

[162] _Gio. Villani l. VIII, c. 70. — Marchione di Coppo de Stefani.

Delizie degli Eruditi toscani t. X, l. IV, Rubr. 243._

Non v'ha dubbio che la ricorrenza del giubileo non consigliasse a Dante

di scegliere l'anno 1300 per il misterioso suo viaggio, sia che

scrivesse il poema prima o dopo tale epoca. Un propizio istante per

visitare il vasto impero dei morti era quel punto che divideva un secolo

dall'altro e gli uomini di due generazioni: oltre che in tale festa

secolare eravi qualche cosa che colpiva l'immaginazione, e la forzava a

rivolgersi al passato. Bonifacio VIII, appoggiandosi a pretese

tradizioni, accordò un'indulgenza plenaria per tutti i peccati a coloro

che, essendo confessati, visiterebbero quindici giorni di seguito le

chiese di san Pietro e san Paolo in Roma. I soli Romani, perchè non

avevano il disagio del pellegrinaggio, dovevano visitarle trenta volte

di seguito. Tutti i venerdì e tutte le feste esponevasi all'adorazione

de' fedeli il sudario di Cristo, raccolto da santa Veronica. Sebbene

Bonifacio, come abbiamo già osservato, ispirasse poco rispetto al mondo

cristiano, non si lasciò per questo da tutti i fedeli di essere nel

pieno convincimento dell'efficacia delle indulgenze ch'egli accordava; e

da ogni parte della Cristianità, gli uomini d'ogni rango, s'affollavano

a Roma per partecipare a queste grazie spirituali. Giovanni Villani, che

fu uno de' pellegrini, assicura che durante tutto l'anno trovaronsi

costantemente a Roma duecento mila forastieri, che giugnevano,

visitavano e ripartivano per lasciar luogo ad altri[163]. Questa

moltitudine di forastieri che univansi in un sol luogo da tutte le parti

del mondo, che si premevano, si urtavano, per disporsi a presentarsi

avanti al supremo giudice, viene vivamente rappresentata da quella

sempre nuova gente, che Dante vedeva affollarsi per passare l'Acheronte.

«Ed avanti che sien di là discese,

Anche di qua nuova schiera s'aduna[164].»

[163] _Gio. Villani l. VIII, c. 36._ — Ritornato il Villani da

questo viaggio colla fantasia ancora calda dall'avere veduta la

presente generazione sfilare sotto i suoi occhi, prese a scrivere la

sua storia.

[164] _Inferno c. III, v. 116._

È pure incerta l'epoca in cui si pubblicò la Divina Commedia. Abbiamo

veduto che Dante vi fece nuove addizioni l'anno 1318, e che forse

continuò a farne fino all'epoca della sua morte. Prima del ritrovamento

della stampa, l'epoca in cui un'opera diventava di pubblico diritto non

era segnata come al presente, e le opere di Dante erano, non v'ha

dubbio, conosciute da moltissimi prima che le avesse rivedute per

l'ultima volta. Racconta Franco Sacchetti che il popolo cantava in

Firenze i versi della Divina Commedia prima dell'esilio del poeta, il

quale non potea frenare la sua collera contro un maniscalco o un asinajo

che gli sfigurava cantando[165].

[165] Franco Sacchetti fiorentino, nato del 1335, morì verso il

1400, onde la sua testimonianza intorno all'epoca della

pubblicazione della Divina Commedia deve molto valutarsi. — Avendo

l'asinajo interrotto la recita dei versi per gridare _arri_ agli

asini. Dante lo percosse, dicendo, _codesto arri non vi misi io_.

_Nov. LII e LIII._

A fronte della severità de' Fiorentini verso Dante e dell'ingiusta loro

sentenza, dopo la di lui morte, la pubblicazione del suo poema lo

sollevò al posto che meritava di occupare. Ovunque si prese a glossarlo;

ed i suoi proprj figliuoli, Pietro e Giacomo, furono i primi ad

arricchirlo di note. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano,

adunò del 1350 i sei più dotti uomini di tutta l'Italia, due teologi,

due filosofi e due antiquarj fiorentini, affinchè scrivessero un

commentario sulla Divina Commedia[166]. A Firenze del 1373 si fondò una

cattedra per commentare Dante, ed il Boccaccio fu il primo professore di

questa nuova scienza; come Benvenuto da Imola fu il primo che la

professasse nell'altra cattedra istituita in Bologna. I Fiorentini

chiesero più volte, e sempre invano, le ceneri di Dante ai successori di

Guido da Pollenta; coniarono medaglie in suo onore, e coronarono

solennemente d'alloro la sua statua nel Battistero.

[166] _Tiraboschi t. V, l. III._

Dante raccolse nel suo poema così svariate cognizioni, che basterebbe

egli solo a provare i progressi che a' suoi tempi avevano fatto le

scienze e la filosofia; ma non pochi altri tennero la stessa strada: e

sebbene tra questi e Dante si ravvisi la differenza che sempre distingue

il genio dai talenti, non è peraltro che non provino anche questi quanto

l'amore dello studio e l'ambizione della gloria delle lettere fosse

allora universale; e che se Dante s'innalzò al di sopra del suo secolo,

fu perchè s'innalzò sopra l'umana natura.

Da questo numero non isceglieremo che Guido Cavalcanti, poeta ad un

tempo, filosofo e capo di partito. Boccaccio lasciò di lui scritto in

una novella[167]: «Egli fu un de' migliori loici che avesse il mondo, ed

ottimo filosofo naturale, leggiadrissimo e costumato e parlante uomo

molto; ed ogni cosa che far volle ed a gentile uom pertinente, seppe

meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, ed a chiedere a

lingua sapeva onorare, cui nell'animo gli capeva che il valesse. Ma

Guido alcuna volta specolando, molto astratto dagli uomini diveniva. E

perciò che egli alquanto tenea della opinione degli Epicurei, si diceva

tra la gente volgare, che queste sue speculazioni eran solo in cercare,

se trovare si potesse, che Iddio non fosse.» Le poesie di Guido, la sola

delle sue letterarie fatiche a noi pervenuta, non appoggiano

quest'accusa d'ateismo; ma n'era stato incolpato anche suo padre, e lo

stesso Dante lo credette, poichè, malgrado la sua stretta domestichezza

con Guido, pose Cavalcante Cavalcanti nell'inferno tra gli eretici

epicurei a lato a Farinata degli Uberti, col quale parlando vede

comparire il Cavalcanti:

«Allor surse alla vista scoperchiata

Un'ombra lungo questa infino al mento:

Credo che s'era inginocchion levata.

«D'intorno mi guardò, come talento

Avesse di veder s'altri era meco:

Ma poi che 'l suspicar fu tutto spento,

«Piangendo disse: Se per questo cieco

Carcere vai per altezza d'ingegno,

Mio figlio ov'è, e perchè non è teco?

«Ed io a lui: Da me stesso non vegno:

Colui che attende là, per qui mi mena,

Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

«Le sue parole, e 'l modo della pena

M'avevan di costui già letto il nome:

Però fu la risposta così piena.

«Di subito drizzato, gridò: Come

Dicesti, egli ebbe? non viv'egli ancora?

Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome?

«Quando s'accorse d'alcuna dimora

Ch'io faceva dinanzi alla risposta,

Supin ricadde e più non parve fuora.

. . . . . . . . . . . . .

«Allor, come di mia colpa compunto,

Diss'io, ora direte a quel caduto

Che 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto[168].»

[167] _Decamerone Giornata VI, Nov. IX._

[168] _Inferno c. X, v. 52._ e seg.

Dobbiamo per ultimo parlare degli storici del tredicesimo secolo, e di

coloro che testimonj degli ultimi anni di questo periodo, comechè

abbiano scritto nel quattordicesimo, devono risguardarsi come

contemporanei. Niun altro paese del mondo ne produsse quanti l'Italia,

ove difficilmente si troverà una città che non abbia il suo storico: ed

alcune, come Fiorenza, Padova, ec. possono contarne quattro, cinque ed

anche più: perciò dopo il regno di Federico II la storia prende un altro

carattere; una profonda conoscenza dei fatti, una perfetta verità nei

particolari, una ingenuità piena di grazia, un movimento che proviene

dai più veri sentimenti, sono i caratteri di molti storici di

quest'epoca: e questi tratti sono quelli che ne rendono aggradevole la

lettura, quando ancora non si prenda veruno interesse ai fatti riferiti.

Quanto diverse sono queste storie da quelle nojose cronache delle quali

abbiamo dovuto valerci nel cominciamento del nostro lavoro, tra le quali

ci sforzammo invano di trovare a grandi distanze qualche movimento di

vita in mezzo alla più monotona aridità.

Le annotazioni, con cui abbiamo costantemente giustificate le nostre

asserzioni, hanno dovuto far conoscere al lettore i nomi e le opere

degli storici italiani di quest'epoca, onde diventerebbe inutile una

nojosa enumerazione de' medesimi[169]. Ci limiteremo adunque a

richiamare l'attenzione del lettore sopra uno o due di coloro che

stabilirono la lingua della loro patria, e di coloro che, sempre

impiegando la lingua dotta, si avvicinarono i primi all'eleganza ed alla

purità de' classici latini che prendevano ad imitare.

[169] Possono leggersi intorno agli storici italiani, le prefazioni

a cadauno di loro nella collezione del Muratori _Script. Rer. Ital._

ed i due capitoli del Tiraboschi _t. IV, l. II, c. 6. — t. V, l. II,

c. 6._

Assai diverso è il merito di queste due classi di storici; l'ingenuità e

la grazia appartiene esclusivamente ai primi, mentre gli altri, a fronte

del maggiore studio e della più ricercata dottrina, non vanno esenti

dalla affettazione e della pedanteria. Perciò sempre interessa la

lettura del Villani; mentre Ferreto di Vicenza ed Albertino Mussato,

malgrado l'amara satira del primo e l'eloquenza del secondo, riescono

spesse volte nojosi e pesanti.

La lingua italiana, che Dante aveva fatto conoscere propria alla più

sublime poesia, fu in pari tempo adoperata da Ricordano Malaspina,

Giovanni Villani, Dino Compagni e dall'anonimo pistojese per iscrivere

in dignitoso stile una corretta ed elegante prosa; di modo che anche al

presente viene citata l'autorità grammaticale di questi scrittori che fa

_testo di lingua_. Giovanni Villani, di tutti il più celebre, scrisse in

dodici libri l'istoria patria dalla sua origine fino al 1348 in cui

morì. Per farlo meglio conoscere abbiamo distesamente riportati alcuni

suoi passi. Non è ben noto l'anno in cui nacque, ma del 1300, epoca del

giubileo, doveva essere già adulto; ed oltre il viaggio di Roma fatto in

quell'anno, racconta egli stesso i suoi viaggi fatti in Francia e ne'

Paesi Bassi del 1302 e 1304[170], onde potè circostanziatamente

raccontare le rivoluzioni di quegli stati, e le guerre di Filippo il

bello col conte di Fiandra. Fu due volte priore nel 1316 e 1320;

sostenne altre onorifiche magistrature ed importanti ambasciarie per la

sua patria; militò nella guerra contro Castruccio; e nello stesso tempo,

esercitando la mercatura, venne ruinato dal fallimento della famiglia

Bonacorsi, e nella sua vecchiaja (1345) imprigionato per debiti[171].

Una vita così agitata somministrò a Giovanni nuove opportunità per

istudiare gli uomini e per descriverli esattamente. Gli storici della

Grecia avevano ancor essi corse tutte le carriere pubbliche e private; e

sotto diversi rapporti il Villani può paragonarsi ad Erodoto.

[170] _Gio. Villani l. VIII, c. 58 e 78._

[171] _Elogi d'illustri Toscani di Pietro Massai t. I._

Si fa carico al Villani d'avere, senza mai citarlo, copiati lunghi

articoli della storia di Ricordano Malespini, che giugne fino al 1280,

epoca della morte di Ricordano: ed è verissimo che Villani l'andò qua e

là copiando parola per parola, come nello stesso modo fu copiata la

storia del Villani da Marchione di Coppo Stefani, il quale, dopo avere

adottata l'opera del suo predecessore, la protrasse fino al 1385, epoca

della sua morte[172]. Questo doppio plagio non risguardavasi allora come

un furto letterario; ogni autore facendo una cronaca manoscritta per uso

della propria famiglia o degli amici, occupavasi della autenticità de'

fatti, che, rispetto ai tempi antichi, non poteva riferire che dietro

l'altrui testimonianza, e non del merito che la propria scrittura poteva

procacciargli presso al pubblico. Noi siamo sempre troppo facili a

scordarci che l'invenzione della stampa mutò totalmente gli obblighi

degli autori e le relazioni loro coi leggitori.

[172] Questa storia si pubblicò nel t. VII e seguenti delle _Delizie

degli Eruditi Toscani da F. Idelfonso da San Luigi. Carmel. Scal.

Firenze 1776_.

Nelle altre province d'Italia non erasi ancora adottato il dialetto

fiorentino come lingua universale[173]; onde troviamo avere alcuni

storici del XIII e XIV secolo adoperato nelle loro storie il dialetto

del proprio paese, forse allora creduto elegante come il toscano,

comechè al presente non venga usato che nel conversar famigliare. Un

anonimo pisano, contemporanea del conte Ugolino e di Guido di

Montefeltro, ci lasciò alcuni curiosi frammenti dell'istoria della sua

patria, scritti in un dialetto pisano, che non è ora adoperato in verun

luogo[174]. Matteo Spinelli di Giovenazzo, gentiluomo pugliese, il più

antico di tutti gli scrittori volgari, fece uso ne' suoi giornali, che

vanno dal 1250 al 1268, dell'idioma napoletano, quale press'a poco

parlasi ancora al presente[175]. Egualmente lo storico di Cola di Rianzo

scrisse verso la metà del quattordicesimo secolo il suo giornale in

lingua romanesca, che s'avvicina assai più all'odierno dialetto

napoletano che al moderno della plebe di Roma[176].

[173] Nè lo fu giammai, ma bensì la lingua volgare italiana, o

_cortigiana_, come la chiamò Dante nel suo libro _De vulgari

eloquio_. _N. d. T._

[174] _Fragmenta Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 643._

[175] _Scrip. Rer. Ital t. VII._

[176] _Ant. Ital. Med. Ævi t. III, p. 251._ — Veggansi inoltre gli

_Annali di Lodovico Monaldeschi_ scritti nel medesimo dialetto.

_Script. Ital. t. XII, p. 529._

La barbarie dei dialetti che si parlavano nel rimanente dell'Italia, ed

il rimprovero d'affettazione che sarebbesi dato ad un Lombardo o ad un

Siciliano che avesse scritto nel dialetto fiorentino, costrinsero quasi

tutti gli altri storici del tredicesimo secolo a fare uso della lingua

latina. Ma mentre molti, non conoscendone altro migliore, si valevano

del barbaro stile de' notari, alcuni distinti personaggi, ch'eransi

interamente dedicati allo studio delle lettere, fecero risorgere, quasi

in tutta la sua purità, la lingua degli oratori e de' poeti romani.

Questi esclusero affatto dalle loro scritture i vocaboli tedeschi ed

italiani adottati specialmente per le cose forensi, e si assoggettarono

alla regola, che spesso degenerò in affettazione, di non adoperare

espressioni che usate non fossero dagli scrittori del secolo d'Augusto.

Devonsi ricordare come capi di questi ristoratori della lingua latina

Giovanni da Cermenate, notajo milanese, Albertino Mussato di Padova e

Ferreto di Vicenza[177]. L'eleganza del loro stile e le loro poesie

storiche gli ottennero in quel secolo molta gloria. Oggi non saprebbesi

ammirare questa sorta di scritture in una lingua morta, ove non

incontrasi quasi mai il fuoco dell'originalità e l'impulso del genio, ma

per lo contrario il solo penoso travaglio della imitazione. Nondimeno

non devesi dimenticare che dobbiamo agli sforzi di questi letterati ed

al pubblico entusiasmo per le loro opere, lo sviluppo del genio del

Petrarca e del Boccaccio, ed in appresso, per le cure di questi due

sommi uomini, il rinnovamento dell'antica letteratura. Senza di loro

oggi non saremmo forse possessori dell'eredità degli antichi.

[177] _Script Rer. Ital. t. IX, p. 1223. — t. X, p. 1. — t. IX, p.

935._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16) · 第 4 / 11 题