_Pontificato di Bonifacio VIII. — Il partito guelfo si divide in
due fazioni dei Bianchi e dei Neri. — I Bianchi perseguitati si
uniscono ai Ghibellini._
1294 = 1303.
Appena nel precedente capitolo abbiamo avuto occasione di nominare i
pontefici che governarono la Cristianità, perchè nello spazio di dieci
anni la loro influenza fu quasi nulla rispetto all'Italia, sia che non
potessero tra le civili rivoluzioni delle repubbliche acquistare sulle
medesime quell'ascendente che avevano avuto ne' gabinetti de' principi,
o sia che la successione di molti papi, che tutti morivano pochi mesi
dopo la loro elezione, scemasse alla sede pontificia gran parte della
sua potenza. Dopo Martino IV, Onorio IV della nobile famiglia de'
Savelli di Roma, regnò due anni[49]. Attratto dalla gotta, incapace di
levarsi, di sedere, d'aprire o chiudere le mani, era stato obbligato,
per celebrare la messa e adempirne le funzioni, di far fare una macchina
che lo alzava, lo abbassava e lo volgeva verso l'altare o verso il
popolo, mentre un altro meccanismo suppliva alle sue dita per sostenere
l'ostia. Pure in mezzo alle sue infermità questo papa possedeva
un'eloquenza persuasiva ed uno spirito vigoroso; ma non impiegò i suoi
talenti ed il suo potere che ad arricchire i Savelli di Roma suoi
congiunti[50]. Dopo un interregno di alcuni mesi, gli fu dato per
successore il cardinale ministro de' frati minori, che prese il nome di
Nicolò IV. Questi regnò quattr'anni[51], duranti i quali pare che non si
prendesse altra cura che quella di colmare di ricchezze e d'onori i
Colonna di Roma, come il suo predecessore aveva fatto pei Savelli. Ne'
libelli di quel tempo venne questo papa rappresentato in atto di uscire
a stento da una colonna di marmo, colla testa coronata da una mitra,
mentre due colonne situate innanzi a lui gli toglievano la vista degli
oggetti[52]. Non si conoscono i motivi dell'affezione di questo papa
verso la casa Colonna colla quale non aveva legame di sangue. Anche in
quell'epoca i Colonna erano annoverati tra le antiche famiglie nobili,
ma la loro potenza territoriale nel patrimonio di san Pietro ed il loro
credito presso la corte pontificia non ebbero cominciamento che sotto
questo papa[53].
[49] Dal giorno 2 aprile 1285 insino al giorno 3 aprile 1287.
[50] _Chron. Fr. Francisci Pipini l. IV, c. 22, t. IX, p. 727._
[51] Dal 22 febbrajo 1288 al 4 aprile 1292.
[52] In principio del susseguente secolo si vide un libro intitolato
_Initium malorum_, nel quale trovavasi questa caricatura; essendovi
ogni papa rappresentato con un disegno satirico che dava a conoscere
il suo carattere e la sua amministrazione. _Francis. Pipini Chron.
l. IV, c. 23, p. 728._
[53] La prima occasione in cui vedasi questa casa figurare nella
storia d'Italia, è sotto il papato di Pasquale II l'anno 1100.
Pietro della Colonna mosse guerra a questo pontefice; ed allora la
di lui casa possedeva già le due terre di Colonna e di Zagarolo.
_Pandulph. Pisan. Vita Pasqualis Papæ II. Scr. Ital. t. III, p. 355.
— Ottavio di Agostino Istoria della famiglia Colonna. Venezia 1658
in foglio._
Alla morte di Nicolò IV tenne dietro un interregno di due anni e pochi
mesi, ne' quali molti cardinali morirono di febbre occasionata dal
cattivo aere della campagna romana, altri giacevano infermi della
medesima malattia. Frattanto eransi manifestate sediziose sommosse in
Roma e nello stato della Chiesa, le quali accrescevano l'inquietudine
che un così lungo interregno cagionava di già ai fedeli. Un giorno il
cardinal Latino, vescovo d'Ostia, fece un discorso nell'adunanza de'
cardinali, scongiurandoli ad unirsi di sentimento per dare un capo alla
Chiesa, avvertendoli a non illudersi intorno ai manifesti segni dell'ira
del cielo; ed avvisandoli che un sant'uomo aveva avuta una visione nella
quale tutti erano minacciati della morte, se nel termine di due mesi non
si riunivano i loro suffragi per collocare un papa sulla cattedra di san
Pietro. È questa senza dubbio, soggiunse ironicamente il cardinale
Benedetto Gaietani, che fu poi Bonifacio VIII, «è questa una delle
solite visioni del vostro Pietro di Morone. — Egli è il vero, replicò il
cardinal Latino, è una rivelazione fatta a questo uomo di Dio, che i
doni dello Spirito Santo fanno così degno di comandare ai fedeli[54].»
[54] _Poema in vitam Cœlestini V; Card. Sancti Georgii ad Velum
Aureum, l. II, c. 1, p. 34-64; t. III. Rer. Ital. p. I, p. 626._
Queste parole ottennero sui cardinali di già scossi l'effetto d'una
divina ispirazione. Coloro che non conoscevano Pietro di Morone, seppero
dagli altri che questo vecchio religioso dell'ordine di san Benedetto
viveva di lemosine, facendo vita eremitica sul monte di Motrone presso
Sulmona nell'Abruzzo Citeriore; che colà nella miserabile sua cella
macerava il suo corpo coi più rigorosi digiuni e le più austere
penitenze; che la riputazione di sua santità era appoggiata ai miracoli,
cui in allora davasi intera fede. Alcuni accertavano ch'era venuto al
mondo vestito con un abito da monaco; altri che Gesù Cristo era disceso
da una croce per cantare con lui i salmi; altri infine che una celeste
armoniosa campana lo risvegliava ogni notte all'ora della preghiera[55].
[55] _Raynal. Ann. Ecclesiast. 1294, § 8, t. XIV, p. 462._
Il cardinal Latino fu il primo a dare il suo voto al venerabile eremita,
ed il suo esempio fu all'istante seguito dagli altri, onde Pietro Morone
fu eletto papa a pieni voti. Gli si mandarono un arcivescovo e due
vescovi per partecipargli la seguìta elezione. Il povero eremita,
vedendo arrivare que' prelati di un rango tanto superiore al suo, si
gittò alle loro ginocchia; ed i prelati anch'essi si prostrarono
chiedendo la benedizione al nuovo papa. Quando gli si potè far intendere
il sorprendente cambiamento del suo stato, tentò di sottrarsi colla fuga
a tanti onori; ma la gente che accorreva da ogni banda per vedere un
mendico trasformato in sovrano, gli chiuse la via e lo sforzò a tornare
alla sua celletta[56].
[56] _Raynald. § 10, p. 463. — Petrarca de Vita Solitaria, l. II,
Sett. III, c. 18._
Il nuovo papa potè contare due re tra la folla che venne a vederlo,
Carlo II re di Napoli, che già da sei anni era stato posto in libertà
dagli Arragonesi mediante un trattato di pace che poi non osservò,
perchè il papa lo dispensò dagli emessi giuramenti, e suo figliuolo,
Carlo Martello, che aveva il titolo di re d'Ungheria per avere sposata
l'erede di quel regno. I due re vollero superare le dimostrazioni di
rispetto date a Pietro Morone dai loro sudditi, tenendo ambedue la
briglia del suo asino quando il papa, che si fece chiamare Celestino V,
fece il suo solenne ingresso nella città dell'Aquila. Ma essi con sì
fatti esteriori segni di rispetto acquistarono la più grande influenza
sullo spirito del nuovo pontefice. Incominciarono dal persuaderlo a non
prestarsi al desiderio de' cardinali che lo stimolavano a raggiugnerli a
Perugia, a Roma, o in altra città dello stato ecclesiastico. Celestino
V, malgrado le loro preghiere, fissò la sua residenza all'Aquila, poscia
in Napoli. Poco dopo, Carlo ottenne da lui la nomina di dodici nuovi
cardinali, niuno de' quali nato nello stato della Chiesa, essendo tre
delle due Sicilie e sette francesi: e questa promozione può risguardarsi
come la prima causa del traslocamento della santa sede in Avignone[57].
[57] _Vita Cœlest. V, a Card. Sancti Georgii, l. III, c. 8, t. III,
p. 636._
Non tardò Celestino a dare le più luminose prove della sua assoluta
incapacità nel governo della Chiesa; convincendo coloro che potessero
ancora dubitarne, che le virtù negative dì un eremita, l'astinenza, la
penitenza, la non curanza del mondo e de' suoi interessi non sono
qualità che si convengano al sovrano di uno stato, o anche al supremo
direttore delle coscienze di tutta la Cristianità. I ministri che lo
avvicinavano, l'ingannavano ogni giorno rispetto alle grazie che gli
facevano distribuire. Talvolta accordava lo stesso beneficio a quattro o
cinque persone, non ricordandosi mai d'averlo già ad altri conceduto:
talvolta concedeva indulgenze tanto plenarie e così facilmente
acquistate, che scandalizzavano la Cristianità; e non di rado si
ostinava a non voler occuparsi degli affari. Chiudevasi allora in una
cameretta che aveva fatta fabbricare nel suo palazzo, e durante una
delle quattro quaresime ch'egli aveva poste sul suo calendario, non
voleva vedere chicchesia, occupandosi esclusivamente degl'interessi
della sua anima[58].
[58] _Ptolomeus Lucensis Hist. Eccles. l. XXIV, c. 31. p. 1200,
Script. Rer. It. t. XI._
Una così stravagante condotta che comprometteva l'onore e l'indipendenza
della Chiesa, allarmò i cardinali. Uno di loro, il cardinale Benedetto
Caietano di Anagni, fomentava i loro bucinamenti, ingrandendo agli occhi
loro i pericoli ond'era minacciata la Cristianità. Questo uomo, per
desterità e per dissimulazione a tutti superiore, aveva saputo ad un
tempo lusingare i cardinali che lo risguardavano come il sostegno delle
prerogative del loro collegio, e signoreggiare lo spirito di Celestino
che tutto faceva dietro le sue istruzioni, e che forse non avrebbe
commessi tanti falli, se il suo perfido direttore non avesse voluto
renderlo odioso e ridicolo. Rimaneva per altro al cardinale Caietano un
potente nemico nel re Carlo II, ch'egli aveva offeso nel precedente
conclave, rispondendo alteramente ai rimproveri che questo monarca
faceva ai cardinali divisi. Raccontasi che una notte andò dal re di
Napoli e gli disse: «Sire, il tuo papa Celestino ha voluto ed ha potuto
servirti, ma non seppe farlo; se tu fai in modo ch'io gli sia
sostituito, io vorrò, io potrò e sopra tutto saprò esserti utile.»
Convenne allora del modo che avrebbe tenuto per assoggettare a Carlo
tutte le forze della Chiesa, se egli gli assicurava i suffragi di dodici
cardinali sue creature, nominati da Celestino. Avutane la promessa, non
si occupò d'altra cosa che di persuadere Celestino a rinunciare ad una
dignità che non gli conveniva[59]. Raccontano alcuni che per mezzo di
una tromba parlante ne facesse venire l'ordine dal cielo[60]. Ma senza
tale artificio, il cardinale aveva mille mezzi per determinare un uomo
così timido e semplice, di cui egli seppe allarmare la coscienza. In
vano quando si sparse la voce che Celestino disponevasi a rinunciare,
una processione di tutto il clero di Napoli venne a supplicarlo di
conservare la sua dignità[61]; che Celestino, di consentimento dei
cardinali, pubblicò una costituzione che dava ai papi il diritto di
rinunciare il papato per la salute delle loro anime; e nel prossimo
concistorio del 13 decembre 1294 presentò la sua rinuncia quale l'aveva
per lui scritta il cardinale Caietano. I cardinali stando alla
costituzione di Gregorio X intorno al conclave, che Celestino aveva
chiamata in vigore, furono immediatamente chiusi in conclave, ed il
giorno 23 dello stesso mese, gli unanimi loro suffragi si unirono a
favore del cardinale Caietano, il quale fecesi chiamare Bonifacio VIII.
[59] _Gio. Villani l. VIII, c. 6, p. 348._ — Il Villani vuole
accaduto questo trattenimento dopo la rinuncia di Celestino. Ma non
è probabile che il cardinale Caietano provocasse tale rinuncia prima
d'avere assicurata la sua elezione, tanto più che dopo non avrebbe
potuto aver luogo per essersi i cardinali subito chiusi in conclave.
[60] _Ferreti Vicent. Hist. l. II, p. 966, t. IX._
[61] _Ptolom. Lucens. Hist. Eccl. l. XXIV, c. 32, p. 1201._
Temeva il nuovo papa che qualcuno approfittasse della debolezza del suo
predecessore, per rendergli dubbiosa la legittimità della sua rinuncia,
riducendolo a dichiararsi nuovamente papa. Effettivamente parte della
Chiesa negava la validità della rinuncia di Celestino, altri
l'attribuivano ad una vergognosa debolezza, e Dante collocò l'ombra di
colui che fece il gran rifiuto tra la gente dimenticata che visse senza
infamia e senza gloria:
«Questi non hanno speranza di morte,
E la lor cieca vita è tanto bassa,
Che invidiosi son d'ogni altra sorte.
. . . . . . . . . . . . . .
«Mischiati sono a quel cattivo coro
Degli angeli, che non furon ribelli,
Nè fur fedeli a Dio, ma per se foro.
«Cacciarli il ciel, per non esser men belli:
Nè lo profondo inferno li riceve,
Chè alcuna gloria i rei avrebber d'elli.
. . . . . . . . . . . . . .
«Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
Guardai e vidi l'ombra di colui,
Che fece per viltate il gran rifiuto[62].»
[62] _Inferno c. III, v. 58._ Alcuni commentatori negarono che Dante
avesse in vista Celestino; ma la loro obbiezione intorno all'epoca
della sua morte, è mancante di fondamento; e Petrarca l'intese come
noi, quando ne fece rimprovero a Dante. _De Vita Solit. l. II, Sect.
III, c. 18, p. 302 ed. Basileæ._
Il debole Celestino avrebbe infine dovuto credersi obbligato in
coscienza a rivocare un atto che tanti Cristiani credevano condannabile.
Bonifacio VIII non volle esporsi a tanto rischio; e mentre lasciava
Napoli per tornare a Roma, seco condusse il papa che aveva abdicato. Ma
questi, in principio del 1295, si sottrasse improvvisamente a' suoi
custodi, e colla sua fuga pose nella più crudele ambascia il suo
successore. Seppesi ben tosto ch'egli si era restituito all'antico suo
eremitaggio; onde Bonifacio gli spedì il suo maestro di camera e l'abate
di Monte Cassino per ordinargli di ritornare presso al papa, se non
voleva esperimentare tutto il suo sdegno. Lo sgraziato vecchio
rammentando le reciproche promesse che precedettero la sua abdicazione,
chiedeva supplichevole che il sommo pontefice gli permettesse di vivere
tranquillamente in quella solitudine, promettendo di parlare solamente
co' suoi fratelli eremiti. Il cameriere, avuta tale risposta, partì per
darne parte al suo padrone; ma incontrò sulla strada un messo che gli
recava l'ordine di condurre subito il sant'uomo a Roma, quand'anche
dovesse impiegare la forza. Il cameriere riprese il cammino
dell'eremitaggio; ma fu prevenuto da un amico di Pietro di Morone che lo
ajutò a nascondersi, indi a fuggire per un appartato sentiere. Questo
infelice vecchio spossato di forze e nella sua grave età più fatto per
l'ozio e pel riposo, che per le fatiche d'un viaggio, si nascose entro
un'oscura macchia della Puglia, accompagnato da un solo religioso,
sperando di trovarvi qualche servitore di Dio che gli desse ricovero.
Passò la quaresima cogli eremiti del deserto; ma coloro che andavano in
traccia di lui per condurlo prigioniero a Roma, giunsero finalmente in
quella foresta. Egli conoscendo allora di non poter più tenersi nascosto
in quella provincia, s'imbarcò per attraversare l'Adriatico e fu dal
vento contrario respinto verso la costa, di cui non erasi scostato che
quindici miglia. Sbarcò a Vestia, ove fu preso dai mandatari di
Bonifacio, che furono però forzati a trattarlo con rispetto, perchè il
popolo si affollava intorno a lui, chiedendogli la benedizione anche in
tempo di notte. Il papa confinò Pietro nella torre della rocca di Fumone
nella Campania, ov'era guardato giorno e notte da sei soldati e da
trenta arcieri con tanta severità, che niuno poteva ottenere il permesso
di parlargli. L'eremita chiese almeno che si permettesse a due frati del
suo ordine di celebrare con lui il divino ufficio. Gli fu accordata
l'inchiesta, ma niun religioso poteva a lungo, senza cadere infermo,
sostenere così stretto carcere. Era nella torre così piccolo spazio, che
il sant'uomo dovea la notte servirsi per origlieri de' gradini
dell'altare su cui di giorno celebrava la messa. In questa prigione morì
Celestino V il 19 maggio del 1296, ventidue mesi dopo la sgraziata sua
elezione[63][64].
[63] Questo racconto si è preso da una vita di Celestino V scritta
da Pietro Aliaco, cardinale e suo coetaneo, _l. II, c. 15, 16, 17,
apud Surium Vita Sanctorum t. III, 19 maggio_.
[64] Avendo il nostro autore riportato intorno all'abdicazione il
sentimento di Dante, non dispiacerà ai lettori di vedere quale fosse
l'opinione del Petrarca: «Ma più d'ogni altro (egli scriveva nel _l.
II, c. 18 De Vita Solitaria_, che qui riferisco compendiosamente
tradotto) illustre è l'esempio di Celestino, il quale, deposto il
gravissimo carico del papato, con quella alacrità cercò di ripassare
nella mal abbandonata solitudine, che altri avrebbe mostrata
trovandosi improvvisamente sciolto dalle nemiche catene. Il quale
magnanimo fatto del santissimo solitario ascriva ognuno liberamente
a qualsisia motivo, e lo reputi degno di biasimo o di lode; che in
quanto a me lo credo essere stato egualmente utile a lui ed al
mondo, per l'inesperienza sua delle umane faccende, le quali, per
essersi sempre occupato della contemplazione delle celesti, aveva
affatto trascurate.... Ho udito dire da coloro che furono presenti
quando usciva dal concistoro in cui aveva deposto il gran peso che
gli sfavillava negli occhi una cotale allegrezza che aveva
dell'angelico. Nè a torto, perciocchè sapeva il valore di ciò che
ricuperava, nè ignorava quello che perdeva. E certo egli passava
dalle fatiche al riposo, dalle insane agitazioni della corte ai
divini colloquj ec. — E se non glielo vietava il comando del suo
successore, sarebbesi all'istante restituito, anche a piedi, su
quell'ispido monte, da cui gli si apriva facile via al cielo.» _N.
d. T._
Poichè sì lungo tempo ci siamo occupati della storia ecclesiastica,
crediamo dover qui riferire un pezzo della stessa storia che coincide
appunto coll'epoca presente, e che è troppo celebre e singolare per
meritarsi, se non la nostra credenza, almeno la nostra attenzione: ed è
l'arrivo della _santa casa_ in Italia presso a Loreto il giorno 10
decembre 1294, tre giorni prima della solenne abdicazione di Celestino
V. «Non si sa abbastanza chiaramente, dice Orazio Tursellino istorico di
Loreto, perchè questa casa ch'era giunta in Dalmazia a Tersacto tre anni
e sette mesi prima, fu trasportata a quest'epoca a traverso
all'Adriatico, e deposta nel Piceno. Ciò che è indubitato si è,
soggiugne lo storico, che gli angeli la portarono sulle loro ali, e la
deposero in una macchia appartenente ad una matrona di Recanati detta
Lauretta, da cui questa casa ricevette poi il suo nome; che gli alberi
delle foreste si piegarono verso di lei per riceverla, e che i pastori
del vicinato la scoprirono all'indomani un miglio distante dal mare, in
un luogo ove non aveva mai esistito verun edificio.» Se dobbiamo credere
alle stesse leggende, gli angeli la cambiarono due volte di sito prima
di fissarla stabilmente nel luogo in cui rimase fino a' nostri giorni,
portandola da una all'altra collina[65]. Il miracolo, cui la fiorente
città di Loreto deve la sua esistenza, non viene attribuito ad un tempo
tenebroso, ma ad un secolo abbastanza illuminato ed a noi vicino; quando
già vivevano Dante, il Villani, Dino Compagni, Tolomeo di Lucca, Ferreto
di Vicenza, ed una folla di storici che non fanno parola di così
straordinario avvenimento[66]. Non si può comprendere in qual modo una
così fatta tradizione abbia potuto prender piede, e come all'epoca
stessa di questa tradizione, i templi, le mura quasi romane, e l'intera
città di Loreto siansi fondati su questa sola credenza.
[65] _Horat. Tursel Hist. Lauret. l. I, c. 6-9. — Rainald. Ann.
Eccl. 1294 § 24. p. 466 e 1295, § 58. p. 487._
[66] Noi abbiamo pure due vite di papa Bonifacio VIII, scritte da
autori quasi coetanei, che riferiscono senza difficoltà i miracoli
di Celestino V, ma nulla dicono della santa Casa. _Vita Bon. VIII,
ex MS. Bernardi Guidonis Rer. Ital. t. III, p. 670. — Vita ejusdem
ex Amalrico Augerio t. III, p. II, p. 435._
La prima traslazione della santa casa dalla Palestina a Tersacto
appoggiavasi ad un avvenimento pur troppo vero, la presa di san Giovanni
d'Acri fatta da Malec Seraph, e l'espulsione assoluta dei Latini da
tutti i possedimenti che avevano in Terra santa. Acri o Tolemaide fu
presa il 19 maggio del 1291; vi perirono trenta mila cristiani, e questa
città ch'era l'emporio generale di tutto l'Oriente, fu chiusa per sempre
ai Latini[67].
[67] _Marin. Sanuto Secreta Fidelium Crucis l. III, p. XII, c. 21,
22. — Gesta Dei per Francos t. II, p. 230._
Tosto che Bonifacio si sentì assicurato sul trono pontificio, esortò i
principi cristiani a vendicare gli oltraggi cui era stata esposta la
religione. Scrisse a Edoardo I re d'Inghilterra, e ad Adolfo di Nassou
re de' Romani per esortarli a mettere fine alle guerre nelle quali
eransi avviluppati, ed a portare le loro armi in Terra santa per
riconquistare le città che gl'infedeli avevano prese con tanta vergogna
dei Latini[68]. Ma se nella cristianità non eravi stata bastante energia
da difendere un piccolo numero di fortezze, alle quali sembrava
attaccato l'onore delle nazioni che professavano la religione di Cristo;
non era presumibile che tutta l'Europa si movesse per nuovamente
tentarne la conquista, quando le difficoltà erano tanto cresciute, e il
regno di Gerusalemme distrutto per sempre, sicchè non v'erano più nè
principi nè popoli oppressi che venissero ad affrettare i soccorsi
d'Europa per salvarli da un imminente pericolo. Perciò dopo un breve
fermento prodotto dal sentimento dell'obbrobrio, dall'orrore della
strage di Acri e dalla pietà verso gli sventurati fuggitivi, i cristiani
abbandonarono il pensiero di riconquistare Terra santa, e i mari
dell'Asia furono chiusi all'Europa.
[68] La lettera ad Edoardo in data di Velletri giorno 5 delle
calende di giugno anno I, e quella ad Adolfo il giorno 5 delle
calende di luglio, trovansi in _Raynal. Ann. Eccl. § 43-45. p. 483_.
Il pontefice che più d'ogn'altro avrebbe potuto risvegliare lo zelo per
questa guerra sacra, aveva altri interessi che più gli stavano a cuore,
ai quali sagrificò di buon grado quelle lontane conquiste. Erasi
impegnato verso Carlo II, re di Napoli, di servirlo efficacemente
nell'impresa di Sicilia. Egli era d'una famiglia originaria ghibellina;
ma per mantenere la sua promessa, si gettò nel partito guelfo con tanta
violenza, che niun pontefice, senza eccettuarne lo stesso Martino IV,
non aveva così impudentemente dimenticate le prerogative di comun padre
dei fedeli, per prendere quelle d'un capo di faziosi.
La condotta de' precedenti pontefici, siccome quella ancora della casa
di Francia verso i re d'Arragona, era stata fallace e perfida. Quando
del 1288 Edoardo d'Inghilterra erasi offerto mediatore per ristabilire
la pace, e procurare al re Carlo la libertà, erasi sotto la sua
guarenzia conchiuso il trattato alle seguenti condizioni. Il regno di
Sicilia doveva essere ceduto a Giacomo d'Arragona, e rimanere a Carlo
quello di Napoli, il quale obbligavasi a far rinunciare Carlo di Valois
suo cugino a tutti i diritti che potevano essergli derivati sul regno
d'Arragona dall'investitura di Martino IV: e per prezzo di questa
rinuncia e diritti immaginarj, Carlo di Valois doveva ricevere
dall'Arragonese venti mila libbre pesanti d'argento. Carlo II, che non
era ancora incoronato e portava soltanto il titolo di principe di
Salerno, doveva essere posto in libertà; ed in sua vece lasciava ostaggi
tre figliuoli con sessanta de' principali gentiluomini della Provenza; e
se nel termine di tre anni non soddisfaceva alle stabilite convenzioni,
prometteva di ritornare egli stesso nella prigione, da cui veniva
liberato[69].
[69] _Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 11. p. 630._
Ma Carlo giunto a Rieti, ove trovavasi la corte pontificia, fu da Nicolò
IV, allora regnante, incoronato re delle due Sicilie, e sciolto dalle
obbligazioni assunte in virtù delle convenzioni fatte con Alfonso, e dai
giuramenti[70]. Carlo di Valois, lungi dal ritenersi compreso nel
trattato di pace, s'apparecchiò ad attaccare l'Arragonese; conchiuse
un'alleanza con don Sancio re di Castiglia, che per lui dimenticò
l'amicizia d'Alfonso d'Arragona, e si preparò a punire l'Arragonese
della sua confidenza e della sua generosità.
[70] _Memoriale Potest. Regiens. t. VIII, p. 171._ L'autore era
presente all'incoronazione. _Raynal. 1289. § 13. p. 408. — Barth. de
Neocastro Hist. Sicula c. 112. p. 1153._
La guerra portata negli stati d'Alfonso dai re di Castiglia e di Francia
lo costrinse bentosto a soggiacere a più dure condizioni. Promise di
richiamare le truppe ausiliarie mandate in Sicilia a suo fratello, di
rifiutargli in avvenire ogni ajuto, e di esortarlo insieme alla madre a
rinunciare al dominio di quell'isola. Si obbligò innoltre a pagare pel
regno d'Arragona il tributo che uno de' suoi antenati aveva promesso a
san Pietro; ed a questo prezzo doveva essere assolto dalla chiesa, e
Carlo di Valois rinunciare alle sue pretese[71].
[71] _Mariana l. XIV, c. 14 p. 634._ — _Barthol. de Neocastro Hist.
Sicula c. 14 p. 1168._
La notizia di questo trattato risvegliò le più amare lagnanze dei
Siciliani che vedevansi abbandonati ai Francesi, i loro più crudeli
nemici, da quella stessa famiglia e da quella nazione ch'essi avevano
scelta per proteggerli. Ma l'esecuzione del trattato rimase sospesa per
la subita morte d'Alfonso re d'Arragona. Suo fratello Giacomo, in allora
re di Sicilia, andò a Saragozza per prendere possesso della fraterna
eredità, e, partendo dalla Sicilia, lasciò l'amministrazione dell'isola
a Federico suo terzo fratello.
Tali erano i trattati cominciati e rotti tra la casa d'Angiò e quella
d'Arragona, quando Bonifacio VIII tentò di ristabilire la pace nelle due
Sicilie, offrendo dei compensi ai re per impegnarli a tradire i loro
popoli. Un primo trattato fu segnato colla sua mediazione fra Carlo II e
Giacomo re d'Arragona, il quale ricevendo in consorte con una
ragguardevole dote Bianca, figliuola del re Carlo, prometteva invece non
solo d'abbandonare la Sicilia alle armi del principe francese, ma ancora
d'ajutarlo a farne l'acquisto, se i Siciliani avessero opposta
resistenza. Per prezzo di così vergognosa condizione il papa accordava
all'Arragonese la sovranità delle isole di Corsica e di Sardegna, che
appartenevano ai Pisani ed ai Genovesi. In appresso il papa cercò di
determinare Federico, ch'era al possesso della Sicilia, ad accedere a
questo trattato, e gli offrì per ricompensa in isposa Caterina, nipote
di Baldovino II, e sola erede de' suoi diritti, la quale aveva il
magnifico titolo d'imperatrice di Costantinopoli; aggiungendovi la
promessa di cento mila once d'oro onde ajutarlo a conquistare l'impero
d'Oriente[72]. Questa proposizione fu fatta dallo stesso Bonifacio
all'infante D. Federico in un congresso tenuto a Velletri. Ma il giovane
principe era accompagnato dal venerabile vecchio Giovanni di Procida e
da Ruggiero di Loria, l'invincibile ammiraglio della Sicilia, che non
permisero che venisse sedotto da tali insidiose offerte.
[72] _Histoire de Costant. sous les empereurs françois l. VI, c. 17.
p. 99. — Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 17. p. 638. —
Nicolai Specialis Hist. Sicula, l. II, c. 21. p. 961._
Quando del 1296 giunse in Sicilia la notizia del trattato sottoscritto
da Giacomo d'Arragona, i grandi del regno mandarono alla sua corte in
Catalogna tre deputati per verificare le ingiuriose voci che speravano
dover essere da lui smentite. Ma Giacomo non si rifiutò di comunicare ai
deputati lo stesso trattato da lui conchiuso; onde questi stracciandosi
le vesti e riempiendo la corte di gemiti, supplicarono il re a non
abbandonare i suoi fedeli sudditi ed a non darli nelle mani de' loro
crudeli nemici. E perchè niente potevano da lui ottenere, stesero una
scrittura della sua rinuncia all'isola di Sicilia, e la portarono ai
loro concittadini. Allora tutti i baroni, alla di cui testa trovavansi
Giovanni di Procida e Ruggiero di Loria, dichiararono sciolti affatto i
loro legami con Giacomo d'Arragona, ed elessero loro re l'infante
Federico, ch'incoronarono a Palermo. Poco tempo dopo, Bonifacio di
Calamandano, gran maestro dell'ordine di san Giovanni, portò loro de'
fogli in bianco segnati dal papa e da Carlo, offrendosi di aderire a
tutte le condizioni più vantaggiose ed alle riserve de' privilegi
ch'essi vi avessero apposte; ma i baroni risposero che i Siciliani
avevano costume di consolidare la loro libertà colle spade, non con
inutili pergamene[73]. La maggior parte de' Catalani, che trovavansi
allora in Sicilia, rifiutarono d'ubbidire agli ordini di Giacomo,
dichiarando per mezzo di Blasco d'Alagonia[74], che siccome gli
Arragonesi erano i più liberi di tutti i popoli che ubbidivano a re,
erano autorizzati dalle loro leggi e dalle stesse costituzioni del regno
a ritirare ogni obbligazione d'omaggio ad un monarca di cui dovevano
disapprovare la condotta.
[73] _Nicolai Specialis Hist. Sicula l. II, c. 20-25. p. 959-964._
[74] Uno de' privilegi dei _Ricos Hombres_ d'Arragona era quello di
potere rompere ogni legame colla corona, e perfino di dichiarare la
guerra al re, purchè prima rinunciassero ai feudi da lui ricevuti.
_Hieron. Blancas. Comment. Rer. Aragon. p. 737._ Gli Alagonia erano
una delle dodici più antiche famiglie dei _Ricos Hombres_ del regno
di Soprarbia, culla di quello di Arragona.
E per tal modo ricominciò la guerra nelle due Sicilie con più furore che
mai; e la Calabria ne fu il principale teatro. Ruggiero di Loria e
l'infante Federico furonvi più volte vittoriosi de' Francesi; e la sorte
della guerra non si mostrò favorevole agli ultimi che alloraquando il re
Giacomo d'Arragona, per soddisfare agli obblighi del suo vergognoso
trattato, venne egli stesso a portare la guerra negli stati di suo
fratello, e quando il re Federico, ascrivendo a delitto a Ruggiero
l'avere risparmiato uno de' suoi parenti, disgustò questo illustre
ammiraglio, e lo forzò a passare nelle truppe de' suoi nemici.
Ma prima di vedere quale fu il fine di questa così lunga e tanto crudele
guerra; prima di raccontare in qual modo, a quest'epoca, Bonifacio VIII,
che non aveva mostrato sommissione che per ottenere la tiara, e che
pareva volersi rifare della passata dissimulazione con un eccessivo
orgoglio e colle più stravaganti pretensioni, alienasse Filippo il
bello, re di Francia, suo antico alleato, ed entrasse in guerra colla
famiglia Colonna, debbo riferire le rivoluzioni che nel medesimo tempo
scoppiarono in Toscana, rivoluzioni alle quali non fu straniero lo
stesso pontefice.
Venti miglia lontano di Firenze sulla strada di Lucca alle falde degli
Appennini che dividono la Toscana dal Modenese, è posta una città che,
malgrado la fertilità del suo territorio e la ridente sua situazione,
non si rese illustre nè per popolazione, nè per ricchezze, nè per
commercio, nè per potenza, ma soltanto per la violenza delle sue
rivoluzioni, per l'intenso odio de' partiti che la divisero, per la
fatale influenza di questi partiti sul rimanente della Toscana e quasi
dell'Italia, ove sparsero il lievito della discordia; ove per una
privata offesa, per una lite di famiglia, suscitarono una guerra
universale. Il popolo di Pistoja è forse il più violento, il più
impetuoso, il più sedizioso di cui la storia ci conservi la memoria.
Pare che questo popolo fosse assetato talmente di guerre civili, che la
sua sete di sangue non si spense nemmeno quand'ebbe ridotta la sua
patria ad un oscuro rango tra le città d'Italia: nè si acquietò nemmeno
sotto il despotismo, il quale soffocando tutte le passioni, distruggendo
tutti gl'interessi, suole addormentare i popoli nel riposo della morte;
ma continuò a combattere anche dopo che la libertà, il governo, la
gloria, più non potevano per lui esistere; siccome quel gigante
dell'Ariosto, che nel calore della battaglia erasi dimenticato di essere
morto[75]. Esempio memorando dell'insensato furore che i soli nomi
possono ancora ispirare agli uomini, quando più non sussiste alcuna
delle cagioni che avevano eccitata la loro discordia.
[75] La guerra civile continuò quasi senza interruzione in Pistoja
fino all'anno 1539, benchè dopo il 1401 Pistoja non fosse che una
città suddita dei Fiorentini, e del 1531 sommessa con tutta la
Toscana ai duchi della seconda casa de' Medici.
Due famiglie di un'antica nobiltà, le quali possedevano vasti feudi
nella pianura e nella montagna di Pistoja[76], eransi poste alla testa
delle due fazioni, i Cancellieri de' Guelfi, ed i Panciatichi de'
Ghibellini; le quali famiglie, durante tutto il tredicesimo secolo,
eransi battute con tanto furore, che quasi erasi dimenticata l'origine
della loro discordia, non indicandosi più il partito che col loro nome.
I capi di queste famiglie erano incomparabilmente più potenti e più
rispettati che i capi della repubblica; tutte le guerre sembravano
prodotte dalle loro passioni, e loro opera tutti i delitti: non è però
da maravigliarsi che il governo di Pistoja nutrisse contro tutto
l'ordine della nobiltà i più caldi sentimenti di odio e di gelosia.
Questi sentimenti si manifestarono prima a Pistoja che a Firenze. Del
1285 il popolo dichiarò i magnati non ammissibili alle magistrature
della città, li sottopose a particolare regolamento, ed ordinò che
qualunque volta una privata famiglia turberebbe l'ordine pubblico,
verrebbe registrata nel ruolo dei nobili, per essere per sempre punita
della sua disubbidienza alle leggi[77].
[76] Chiamasi montagna di Pistoja una piccola provincia posta in
mezzo agli Appennini di cui san Marcello è il principal luogo. È la
parte più pittoresca degli Appennini.
[77] _Jacopo Maria Fioravanti, Memorie Storiche della città di
Pistoja. Lucca 1758, più fol. c. 16. p. 239._
Nello stesso tempo presso a poco in cui i Fiorentini avevano cacciato
fuori dalla loro città il conte Guido Novello coi Ghibellini, anche i
Cancellieri avevano scacciati da Pistoja i Panciatichi; che continuavano
a perseguitare nelle loro terre. La famiglia guelfa dei Cancellieri,
sebbene da un decreto esclusa dal governo della città, raccoglieva tutti
i frutti della vittoria: nella prosperità era cresciuta in modo di gente
e di ricchezze, e contavansi più di cento uomini d'armi tutti
Cancellieri, oltre coloro che erano uniti di parentela a questa
famiglia, una delle più potenti che contasse la nobiltà italiana[78]. La
lite che divise in due nemiche fazioni questa famiglia, ed in seguito
tutte le famiglie guelfe della Toscana, può farci conoscere colle sue
particolarità i costumi e la ferocia de' nobili pistojesi.
[78] _Gio. Villani. l. VIII, c. 37. p. 368._
Molti gentiluomini della famiglia Cancellieri scontraronsi in una
taverna ove giuocarono insieme; poichè furono riscaldati dal vino, un di
loro, detto Carlino, figlio di Gualfredi, insultò e ferì un altro
Cancellieri egualmente cavaliere, chiamato Amadoro, o Doro, figliuolo di
Guglielmo. Questi due giovani, sebbene parenti, appartenevano a due
diversi rami della stessa famiglia, distinti dai soprannomi di Bianchi e
di Neri, loro venuti anticamente dall'avere avuto il loro antenato
comune due donne, da una delle quali che aveva nome Bianca, Bianchi
chiamaronsi i suoi figliuoli, e coll'opposto nome di Neri quelli
dell'altra. Doro era del ramo nero. Apparecchiando la sua vendetta
contro la famiglia che lo aveva insultato, adottò un principio odioso,
che sembra essere stato costantemente seguito in Pistoja; cioè, che a
fine di rendere la vendetta compiuta, richiedevasi che non cadesse sopra
l'offensore; imperciocchè se colpiva quel solo non era che un castigo
che, proporzionato essendo all'offesa ed aspettato, non poteva essere
cagione di un dolore abbastanza profondo a coloro de' quali volevasi
trarre vendetta. La prima offesa era caduta sopra un innocente; onde
perchè la scambievolezza fosse compiuta, era necessario che la seconda
cadesse sopra un uomo ugualmente innocente. Doro, sortendo dalla
taverna, ov'era stata insultato, si pose in un'imboscata, e la sera
dello stesso giorno, vedendo passare un fratello di colui che lo aveva
ferito, il quale era un giudice, detto Vanni, lo chiamò, e Vanni
avvicinandosi senza veruna diffidenza, nulla sapendo nemmeno della rissa
accaduta la mattina, Doro si gettò sopra di lui con intenzione di
ucciderlo, e colla spada gli troncò una mano e lo ferì nel volto.
Il padre di Doro, Guglielmo, lungi dall'approvare una tanto odiosa
vendetta eseguita contro un suo parente, risolse di comporre con una
luminosa soddisfazione la lite che poteva dividere la sua famiglia.
Consegnò lo stesso Doro tra le mani del padre adirato, facendogli dire,
che a lui rimetteva il castigo di un uomo che, malgrado il suo delitto,
non lasciava di essere ancora parente dell'offeso; ma questo padre,
chiamato Gualfredo, insensibile alla generosità del suo procedere, volle
infliggere a Doro una punizione eguale all'offesa, gli tagliò una mano
sopra una mangiatoia di cavalli, lo ferì nel viso com'era stato ferito
suo figlio, ed in tale stato lo rimandò al cancelliero nero,
incaricandolo di dire a suo padre, che col ferro e non colle parole si
guarivano somiglianti ferite[79].
[79] _Istorie Pistojesi dall'anno 1300 al 1348 anonime t. XI, Scr.
Rer. Ital. p. 367. — Fioravanti Memorie Storiche di Pistoja, c. 17.
p. 248. — Istoria di Pistoja e delle fazioni d'Italia di Michel
Angelo Salvi t. I, Pistoja 1627. 3 vol. in 4.º — Jannotii Manetti
Hist. Pist. l. I, t. XIX, p. 1013. — Gio. Villani l. VIII, c. 3. p.
368. — Machiav. Stor. Fior. l. II, p. 118._
Da una banda e dall'altra era stata commessa un'atroce azione, ed i
cancellieri d'ambo i rami per il proprio riposo, come per l'onore della
loro patria, avrebbero oramai dovuto abbandonare i colpevoli alla
vendetta delle leggi, e rifiutare di armarsi a favore di uomini che
avevano infamato il loro nome con azioni tanto inumane; ma così non era
allora avvezza a giudicare la nobiltà italiana[80]. I cancellieri
bianchi ed i cancellieri neri mostraronsi egualmente disposti a
vendicare l'offesa da ognun d'essi ricevuta; e perchè colle loro
parentele e relazioni abbracciavano tutte le famiglie nobili di Pistoja,
le strascinarono tutte nella loro lite. Nè vi prese parte la sola
nobiltà cittadina, che tutti pigliarono le armi i loro vassalli e
clienti nel territorio pistoiese, e tutta la Montagna fu in guerra pei
Bianchi e pei Neri.
[80] Tolomeo di Lucca, il solo tra tutti gli storici, ne' suoi
_Annales Breviores t. XI, p. 1301_, fa cominciare questa lite l'anno
1295, gli altri soltanto nel 1300. Noi adottiamo il parere di
Tolomeo ch'era vicino e contemporaneo, e crediamo che i fatti
cumulativamente narrati dagli altri debbano ripartirsi ne' quattro
anni seguenti. Veggasi intorno a ciò _Flammin. del Borgo diss.
sull'Ist. Pisana p. 5_.
(1298) Le battaglie ordinate, ch'ebbero luogo in città, erano il minor
male che risultasse da questa discordia, perchè l'uno e l'altro partito,
per portar colpi più inaspettati e più dolorosi, ebbero ricorso a
misfatti non più uditi. Se nell'una o nell'altra famiglia trovavasi un
uomo amato e rispettato per le sue virtù, o pure uno il di cui carattere
pacifico tenesse lontano dalle contese civili, era appunto quello che
l'opposto partito destinava sua vittima, non credendo di poter gustare
tutto il piacere della vendetta se non insultava col delitto la
salvaguardia delle leggi, ed ogni rispetto divino ed umano. Per tal modo
Pero dei Pecorini, che era giudice, fu ammazzato dai Neri senza
provocazione, sul suo tribunale, in presenza dello stesso podestà; indi
gli stessi Neri uccisero il cavaliere Bertino, perchè aveva fama
d'essere il più nobile e più cortese cavaliere di Pistoja. Così
Benedetto de' Sinibaldi, il più rispettato de' Cancellieri neri, cadde
sotto la spada de' Bianchi in una bottega aperta sulla piazza: uno de'
cavalieri del podestà venne ucciso dalla stessa fazione, onde il podestà
vedendo ch'era impossibile di ristabilire l'ordine in Pistoja, e
d'amministrare la giustizia a quel popolo furibondo, pose in terra in
presenza del consiglio la bacchetta della podestaria, e partì abdicando
la sua carica.
Pistoja pareva minacciata dell'intera sua sovversione per gli eccessi
dell'anarchia e della guerra civile; e la repubblica fiorentina che
trovavasi alla testa della parte guelfa in Toscana, cominciava a temere
che l'interesse della sua parte non venisse compromessa con sedizioni
così violenti, e che i Ghibellini da molto tempo esiliati non
approfittassero delle divisioni e dell'indebolimento dei loro avversarj
per ricuperare l'antico potere. Nel 1300 gli uomini più saggi di
Fiorenza e di Pistoja si adunarono per trovare rimedio a tanti mali.
Finalmente con una pubblica deliberazione gli anziani di Pistoja
determinarono di confidare per tre anni la signoria della loro città ai
Fiorentini, perchè riformassero la repubblica, e vi stabilissero la
pace[81]. La signoria, ossia balìa, come di questi tempi cominciò a
chiamarsi, non distruggeva le franchigie d'una repubblica, nè derogava
punto alla sua libertà; era un potere legislativo e stragiudiziale
attribuito per un determinato oggetto, e per un certo tempo ad un
governo che credevasi meritevole di tanta confidenza da sceglierlo come
arbitro.
[81] _Istorie Pistoiesi anonime t. I, p. 374._
Avendo i Fiorentini accettata la balìa di Pistoja, vi mandarono un nuovo
podestà ed un nuovo capitano del popolo, che furono incaricati di
scegliere metà per ogni partito i nuovi _anziani_. Con tal nome
chiamavasi a Pistoja il collegio dei dodici magistrati preseduto da un
confaloniere di giustizia eletto ogni mese per amministrare la
repubblica. I Fiorentini ordinarono poscia ai capi delle due fazioni
bianca e nera di allontanarsi dalla città che turbavano coi loro odj
[82]; e credendo che un governo vigoroso avrebbe il potere di
riconciliare questi uomini iracondi tosto che più non fossero circondati
dai loro clienti e da gente avida di vendicare le loro ingiurie, i
Fiorentini assegnarono per loro dimora a tutti i Pistojesi esiliati la
città stessa di Firenze.
[82] _Jannotii Manetti Hist. Pist. l. II, p. 1009._
Ma il riposo di Firenze non era assicurato in maniera che potesse
impunemente ricevere nel proprio seno tanto lievito di discordia; ed i
priori, che mandarono a Firenze uomini avidi di sangue ed accostumati a
sprezzare tutte le leggi, commisero un grave fallo di cui ebber presto
cagione di doversi amaramente pentire. In effetto dopo l'esilio di Giano
della Bella, il vicendevole odio dei nobili e dei cittadini erasi fatto
più vivo, comechè non fosse ancora scoppiato. La città, gli è vero,
pareva nel più prospero stato: ella contava entro le sue mura una
milizia di trenta mila uomini abili a portare le armi, e nel rimanente
dello stato fiorentino eranvi ridotti in reggimento settanta mila
uomini[83]. Per dare maggior lustro alla magistratura, i priori avevano
gittate le fondamenta del magnifico palazzo pubblico, che doveva essere
la residenza e la fortezza della signoria[84]: avevano in appresso fatte
innalzare nuove mura intorno alla città, il di cui cerchio era più
esteso che non era quello delle due più antiche mura: ma questa
apparente prosperità covava i semi di grandi sventure.
[83] _Gio. Villani l. VIII, c. 38, p. 369._
[84] Questo palazzo, oggi detto Palazzo Vecchio, fu fondato l'anno
1298. La piazza davanti fu formata colla demolizione delle case
degli Uberti, e perchè non si voleva che il palazzo del governo
stesse sopra un terreno che i Ghibellini avevano profanato colla
loro dimora, invece di fare il nuovo edificio quadrato, gli fu data
una forma irregolare che ritiene anco al presente; di modo che
veruno de' suoi fondamenti trovasi in terreno ghibellino. _Gio.
Villani l. VIII. c. 26 e 31, p. 561._
Il più riputato uomo tra i nobili che avevano fatto esiliare Giano della
Bella, era Corso Donati, gentiluomo di antica famiglia, al quale sommi
talenti avevano acquistata grandissima influenza in tutti i consigli, ed
il di cui valore non aveva poco contribuito ad assicurare ai Fiorentini
la vittoria di Campaldino. La famiglia popolana dei Cerchi ch'erasi col
commercio fatta ricchissima[85], acquistò il palazzo dei conti Guidi
vicinissimo a quello dei Donati; e perchè i nuovi ricchi sogliono fare
più pomposa mostra della loro opulenza, siccome la sola cosa che onori
la loro famiglia, così i Cerchi ammorzarono l'antico splendore dei
Donati colla dovizia degli abiti, la magnificenza degli arredi, il
numero de' cavalli e de' domestici. Una causa per una eredità accrebbe
la rivalità delle due famiglie, e ne sviluppò il vicendevole odio: onde
i Cerchi sforzaronsi allora di assodarsi nel rango cui s'erano innalzati
impiegando le loro ricchezze ed il loro credito a servire ed a
proteggere gli uomini cui potevano essere utili. Così adoperando
acquistaronsi molti partigiani tra la nobiltà povera, gelosa dei Donati,
come pure fra i cittadini specialmente ghibellini. Innalzatisi a tale
stato di potere lungo tempo dopo la vittoria dei Guelfi, non avevano i
Cerchi conservato verun risentimento di famiglia contro una fazione,
nella quale non avevano mai avuti personali nemici.
[85] _Cronaca di Dino Compagni, l. I, p. 480, t. IX._ — I Cerchi,
scrive Dante, erano usciti dal Pivier d'Acone, e per conseguenza
originariamente contadini. _Parad. C. XVI. v. 65._
Mentre esistevano in Fiorenza questi semi di discordia, vi giunsero, a
seconda degli ordini ricevuti dalla signoria, i Pistojesi esiliati dalla
loro patria: i Bianchi furono accolti ed alloggiati nelle case dei
Cerchi, i Neri trovarono ospitalità presso i Frescobaldi amici dei
Donati: e perchè le due fazioni, che incominciavano a dividere Firenze,
non avevano alcun nome, ed ambedue volevano essere guelfe e popolane,
adottarono la denominazione di Bianche e di Nere, che senza recare
pregiudizio alle loro intenzioni sembrava bastantemente dividerle. Corso
Donati fu riconosciuto capo dei Neri, e Vieri dei Cerchi capo dei
Bianchi di Fiorenza[86].
[86] _Gio. Villani l. VIII, c. 38, p. 369. — Jannotii Manetti Hist,
Pist. l. II, p. 1019. — Anon. Pistolese p. 374._
Sebbene non si fosse ancora sparso sangue, erano in Fiorenza gli spiriti
in modo esacerbati, sopra tutto dall'amara ironia di Corso Donati il
quale non cessava di versare a mani piene il ridicolo sul suo rivale
Vieri de' Cerchi, che il più leggiere accidente poteva essere cagione
d'una zuffa. Un giorno che parte della città trovavasi adunata nella
piazza de' Frescobaldi, per rendere gli estremi onori ad una donna di
fresco morta, i dottori ed i cavalieri, com'era l'uso di Firenze in que'
tempi in tali cerimonie, stavano seduti sulle panche intorno alla
piazza, e la gioventù per terra sopra stuoje di giunchi: l'accidente
aveva posti i Donati ed i Cerchi di faccia gli uni agli altri. Un
giovane seduto in terra si alzò per rassettarsi il mantello, e coloro
che gli stavano seduti in faccia, supponendo che questo fosse il segnale
convenuto per attaccarli, si levarono subito anch'essi e sguainarono le
spade; onde si levarono egualmente i loro avversarj, e s'appiccò la
zuffa. I parenti della morta ottennero a stento, cacciandosi nella
mischia, di separare i due partiti.
Guido Cavalcanti, dopo Dante il più illustre poeta del suo secolo, ed il
più rinomato filosofo, quello che per la sublimità della sua mente Dante
indicò come sè medesimo capace di scorrere i tre regni dei morti, era
uno de' più caldi nemici di Corso Donati[87]. Il Cavalcanti, genero
com'egli era di Farinata degli Uberti, inclinava segretamente al partito
ghibellino favorito dai Bianchi; inoltre egli aveva ragione di credere
che Donati avesse cercato di farlo assassinare in un pellegrinaggio
ch'egli di fresco aveva fatto a san Giacomo di Gallizia. Altrettanto
cortese quanto valoroso, ma altero ed amico della solitudine, non fece
veruno apparecchio per vendicarsi. Solamente attraversando una volta le
strade di Firenze a cavallo con molti giovani della famiglia Cerchi,
incontrò Corso Donati pure a cavallo in compagnia de' suoi figliuoli ed
amici; onde corse sopra di lui per ferirlo con una freccia, senza però
averlo potuto cogliere; ma abbandonato dai suoi amici, ed esposto alle
pietre che gli venivano scagliate addosso dalle finestre, dovette allora
fuggire.
[87] _Cronaca di Dino Compagni l. I, p. 481._ Intorno alla vita di
Guido Cavalcanti veggasi Dante _Inferno C. X, v. 52_, ed i suoi
commentatori. _Benv. da Imola Comm. p. 1043-1186. — Ant. Ital. Med.
Aevi t. I. — Tiraboschi Lett. It. t. IV, l. III, c. 3, § 14, p.
374._
La parte Bianca pareva a Firenze formata degli uomini più ragguardevoli
pel loro carattere, i loro talenti ed il loro sapere; Dante Alighieri,
Guido Cavalcanti e Dino Compagni, lo storico, gli appartenevano
egualmente; ma per mala sorte Vieri de' Cerchi, il capo di questo
partito, non era degno degli uomini ch'egli doveva condurre. I Neri
avevano maggior credito alla corte di Roma e presso papa Bonifacio, sia
perchè più affezionati alla parte guelfa, che Bonifacio favoreggiava
caldamente, o perchè il banchiere del papa ed altre persone, che lo
circondavano, appartenevano a questa fazione. In conseguenza furono essi
che stimolarono Bonifacio ad interporsi per tornare la pace tra i
Fiorentini; ma il violento suo carattere non si confaceva all'ufficio di
pacere.
Bonifacio fece venire a Roma Vieri dei Cerchi, e lo richiese di fare la
pace con Corso Donati, promettendogli a tale patto la sua protezione; ma
gli rispose Vieri che, non essendo egli in guerra con persona, non aveva
a fare veruna pratica per riconciliarsi con chicchessia, e ripartì senza
aver nulla promesso[88]. Allora il papa mandò in Toscana il cardinale
d'Acquasparta come mediatore dei due partiti; il quale, giunto essendo a
Firenze in giugno del 1300, pregò la signoria di accordargli la balìa
della città per istabilirvi la pace; disse in pari tempo essere sua
intenzione di fare scelta di coloro che dovevano essere priori nel
susseguente anno, in modo che vi fosse un egual numero di Bianchi e di
Neri, e di distribuire i loro nomi nelle borse per tirare a sorte ogni
due mesi, onde evitare i tumulti cui dava luogo ogni elezione in un
tempo che il popolo si abbandonava con tanto furore allo spirito di
parte[89]. Ma all'epoca in cui venne il cardinale a Firenze, avendo i
Bianchi la principal parte nel governo, temettero che la corte di Roma
approfittasse de' poteri che domandava per abbassarli, e rifiutarono al
cardinale la balìa; perchè questi uscendo subito di città, la sottopose
all'interdetto.
[88] _Dino Compagni Cronaca p. 481._
[89] _Gio. Villani l. VIII, c. 39, p. 371._
La signoria abbandonata a sè medesima si provò di ristabilire, senza il
concorso di uno straniero, la pace nella città; ciò che credè di
ottenere esiliando i capi delle due fazioni: ed in conseguenza ordinò ai
Neri di portarsi alla Pieve nel territorio di Perugia, ed ai Bianchi di
restare confinati a Sarzana sui confini dello stato di Genova. Il poeta
Dante era uno de' priori che pronunciarono questa sentenza, e Dino
Compagni assicura avere egli medesimo consigliata la signoria a prendere
tale risoluzione[90]. Ma i priori non conservarono lungo tempo quella
parzialità che gli aveva diretti nel primo atto; e dietro inchiesta di
Guido Cavalcanti, caduto infermo a Sarzana, permisero soltanto ai
Bianchi di rientrare in Firenze, protestando l'insalubrità dell'aria nel
luogo del loro esilio.
[90] _Dino Compagni Cronaca l. I, p. 482. — Gio. Villani l. VIII, c.
40, p. 372._
I capi del partito dei Neri erano confinati in un luogo prossimo a Roma
ed alla corte del papa; ed avendo già protettori ed amici in questa
corte, approfittarono della vicinanza per acquistarne degli altri. Corso
Donati andò a Roma; ed ebbe l'aperto favore dei parenti del papa, del
suo banchiere e del cardinale Acquasparta che non poteva perdonare ai
Fiorentini d'avere rifiutata la sua mediazione. Tutti d'accordo
eccitarono Bonifacio contro i Bianchi e contro il partito del governo, e
lo consigliarono a cercare un principe che punisse i Fiorentini della
poca loro deferenza, e che escludendo dal numero de' Guelfi gli uomini
tiepidi o moderati ristabilisse il partito della Chiesa nell'antica sua
purità. Doveva questo principe pacificare la Toscana e conquistare la
Sicilia, imperciocchè al papa stava più a cuore il vendicarsi di don
Federico e di Ruggiero di Loria, che la punizione de' Bianchi
fiorentini.
Verso quest'epoca Carlo di Valois, fratello di Filippo il bello, re di
Francia, erasi acquistata grandissima riputazione colla conquista di
tutta la Fiandra[91]; onde Bonifacio pose gli occhi sopra di lui. Sapeva
per l'esperienza fattane da' suoi predecessori che i principi francesi
erano proclivi a riconoscere come titoli incontrastabili i doni che loro
faceva la santa sede anche in que' luoghi in cui non aveva alcuna
giurisdizione. Sapeva ch'essi ed i loro soldati erano sempre disposti a
combattere, non per una sola causa, ma per tutte le cause del mondo e
contro tutti gli uomini. Promise a Carlo di Valois come premio della
spedizione, cui l'invitava, la stessa Caterina di Fiandra erede
dell'Impero latino di Costantinopoli, che aveva poc'anzi offerta
all'infante Federico di Sicilia; e perchè questa principessa era
prossima parente di Carlo, gli spedì le necessarie dispense per
isposarla[92], a condizione che sollecitamente venisse con un sufficente
corpo di cavalleria a combattere a proprie spese per la causa della
santa sede contro Federico usurpatore della Sicilia, e contro qualunque
altro nemico della Chiesa. La successione all'Impero di Costantinopoli
non era la principal promessa che Bonifacio facesse a Carlo; non avendo
come papa voluto riconoscere Alberto d'Austria per re de' Romani,
lusingava Carlo di questa medesima dignità, assicurandolo intanto che
gli conferirebbe i diritti di vicario imperiale in Toscana, in quel modo
che uno de' suoi predecessori l'aveva fatto in favore di Carlo d'Angiò.
Aggiugneva Bonifacio a queste lontane speranze immediate concessioni che
avrebbero luogo tosto che Carlo avesse accettato il proposto trattato.
Nel 1301, il papa lo creò conte della Romagna, capitano del patrimonio
di san Pietro, signore della Marca di Ancona, e, con un nuovo titolo,
pacificatore della Toscana[93].
[91] _Chron. Guilelmi de Nangis, an. 1299, 1300, in Spicilegio
d'Acheri t. XI, p. 601._
[92] Bolla di dispensa per questo matrimonio pubblicata
nell'appendice del Ducange nella sua raccolta _p. 24_, o edizione
del _Lonore p. 41_. — _Hist. de Costantin. sous les emper. franç. l.
VI, c. 18 ec. p. 100._
[93] _Ptolomei Lucensis Ann. Breviores, t. XI. p. 1304._
Prima che il principe francese potesse giugnere in Toscana, la parte de'
Bianchi, che allora dominava ne' consigli di Firenze, aveva cercato di
rendersi forte; e giudicò opportuno di fare a Pistoja l'esperimento
delle sue forze e de' mezzi che poteva impiegare per trionfare. Il
capitano del popolo di questa città non rimaneva in carica che sei mesi.
Il governo fiorentino, in forza della balìa che gli era stata confidata,
diede prima questa carica a Guido Cavalcanti appartenente ad una
famiglia altra volta ghibellina. Questo nuovo magistrato violò la legge
pubblicata per la pacificazione di Pistoja, ed in cambio di dividere
egualmente le magistrature tra le due parti, scelse tutti gli anziani
tra i Bianchi; e poco dopo ajutato dagli stessi anziani, destituì tutti
i Neri che possedevano il governo di qualche castello o carica di
confidenza, per sostituir loro dei Bianchi[94]. Passati i sei mesi, i
Fiorentini nominarono in sua vece Andrea Gherardini, la di cui
amministrazione doveva essere ancora più parziale e più violenta della
precedente. Andrea si afforzò d'armi e di cavalli, si assicurò la
dipendenza delle compagnie popolane e de' loro confalonieri; indi
accusando i Neri di voler dare Pistoja ai Lucchesi, citò, una dopo
l'altra, le principali famiglie del partito nero a presentarsi al suo
tribunale. E perchè queste esitavano a porsi nelle sue mani, andò ad
attaccarle cogli arcieri ed i confalonieri delle compagnie; prese a viva
forza le loro case colle macchine di guerra o col fuoco; e dopo aver
vinto tutto ciò che gli faceva resistenza, cacciò di città tutti i Neri,
spianò i loro palazzi e fortezze, abbandonandone i beni al saccheggio.
[94] _Dino Compagni Cronaca, p. 484. — Ist. Pistolesi anonime, p.
364._
I Neri, esiliati da Pistoja, ritiraronsi quasi tutti a Pescia, nella
valle di Nievole, città che, dopo essere stata incendiata dai Lucchesi
l'anno 1282, era rimasta sotto la loro dipendenza. Eranvi in Lucca,
siccome in tutte le città della Toscana, dei Guelfi assai caldi che
dovevano associarsi ai Neri, e dei Guelfi moderati che, non
interessandosi più che tanto delle antiche contese, non facevansi
scrupolo di allearsi coi Ghibellini onde acquistare col mezzo loro
maggior credito nella repubblica; e questi adottarono per sè medesimi il
nome pistojese di Bianchi. I primi trovaronsi rinforzati dall'unione di
tutti gli esiliati di Pistoja, ed erano inaspriti dalla diffidenza che i
Fiorentini mostravano a loro riguardo: onde poco dopo la rivoluzione che
aveva cacciati i Neri da Pistoja, i Bianchi furono esiliati da
Lucca[95]. Castruccio Castracani degl'Interminelli, che in appresso
rialzò il partito de' Ghibellini, e che si fece signore di Lucca, di
Pisa e di Pistoja, venne compreso in questa proscrizione dei Bianchi,
tra i quali egli era il più distinto pel lustro della sua famiglia. In
età di soli vent'anni fissò la sua dimora in Ancona, di dove, avendo in
sul finire dell'anno perduti i suoi genitori, passò in Inghilterra, ove
s'addestrò nelle armi[96]. Intanto Carlo di Valois, cedendo alle istanze
del papa, erasi mosso con circa cinquecento cavalli per servire la
Chiesa ed ajutare il re di Napoli. Attraversò senza difficoltà la
Lombardia, e dopo essersi alcun tempo riposato in Bologna, entrò in
Toscana per le Alpi di Pistoja, ossia strada di Sambuca.
[95] _Gio. Villani l. VIII, c. 45, p. 374._
[96] _Vita Castruccii Auctore Nicolao Tegrimo t. XI, p. 1316._ — La
vita scritta da Machiavelli è più che altro un romanzo cui non può
darsi fede.
La parte dei Bianchi aveva fatte sue le passioni dei Ghibellini che le
si erano uniti; ma sebbene più non fosse una parte moderata, pure
bramava ancora di essere creduta tale, e però non ardiva confessare
gl'interni sentimenti, credendosi obbligata a conservare certi riguardi
che minoravano la sua forza, senza illudere i suoi nemici. Se i Bianchi
si fossero apertamente dichiarati Ghibellini, avrebbero potuto
fortificare i passaggi della Sambuca, e fermare o ruinar Carlo che non
aveva che un pugno di gente; avrebbero stretta alleanza coi Ghibellini
di Pisa, di Arezzo e delle città di Romagna, e postisi in tale
situazione da non poter essere facilmente oppressi. Ma i Bianchi
volevano ancora coprirsi del nome del partito guelfo; mostrarsi ancora
ligi alla chiesa ed alla casa di Francia, e non osavano prendere alcuna
vigorosa risoluzione; onde senza porsi in istato di resistere ai loro
nemici, non ottennero nè meno di placarli.
I Bianchi di Pistoja, avvisati dell'avvicinarsi di Carlo di Valois,
introdussero molti pedoni e cavalli in città; provvidero di petriere le
porte e le mura, e prepararonsi come coloro che dovessero essere
assediati: in pari tempo invitarono Carlo ad entrare in Pistoja, e
mandarongli incontro per onorarlo giostratori e paggi a cavallo. Egli
scese lungo l'Ombrone, come se avesse intenzione di approfittare di tali
amichevoli disposizioni, ma giunto a Ponte Lungo, due miglia sopra
Pistoja, si volse bruscamente a destra e andò ad accamparsi a Borgo a
Buggiano posto sulla strada di Lucca[97].
[97] _Istorie Pistolesi anonime, p. 377._
Gli esiliati Neri di Pistoja, ed i capi dello stesso partito a Lucca,
adunaronsi prestamente intorno a lui, e lo trassero agevolmente al loro
partito. Carlo prese in seguito la strada di Fucecchio, san Miniato e
Siena, per recarsi a Roma ed in seguito ad Anagni, onde ricevere gli
ordini del papa, avanti d'entrare in alcuna delle città divise dalla
nuova lite dei Bianchi e dei Neri. Carlo II, re di Napoli, venne a
trovarlo in Anagni a fine di concertare la spedizione di Sicilia, che fu
fissata nella vegnente primavera. Intanto il papa mandò Valois a Firenze
per pacificarla, o piuttosto per farvi trionfare il partito dei Neri e
della Chiesa.
Carlo tornò dunque a Siena ed in seguito a Staggia nell'autunno dello
stesso anno, avanzandosi contro Firenze. Erasi in questa città fatta la
nomina de' nuovi priori che dovevano entrare in carica il 15 ottobre, e
la scelta era più tosto caduta sopra persone inclinate alla pace, e che
non davano sospetto ad alcun partito, che sopra coloro la di cui abilità
avrebbe potuto salvare la repubblica in così difficili circostanze. Dino
Compagni, lo storico di quest'epoca, era uno de' priori, e le sue
scritture ci provano che egli era uno di quegli «uomini uniti,
senz'arroganza, disposti a mettere le cariche in comune», tra i quali
egli colloca sè medesimo[98].
[98] _Dino Compagni Cronaca l. II, p. 488._ Può vedersi intorno a
questo particolare l'opera postuma del Pignotti _Storia della
Toscana_. _N. D. T._
Mentre che i Neri con private contribuzioni avevano messi assieme
settanta mila fiorini per pagare il soldo delle truppe di Valois,
d'altro non si occupavano i Bianchi che dei trattati di pace tra le
famiglie nemiche. I capitani di parte guelfa fecero per ordine de'
priori proposte di accomodamento tra i Cerchi e gli Spini. Questi,
mostrando di dare orecchio alle proposizioni, non lasciavano di
affrettare la venuta di Carlo, mentre i Cerchi, capi dei Bianchi, si
addormentavano su queste speranze di pace, e non facevano verun
apparecchio di difesa.
Carlo mandò da Staggia i suoi ambasciatori a Firenze per domandare
d'essere ricevuto come un amico che veniva a riconciliare la parte
guelfa alla Chiesa. Questi ambasciatori chiesero d'essere introdotti nel
gran consiglio, ciò che loro non potevasi negare. Quand'essi ebbero
parlato, i priori imposero silenzio a tutti i consiglieri, che avrebbero
voluto rispondere in presenza loro, al quale oggetto più d'uno erasi già
alzato; onde agli ambasciatori di Carlo fu agevole il giudicare dalla
premura che ponevano nel voler manifestare la propria opinione in loro
presenza, che il partito de' Neri e del principe aveva riacquistata
forza ed energia. La signoria, dopo la segreta deliberazione dei
consigli e quella delle arti e mestieri, mandò da parte sua ambasciatori
a Staggia, promettendo a Carlo d'accoglierlo onorevolmente, a condizione
che non mutasse le leggi e le costumanze della repubblica e non
pretendesse diritti o giurisdizione di veruna sorte, sia a titolo di
vicario dell'impero, sia per tutt'altra ragione. Se Carlo non accordava
questa promessa, gli ambasciatori avevano ordine di chiudergli il
passaggio di Poggibonzi che era fortificato, e di rifiutargli le
vittovaglie. Carlo accordò senza difficoltà tutto quanto gli fu chiesto,
e confermò la sua promessa a viva voce dopo il suo arrivo[99].
[99] Ugo Capeto, parlando a Dante di Carlo di Valois, che chiamavasi
pure Carlo senza terra, annuncia in tal modo i suoi tradimenti.
_Purg. C. XX, v. 70._
«Tempo vegg'io non molto dopo ancoi,
Che trasse un altro Carlo fuor di Francia
Per far conoscer meglio e sè e i suoi.
Senz'arme n'esce, e solo con la lancia
Con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
Sì ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
Quindi non terra, ma peccato ed onta
Guadagnerà, per sè tanto più grave,
Quanto più lieve simil danno conta.»
Magnifico fu l'ingresso del principe francese in Firenze. Carlo aveva
portata la sua truppa ad ottocento cavalli; gli abitanti di Perugia
l'avevano accompagnato con duecento uomini d'armi sotto colore di
testificargli il loro rispetto, ed i Lucchesi erano venuti ad
incontrarlo. Cante d'Agobbio, Malatestino, Maghinardo di Susinana, ed
altri gentiluomini di Romagna, che incominciavano a far il mestiere di
condottieri, arrivavano un dopo l'altro con otto o dieci cavalli per
unirsi alla corte, e la signoria non osava negare l'ingresso a verun di
loro.
Allora fu che gli uomini più vili ed abbietti credettero di poter fare
pompa di coraggio. «Per il bene della patria, dicevano costoro, non
temeremo di tirarci addosso la nimicizia della signoria e di mostrare
gli errori ch'ella ha commessi.» In fatti, la signoria non era più a
temersi, nè più poteva castigarli. «Noi oseremo, aggiungevano, prendere
la difesa dei Neri oppressi, e disvelare l'ingiustizia, di cui la
signoria si è fatta colpevole verso di loro, escludendoli dagli ufficj.»
I Neri, che essi affettavano di prendere sotto la loro protezione,
avevano in città mille duecento uomini d'armi ai loro ordini. Altri non
si vergognavano di vantare la tranquillità di cui godevano dopo avere
perduta la libertà. Baldino Falconieri occupava la tribuna la maggior
parte del giorno; e l'argomento de' suoi discorsi era sempre il
confronto delle passate turbolenze coi presenti tranquillissimi tempi,
ne' quali i cittadini potevano abbandonarsi a sicuro sonno[100].
[100] _Dino Compagni l. II, p. 492._
Mentre uomini senz'onore vantavano questa pretesa tranquillità, i due
partiti si preparavano a nuove zuffe. Ma Vieri de' Cerchi, il capo de'
Bianchi, non aveva nè i talenti nè l'energia necessaria per ridurre a
salvezza il suo partito. I priori, che non volevano perdere il merito
dell'apparente loro imparzialità, non prendevano che deboli partiti; e
niuno osava porsi in aperta difesa per timore di essere da tutti
abbandonato. I Bianchi, che veramente erano d'origine guelfa, cercavano
di rappattumarsi coi loro avversarj ripetendo che tutti appartenevano
alla stessa fazione; onde i Ghibellini associatisi prima con loro,
temevano di vedersi traditi e andavano lentamente ritirandosi per timore
che la pace tra i Guelfi non si effettuasse a loro spese. I campagnuoli
che avevano ricevuto ordine di armarsi, nascondevano i confaloni e si
disperdevano; il podestà coi suoi arcieri aveva fatta una parziale pace
coi Neri; e quantunque lo stendardo dello stato fosse esposto alle
finestre del palazzo della signoria, i cittadini non prendevano le armi
per andarvi in difesa dei loro priori[101]. Frattanto Carlo di Valois
aveva domandate le chiavi di porta romana, presso la quale egli abitava;
e benchè quando fu ricevuto giurasse di far osservare dai suoi soldati
le leggi e le sentenze della repubblica, questa medesima notte fece
entrare, per la porta che gli fu data, Corso Donati e tutti gli
esiliati.
[101] _Dino Compagni l. II, p. 495, 496._
I priori lagnaronsi con Carlo della violazione dei trattati, ed egli
giurò di non avervi avuta parte e di voler castigarne gli autori,
chiedendo, per poterlo fare, che i capi delle due parti gli fossero
consegnati, ond'essere in istato di metter fine a tanti disordini, e
ristabilire una volta l'autorità della repubblica. I priori, che
andavano sempre più accorgendosi della loro impotenza, aderirono a tale
inchiesta; i capi de' Bianchi e de' Neri andarono volontariamente a
darsi in mano di Carlo, i primi con paura, gli altri con piena
sicurezza; ed infatti il principe rilasciò subito i Neri, e fece
sostenere i Bianchi e custodire in dure prigioni. Allora i priori, ma
troppo tardi, fecero dare campana e martello in palazzo, chè il popolo
atterrito non osò uscir di casa, e dopo quest'istante i Neri, per lo
spazio di sei giorni, abusarono del loro trionfo, senza che fosse
stabilito in città alcun magistrato per reprimere l'eccesso del
disordine[102]. Le case dei Bianchi furono abbandonate al saccheggio ed
in appresso incendiate; molti de' più ragguardevoli uomini di questo
partito furono morti o feriti dai loro _parziali_ nemici; molte
fanciulle _ereditiere_ vennero tolte di mano alle loro famiglie e
maritate per forza ed in mezzo al disordine; e Carlo di Valois fingeva
di non saper nulla, e di credere che l'incendio di tanti palazzi di
città e di campagna fossero fuochi di gioja o accidentali incendj di
qualche povera capanna[103].
[102] Dal giorno 5 all'11 di novembre 1301.
[103] _Dino Compagni Cronaca l. II, p. 497-500. — Gio. Villani l.
VIII, c. 48. p. 375-378. — Jannotii Manetti Hist. Pistor. l. II, p.
1022, 1023. — Istorie Pistolesi anonime p. 578._
Dopo che la città fu abbandonata al saccheggio per sei giorni, i nuovi
priori, tutti della parte nera, entrarono in funzione l'undici novembre
1301, ed un nuovo podestà, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, fu incaricato
dell'amministrazione della giustizia. Il nuovo giudice veniva
incoraggiato alla severità, non solo dalla violenza di quel partito da
cui aveva ricevuta la carica, ma più ancora dall'avarizia di Carlo di
Valois che doveva con lui dividere le ammende che imporrebbe, ed a cui
lo stesso papa aveva rappresentata Firenze come un'inesauribile sorgente
di oro. Nello spazio di cinque mesi in cui Carlo dimorò in Firenze,
Cante dei Gabrielli condannò circa seicento persone all'esilio,
sottoponendole in pari tempo alla multa di sei in ottomila fiorini, con
minaccia di confisca di beni se non pagavano. Dante Alighieri, che a
quest'epoca trovavasi ambasciatore a Roma per la repubblica, fu compreso
in questa proscrizione. Dovremo tra poco parlare di questa condanna
pronunciata il 27 gennajo del 1302. Petracco figliuolo di Parenzo
dell'Ancisa, padre di Francesco Petrarca, fu esiliato nella stessa
circostanza[104]. Altri vennero accusati d'aver cospirato contro la vita
di Carlo di Valois, e messi alla tortura, non tanto per istrappare loro
di bocca la confessione del supposto delitto, che per sapere ove
tenessero nascosti i loro tesori. Finalmente il giorno 4 aprile del 1302
Carlo di Valois partì alla volta della Sicilia carico delle maledizioni
de' Toscani, per i quali aveva preso il titolo di pacificatore.
[104] _Dino Compagni Cronaca l. II, p. 502._
Fu osservato che Carlo di Valois era entrato in Toscana sotto pretesto
di ricondurvi la pace, e l'aveva lasciata in guerra, ch'era passato in
Sicilia per farvi la guerra; e n'era uscito dopo una vergognosa
pace[105]. Valois s'imbarcò a Napoli con Roberto, principe di Calabria,
figliuolo di Carlo II, e venne a sbarcare in Sicilia con mille
cinquecento cavalli, mentre una flotta di cento galere proteggeva il suo
passaggio e l'ajutava nell'assedio delle piazze che voleva prendere.
Federico, re di Sicilia, non aveva bastanti forze per istare in campagna
contro di lui. Già da vent'anni l'isola resisteva quasi senza stranieri
soccorsi a tutta la potenza de' Francesi e della Chiesa; ed il re
Federico ne' due o tre precedenti anni erasi veduto indebolire
dall'abbandono di Ruggiero di Loria, suo grande ammiraglio, ch'era
passato al nemico, e dall'attacco egualmente vile che crudele del suo
proprio fratello Giacomo d'Arragona, venuto come confaloniere della
chiesa per ispogliarlo di quello stato in cui egli medesimo aveva
regnato. Metà della Sicilia era stata conquistata da Giacomo, o si era
ribellata in conseguenza delle segrete intelligenze ch'egli vi aveva
conservate, quando questo re parve sensibile ai tardi rimorsi, e ripartì
nel colmo delle sue vittorie, dichiarando di non voler essere lo
strumento o il testimonio dell'ultima catastrofe di suo fratello.
Abbandonò la Sicilia l'anno 1299, e poco dopo Federico incominciò a
ristaurare i suoi affari con una battaglia in cui fece prigioniero
Filippo, principe di Taranto, figlio del re Carlo II.
[105] _Gio. Villani l. VIII, c. 49 p. 379._
Quando Valois sbarcò in Sicilia alla fine d'aprile del 1302,
impadronissi a tradimento di Termoli; ma Federico, il più valoroso
principe ed il più esperto capitano de' suoi tempi, non permettevagli
lungo tempo di essere conquistatore. Evitando sempre una battaglia
generale, cui le deboli sue forze non consigliavano di affidare la somma
della guerra, lo travagliava con continue scaramucce, gl'intercettava i
convogli, gli uccideva i cavalli: e raddoppiatesi alle truppe nemiche le
fatiche della guerra, il caldo clima della Sicilia non tardò a fare sui
soldati francesi i consueti effetti. All'assedio di Sacca la malattia si
manifestò nel campo, ed in breve tempo vi fece tale strage, che Valois
per ritirarsi dall'assedio fu costretto a chiedere la pace[106], la
quale fu fatta a condizioni apparentemente più favorevoli ai Francesi di
quello che in effetto lo fossero. Federico fu autorizzato a conservare,
finchè vivesse, il governo della Sicilia e delle adiacenti isole col
titolo di re di Trinacria; ed egli acconsentiva che dopo la sua morte
tornasse il regno agli Angiovini. Dall'una parte e dall'altra i due re
si restituirono i paesi conquistati in Sicilia ed in Calabria, ed
ambedue confiscarono le terre de' baroni e de' feudatari, che avevano
abbandonata la causa del proprio principe per darsi al nemico. Da questa
legge generale furono per altro eccettuati Ruggiero di Loria e
Vinciguerra di Palazzo. Finalmente si rilasciarono da ambe le parti i
prigionieri, e Federico sposò Eleonora figlia di Carlo II.
[106] _Nicolai Specialis Hist. Sicula l. VI, c. 10. t. X, p. 1040. —
Mariana Hist. de las Españas l. XV, c. 5. p. 645._
Sebbene la reversione della corona alla morte di Federico fosse
stipulata in favore dei principi francesi, era facil cosa il prevedere
che prima che accadesse tale avvenimento, che in fatti si protrasse fino
al 1337, nuove guerre e nuovi trattati disporrebbero diversamente della
successione alla corona; e potevasi poi naturalmente prevedere che i
Siciliani che avevano fatto Federico loro re, ed avevano combattuto
vent'anni per iscuotere il giogo degli Angiovini, non credendosi in
verun modo legati da questo trattato, non acconsentirebbero di passare
nuovamente sotto un'odiata dinastia.
Perchè la pacificazione della Sicilia riuscisse intera, rendevasi al
nuovo trattato necessaria l'approvazione della Chiesa, onde fossero
tolte le scomuniche da tanti anni fulminate contro quel regno. Ma
Bonifacio rifiutavasi di aderire alle convenzioni senza farvi alcune
modificazioni; ma per altro scrisse subito a Federico[107] per
attestargli il suo affetto ed il desiderio di riconciliarsi con lui;
onde per aderire alla sua domanda, nel mese di giugno del susseguente
anno 1303, Federico si riconobbe feudatario della santa sede per il
regno di Trinacria, come Carlo lo era per quello di Napoli, promettendo
l'annuo tributo di tre mila once d'oro[108] ed un soccorso di cento
cavalli o di un determinato numero di galere qualunque volta la Chiesa
fosse attaccata. Sotto tali condizioni Federico si riconciliò colla
santa sede; ed il papa, tanto tempo suo nemico, ben tosto ricorse a lui
contro que' medesimi Francesi che aveva fino allora protetti[109].
[107] La sua lettera degli 8 degl'Idi di dicembre trovasi in
_Raynald, ad an. 1302, § 5. p. 562_.
[108] Da una lettera di Benedetto XI delle calende di giugno 1304
appare che l'oncia d'oro siciliana corrispondeva a cinque fiorini di
Firenze. Presso _Rayn. t. XIV, p. 597_.
[109] Il trattato fu segnato in Anagni il 12 giugno 1303. _ap
Raynaldi § 24-29. p. 578 e seg._
Dacchè Bonifacio VIII ebbe ottenuto il papato, più non si curò di
nascondere due dominanti qualità del suo carattere: un orgoglio senza
pari ed un impeto che s'accostava al furore, quand'era contrariato. Per
giugnere alla tiara aveva saputo in molte occasioni regolarsi con
destrezza e piegare con simulata moderazione alle altrui voglie; ma
risguardando poi queste qualità come sconvenevoli ad un capo della
cristianità, voleva vincere di fronte ogni ostacolo. E perchè aveva da
principio abbracciati gl'interessi della casa di Francia, erasi mostrato
il più implacabile nemico de' suoi nemici, perseguitandoli con una
acerbità tale, che sembrava escludere qualunque speranza di
riconciliazione, onde aveva fatta la guerra otto anni a Federico di
Sicilia con non minore accanimento di Carlo d'Angiò. Quando del 1298
Alberto d'Austria, ribellatosi contro Adolfo di Nassò, si fece
incoronare in sua vece re dei Romani, e poco dopo lo vinse in una
battaglia, in cui Adolfo fu ucciso, Bonifacio non solo rifiutò di
conoscerlo, ma lo trattò da traditore e da ribelle; e postasi la corona
sul proprio capo, prese una spada e gridò: «Il Cesare sono io, io
l'imperatore, io che difenderò i vilipesi diritti dell'impero[110].» Lo
stesso papa, che trattava con tant'altura i sovrani, non aveva verun
riguardo d'inimicarsi i grandi prelati e signori di Roma. Il mercoledì
primo giorno di quaresima, mentre faceva l'augusta e commovente
cerimonia della chiesa romana di spargere la cenere sul capo degli
uomini più superbi per ricordar loro la nullità della propria esistenza
ed il prossimo fine, quando venne la sua volta gli s'accostò per
ricevere le ceneri Porchetto Spinola arcivescovo di Genova. Bonifacio
gli gettò con violenza la cenere negli occhi, gridando: «Ghibellino!
ricordati che tu sei cenere, e che coi Ghibellini tuoi compagni
ritornerai in cenere[111].» Ma la circostanza in cui Bonifacio mostrò
tutta la violenza del suo carattere si fu nelle lite coi Colonna.
[110] _Chronic. F. Franc. Pipini l. IV, c. 47. p. 745._
[111] _Præfat. Muratori in Chron. Jacobi de Varagine Archiep.
Genuens. t. IX. p. 3. — Dissert. II, dell'Ist. Pisana di del Borgo,
p. 95._
Eranvi nel sacro collegio due cardinali della nobilissima famiglia
Colonna, Pietro e Giacomo, i quali si erano mostrati contrari
all'elezione di Bonifacio[112] e credutisi abbastanza indipendenti per
non nascondere il loro malcontento, poichè la casa Colonna gareggiava di
potenza colle famiglie sovrane d'Italia. La città di Palestrina, quelle
di Nepi, Colonna e Zagarolo, e molte castella erano di assoluta
proprietà della casa Colonna, resa ancora illustre da molti valorosi
personaggi. L'aperta inimicizia del pontefice aveva probabilmente
consigliati i Colonna a far alleanza col re di Sicilia; e questo fu
almeno il pretesto addotto da Bonifacio per fulminare contro di loro una
bolla di scomunica che comincia con queste parole:
[112] _Ferretus Vicentinus Hist. l. II, p. 968. — F. Franc. Pipini
l. IV, c. 43. p. 744._
«Avendo prese in considerazione le abbominevoli azioni dei Colonna ne'
passati tempi, la presente loro ricaduta in pessime opere, e le ragioni
di temere dal canto loro una non meno criminosa condotta in avvenire, ci
hanno evidentemente dimostrato che l'odiosa casa Colonna è amara ai suoi
domestici, d'aggravio ai suoi vicini, nemica della repubblica romana,
ribelle alla santa Chiesa, perturbatrice del riposo della città e della
patria, incapace di soffrire eguali, ingrata ai beneficj, troppo
arrogante per servire, troppo ignorante per comandare; straniera alla
modestia, agitata dal furore, priva del timor di Dio, senza rispetto per
gli uomini, tormentata dal desiderio di turbare la città e tutto
l'universo.» Dopo queste invettive tanto indegne di un padre de' fedeli,
e così malsonanti in bocca di qualunque sovrano, Bonifacio accusava i
Colonna di avere approvata ed incoraggiata la rivoluzione dei Siciliani
e dei re d'Arragona, rimproverava loro di non aver voluto dargli in mano
le città e castella che possedevano, ed in conseguenza egli privava
Pietro e Giacomo Colonna della dignità cardinalizia, gli spogliava di
tutti i beni e di tutte le rendite che loro appartenevano e gli
assoggettava alla scomunica con tutti coloro che prenderebbero la loro
difesa: escludeva i loro nipoti, fino alla quarta generazione, dalla
facoltà d'entrare negli ordini sacri, e per ultimo scomunicava chiunque
osasse asserire che Pietro e Giacomo Colonna erano ancora
cardinali[113].
[113] _Bulla edita Romæ VI idus maii 1297. Apud Raynald. § 27-33. p.
506._
Ad una così violenta bolla risposero i Colonna con un manifesto, nel
quale dichiaravano: di non riconoscere Bonifacio per papa e capo della
chiesa; che Celestino V non ebbe il diritto, e forse nemmeno la volontà
d'abdicare; che l'elezione del suo successore, fatta mentre egli ancora
viveva e regnava, era di sua natura invalida ed illegittima. Questo
manifesto accrebbe il furore del papa, che con una seconda bolla
confermò la sentenza di deposizione e di scomunica, incaricando
gl'inquisitori di perseguitare per delitto d'eresia i Colonna e tutti
coloro che avevano le loro opinioni. Indi fece pubblicare contro di loro
la crociata con indulgenza plenaria a favore di coloro che vi
prenderebbero parte[114].
[114] _Raynald. Ann. Eccl. an. 1297, p. 508._
Il papa non era intenzionato di limitarsi ai soli castighi
ecclesiastici, ma, dopo aver atterrato i palazzi de' Colonna in Roma,
mandò l'armata crociata ad assediarne le fortezze sotto la condotta dei
due legati Matteo Acquasparta, cardinale di Porto, ed il vescovo di san
Rufino, che ne presero molte d'assalto: ma Palestrina fece una lunga
resistenza; onde si vuole che Bonifacio, disperando omai di
sottometterla, chiamasse a dirigerne l'assedio Guido di Montefeltro,
quello stesso che del 1282 aveva compiutamente rotti i Francesi a Forlì,
e più tardi difesa Pisa dai Guelfi. Questo generale ghibellino, che si
era nella milizia reso così illustre, aveva abbandonato il mondo, e
viveva penitente vestito dell'abito francescano. Bonifacio, in virtù del
suo giuramento d'ubbidienza alla santa sede, gli ordinò d'esaminare come
potrebbe prendersi Palestrina, promettendogli plenaria assoluzione di
tutto quanto potrebbe fare o proporre contro i dettami della propria
coscienza. Guido cedette alle istanze di Bonifacio, esaminò le
fortificazioni di Palestrina, e non trovando alcun lato debole per
poterla superare a viva forza, tornò al papa chiedendogli di assolverlo
ancora più espressamente da ogni delitto ch'egli aveva commesso, o che
poteva commettere nel consigliarlo, e quando fu munito di quest'ampia
assoluzione: «Io non ci vedo, gli disse, che un solo mezzo, promettere
molto e mantener poco[115].» Dopo avere così consigliata la perfidia, si
ridusse di nuovo al suo convento. Bonifacio offrì agli assediati ogni
larga condizione; accordando il perdono ai Colonna se entro tre giorni
si presentavano al suo tribunale. La città s'arrese; ma la sua vendetta
non fu compiuta per avere i Colonna avuto sentore che il papa li voleva
tutti condannare alla morte: approfittando di tale avviso, e non avendo
più alcun castello nella campagna di Roma che potesse tener lungo tempo,
rifugiaronsi in lontani paesi, ed alcuni ottennero asilo in Francia da
Filippo il bello.
[115] Per aver tenuto mano a questo tradimento, Dante pose Guido
all'inferno, perchè la ricevuta assoluzione aveva preceduto la
penitenza, _c. XXVII, v. 67. — Comment. Benven. Imolens. in Dant.
Com. ed Ant. Ital. t. I, p. 1110 ec. — Ferreti Vincent. Hist. l. II,
p. 970. — F. Franc. Pipini Chronic, l. IV, c. 21, p. 741._
Malgrado il favore che Bonifacio aveva in generale mostrato a tutta la
casa di Francia, aveva già avuto qualche disputa col re Filippo, il
quale, nè meno intollerante essendo, nè meno iracondo di Bonifacio,
aveva più presenti le ingiurie che i beneficj. Per un insigne tradimento
Filippo teneva in prigione Gui, conte di Fiandra, ed i due suoi
figliuoli che per far levare l'assedio di Gante avevano con Carlo di
Valois sottoscritto un trattato che Filippo non voleva riconoscere.
Bonifacio instava per la liberazione di questi prigionieri, ed il re si
teneva offeso da queste istanze che facevano più manifesta la vergogna
del suo operare. Inoltre il papa aveva voluto interporsi per terminare
la guerra tra la Francia e l'Inghilterra, e Filippo aveva risguardato
tale atto come un attentato a' suoi diritti. Per ultimo il papa aveva,
senza il consentimento del re, eretto un nuovo vescovado a Pamiers,
nominando il nuovo vescovo legato apostolico in Francia[116].
[116] _Contin. Guillelmi de Nangis e Monast. Benedict. in Dachery t.
XI, p. 603 e seg. — Mezeray Abregé Chron. R. de Philippe le bel, t.
II, p. 788 e seg._ — Lettere di Bonifacio al re an. 1297. —
_Raynald. § 43, p. 508._
Sebbene in diverse occasioni avesse accordate ai principi francesi
annate e decime per la guerra di Fiandra, talvolta aveva però cercato di
chiudere il tesoro ecclesiastico, o per lo meno che si dispensasse con
maggiore economia che non voleva un principe sempre avido di denaro. Il
re dal canto suo aveva proibito l'esportazione del danaro del regno,
onde privare la corte di Roma di una specie d'entrata che percepiva
sulle coscienze de' suoi sudditi[117]. In occasione di qualche alterco
avuto col vescovo di Pamiers, lo aveva fatto imprigionare, ed intentata
contro di lui un'accusa che lo faceva colpevole di ribellione e di lesa
maestà: e perchè il papa, oltre questa violazione delle immunità
ecclesiastiche, gli rimproverava d'essersi appropriate le entrate di
molte mense vescovili, Filippo pensò di munirsi, contro l'autorità della
Chiesa, di quella degli stati del suo regno[118].
[117] Lettere di Bonif. al re 7 ottobre 1296, _§ 24 e seg. p. 496_.
[118] _Raynald. ad an. 1301, § 26, p. 556._
Fu questa la prima volta in cui la nazione ed il clero di Francia si
mossero per difendere le libertà della Chiesa gallicana. Avidi di
servitù, chiamarono _libertà_ il diritto di sacrificare perfino le
coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che
loro offriva contro la tirannide un capo straniero ed indipendente. In
nome di queste libertà della Chiesa, fu al papa ricusato il diritto
d'informarsi intorno alle tasse arbitrarie che il re imponeva al suo
clero, all'arbitraria prigionia del vescovo di Pamiers, all'arbitrario
sequestro delle entrate ecclesiastiche di Rheims, di Chartres, di Laon,
di Poitiers; rifiutossi al papa il diritto di dirigere la coscienza del
re, di fargli delle rimostranze intorno all'amministrazione del suo
regno e di punirlo colle censure ecclesiastiche quando violava i
giuramenti[119]. Non è a dubitarsi che la corte pontificia non avesse
manifestata una ambizione usurpatrice; ed i re avevano ragione di
cautelarsi contro la sua prepotenza: ma i popoli dovevano anzi
desiderare che i sovrani despotici riconoscessero al di sopra di loro un
potere venuto dal cielo che li fermasse sulla strada del delitto; e se i
papi, invece di farsi dipendenti di Filippo il bello, fossero sempre
rimasti a lui superiori, la Francia sarebbesi almeno salvata
dall'obbrobrio della condanna de' Templari.
[119] Lettere del clero di Francia al papa del 1302. _Apud Raynald.
§ 12, p. 563._
Mentre il clero scriveva al papa per riclamare le sue così dette
libertà, i gentiluomini francesi procedevano ancora con maggior impeto
verso il capo della Chiesa. Quegli stessi uomini, che avevano poc'anzi
trucidati gl'innocenti abitanti dell'Arragona e della Sicilia perchè il
papa aveva conceduti que' regni ad uno de' loro principi, osarono per
servire al loro re d'intentare un processo contro lo stesso papa.
Guglielmo di Nogaret presentò, il 12 marzo 1301, una supplica al re, in
presenza de' principi del sangue e de' vescovi, colla quale accusava
Bonifacio di simonia, d'eresia, di magia e di altri enormi delitti,
chiedendo l'assistenza del re onde adunare un concilio generale per
liberare la Chiesa dalla sua oppressione[120].
[120] _Mezeray Abregé Chronolog. t. II, p. 793._
Bonifacio non era uomo da lasciarsi soverchiare in fatto di violenze:
convocò a Roma un'assemblea del clero francese ad oggetto di riformare
gli abusi introdotti dal re nell'amministrazione civile ed ecclesiastica
del regno[121]; e perchè il re vietò al suo clero d'andare a Roma,
Bonifacio fulminò la scomunica generale contro tutti coloro che
impedissero ai Cristiani d'avvicinarsi alla sede degli apostoli,
qualunque si fosse la condizione de' contravventori, fossero pur anche
rivestiti della dignità reale, e sebbene avessero ottenuto il privilegio
da qualche papa di non poter essere scomunicati[122]. Questa bolla era
diretta contro lo stesso Filippo il bello; e Bonifacio il quale teneva
per fermo che quest'atto di severità lo avrebbe indotto a sottomettersi,
spedì un legato in Francia con facoltà d'assolvere il re tosto che si
fosse ravveduto. Ma invece di sottomettersi, Filippo preparava una tale
vendetta che verun principe cristiano nè prima nè dopo osò mai prendersi
del capo della Cristianità.
[121] Lettere encicliche al clero di Francia del 7 delle none di
dicembre del 1301, _Rayn. § 29, p. 557_.
[122] Bolla di scomunica datata il giorno di san Pietro. Roma 1302.
_Raynald. § 14, p. 565._
(1303) Guglielmo di Nogaret, quello stesso che aveva prima accusato il
papa, partì alla volta d'Italia con Musciatto Franzesi, cavalier
fiorentino, Sciarra Colonna ed altri nemici di Bonifacio. Fissò la sua
dimora a Staggia, castello posto tra Firenze e Siena, sotto pretesto di
essere più vicino alla corte di Roma, colla quale doveva trattare
gl'interessi del suo padrone. Il papa abitava allora in Anagni sua
patria. Nogareto, che aveva seco condotti circa trecento cavalli,
profuse il danaro per farsi degli amici nello stato pontificio e nella
stessa città d'Anagni. Quando tutto fu apparecchiato, ed ebbe sicurezza
che una porta della città gli sarebbe data in mano da un traditore, si
recò con una rapida marcia ad Anagni il giorno 7 settembre in sul fare
del mattino: la porta gli fu aperta, ed i Francesi, accompagnati dai
partigiani dei Colonna, corsero le strade gridando: _Viva il re di
Francia, muoja Bonifacio!_ Entrarono senza ostacolo nel palazzo
pontificio; e mentre i Francesi si dispersero subito per gli
appartamenti per rubare i molti tesori che il papa vi teneva, Sciarra
Colonna solo cogli Italiani si presentò a Bonifacio[123].
[123] _Ferreti Vincent. Hist. l. III, p. 1003. — Gio. Villani l.
VIII, c. 63, p. 395. — Chron. Parmense t. IX, p. 848. — F. Franc.
Pipini Chron. l. IV, c. 41, p. 740. — Cronaca di Dino Compagni, l.
II, p. 506. — Georgii cardin. ad velum aureum de canonis S. Petri t.
III, l. II, c. 11, v. 150, p. 659. — Vita Bonif. Papæ ex MS.
Bernardi Guidonis, t. III, p. 672. Vita Bonif. VIII, ex Amalrico
Augerio t. III, p. II, p. 439._
È cosa indubitata che i congiurati erano disposti a trucidare il papa;
poichè non avevano presa alcuna misura nè per condurlo via, nè per
custodirlo sicuramente ov'era. Ma questo vecchio, reso venerando
dall'avanzata età di ottantasei anni, e che, quando senti avvicinarsi i
nemici, aveva vestiti gli abiti pontificali, ed erasi posto a ginocchio
pregando innanzi all'altare, incusse, malgrado loro, un insuperabile
rispetto ai congiurati: minacciarono bensì di tradurlo a Lione
prigioniero per esservi giudicato da un concilio; ma non osarono portar
la mano sulla sua persona[124]; e Guglielmo di Nogareto rimase
interdetto quando Bonifacio si fece ad interpellarlo se da lui, siccome
da discendente da una famiglia eretica, doveva aspettarsi la corona del
martirio. I Francesi continuarono tre giorni a saccheggiare i tesori di
Bonifacio senza nulla risolvere intorno al loro prigioniero. Finalmente
il popolo d'Anagni, ch'era stato sorpreso e che in quel primo istante
pareva quasi favorire i congiurati, eccitato dal cardinale Fiesco a
prendere le armi, attaccò i Francesi, gli scacciò dal palazzo e liberò
Bonifacio.
[124] Alcuni moderni storici francesi pretesero elle Sciarra Colonna
desse uno schiaffo al papa. Ma questo racconto viene contraddetto da
tutti i contemporanei, i quali concordemente asseriscono che niuno
osò toccarlo.
Ad ogni modo i malvagi desiderj del re di Francia ebbero compimento,
senza che bisogno vi fosse di adoperare la spada contro il pontefice; il
quale avendo sofferto tre giorni di spavento e di angosce in mano de'
suoi nemici, perdette quasi affatto l'uso della ragione, e cadde
infermo: fu trasportato a Roma immediatamente siccome in luogo di
maggiore sicurezza, e confidato agli Orsini, che supponevansi nemici dei
Colonna. Ma ben tosto fu o credette di essere egualmente da loro
trattenuto. Reso estremamente geloso del suo potere e della sua
indipendenza, perchè statone privo tre giorni, risguardava qualunque
menomo atto di resistenza come un attentato contro la sua autorità.
Dall'altro canto, o sia che gli Orsini volessero nascondere al pubblico
lo scandalo d'un papa frenetico, o pure che, sotto tale pretesto, lo
ritenessero d'accordo coi Colonna veramente prigioniero, un giorno che
Bonifacio voleva uscire dal Vaticano ed andare a Laterano ove pensava di
porsi sotto la protezione degli Annibaldeschi, i due cardinali Orsini
gli vietarono l'uscita, forzandolo a rientrare nelle sue camere[125].
[125] _Ferreti Vicentini Hist. l. III, p. 1006._
Il vecchio, fremente di rabbia, fu lasciato solo con Giovanni Campano
mostratosi a lui fedele in ogni circostanza, il quale lo andava
esortando a sostenere coraggiosamente la sua sventura, confidando nel
consolatore degli afflitti, che vi apporterebbe rimedio: ma Bonifacio,
non rispondendo una sola parola, cogli occhi travolti, colla schiuma
alla bocca, faceva sentire lo stridore dei denti e ricusava ogni
alimento. All'avvicinarsi della notte parve che la sua frenesia
prendesse maggior forza, e passò tutta la notte senza chiudere gli
occhi. Finalmente quando trovossi affatto affievolito dall'eccesso dei
patimenti della sua anima intollerante, ordinò ai domestici che gli
stavano intorno, di ritirarsi, e rimasto affatto solo si chiuse per di
dentro col chiavistello. Quando dopo avere aspettato lungo tempo, i suoi
domestici forzarono la porta, lo trovarono sul letto freddo assiderato.
Il bastone che portava in mano era rosicchiato e lordo di schiuma; e
vedendogli i bianchi capelli rosseggianti di sangue, si conghietturò
che, dopo avere violentemente dato del capo contro le pareti, si fosse
poi gettato sul letto, e che, copertosi il capo colle coltri, morisse
soffocato sotto le medesime[126].
[126] Perchè Bonifacio morì tre anni dopo la poetica discesa di
Dante all'inferno, non potendo questi riporvelo, finse almeno che vi
fosse aspettato. Niccolò III punito come simoniaco ode alcuno
parlare presso al suo rogo; s'immagina che sia Bonifacio che viene
per rimpiazzarlo. _Inferno C. XIX, v. 52._
«Ed ei gridò; se' tu già costì ritto,
Se' tu già costì ritto Bonifazio,
Di parecchi anni mi menti lo scritto;
Se' tu sì tosto di quell'aver sazio
Per lo qual non temesti torre a inganno
La bella donna, e di poi farne strazio?»
Ma per quanto Dante odiasse Bonifacio, per quanto si fosse reso
colpevole verso Celestino, suo predecessore, non lascia perciò di
condannare coloro che sì empiamente l'oltraggiarono, e pone in bocca
d'Ugo Capeto il racconto dei delitti de' suoi discendenti. _Purgat.
C. XX, v. 86._
«Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,
E nel vicario suo Cristo esser catto.
Veggiolo un'altra volta esser deriso,
Veggio rinnovellar l'aceto e 'l fele,
E tra vivi ladroni essere anciso.»