CAPITOLO XXIII.

_Guerra di Sicilia. — Grandezza e decadenza della repubblica di

Pisa. — Crudel morte del conte Ugolino. — Nuove turbolenze a

Firenze._

La strage di Sicilia che non aveva tolti al re Carlo che quattro mila

soldati francesi, era più che una disfatta, un affronto ch'egli doveva

vendicare; nè tale perdita era di tanta importanza ch'egli non potesse

ben tosto ripararvi. Se è vero che avesse adunati dieci mila cavalli ed

un proporzionato numero di pedoni per fare l'impresa del Levante; se ne'

suoi vasti progetti calcolava la conquista di tutto l'impero greco, pare

che con queste forze già riunite egli avrebbe in pochi giorni potuto

sottomettere una provincia ribelle, non ancora preparata ad una vigorosa

resistenza, sprovvista di arsenali, di armata, di tesoro, non sostenuta

da uno stabile governo, non difesa da esperti generali; ove tutto quanto

gli si poteva opporre era l'odio profondo contro di lui concepito ed il

timore delle sue vendette. Ma le passioni che agitano un'intera nazione,

che le danno un solo sentimento, una sola vita, un solo interesse in

faccia al quale tutto cede; le passioni che non lasciano calcolare nè

sforzi, nè pericoli, nè sagrificj, danno ad un popolo assai maggiori

mezzi di resistenza, di quelli che potrebbe somministrargli la

previdenza d'un governo regolare, e l'azione uniforme e sempre

subordinata al calcolo della militare disciplina. La Sicilia fu

invincibile: ella resistette agli sforzi combinati del re Carlo, del

papa, del re di Francia, di tutti i Guelfi d'Italia e dello stesso re

d'Arragona, che per rappacificarsi colla Chiesa prese parte in una

vergognosa lega co' suoi nemici. La casa d'Angiò consumossi con inutili

sforzi per ricuperare un regno avuto già in suo dominio; e, mentre

combatteva, l'Italia, di cui aveva minacciata la libertà, ricuperò la

propria indipendenza: anch'essa forse ne abusò, perciocchè, mancati i

grandi interessi che la tenevano unita, e non vedendosi minacciata da

vicino pericolo, si abbandonò alle parziali guerre tra città e città ed

alla violenza delle fazioni.

Ad ogni modo se la Sicilia non era dal mare separata dagli altri stati

del re Carlo, non avrebbe probabilmente potuto lungamente resistere.

Un'armata vendicatrice sarebbesi presentata in faccia a Messina ed a

Palermo pochi giorni dopo la strage dei Francesi; avrebbe trovato il

popolo spossato dai suoi proprj furori e di già in preda al pentimento,

che in lui non si manifesta giammai con maggiore unanimità, che

nell'istante in cui si riposa dopo i suoi primi eccessi.

Del 1282 prima che fosse organizzata la difesa della Sicilia, prima che

Carlo avesse potuto far passare le sue truppe al di là del Faro, e prima

che Pietro d'Arragona si presentasse colla sua armata, gli abitanti di

Palermo avevano spediti alcuni religiosi al papa, acciò che interponesse

i suoi buoni ufficj per ottener loro da Carlo il perdono. Questi

inviati, introdotti in concistoro, gittaronsi in ginocchio, ripetendo

tre volte queste sole parole delle litanie consacrate dalla Chiesa:

_Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi di noi pietà_.

Martino IV, forse più sdegnato di Carlo, alzossi, ripetendo altresì tre

volte queste parole della passione: _Salve, re de' Giudei, dicevano

essi, e gli davano uno schiaffo_: indi scacciò da sè i religiosi, senza

permetter loro di soggiugnere una sola parola[1]. D'altra parte gli

abitanti di Messina cercarono di placare la collera di Carlo, ma questi

gli fece sapere che non si piegherebbe ad accordar loro verun patto; che

le loro vite e quelle de' loro figliuoli erano consacrate come quelle di

traditori alla chiesa ed alla corona; e che omai non dovevano pensare

che a difendersi, se il potevano.

[1] _Giacchetto Malespini Stor. Fiorent. c. 210, t. VIII, p. 1030. —

Gio. Villani l. VIII, c. 62, p. 279._

Intanto passò alcun tempo avanti che la flotta e l'armata del re,

adunate in Brindisi per la spedizione della Grecia, potessero porsi in

mare. Lo stesso Carlo andò a Brindisi, ove dovevano pure recarsi le

truppe ausiliarie che gli mandavano le città guelfe della Toscana e

della Lombardia. Fece in appresso marciare la sua armata fino

all'estremità della Calabria, ed egli stesso s'imbarcò per raggiungerla

a Reggio. Soltanto il 6 di luglio del 1282 arrivò in faccia a Messina

con cento trenta galee o grosse navi, e trasportò le sue truppe dall'una

all'altra riva dello stretto. Egli aveva con lui cinque mila uomini

d'armi ed un ragguardevole corpo d'infanteria[2]. I Siciliani non

avevano armata da opporre al re, ma non erano affatto sprovveduti di

navi. Erano cadute in loro potere quelle che Carlo avea fatto allestire

per l'impresa di Grecia a Palermo, a Siracusa ed in altri porti

dell'isola, come pure i materiali che trovavansi ne' cantieri di

Messina, che furono adoperati in difesa della città, dove le mura erano

guaste, facendo palizzate e baluardi, resi forti solamente dal coraggio

de' difensori.

[2] Negli storici del XIII secolo non troviamo il numero de' pedoni;

essi li risguardavano come truppa di sì poco conto, che non montasse

il noverarla esattamente.

Mentre gli abitanti di Messina respingevano valorosamente i giornalieri

assalti di Carlo, Giovanni di Procida, accompagnato dai sindaci e

procuratori di tutte le città siciliane, fece un secondo viaggio alla

corte del re Pietro d'Arragona per affrettarne i soccorsi. Lo trovò ad

Ancolle, porto dell'Affrica, ove, malgrado il cattivo esito della sua

spedizione contro i Mori, si rimaneva, preferendo di lasciare i

Siciliani esposti molti mesi a tutte le vendette di Carlo, più tosto che

esporsi al risentimento di quel temuto monarca avanti di vedere qual

piega prenderebbero gli affari della Sicilia. Ma comprendendo dal

racconto di Giovanni che i Siciliani eransi omai tanto inoltrati nella

ribellione, che per alcun modo non potevano più dare a dietro,

imbarcossi colla sua armata alla volta della Sicilia, e giunse avanti a

Trapani il 30 agosto del 1282[3].

[3] _Barthol. de Neocastro Historia Sicula c. 45, p. 1050. — Gio.

Villani l. VII, c. 68, p. 283._

Tutti i baroni dell'isola eransi adunati a Palermo per ricevervi il

nuovo re; che si affrettarono di far incoronare dal vescovo di Ceffalù,

e gli prestarono il giuramento di fedeltà. Non lasciavano per altro

d'essere assai inquieti osservando le deboli forze di Pietro in

confronto di quelle di Carlo; e prevedevano che, presa Messina dai

Francesi, in breve tempo tutta l'isola sarebbe soggiogata; ed avevano

avviso che quella città incominciava ad avere tanta scarsità di viveri,

che non potrebbe oramai tenere più di otto giorni. Fortunatamente il re

arragonese aveva condotta seco la sua flotta composta soltanto di galee

armate in guerra e disposte a combattere, e questa era comandata da

Ruggero di Loria, gentiluomo calabrese, che aveva abbandonata la patria

quando venne in potere de' Francesi, ed era il più esperto e più

fortunato ammiraglio che allora si conoscesse. Carlo all'opposto, non

s'aspettando d'aver nemici sul mare, non aveva seco menato che navi da

trasporto e galere disarmate; almeno con tale pretesto gli storici

guelfi cercano di scusare la debolezza della sua marina veramente strana

ed incauta. Ruggero di Loria, riunite sessanta galee sottili della

Catalogna e della Sicilia, andò ad occupare lo stretto per impedire che

fosse vittovagliata l'armata francese. Nello stesso tempo il re Pietro

fece lentamente avanzare le sue truppe alla volta di Messina[4], e mandò

tre cavalieri catalani a Carlo colla seguente lettera di sfida:

[4] _Nicolai Specialis Hist. Sicula l. I, c. 17, p. 936._

«Pietro re d'Arragona e di Sicilia a te, Carlo, re di Gerusalemme e

conte di Provenza.

«Noi ti participiamo il nostro arrivo nell'isola di Sicilia, regno che

ci fu aggiudicato dall'autorità di santa Chiesa, da messere il papa e

dai venerabili cardinali; e ti comandiamo che, veduta questa lettera, tu

debba partire dall'isola di Sicilia con tutta la tua forza e la tua

truppa; e sappi che se tu non lo farai, vedrai immantinenti con tuo

danno i nostri cavalieri ed i nostri fedeli attaccare la tua persona ed

i tuoi soldati.»

Carlo il più orgoglioso monarca di cristianità, e fino a quest'epoca

fors'anco il più potente, fremè di sdegno quando lesse una così superba

lettera d'un piccolo principe ch'egli non credeva potergli stare a

fronte; e gli mandò la seguente riposta:

«Carlo, per la grazia di Dio, re di Gerusalemme e di Sicilia, principe

di Capoa, conte d'Angiò, di Forcalquier e di Provenza, a te Pietro, re

d'Aragona, conte di Valenza.

«Noi siamo estremamente maravigliati come tu abbi avuto l'audacia di

venire nel regno di Sicilia a noi conceduto dall'autorità della santa

romana Chiesa; perciò ti comandiamo che, a vista della nostra lettera,

tu debba partire dal nostro regno di Sicilia come malvagio traditore di

Dio e della santa Chiesa. E se tu non lo fai, noi ti sfidiamo come

nostro nemico e traditore verso di noi. All'istante ci vedrai venire a

tuo danno; giacchè noi e la nostra armata desideriamo molto di vederti

colle tue genti che tu hai condotte»[5].

[5] Queste lettere sonosi prese dalla storia del _Malespini c. 212,

p. 1033_, e da _Gio. Villani l. VII, c. 70 e 72, p. 285_.

Ma Carlo non potè sostenere coi fatti l'orgoglio della sua lettera: il

suo ammiraglio Enrico de' Mari venne ad avvertirlo che aveva avviso

dell'imminente arrivo di Ruggero di Loria, e ch'egli non poteva

sostenerne l'incontro, perchè le sue grosse navi mal potevano manovrare

nello stretto, ed altronde erano affatto disarmate: gli osservava che

erano nella burrascosa stagione dell'equinozio; che la Calabria non

offriva alcun sicuro porto per ripararvisi; e che, se la flotta era

incendiata dal nemico, la sua armata avrebbe dovuto morire di fame.

Convien che le circostanze fossero urgenti, poichè un monarca così

fiero, così irritato, un monarca così coraggioso fu forzato di cedere;

pure la cosa non è affatto chiara. In tre giorni l'armata francese

ripassò lo stretto, ed il quarto, 28 di settembre, Ruggero di Loria

comparve innanzi al porto di Messina, e s'impadronì di ventinove galere

francesi che non fecero veruna resistenza. Si avanzò poi verso la Catona

e Reggio di Calabria dove avevano dato fondo tutte le galere e le navi

da trasporto del re, in numero di ottanta, e vi fece appiccare il fuoco

sotto gli occhi di Carlo che non poteva difenderle: il quale vedendo

l'incendio della sua flotta rodeva per rabbia lo scettro che teneva in

mano, e gridava: «Ah Dio! Dio! voi m'avete elevato assai! vi prego che

mi facciate scendere dolcemente»[6].

[6] _Gio. Villani l. VII. c. 73 e 74, p. 286._

Pareva a Carlo che la sua flotta e la sua armata ch'egli era accostumato

a far agire con somma facilità, si rifiutassero tutti ad un tratto di

seguire gl'impulsi della mano che li dirigeva. Trovavasi vinto senza

ancora sapere quale forza impiegasse contro di lui il suo nemico, e

senza aver potuto combattere; onde era impaziente di far prova del

proprio valore, d'incaricarsi egli medesimo della sua vendetta, invece

di confidarla al braccio de' suoi soldati, o di farla dipendere

dall'incostanza degli elementi. Dopo avere abbandonata la Sicilia

scrisse al re Pietro, invitandolo a decidere con un privato

combattimento sottomesso al giudizio di Dio, i loro diritti e la loro

lite. Propose che cento cavalieri combattessero contro cento cavalieri a

Bordeaux, sotto la guarenzia del re d'Inghilterra, cui apparteneva

questa città: i due re dovevano trovarsi alla testa dei loro campioni e

promettere che la sorte della Sicilia dipenderebbe dall'esito della

pugna. Pietro d'Arragona che aveva bisogno di acquistar tempo per

assodare la sua autorità in Sicilia, e terminare i preparativi di

difesa, accettò con piacere la proposta di Carlo, tanto più che avendo

egli minor numero di sudditi, poche truppe e meno tesori, era ben

fortunato di poter combattere con pari forze con un così potente nemico.

I due re promisero di trovarsi a Bordeaux il 15 maggio del 1283,

dichiarando in caso che mancassero all'appuntamento, non solo di

rinunciare ad ogni diritto sul regno di Sicilia, ma inoltre ad essere

spogliati dei loro stati ereditari, e vituperati da ogni assemblea di

nobili e cavalieri, come traditori ed uomini senza onore[7].

[7] _Barth. De Neocastro Hist. Sicula t. XIII, c. 54, p. 1067._

Gli apparecchi per questa pugna giudiziaria allontanarono alcun tempo i

re rivali dai regni della Sicilia e della Puglia, locchè diede

un'apparenza di pace a queste province, mentre molte altre contrade

d'Italia erano, a quest'epoca, travagliate dalla guerra. In quest'anno

scoppiò la lite tra le due potenti repubbliche di Genova e di Pisa, lite

che doveva essere cagione ad ambedue d'immensa perdita di ricchezze e di

soldati.

L'anno 1276 la repubblica di Pisa era stata costretta dai Fiorentini a

richiamare tutti gli esiliati, ma in tale circostanza la sua sommissione

alla volontà de' suoi nemici le era riuscita vantaggiosa. I nobili

richiamati nel suo seno avevan vissuto in pace, e tale era in questo

secolo la semplicità de' costumi privati e l'economia de' più ricchi

cittadini, che ad una città bastava il riposo di pochi anni per vedere

duplicate le proprie entrate, e trovarsi per così dire imbarazzata dalle

sue ricchezze. Era ignoto ai Pisani il lusso della mensa, degli addobbi

e della numerosa servitù, benchè il loro fertile territorio producesse

ogni anno ubertose ricolte e fossero ad un tempo proprietari e sovrani

di quasi tutta la Sardegna, della Corsica e dell'isola dell'Elba.

Avevano inoltre stabilite colonie a san Giovanni d'Acri ed a

Costantinopoli, e le loro fattorie in queste due città facevano un

estesissimo commercio coi Saraceni e coi Greci. Nè ci voleva meno di

così grosse entrate, come erano le loro, per supplire alle immense spese

delle guerre marittime, e per far fronte alle ruine che accompagnavano

sempre la disfatta di ogni fazione, quand'erano confiscati i beni dei

vinti, e le loro case abbandonate al saccheggio. Nulladimeno perchè in

tempo di guerra non si erano consumate le entrate a venire, la pace

accumulava nuove fortune, e riparava in pochi anni le perdite delle

passate guerre. Pisa a quest'epoca contava tra i suoi cittadini vari

signori che pei loro titoli, le ricchezze ed il numero de' vassalli

avrebbero potuto pareggiarsi ai sovrani d'Italia. Il giudice di Gallura,

il giudice d'Arborea, il conte Ugolino, il conte Fazio, il conte Nieri,

ed il conte Anselmo, avevano cadauno una piccola corte ed una piccola

armata[8]. I Pisani andavano orgogliosi della magnificenza di tanti

signori, che si gloriavano d'essere loro concittadini. Essi soffrivano

di mala voglia la rivalità de' Genovesi che, avendo anch'essi

stabilimenti nel Levante, s'arricchivano egualmente collo stesso

commercio e loro disputavano la sovranità delle isole del

Mediterraneo[9]. Sebbene l'un popolo e l'altro fossero in quest'epoca

governati dalla fazione ghibellina, mal sapevano contenere il concepito

vicendevole odio. Sembra che le prime ostilità fossero provocate dai

Pisani.

[8] _Gio. Villani l. VIII, c. 83. p. 293._ — I quattro ultimi

appartenevano alla famiglia Gherardesca.

[9] _Caffari Annal. Genuen, l. X, t. VI. p. 570._

I ladronecci del giudice, ossia signore di Ginerca in Corsica furono

cagione della rottura. I Genovesi, come protettori della città di

Bonifazio, vollero reprimerli, e nel mese di maggio del 1282 spedirono

in Corsica quattro galere con duecento cavalli e cinquecento soldati. Il

giudice battuto da questa piccola armata venne a Pisa ad implorare i

soccorsi della repubblica, di cui si riconobbe vassallo. I Pisani lo

presero in fatti sotto il loro patrocinio, ed intimarono ai Genovesi di

non recargli ulteriore molestia, facendo in pari tempo passare in

Corsica alcune truppe per ajutarlo a difendersi.

A questo s'aggiunsero altri atti d'ostilità, che fieramente inasprirono

il vicendevole odio dei due popoli. Una galera genovese che tornava

dalla guerra di Sicilia fu, senza averli provocati, presa dai Pisani; i

Genovesi che abitavano in san Giovanni d'Acri furono attaccati dai

borghesi di quella città ad istigazione dei Pisani, cacciati dal loro

quartiere, saccheggiati i magazzini ed incendiate le case[10].

[10] _Gio. Villani l. VII, c. 83. p. 293. — Caffari Ann. Genuen. l.

X, p. 577. — Uberti Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 282._

Dopo avere per mezzo de' loro ambasciatori domandata invano

soddisfazione di così gravi ingiurie, i Genovesi risolsero di ottenerla

colle armi. Per altro i due popoli s'andarono lungo tempo provocando, ed

in seguito evitandosi, senza venire seriamente alle mani. Ciò facevano,

senza dubbio, gli uni e gli altri per addestrare le loro ciurme alle

manovre militari, ed aver tempo di adunare i loro marinai sparsi su

tutti i mari a servigio del commercio, prima di esporre l'onore delle

loro armi, e forse la sorte delle repubbliche in una battaglia generale.

Alla fine d'agosto, Nicola Spinola si presentò avanti alle foci

dell'Arno con ventisei galere, e si ritirò quando i Pisani uscirono con

trenta per dargli la caccia. Otto giorni dopo, l'ammiraglio pisano,

Guinicello Sismondi, spiegò anch'egli le vele per cercare i Genovesi a

casa loro. S'avanzò fino a Porto Venere senza incontrare la flotta

genovese, e, dopo aver saccheggiato quel porto e la vicina campagna, fu

assalito il 9 settembre, mentre si ritirava, da una burrasca che fece

incagliare la metà delle sue navi tra Viareggio ed il Serchio[11].

[11] _Guido de Corvaria Fragment. Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 690. —

Ubert. Folieta Hist. Genuens. l. V, p. 383. ap. Graevium t. I._

I Genovesi non potevano darsi vanto del disastro di Guinicello; quindi

fecero quanto potevano per porsi in istato di sostenere con maggior

gloria la guerra. Nominarono una _Credenza_, ossia consiglio di

confidenza, composto di quindici membri, ai quali diedero un assoluto

potere su tutti gli affari marittimi. Ordinarono che niun bastimento

mercantile uscisse del porto, onde la repubblica potesse valersi nella

guerra della ciurma delle navi mercantili, e perchè non fosse

compromesso l'onore della nazione con troppo deboli squadre,

dichiararono che non sarebbe considerato siccome ammiraglio chi

comandasse meno di dieci navi, nè gli sarebbe permesso d'inalberare lo

stendardo di san Giorgio. In seguito la Credenza fece porre sui cantieri

cento venti nuove galere, cioè cinquanta nel cantiere di città, e le

altre ne' porti delle due Riviere.

L'orgoglio di questi due popoli e il desiderio di superarsi l'un l'altro

colla forza aperta e non colle astuzie ch'essi sprezzavano, mantenne fra

loro fin verso alla metà di questa guerra una singolare costumanza. Ogni

repubblica mandava presso l'altra un notajo con quattro esploratori,

dando loro apertamente commissione di rendere conto alla loro patria dei

progetti e degli apparecchi dei loro nemici. I Pisani, ufficialmente

avvisati dai loro esploratori del numero delle galere che facevansi a

Genova, disposero di farne anch'essi altrettante; e nello stesso tempo

nominarono loro ammiraglio Rosso Buzzacherini della famiglia Sismondi

come il suo predecessore[12].

[12] _Ubert. Folieta l. V, p. 384. — Ann. Genuens. l. X, p. 580. —

Guido de Corvaria Frag. Pisanae Hist. p. 690. — Marangoni Hist.

Pisana, p. 558._

Non pertanto l'anno 1283 si passò come il precedente in una specie di

torneo marittimo nel quale non si fece cosa di molta importanza da una

parte e dall'altra, limitandosi a far pompa delle straordinarie loro

forze. I Pisani furono veduti una volta avanzarsi con sessantaquattro

galere fin presso al porto di Genova, mentre sortivano settanta vascelli

genovesi per incontrarli, i quali dopo essere rimasti alcun tempo in

faccia gli uni agli altri, temendo ambedue d'esporsi contro forze

eguali, si ritirarono senza venire alle mani[13]. A stento si può

concepire come due sole città potessero armare due flotte press'a poco

eguali a quelle con cui adesso si batterebbero le due più potenti

nazioni d'Europa.

[13] _Marang. ib. p. 561, 562. — Ubert. Folieta l. V, p. 385, 386. —

Caffari Ann. Genuens. l. X, p. 581-585._

L'anno 1284 i Pisani ed i Genovesi trovaronsi abbastanza esercitati e

padroni di tutte le loro forze onde desiderare egualmente di metter fine

alla guerra con più sanguinose e decisive battaglie. I Pisani nominarono

loro ammiraglio Guido Jacia, e gli commisero di scortare con

ventiquattro vascelli il conte Fazio che mandavano in Sardegna con

truppe e danaro per assoldarne delle altre. Il vascello che aveva a

bordo il conte Fazio essendosi separato dagli altri, fu incontrato nel

mar sardo da una flotta genovese di ventidue galere capitanata da Enrico

de Mari. Il vascello fu preso quasi senza battersi, e bruciato dai

Genovesi quando videro la flotta pisana far forza di vele per

raggiugnerli. La battaglia s'appiccò in seguito tra le due flotte il

primo di maggio, e si sostenne tra forze quasi uguali lungo tempo con

notabile perdita da ambo le parti. Finalmente essendo stato calato a

fondo un vascello pisano, ed altri tre danneggiati in modo, che dopo

essere usciti dalla pugna perirono in aperto mare, la vittoria si

dichiarò pei Genovesi, che presero e condussero a Genova otto galere e

mille cinquecento prigionieri; non essendo rientrati nel porto di Pisa

che dodici galere con molta difficoltà[14].

[14] _Guido de Corvaria Fragm. Hist. Pisanae l. XXIV, p. 691. —

Marangoni Cronaca di Pisa p. 563. — Gio. Villani l. VII, c. 90. p.

298. — Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 387. — Caffari Ann.

Genuens. l. X, p. 586._

Ma lungi dallo scoraggiarsi per tale disfatta, i Pisani raddoppiarono i

loro apparecchi per farne vendetta. Nominarono loro podestà Alberto

Morosini di Venezia, che godeva nella sua patria riputazione di

eccellente capitano di mare; gli aggiunsero come capitani della loro

flotta il conte Ugolino della Gherardesca ed Andreotto Saracini. Il

tesoro erasi quasi esaurito ne' precedenti armamenti; ma tutti i

gentiluomini pisani s'incoraggiarono a fare colle private loro fortune

un generoso sforzo per ricuperare l'onore della patria. I Lanfranchi,

ch'erano in allora la più numerosa famiglia di Pisa, armarono undici

galere, i Gualandi, i Lei ed i Gaetani ne armarono sei, tre i Sismondi,

quattro gli Orlandi, gli Upezzinghi cinque, i Visconti tre, i Moschi

due, ed altre famiglie si unirono per armarne una. Questo generoso

patriottismo creò una flotta di cento tre galere, che spiegò le vele nel

mese di luglio, e venne a schierarsi in faccia al porto di Genova. Là i

Pisani provocarono i Genovesi ad uscire per combatterli, e lanciarono

contro il porto molte freccie d'argento. Era questa una braveria in uso

tra que' due popoli, che, per quanto sembra, solevano in tal modo fare

pomposa mostra della loro ricchezza e prodigalità. I Genovesi sfidati

risposero che i loro vascelli non erano ancora apparecchiati, ma che

raddoppiarebbero d'attività per rendere ben tosto ai Pisani la loro

visita.

Di fatti non erano da molti giorni rientrati nell'Arno i Pisani, che i

Genovesi avendo armate cento sette galere, si presentarono ne' mari di

Pisa, e mandarono a sfidare i loro nemici. I Pisani rimontarono su le

loro galere con una sollecitudine, con un tale giubilo, che ben

sembrarono felice presagio di vittoria. La maggior parte delle navi

trovavansi ancorate tra i due ponti della città. Venne l'arcivescovo sul

ponte vecchio con tutto il clero, e spiegando al vento lo stendardo del

comune, benedì la flotta. Si moltiplicarono le grida di gioja, si levò

l'ancora, ed i vascelli scesero fino alla foce dell'Arno.

All'indomani 6 agosto 1284 le flotte si scontrarono presso all'isola

della Meloria, e la battaglia incominciò poco dopo il mezzogiorno. I

Genovesi che avevano ricevuto un nuovo rinforzo, nascosero Benedetto

Zaccaria, che l'aveva condotto, con trenta galere dietro la piccola

isola della Meloria; per la quale manovra sembrando le due flotte

d'uguale forza, i Pisani non si rifiutarono di porre in arbitrio d'una

battaglia la salvezza della loro repubblica, ed il dominio del mare

inferiore.

Le due flotte s'avanzarono divise in più corpi. Tra i Pisani il podestà

Morosini comandava la prima squadra, Andreotto Saracino la seconda, ed

il conte Ugolino la terza: le tre squadre della flotta genovese erano

comandate dall'ammiraglio Oberto Doria, Corrado Spinola e Benedetto

Zaccaria. Terribile fu l'urto delle due prime che vennero alle mani

nello stesso istante, e la battaglia si continuò lungo tempo, senza che

si scorgesse una parte più avvantaggiata dell'altra; ma la vista di quel

fatto, dice uno storico genovese, ispirava ad un tempo orrore e

compassione[15]. Infinito era il numero di coloro che perivano in cento

diverse maniere; gli uni cadevano mutilati sul ponte, altri erano

precipitati semivivi nell'onde; allora nuotavano intorno alle navi, ed

imploravano l'ajuto e la pietà de' loro compatriotti e de' loro nemici;

prendevano tutto quanto veniva loro alle mani, s'aggrappavano ai remi,

e, perciò che in tal guisa sospendevano la manovra, per continuare la

battaglia venivano respinti cogli stessi remi, e ricacciati nell'acque.

Intorno ai vascelli il mare era vermiglio pel sangue che usciva dai

bocca-porti; ogni onda era coperta di cadaveri, di scudi, di lance, di

freccie, di caschetti. Frattanto i capitani gridavano per incoraggiare i

loro soldati, non cessando di ripeter loro che questa volta trattavasi

della salvezza della patria; che spesso avevano combattuto coi medesimi

nemici cogli eterni nemici della loro città; ma che prima d'ora i due

popoli non eransi ancora trovati tutt'intieri in faccia l'uno

dell'altro, che non avevano giammai, per ottenere la vittoria in una

sola battaglia, sagrificate tutte le risorse delle battaglie future: ed

i soldati, rispondendo con furibonde grida a tali conforti,

raddoppiavano i loro sforzi.

[15] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 393._

Le galere battevansi all'arrembaggio, e quella montata dal Morosini era

alle mani col vascello ammiraglio d'Oberto Doria. In quest'istante i

trenta vascelli di Benedetto Zaccaria uscirono dall'opposta riva della

Meloria e s'unirono alle altre navi genovesi. La galera di Zaccaria si

pose dall'altro lato del vascello ammiraglio pisano, il quale, attaccato

da due bande, fu finalmente preso dopo una lunghissima resistenza,

mentre un altro vascello che portava lo stendardo del comune di Pisa,

attaccato da due galere, cadeva pure in potere dei nemici. Questa doppia

perdita sparse il terrore nella flotta pisana, ed il conte Ugolino, come

assicurano gli scrittori pisani, colse quell'istante per dare il segno

della fuga, non per viltà, ma per indebolire la sua patria, onde più

facilmente ridurla in servitù.

La disfatta, dopo così accanita battaglia, fu compiuta; i Genovesi

presero ventotto galere, e sette ne colarono a fondo, valutandosi la

perdita dei Pisani a cinque mila morti, ed undici mila prigionieri.

Siccome questi ultimi furono condotti a Genova e vi rimasero lungo tempo

in prigione, dicevasi comunemente in Toscana che oramai per veder Pisa

bisognava andare a Genova[16].

[16] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 390-395. — Ann.

Genuens. Caffar. l. X, p. 587, 588. — Marangoni Cronaca di Pisa p.

564-569. — Guido di Corvaria Fragm. Pis. Hist. t. XXIV, p. 692. —

Ann. Pisan. t. XXIV, p. 648. — Cronaca di Pisa Monum. Pisan. t. XV,

p. 979. — Gio. Villani l. VII, c. 91. p. 299. — Chron. Fr. Franc.

Pipini, l. IV, c. 31. t. IX, p. 731._

La prima notizia che giunse a Pisa della battaglia, vi sparse la

desolazione e lo spavento; le donne, dimenticando nell'estremo dolore la

consueta loro modestia e la loro cura di nascondersi agli occhi del

pubblico, ingombravano le strade che conducono al mare. Confuse cogli

uomini stringevansi intorno a coloro che tornavano dalla battaglia, non

lasciandoli andare avanti se prima non avevano soddisfatto alle loro

domande. Ma di mano in mano che gli arrivati avevano parlato, si

vedevano staccarsi dalla folla matrone desolate che, informate della

morte de' loro sposi, figli o fratelli, si appartavano, percuotendosi il

petto e stracciandosi i capelli. Tutte partecipavano di questa

universale afflizione; perciocchè non eravi in Pisa una sola famiglia

che non avesse parte a tanto infortunio, e non avesse a versar lagrime

almeno sopra uno de' suoi membri, avendone molte perduti due, tre ed

anche più. Fu d'uopo che i magistrati essi medesimi s'interponessero per

far rientrare, quasi a forza, nelle proprie case tanti infelici che il

dolore rendeva forsennati; e quando, dopo alcuni giorni, le donne

uscirono nuovamente di casa, per pregare ne' templi, non ne fu vista una

sola che non fosse vestita di corrotto. Pel corso di sei mesi non altro

udivansi in Pisa che gemiti, gridi e funebri rimembranze.

Intanto i Genovesi, rientrati in porto, festeggiavano ne' templi la loro

vittoria, e consultavano intorno alla sorte di tanti prigionieri. Alcuni

senatori proponevano di cambiarli contro il forte di Castro in Sardegna,

il quale risguardavasi come il baluardo de' possedimenti de' Pisani in

quell'isola; ed altri preferivano una taglia in danaro. Ma la gelosia

nazionale suggerì il più dannoso consiglio di tenerli in prigione

perpetuamente, affinchè le loro mogli, non potendo rimaritarsi, venisse

Pisa a mancare di nuova popolazione. Questo consiglio fu adottato, ed

essendosi prolungata la guerra tredici anni, quando finalmente la pace

rendette la libertà a quel misero avanzo di prigionieri, trovaronsi per

le riportate ferite, per malattie, per l'età ridotti a così ristretto

numero che, di undici mila, ne tornarono a Pisa appena mille.

Se la condotta de' Genovesi fu poco generosa, quella de' Guelfi toscani

lo fu ancora meno. Pisa era la sola città ghibellina della provincia;

onde essi determinarono di approfittare della presente sventura per

distruggerla colla sua fazione. Fecero perciò proporre ai Genovesi di

collegarsi con loro, promettendo di assediare Pisa per terra, mentre i

Genovesi la chiuderebbero dalla banda dei mare, obbligandosi di non

accordarle la pace a veruna condizione, ma di atterrarne le mura e

disperderne i cittadini nelle vicine terre. Fiorenza, Lucca, Siena,

Pistoja, Prato, Volterra, San Gemignano e Colle sottoscrissero

quest'alleanza coi Genovesi, ed il 10 di novembre tutti i Fiorentini

domiciliati in quella città l'abbandonarono, giusta l'ordine ricevuto

dalla loro patria, mentre seicento cavalieri al soldo di Firenze

entravano, per la strada di Volterra, nel territorio pisano, guastandolo

e facendo ribellare molte terre[17].

[17] _Gio. Villani l. VII, c. 97, p. 305._

Erano i Pisani informati delle strette relazioni che il conte Ugolino

della Gherardesca aveva conservate coi Fiorentini; conoscevano inoltre i

talenti e l'accortezza di questo ambizioso cittadino, e l'arte con cui

aveva saputo rendersi influente presso le due fazioni, ghibellino di

nascita e guelfo per le contratte parentele. Nella difficile situazione

in cui si trovavano, risolsero i Pisani di mettere il conte alla testa

della repubblica, come i Romani in meno critiche circostanze avrebbero

nominato un dittatore. Si assicura che i Pisani prigionieri in Genova, i

quali dalle loro prigioni non lasciavano di conservare molta influenza

sulle deliberazioni della loro patria, proposero essi medesimi tale

elezione. Il conte Ugolino fu nominato per dieci anni capitano generale

di Pisa; e la prima cura affidatagli fu quella di sciogliere la lega

formata contro la patria.

Il conte Ugolino univa a molta desterità una coscienza poco scrupolosa;

e forse era egli il principale motore della alleanza de' Guelfi contro i

suoi concittadini. A Firenze era risguardato come un dichiarato Guelfo,

onde vedendolo alla testa della repubblica pisana si credette d'aver

ottenuto, senza adoperar le armi, il trionfo del partito guelfo ch'era

stato l'unico motivo della lega. Ugolino fece proporre ai priori delle

arti di Firenze di negoziare con lui; e nelle stesso tempo mandò loro un

regalo di vini, pretendendosi che tra le bottiglie ve ne fossero alcune

piene di fiorini d'oro in cambio di _vernaccia_[18]. Offrì inoltre di

cedere ai Fiorentini molte terre del territorio pisano, ed ottenne con

questi mezzi di sciogliere la lega de' Guelfi coi Genovesi. Vero è che i

Fiorentini, staccandosene, imposero ai Pisani la condizione d'esiliare

tutti i Ghibellini dalla città, onde non rimanesse loro alcun asilo in

tutta la Toscana.

[18] _Gilacchet. Malasp. Stor. Fior. c. 225, t. VIII, p. 1043._

Il conte tentò in appresso di trattare coi Genovesi, offrendo loro

Castro in Sardegna come taglia de' prigionieri fatti nella battaglia

della Meloria; ma i prigionieri, avuto avviso di questo trattato,

ottennero dai Genovesi il permesso di mandare dei commissarj a Pisa per

esprimere il loro voto. Introdotti questi nel consiglio, dichiararono di

non poter acconsentire a così vergognosa capitolazione; che preferivano

di morire in prigione piuttosto che permettere alla loro patria di

privarsi d'un forte fabbricato dagli antenati loro, e difeso con tanto

sangue e tanti travagli; che se i consigli potevano prendere una tanto

colpevole risoluzione, non sarebbero essi prigionieri prima liberati,

che si farebbero conoscere i più implacabili nemici di que' pusillanimi

magistrati, castigandoli dell'avere sagrificato il proprio onore a vani

e fuggitivi godimenti. In conseguenza di così magnanima risoluzione si

abbandonò il trattato aperto coi Genovesi[19].

[19] _Marangoni Cron. di Pisa p. 571._ — Gli storici pisani nominano

in altra occasione i commissarj spediti dai prigionieri a Pisa: se

sono quelli che fecero rompere il primo negoziato, vogliono essere

ricordati: Guglielmo di Ricoveranza, Puccio Buzzacherini de

Sismondi, Guelfo Pandolfini e Jacopo Aldobrandi. _Fragm. Hist.

Pisanæ t. XXIV, p. 651._

Allora il Conte Ugolino prese a trattar di pace colla repubblica di

Lucca, la quale proponeva per condizione che i Pisani le cedessero i

castelli d'Asciane, Avane, Librafatta e Viareggio. Non era probabile che

i Pisani volessero cedere ai Lucchesi tante fortezze, le quali erano

come la chiave del loro territorio, in tempo che non avevano voluto

liberare undici mila de' loro cittadini, abbandonando ai Genovesi Castro

in Sardegna: ma il conte Ugolino temeva in segreto il ritorno de'

prigionieri ch'egli conosceva incapaci di prestarsi mai alla tirannide

ch'egli meditava di stabilire; mentre per l'opposto desiderava di

procurare non alla patria, ma alla sua famiglia l'appoggio e l'amicizia

de' Lucchesi. Convenne perciò con questi che lascerebbe sorprendere

dalle loro truppe le castella ch'essi chiedevano; e nello stesso tempo

altri ne accordò ai Fiorentini, talchè più non restarono a Pisa che

Motrone, Vico Pisano e Piombino.

Per tal modo credeva il conte Ugolino di avere assicurato in Pisa il suo

potere; ma questa repubblica già così ricca e bellicosa, che ora

vedevasi spogliata di tutto il suo territorio, che più non ardiva

mettere un vascello in mare per paura che le fosse tolto dai Genovesi, e

che per colmo delle sue sventure vedeva fondarsi entro le sue mura una

nuova tirannide, non era in modo tollerante da soffrirne lungo tempo il

giogo. Il conte rendevasi egualmente esoso ai Guelfi ed ai Ghibellini.

Nino di Gallura, suo nipote, era il capo naturale della parte guelfa,

quale erede della famiglia Visconti; ma poichè Ugolino erasi dichiarato

protettore de' Guelfi, gli stessi Visconti sembravano avvicinarsi ai

Ghibellini; e Nino, benchè fosse figliuolo d'una sorella del conte, non

aveva perciò scordata l'antica rivalità delle famiglie de' loro padri.

Ugolino ebbe sentore delle pratiche de' suoi nemici; esiliò molte

famiglie ghibelline, e fece atterrare i palazzi di dieci delle

principali famiglie di Pisa, che accusò di criminose intelligenze collo

stesso partito.

Nino di Gallura, lungi dallo scoraggiarsi in vista di queste esecuzioni

militari, strinse maggiormente i legami che aveva di fresco formati coi

capi dei Ghibellini, i Gualandi ed i Sismondi, mentre il conte veniva

sostenuto dai Gaetani e dagli Upezzinghi. Nino ardentemente desiderava

la liberazione de' Pisani prigionieri in Genova, e perchè lo richiedeva

il bene della repubblica, e per dare maggiore consistenza al suo

partito. Prevedeva Ugolino all'opposto, che tornando questi prigionieri,

si opporrebbero allo stabilimento della sua tirannide, e frapponeva

ostacoli a tutti i trattati che Nino apriva coi Genovesi. Il giudice di

Gallura tentò dì fare violenza al conte, chiamando il popolo a parte

della sua causa: ed i suol partigiani si sparsero un giorno per le

strade, gridando _morte a tutti i nemici della pace_; ma, contro la sua

aspettazione, il popolo non prese le armi a quel grido, e la sua

inazione equivaleva pel conte ad una vittoria. Allora Nino lo attaccò in

una più legal forma, accusando innanzi ai consoli ed agli anziani delle

arti il capitano generale, d'avere in onta delle leggi estesa la sua

autorità, d'essersi attribuito l'ufficio di podestà e d'essersi

impadronito del palazzo della Signoria, che non gli era stato accordato

dal popolo. Effettivamente i magistrati impegnarono Ugolino a ritirarsi

dal palazzo della Signoria, e si misero di mezzo per riconciliare i due

capi di parte. Intanto venne nominato un nuovo podestà, e nel

susseguente anno, senz'essere spogliato della carica di capitano

generale, non potè per altro governare la città a suo arbitrio.

In aprile del 1287, la repubblica ricevette quattro nuovi deputati dei

prigionieri di Genova, che venivano a trattare della pace e della

taglia. Il trattato che essi proponevano, non ponendo verun'altra

condizione alla loro libertà che il pagamento d'una somma di danaro, era

stato sottoscritto dagli stessi prigionieri: pure passarono tredici mesi

senza che a Pisa si fosse potuto ottenerne la ratifica, tanti erano gli

ostacoli che il conte vi andava frapponendo. Intanto Ugolino erasi

nuovamente impadronito del palazzo pubblico, cacciatone il podestà, e

fattosi dichiarare capitano e signore di Pisa. Aveva prescelto per la

inaugurazione il giorno della sua nascita, e, mentre tornando da un

banchetto, rientrava in casa sua gonfio d'orgoglio ed inebbriato della

propria fortuna, disse ad alcuno di coloro che gli erano vicini: «E

bene, Lombardo, cosa mi manca ancora? — Non altro, quegli rispose, che

la collera di Dio.» Ne tardò questa a colpirlo.

Vedendo il conte che il popolo era disposto ad approvare il trattato

sottoscritto a Genova e che Nino di Gallura ed i Guelfi medesimi ne

affrettavano l'esecuzione, commise ad alcuni corsari Sardi d'armare in

corso contro i Genovesi in disprezzo della convenuta sospensione d'armi,

ricominciando in tal modo le ostilità[20]. Volle in pari tempo

ravvicinarsi ai Ghibellini di Pisa, e propose un'alleanza

all'arcivescovo degli Ubaldini ch'erasi fatto loro capo, onde di

concerto cacciare fuori di città Nino ed i Guelfi. Per altro, siccome

non voleva affatto perdere presso i Fiorentini suoi antichi alleati la

riputazione d'essere guelfo ancor egli, quand'ebbe tutto disposto perchè

i suoi satelliti secondassero l'arcivescovo ed i Ghibellini, ritirossi

al castello di Settimo per non essere presente alla imminente

rivoluzione. Ruggeri degli Ubaldini fece rientrare in città i Gualandi,

i Sismondi, i Lanfranchi ed alcune altre famiglie ghibelline, gli unì

alle truppe del conte, e per tal modo si trovò tanto superiore di forze

al giudice di Gallura, che questi senza combattere si ritirò col suo

partito a Calcinara.

[20] _Jacob Doria Annales Genuens. l. X, p. 594._

(1288) Il popolo volle allora associare nel governo della repubblica

l'arcivescovo Ruggeri al conte Ugolino; e forse era questa una delle

segrete condizioni del trattato tra le due parti: ma Ugolino dichiarò

orgogliosamente che non soffrirebbe compagno, e che non conosceva

eguale. Insistevano invano i Ghibellini perchè alcuno del loro partito

fosse messo a parte del governo; Ugolino voleva essere solo; onde

l'arcivescovo nè meno ambizioso, nè meno dissimulato del conte, si

ritirò dal palazzo della comunità ove il popolo l'aveva fatto entrare,

senza mostrare verun risentimento o dar sospetto ad Ugolino d'aver

cessato d'essere suo amico.

La prosperità, lungi dall'addolcire i tiranni, li rende d'ordinario

suscettibili di più violenta irritazione quando incontrano la più

leggera opposizione alla loro volontà; e non pertanto potrebbero ben gli

uomini rimanere docilissimi sotto il despotismo, che non perciò

cambieranno mai le leggi della natura, ed un tiranno in mezzo ai più

costanti successi troverà ancora motivi d'impazienza. La guerra

marittima, i diplomi civili, e, può darsi ancora, l'irregolarità delle

stagioni, avevano accresciuto il prezzo de' grani e non erano facili a

trovarsi: lagnavasene il popolo, ed accusava il conte dei cari prezzi

delle derrate. Tale era intanto la violenza degl'impeti di collera

d'Ugolino, che niuno osava fargli note le lagnanze del popolo, ed

avvisarlo del pericolo cui potevano esporlo. Uno de' suoi nipoti

incaricossi di così difficile incumbenza, e gli propose di sospendere il

prezzo delle gabelle per minorare il prezzo de' viveri. Egualmente

intollerante di rimproveri e di consigli, Ugolino, cavato il pugnale che

teneva in seno, lo ferì in un braccio, ed avrebbe in quell'impeto di

sdegno ucciso il nipote, se non gli fosse stato tolto dalle mani. Uno

de' nipoti dell'arcivescovo, intimo amico del ferito giovane, nell'atto

che gli fece scudo del suo corpo proruppe in rimproveri contro il conte,

il quale, diventato furibondo, lanciò un'accetta, che gli venne tra le

mani, sul capo del nipote dell'arcivescovo e lo stese morto ai piedi.

Ruggeri degli Ubaldini compresse il suo dolore e la sua collera finchè

non si fu assicurato dell'ajuto di tutti i Ghibellini. Il primo di

luglio essendosi adunato il consiglio nella chiesa di san Bastiano per

deliberare intorno alla pace coi Genovesi, si separò senza aver nulla

conchiuso, perchè il conte non lasciava di frapporre ostacoli

all'esecuzione del trattato, a fronte delle istanze che andavano facendo

caldissime i Ghibellini. Nell'uscire di chiesa l'arcivescovo fu avvisato

che Nino, detto il Brigata, radunava battelli per andare in traccia dei

Guelfi ed introdurli nuovamente in città; perchè l'arcivescovo non

frapponendo più dimora, fece gridare all'armi dai Ghibellini suoi

partigiani, e suonare a stormo la campana del popolo. I Gualandi, i

Sismondi, i Lanfranchi si fecero intorno all'arcivescovo Ruggeri con

parte degli Orlandi, dei Ripafratta e delle altre famiglie ghibelline.

Il conte Ugolino con due suoi figliuoli e due nipoti, gli Upezzinghi, i

Gaetani ed i suoi satelliti difendevano la piazza e le vicinanze di san

Bastiano e di san Sepolcro. Dopo lungo combattimento essendo caduto

morto un suo bastardo, e sembrandogli i Ghibellini più forti, si chiuse

nel palazzo del popolo, che continuò a difendere dal mezzogiorno fino a

sera. Gli assedianti alla fine si determinarono di appiccargli il fuoco,

e penetrandovi in mezzo alle fiamme, fecero prigioni il conte Ugolino, i

suoi minori figli Gaddo ed Uguccione, Nino, detto il Brigata, figliuolo

di Guelfo, suo figliuolo allora assente, ed Anselmuccio figliuolo anche

esso d'un altro suo figliuolo detto Lotto, ch'era morto.

Sono questi i cinque personaggi, di cui Dante rese tanto celebre la

deplorabile morte. Dopo averli chiusi nella torre de' Gualandi alle

Sette Vie sulla Piazza degli Anziani, l'arcivescovo passati alcuni mesi

fe' gettare in Arno le chiavi della prigione, e non permise che fosse

loro recato alcun cibo. L'orrore del suo supplizio fece dimenticare i

delitti gravissimi di Ugolino, ed il suo nome rimase quasi unico esempio

nella storia di un tiranno che ispira pietà, e che viene punito dal suo

popolo più severamente che non meritassero le sue colpe. Dante racconta

d'aver veduto Ugolino nell'inferno fra i traditori della patria entro ad

un eterno ghiaccio, dal quale gli usciva soltanto il capo, ed avanti a

lui stava il capo dell'arcivescovo Ruggeri di cui rodeva il cranio con

avidità pari alla fame sofferta. Ugolino, interrogato da Dante, fa il

patetico racconto delle terribili angosce patite negli ultimi suoi

giorni dall'istante in cui aveva udito chiudersi l'orribile torre fino

al nuovo giorno in cui perì di fame[21].

[21] Si omettono i versi di Dante riportati dall'autore, siccome

troppo noti a tutti gl'Italiani.

I frequenti cambiamenti di partito del conte Ugolino hanno resa

alquanto confusa la sua storia; onde non deve recare meraviglia che

sia tanto oscura, a fronte della celebrità del suo nome e

dell'estrema sua sciagura. Questa storia per altro fu l'argomento

d'ampie e numerose dissertazioni. Quelle del caval. Flaminio del

Borgo, che formarono un volume in 4º, non hanno altro scopo che

quello di purgare i Pisani dal rimprovero di crudeltà loro fatto da

Dante e ripetuto da tutti coloro che leggono il suo divino poema.

Prese per epigrafe questo verso

_Exoritur tandem nostro de sanguine vindex_,

e crede d'aver giustificata la sua patria, dimostrando che i quattro

giovani chiusi in carcere con Ugolino, essendo stati presi colle

armi alla mano, non erano meno di lui colpevoli; sicchè Dante non

poteva dire di loro con verità: _Innocenti facea l'età novella_, ec.

Noi abbiamo forse più che il cavalier del Borgo un interesse

immediato a giustificare Pisa e le famiglie ghibelline da così

grande crudeltà: pure non sappiamo immaginare qual vi possa essere

così grave delitto che renda legittimo il supplizio d'Ugolino e de'

suoi figli. Non vediamo che Dante li supponga nella prima

fanciullezza; anzi li rappresenta come giovani pronti a sacrificarsi

al loro padre; e questo zelo generoso ne fa supporre naturalmente

che avranno pure combattuto al suo fianco; ma non pertanto erano

essi troppo giovani per aver partecipato al tradimento che

quattr'anni prima fece perdere la battaglia della Meloria, o a

quello che diede ai Lucchesi Ripafratta, Viareggio ed altre

castella. Il conte poteva averli avuti compagni nelle battaglie

molto prima d'iniziarli ne' misterj della malvagia sua politica. Se

alcuna cosa può scusare i Pisani, ella è la sofferta fame, la quale

essi attribuivano alla politica del conte, e non credettero che di

renderlo vittima di quel supplicio ch'essi in parte sperimentarono

per sua colpa.

La critica del cavalier Flaminio intorno agli storici di

quest'avvenimento è parziale e passionata; quindi approfittandoci

del suo lavoro non l'abbiamo interamente adottato. Abbiamo

specialmente appoggiato il nostro racconto sopra un frammento della

storia pisana scritto da un contemporaneo in dialetto pisano ed

impresso _Scr. Rer. Ital. t. XXIV, p. 649-655_. Ci spiace di dover

dire che questo frammento dà a credere che il supplicio del conte

sia stato una specie di tortura per forzarlo a pagare un'ammenda di

cinquemila fiorini, cui era stato condannato. Abbiamo pure

approfittato assai della cronaca di Pisa scritta del 1536 _Script.

Etruriæ t. I, p. 557-584_. La citiamo talvolta sotto il nome di

falso Marangoni, perchè ci pare che il cavalier Flaminio abbia

dimostrato non essere altrimenti opera di Bernardo Marangoni cui

viene attribuita. Siccome non cade dubbio intorno alla data ed alla

autenticità, il nome non interessa gran fatto. Ma non sono queste le

nostre sole autorità; noi le abbiamo sempre confrontate col racconto

assai circostanziato di _Gio. Villani l. VII, c. 120 e 127, p.

320-324_; colla cronaca pisana scritta ne' primi anni del

quindicesimo secolo: _Sc. It. t. XV, p. 979_, e coi commenti fatti a

Dante da Benvenuto da Imola _An. It. t. I, p. 1140_. Per ultimo

abbiamo pur letto il frammento di storia pisana di Guido di Corvaria

contemporaneo, _t. XXIV, p. 694. — Doria continuatore di Caffaro,

Ann. Genuens, l. X, p. 593-595. — Leon. Aret. Istor. Fior._ fine del

terzo libro. — _Cronica di Paolin di Piero_, fiorentino

contemporaneo, _Script. Etrur. t. II, p. 42. — Ubert. Folieta

Genuens. Hist. l. V, p. 396. — Marchione di Coppo de Stefani_, pure

contemporaneo, sconosciuto al caval. Flaminio. — _Delizie degli

Eruditi Toscani t. VIII, l. III, Rub. 164, p. 33._

Per non interrompere la storia delle rivoluzioni pisane, abbiamo lungo

tempo omesso di parlare delle cose di Napoli e di Sicilia che ne'

medesimi anni provarono grandi rivoluzioni. I due re rivali, Carlo

d'Angiò e Pietro d'Arragona, eransi obbligati, come l'abbiamo detto, a

trovarsi il 15 maggio del 1283 a Bordeaux, cadauno accompagnato da

cento cavalieri per decidere in campo chiuso la lite, e la validità

de' loro diritti sul regno di Sicilia. Martino IV erasi opposto a

questo combattimento giudiziario, che risguardava ad un tempo come

impolitico e come irreligioso. Altronde Edovardo, re d'Inghilterra,

che doveva guarentire il luogo della battaglia, vi si rifiutò,

dichiarando in una sua lettera, tuttora esistente, che non darebbe per

tale oggetto sicurezza in verun luogo de' suoi dominj, quand'anche

dovesse con ciò guadagnare i due regni d'Arragona e di Sicilia[22].

Non per questo Carlo d'Angiò si preparò alla pugna con minore

passione; ed il giorno prefisso, Filippo l'ardito, re di Francia,

s'avanzò fino ad un giorno di cammino da Bordeaux con un magnifico

seguito di signori ed un corpo di tre mila uomini d'armi, mentre Carlo

entrò in città accompagnato dai cento cavalieri che dovevano

combattere con lui. Allora il re d'Arragona dichiarò che il campo

chiuso non era bastantemente guarentito, che non eravi per lui

sufficiente sicurezza avanzandosi fino a Bordeaux, finchè l'armata del

re francese trovavasi in tanta vicinanza, e che non mancherebbe di

recarvisi tosto che Filippo farebbe ritirare le sue truppe. Aggiungono

molti che vi andò in persona il 15 maggio per soddisfare al suo

giuramento, e che travestito si presentò al siniscalco d'Inghilterra,

dichiarando ch'egli non si vedeva in Bordeaux abbastanza sicuro, onde

si teneva sciolto della sua promessa; dopo di che ripartì di galoppo

facendo novanta miglia sulla strada d'Arragona senza prendere

riposo[23].

[22] _Rymer Fœdera, Conventiones, ec. t. I, p. 239._ Raccolta

pubblicata per ordine di Anna Regina d'Inghilterra. — _Giannone

Stor. Civile l. XX, c. 7, t. III, p. 82._

[23] _Gio. Villani l. VII, c. 86, p. 296._ — Il ristretto di Curita

dà i nomi de' cento cavalieri di Carlo, e di tre che accompagnarono

il re Pietro fino a Bordeaux. _Hisp. illust. t. III, p. 124._ —

Guglielmo di Nangì dubita della venuta del re d'Arragona. _Gesta

Philippi III Audacis in Script. Franc. Hist. t. V, p. 542. —

Marianna Hist. de las Españas l. XIV, c. 6, p. 623. — Murat. Antiq.

Ital. t. III, Dissert. XXXIX, p. 649 e seguenti._

Il divieto papale, l'assenza del re d'Inghilterra che doveva presiedere

alla pugna, e la vicinanza dell'armata francese, erano certamente

plausibili motivi per rifiutarsi d'entrare in campo chiuso; ma pare che

Pietro fosse contento di avere trovati questi pretesti per non procedere

ad un combattimento, i di cui apparecchi gli avevavo fatto guadagnare il

tempo che gli abbisognava. Prima che giugnesse il giorno del

combattimento, il papa per non pregiudicarsi, lasciando alla decisione

delle armi una causa che credeva devoluta al suo tribunale, pronunciò in

data del 15 marzo una sentenza di deposizione contro Pietro d'Arragona;

dichiarando che non solamente Pietro d'Arragona non aveva alcun diritto

sul regno di Sicilia, ma che in pena dell'averlo occupato con frode e in

disprezzo della protezione della Chiesa e delle proprie obbligazioni

verso san Pietro, di cui era vassallo, veniva privato del suo regno

ereditario d'Arragona, ed i suoi stati abbandonati al primo che gli

occupasse. In appresso quando Martino IV ebbe avviso che Pietro aveva

mancato al combattimento, e che i re di Francia e di Napoli,

risguardandosi come beffati da lui, erano fieramente sdegnati, confermò

la sua sentenza di deposizione, ed investì del regno d'Arragona Carlo di

Valois secondo figlio del re Filippo[24].

[24] _Raynald. Ann. Eccles. l. XIV, § 15-22, p. 342. Bulla

depositionis Petri Arragon. 12 cal. aprilis. Urbevateri Altera 6

cal. sept. ap. Rayn. 1283, § 25 e seg., p. 344._

Tutte le indulgenze della Chiesa, e tutti i suoi favori furono promessi

a coloro che ajuterebbero la casa di Francia nella conquista di questo

nuovo regno; e si giunse perfino a predicare una crociata in favore di

Carlo di Valois. Ma perchè i principi francesi avevano più a cuore la

Sicilia che l'Arragona, il re Carlo nel presente anno non si occupò che

degli apparecchi necessarj per far l'impresa di quell'isola; e nel mese

di maggio del 1284 partì dai porti di Provenza alla volta di Napoli con

cinquantacinque galere armate e tre grosse navi cariche di truppe.

Ruggeri di Loria, grande ammiraglio di Sicilia, avendo avviso della

vicina venuta di Carlo, si recò in faccia a Napoli con quarantacinque

galere, dopo avere corse le coste del principato per provocare alla

battaglia Carlo detto lo Zoppo, principe di Salerno, e figliuolo del re,

che governava il regno in assenza del padre. Questo principe non

sostenne gli oltraggi de' Siciliani e de' Catalani che accusavano i

Francesi di codardia; fece mettere alla vela venticinque galere che

teneva nel porto, e andatovi a bordo con tutti i suoi cavalieri francesi

e provenzali, si fece incontro all'ammiraglio siciliano, malgrado il

comando espresso del padre che gli vietava di combattere. In fatti egli

era troppo debole da cimentarsi con quell'ammiraglio, il più esperto e

fortunato del suo secolo; i suoi soldati erano similmente in numero e in

zelo minori di quelli del Loria, e meno avvezzi al mare: perciò dopo il

primo attacco, fuggirono le galere di Sorrento e del principato, facendo

forza di remi. Furono dalla flotta siciliana prese otto navi francesi

sulle quali trovavasi lo stesso principe con tutti i suoi più ricchi

baroni.

Accadde che, mentre Ruggeri di Loria manovrava in parata, dopo così

glorioso fatto, innanzi al porto di Napoli, credendo gli abitanti di

Sorrento che quella battaglia deciderebbe della sorte della casa

Angioina, spedirono deputati all'ammiraglio per complimentarlo ed

offrirgli frutta e denaro. I deputati, saliti sulla nave

dell'ammiraglio, e veduto il principe Carlo riccamente vestito in mezzo

a' suoi baroni, credettero che fosse Ruggeri di Loria, onde prostrati

innanzi a lui gli offrirono i fichi e le duecento monete d'oro che

avevano portato, e gli dissero: «Messere l'ammiraglio, aggradisci dal

comune di Sorrento queste frutta e queste monete, e sappi che noi fummo

i primi a dare a' tuoi nemici il segno della fuga. Piacesse a Dio, che

come prendesti il figliuolo, così avessi tu preso anche il padre.»

Carlo, quantunque afflitto da tanta sciagura, non potè trattenersi di

ridere dell'equivoco: «Per Dio, gridò, guarda sudditi fedeli a

monsignore il re[25]!»

[25] _Gio. Villani l. VII, c. 92, p. 301._

Carlo d'Angiò si sforzò di non mostrarsi abbattuto dall'avviso di questa

disfatta, che ricevè quasi subito, trovandosi la sua flotta innanzi a

Gaeta il giorno dopo la battaglia: ma si vendicò del poco affetto che

gli aveano mostrato i Napoletani, facendone appiccare più di

centocinquanta; colla quale crudele esecuzione pretendeva d'aver fatto

grazia a Napoli, che a suo credere meritava d'essere distrutta. Fissò

per luogo di unione delle sue tre flotte di Provenza, di Salerno e di

Puglia, Concione in Calabria; ed egli andò per terra a Brindisi per

affrettare l'armamento dell'ultima.

Frattanto il papa, sulla domanda del re Carlo, aveva spediti due

cardinali in Sicilia per conferire coi ribelli, e liberare se era

possibile l'unico suo figliuolo, loro prigioniero. Carlo sotto il peso

delle traversie, che da due anni lo perseguitavano incessantemente,

aveva alquanto perduto di quel fermo ed intrepido carattere che aveva

sempre mostrato, e di quella confidenza nella propria fortuna, cui più

che a tutt'altro era debitore delle altre sue qualità. Quantunque avesse

sotto i suoi ordini una flotta di centodieci vascelli, si lasciò

aggirare dai negoziati de' Siciliani, e passò l'estate senza far nulla.

La mancanza di vittovaglie e l'avvicinarsi dell'equinozio l'obbligarono

a tornare a Brindisi. Nell'inverno andò in Puglia, ammassando danaro,

vittovaglie ed uomini, per rinnovare in primavera la guerra con maggior

vigore; ma un amaro presentimento della sua rapida decadenza e del

trionfo di nemici che aveva prima disprezzati, lo rodevano internamente.

Lo sforzo che egli faceva per comprimere il suo dolore ed il suo

scoraggiamento, guastavano la sua salute; sicchè cadde finalmente

infermo a Foggia. Le ultime sue parole furono dirette all'ostia sacra

nell'atto di ricevere la comunione nel suo letto della morte. «Signore

Iddio, diss'egli, io credo veramente che tu sei il mio salvatore, onde

ti prego ad aver pietà della mia anima. E così com'io feci la conquista

della Sicilia più per servire alla santa Chiesa, che pel mio interesse,

o per altra cupidigia, tu perdonami i miei peccati[26].» Morì poco dopo

il giorno 7 di gennajo del 1285 in età di sessantacinque anni, dopo

averne regnato diecinove in Napoli. Malgrado la testimonianza che

rendeva a sè medesimo negli ultimi istanti di vita, non possiamo

facilmente credere che un uomo tanto ambizioso e crudele non avesse

altro scopo nelle ingiuste conquiste che costarono tanto sangue, che la

gloria di Dio.

[26] _Gio. Villani l. VIII, c. 93 e 94, p. 302 e 303._

La sua morte precedette di poco quella de' principali monarchi, che come

suoi amici, o rivali, avevano con lui travagliata l'Europa. Filippo V

l'ardito, dopo una rovinosa campagna in Arragona, morì a Perpignano il 6

ottobre dello stesso anno; Pietro d'Arragona cessò di vivere a

Barcellona l'otto di novembre per le ferite avute nella stessa campagna;

e Martino IV, fedele creatura e cieco strumento di Carlo, era morto il

25 marzo dello stesso anno a Perugia.

Il principe di Salerno, erede del regno, trovavasi prigioniero degli

Arragonesi, che dalla Sicilia lo avevano trasportato in Catalogna;

sicchè fu il suo figlio primogenito, allora in età di soli dodici in

tredici anni, che prese possesso del regno sotto la direzione di Roberto

conte d'Artois, suo cugino, e d'un consiglio di baroni francesi. In tale

occasione papa Onorio IV, successore di Martino, pubblicò una bolla

intorno al governo del regno e per riformare gli abusi che vi si erano

introdotti[27]. D'altra parte don Giacomo, il secondo figliuolo di

Pietro d'Arragona, fu incoronato re di Sicilia, mentre il fratello

maggiore ereditava gli stati paterni nelle Spagne: e la lotta del mezzo

giorno d'Italia che aveva cominciato a guisa d'una guerra di giganti, si

prolungò molti anni fra deboli principi, i di cui fatti più non meritano

l'attenzione dell'Europa.

[27] Quest'ordinanza o capitolare viene riportato dal Giannone,

_Stor. Civile l. XXI, c. 1_.

La debolezza della casa d'Angiò agevolò alla repubblica fiorentina i

mezzi d'impadronirsi dell'amministrazione della parte guelfa fin allora

diretta dal re di Napoli, e di chiamare a sè i negoziati di tutta la

fazione. Ma la repubblica fiorentina in tempo che acquistava tanta

influenza sulle altre province d'Italia, non era meno delle repubbliche

sue rivali travagliata da intestine discordie. Lo zelo che i Fiorentini

mostrarono in favore della loro patria, cui, sacrificando vita ed averi,

innalzarono ad un grado di potenza assai superiore alle loro ricchezze

ed alla popolazione, era un risultamento del loro amore di libertà, di

quella sediziosa democrazia che, solleticando l'amor proprio e le

passioni d'ogni classe di persone, le rendeva tutte energiche e

valorose.

L'anno 1282 fu quello in cui i Fiorentini fissarono quella forma di

governo che poi mantennero fino alla caduta della repubblica, e della

quale sussistono anche al presente alcune istituzioni. Io intendo

parlare dei priori delle arti e della libertà, il cui collegio ebbe il

nome di _Signoria_. Il governo di Firenze, dopo che il cardinal Latino

vi potè stabilire la pace interna, venne affidato a quattordici savj,

otto guelfi e sei ghibellini. Da questa forma di reggimento, il di cui

potere esecutivo era affidato ad un consiglio troppo numeroso per agire

di perfetto accordo, ad un consiglio che fino dalla sua istituzione

medesima aveva in sè gli elementi della discordia e dove regnava lo

spirito di parte, pareva derivarne danno allo stato: inoltre la gelosia

della plebe verso i grandi riusciva pure pregiudicevole a questo

collegio, ove trovavansi molti gentiluomini; e perciò si andava dicendo

che d'una repubblica mercantile dovevano averne l'amministrazione i soli

mercanti. Quindi i Fiorentini verso la metà di giugno del 1282

istituirono una nuova magistratura affatto democratica, i di cui membri

ebbero il titolo di priori delle arti, per indicare che l'assemblea de'

primi cittadini d'ogni mestiere rappresentava tutta la repubblica. Nella

prima elezione non furono ammessi tutti i mestieri indistintamente alla

prerogativa di dare i capi allo stato. La prima volta ebbero quest'onore

tre sole arti, risguardate come le più nobili; ma nella seconda elezione

(cioè due soli mesi dopo, perchè l'elezioni dovevano rinnovarsi tutti i

due mesi) si raddoppiò il numero de' priori, onde ognuna delle sei arti

maggiori, a cadauna delle quali corrispondeva un quartiere della città,

avesse il suo priore. L'arte dei giudici e de' notaj, che per altri

rispetti aveva parte nel governo, fu la sola non chiamata a dare priori

alla repubblica.

Tutto il potere esecutivo e la rappresentanza dello stato fu data a sei

priori. Per tenerli uniti ed accrescerne la vicendevole benevolenza,

furono chiamati a vivere insieme, spesati dal pubblico ed alloggiati nel

suo palazzo. Finchè rimanevano in carica non si permetteva loro d'uscire

di palazzo, diventato ad un tempo carcere pei priori e fortezza per lo

stato[28]. Ma o sia affinchè questa vita interamente pubblica non

tenesse troppo tempo lontani i mercanti dai loro affari, sia perchè non

avessero tempo di maturare ambiziosi progetti e di aspirare alla

tirannide, o perchè si facesse luogo ad un maggior numero d'aspiranti,

la durata d'ogni signoria fu fissata a due mesi, dopo i quali, coloro

che uscivano di carica, non potevano nè raffermarsi, nè rieleggersi se

non passati due anni[29]; di modo che il governo rinnovavasi tutt'intero

sei volte all'anno nella repubblica fiorentina, ed in tutte le altre che

tosto ne adottarono la costituzione.

[28] _Gio. Villani l. VII, c. 78, p. 279._

[29] Ciò chiamavasi il _Divieto_. Vedansi gli statuti fiorentini

raccolti del 1415 e stampati in Firenze del 1787 sotto la data di

Friburgo in 3 vol. in 4º.

I priori uniti ai capi ed ai consigli di tutte le arti maggiori e ad un

determinato numero d'aggiunti che sceglievano essi medesimi in tutti i

quartieri della città, eleggevano i nuovi priori. Questo consiglio

d'elezione nominava a squittinio segreto ed a pluralità di suffragi. In

seguito si fecero eleggere da una commissione, o _balìa_, tutti

gl'individui che dovevano successivamente per tre o per cinque anni

esercitare il priorato, facendone dipendere l'ordine dalla sorte.

Siccome molti gentiluomini erano mercanti, e facevano parte delle arti e

mestieri, non furono a principio esclusi dalla signoria; ma un governo

di mercanti, lo spirito di corpo e la gelosia di quest'ordine di

cittadini doveva provocare, e provocò ben tosto l'esclusione assoluta di

tutti i gentiluomini dalle cariche del governo.

L'anno susseguente i Sienesi, imitando i Fiorentini, abolirono il

consiglio de' quindici magistrati che governava la loro città, e vi

sostituirono la nuova signoria, che chiamarono i _nove governatori e

difensori della comunità e del popolo di Siena_, o più brevemente, i

_nove_. Come i priori di Firenze, furono ancor essi uniti nello stesso

palazzo, e nudriti alla medesima mensa, fissata la durata delle loro

funzioni a due mesi, e scelti nell'ordine de' mercanti, essendone

assolutamente esclusi i nobili. Questo modo di limitare la scelta ad una

sola condizione, che pure non era la principale dello stato, diede

origine ad una nuova oligarchia, ad una oligarchia plebea, che in Siena

chiamossi l'ordine dei _nove_, perchè i mercanti che si erano

appropriato il governo, escludendone i nobili ed il popolo, formarono in

seguito un registro dei nomi delle famiglie che stimavano ammissibili

all'elezione dei nove difensori. Gl'iscritti su questo registro

formarono a Siena una casta particolare non meno orgogliosa della

nobiltà, non meno ambiziosa, non meno avida del potere esclusivo, e

perciò non meno di quella esposta alla gelosia del popolo e spesso alle

sue persecuzioni[30].

[30] _Andrea dei Cron. Sanese ad an. 1283, t. XV, p. 38. — Malavolti

Stor. di Siena p. II, l. III, fol. 50._

La gelosia del popolo verso la nobiltà aveva fatta nascere anche in

Arezzo una somigliante rivoluzione; ma perchè questa città era meno

popolata, ed i nobili proporzionatamente più forti e protetti dal

vescovo Guglielmo degli Ubertini, del 1287 fecero nascere una

controrivoluzione, la quale, rimettendo nelle loro mani tutto il

governo, li consigliò a dichiararsi pel partito ghibellino che in tale

epoca era oppresso in tutta la Toscana. I gentiluomini ed i Ghibellini

perseguitati rifugiaronsi in Arezzo; perchè i Fiorentini, i Sienesi e

tutta la lega guelfa, vedendo innalzarsi in tanta vicinanza lo stendardo

dell'aristocrazia e del partito ghibellino, dichiararono la guerra a

quella città[31].

[31] _Cron. Aret. di Ser Gorello_ in terza rima _t. XV, c. 3, p.

822. — Gio. Villani l. VII, c. 109, 114, p. 314_ ec. — _Leon. Aret.

l. III, p. 102._

Del 1288, poco dopo quella d'Arezzo, scoppiò la rivoluzione di Pisa,

della quale si è detto di sopra in questo capitolo: il conte Ugolino fu

gettato in prigione, e la repubblica dichiarossi pel partito ghibellino,

cui il popolo aveva in ogni tempo segretamente aderito. E per tal modo

due prelati, Ruggeri degli Ubaldini arcivescovo di Pisa, e Guglielmo

degli Ubertini vescovo d'Arezzo, trassero di concerto nel medesimo tempo

le due città alle spirituali loro cure affidate nella fazione opposta

alla Chiesa. Per altro i Pisani, per essere più in istato di sostenere

la guerra loro dichiarata dalla lega toscana, chiamarono il conte Guido

di Montefeltro, e lo nominarono loro capitano. Aveva costui acquistata

opinione di valoroso guerriero nella difesa di Forlì contro il conte

d'Appia, ma in appresso era stato obbligato a pacificarsi colla Chiesa,

ed a ritirarsi in Piemonte nella città d'Asti assegnatagli come luogo

del suo esilio.

Nel 1289 la fortuna non mostrossi egualmente favorevole alle due città

ghibelline nella guerra ch'ebbero a sostenere contro la lega toscana:

gli Aretini, dopo essere rimasti vittoriosi dei Sienesi, furon rotti dai

Fiorentini a Certomondo presso di Campaldino nel Casentino il giorno 11

giugno del 1289, perdendo due mila quattrocento quaranta uomini tra

morti e prigionieri. Contavasi tra i primi il vescovo Guglielmo degli

Ubertini, il fiore della nobiltà aretina, ed i principali ghibellini

emigrati da Firenze. Ma coloro che salvaronsi dalla strage, essendo

entrati in Arezzo, posero la città in tale stato di difesa, che l'armata

combinata di Firenze e di Siena non potè impadronirsene[32].

[32] _Gio. Villani l. VII, c. 130, 131, p. 326-330. — Dino Compagni,

Cronaca delle cose de' tempi suoi t. IX, p. 475._ Quest'ultimo

descrive la battaglia come uno che v'ebbe parte.

Intanto i Pisani condotti dal bravo conte di Montefeltro, malgrado

l'infinita superiorità de' nemici, tra i quali contavansi pure il

giudice di Gallura, i partigiani del conte Ugolino e tutti i Guelfi

fuorusciti di Pisa; e malgrado che i Genovesi ritenessero undici mila

valorosi pisani nelle loro prigioni, trattarono la guerra quasi sempre

con prospero successo, ricuperando per sorpresa o di viva forza quasi

tutte le castella del loro territorio[33]. Il conte ch'era stato ad un

tempo nominato podestà e generale delle armate per tre anni col soldo di

dieci mila fiorini all'anno e con obbligo di seco condurre cinquanta

uomini d'armi e trenta scudieri, incominciò dal cambiare l'armatura

dell'infanteria; indi formò un corpo di tre mila balestrieri, che

diligentemente addestrò all'armi per lo spazio di due mesi; talchè quei

pedoni, risguardati fin allora come truppe di niun conto, diventarono

formidabili alla stessa cavalleria, e sotto alla sua condotta ebbero

fama d'essere i migliori balestrai di Toscana[34]. In appresso pose su

tutti i cittadini un'imposta di guerra per assoldare in comune un corpo

di cavalleria; e mantenendo viva corrispondenza con quasi tutte le

castella del vicinato, colla rapidità delle sue manovre, e coi suoi

prosperi successi, impose in modo alla lega toscana de' Guelfi, che

l'anno 1293 dovette accordare alla repubblica pisana onorevole pace. I

Fiorentini ottennero franchigia da ogni gabella nel porto di Pisa; i

Guelfi furono rimessi in possesso de' loro beni, e, tranne poche

castella lasciate ai Lucchesi, la repubblica di Pisa ricuperò i suoi

antichi confini[35].

[33] _Gio. Villani l. VII, c. 140, p. 335, 147, 369._

[34] Frammenti d'un anonimo pisano contemporaneo, _t. XXIV, p. 655 e

seg._

[35] _Cronica di Pisa anonima t. XV, p. 980-982. — Falso Marangoni

Cronica di Pisa p. 597._

Per altro la pace dai Fiorentini accordata ai Pisani non dovevasi alle

sole armi del conte Guido di Montefeltro, ma ancora alle interne

turbolenze della città di Firenze. Le antiche famiglie guelfe dopo lo

stabilimento dei priori delle arti e della libertà, non eransi mai

riunite per ricuperare quella influenza sul governo, di cui erano state

spogliate; anzi ogni casa nobile era in guerra con altra egualmente

nobile, e la città sempre turbata dai reciproci insulti e dai privati

loro combattimenti[36]. Queste dissensioni facevano perdere ai

gentiluomini ogni influenza nel governo della loro patria, ed il popolo

non aveva motivo di nutrire gelosia verso un ordine che aveva così poca

politica; ma se la nobiltà non dava al governo coll'inconseguenza delle

sue intraprese ragionevole motivo di gelosia, non lasciava di provocare

la collera del governo e dei cittadini con passaggere violenze, e

coll'abituale disprezzo dell'ordine e delle leggi. Ogni famiglia nobile

avrebbe creduto d'avvilirsi assoggettandosi ai tribunali; e se alcun suo

individuo veniva arrestato dal capitano del popolo o tratto in giudizio,

tentava di liberarlo a mano armata, senza curarsi di sapere qual delitto

avesse commesso. Non eranvi più trasgressioni personali, perchè

un'intera famiglia s'associava sempre al delitto ed agli sforzi del

colpevole per sottrarsi al castigo. Il governo sentivasi troppo debole

per lottare contro questi potenti avversarj, onde tutte le violenze

usate dalla nobiltà alla plebe rimanevano sempre impunite. Finalmente il

popolo, irritato da tanti insulti privati della nobiltà, si dispose di

volerla in tutto reprimere con tali severissime leggi, che, fino a

quest'epoca, in veruna repubblica, non era stato assoggettato a così

tirannico ed arbitrario trattamento il primo ordine dello stato.

[36] _Gio. Villani l. VIII, c. 1, p. 343._

Era in Firenze un gentiluomo chiamato Giano della Bella, il quale,

comechè discendesse da una delle più nobili famiglie toscane, o per non

avere una fortuna proporzionata alla sua ambizione, o perchè i disordini

di cui la nobiltà si rendeva colpevole gli avessero ispirato avversione,

rinunciò ai privilegi de' suoi natali per associarsi al popolo contro la

sua casta[37]. Essendo Giano uno de' priori delle arti, approfittò

dell'opportunità d'un'assemblea del popolo, o parlamento, per arringare

sulla pubblica piazza i suoi concittadini[38]. Domandò loro in nome

della libertà di voler mettere fine all'insubordinata insolenza dei

nobili ed agl'insulti cui erano i plebei continuamente esposti. Accusò i

nobili di esercitare l'assassinio a mano armata, di strappare i

querelanti davanti ai tribunali, di allontanarne a forza i testimoni,

d'incutere timore agli stessi giudici e di sospendere o distruggere le

leggi. Domandò altamente che la podestà pubblica si rendesse superiore

alle forze private che osavano di starle a fronte; che si punissero

l'intere famiglie, poichè queste non volevano abbandonare gl'individui

alla correzione dei tribunali; che si rendesse la signoria più forte,

chiamando il poter militare in soccorso dell'autorità civile; e che si

organizzassero in modo le guardie borghesi da non abbandonare giammai il

palazzo de' priori delle arti e della libertà[39].

[37] La famiglia della Bella, siccome quelle dei Pulci, Nerli,

Gangalandi e Giandonati erano state fatte nobili da Ugo vicario

imperiale d'Ottone III avanti il 1000. _Dante Parad. C. XVI, v.

127._

[38] _Cronaca di Dino Compagni t. IX, p. 474._

[39] _Leon. Aretino l. IV. — Scip. Ammirato Ist. Fiorent. l. IV, p.

188._

Il popolo in conseguenza di questo discorso nominò una commissione per

riformare gli statuti della repubblica e reprimere colle leggi

l'insolenza de' nobili. Una famosa ordinanza, conosciuta sotto il nome

di _Ordinamenti della Giustizia_, fu l'opera di questa commissione[40].

Per la conservazione della libertà e della giustizia sanzionò la più

tirannica ed ingiusta giurisprudenza. Trentasette famiglie delle più

nobili e più rispettabili di Firenze furono per sempre escluse dal

priorato, senza che loro potess'essere in avvenire permesso di

ricuperare i diritti della cittadinanza, facendosi inscrivere sulla

matricola di alcun corpo di mestiere, o esercitando qualunque

professione[41]. Questa esclusione appoggiavasi al favore che i nobili,

dicevasi, accordavano sempre agli altri nobili; si accusavano di avere

inceppate le operazioni della signoria, la quale non fece mai verun atto

vigoroso qualunque volta qualche gentiluomo sedette coi priori. Si

autorizzò inoltre la signoria ad aggiugnere nuovi nomi d'esclusione

qualunque volta alcun'altra famiglia, seguendo le orme della nobiltà,

meritasse d'essere egualmente punita[42]. I membri di queste trentasette

famiglie furono additati anche nelle leggi col nome di grandi e di

magnati; e per la prima volta videsi un titolo d'onore convertito non

solamente in un peso oneroso, ma in castigo. Fu dalla medesima ordinanza

stabilito che quando un grande si farebbe reo di qualche delitto, la

voce pubblica attestata da due probe persone, sarebbe pel tribunale

sufficiente prova a convincere e condannare il prevenuto, poichè fin

allora la violenza de' gentiluomini aveva allontanati i querelanti dal

palazzo della giustizia e costretti a tacere i testimonj. Per ultimo i

complici di coloro che turbassero l'ordine pubblico, si associavano

nelle pene ai principali colpevoli[43].

[40] _Gli ordinamenti della Giustizia_ sono compresi negli statuti

di Firenze raccolti del 1415. Sono composti di 101 rubriche o

titoli, e formano 108 pagine in 4º. Il latino è barbaro come quello

di tutti gli statuti fiorentini.

[41] _Ordinamenta Justitiæ Rub. 32-90._

[42] _Ordinamenta Justitiæ Rub. 22-31._

[43] _Ibid. 63, 65, 96._

Per eseguire questa nuova giurisprudenza si divisero i borghesi in venti

compagnie, ognuna di cinquant'uomini e indi a poco di duecento; e fu

assegnata ad ogni compagnia la sua piazza d'armi e la sua bandiera.

Furono poi tutte assoggettate ad un nuovo ufficiale, chiamato

confaloniere o porta bandiera della giustizia[44]. Il confaloniere era

un ufficiale civile e non militare, il quale non ispiegava la bandiera

in guerra contro i nemici dello stato, ma soltanto nelle spedizioni, per

riunire sotto le insegne nazionali gli amici dell'ordine e della

libertà. Quando appendeva alle finestre del palazzo pubblico, in cui

abitava coi priori, il confalone della giustizia, i capi d'ogni

compagnia dovevano adunare i loro uomini e raggiugnerlo. Allora usciva

dal palazzo alla testa di questa milizia nazionale, attaccava i

sediziosi e puniva i colpevoli.

[44] _Ibid. Rub. 18._

Il primo confaloniere fu nominato dai priori, e perciò rimase loro

subordinato; ma l'importanza delle sue funzioni lo fece ben tosto

risguardare da prima come loro eguale, poscia come superiore, come il

capo della repubblica ed il rappresentante della sua maestà. Eletto

collo stesso metodo dei priori, per rimanere in carica soltanto due mesi

come i primi, ed alloggiato insieme nel palazzo pubblico, mise a numero

il collegio della signoria. Non dobbiamo veramente giudicare dai titoli

dell'eccellenza d'un governo; ma pure non può non riconoscersi un certo

che di nobile nella scelta di quelli adoperati dalla repubblica

fiorentina. La giustizia, la libertà, la bontà, tutte le virtù pubbliche

erano chiamate colle arti al governo, e lo stato veniva amministrato dal

_confaloniere della giustizia, dai priori delle arti e della libertà e

dal collegio de' buonomini_.

L'uno de' primi confalonieri di Fiorenza, e ad un tempo il più elegante

scrittore italiano del tredicesimo secolo, ispirò un profondo terrore ai

gentiluomini eseguendo la più importante funzione della sua carica. Alla

testa delle compagnie del popolo spianò le case dei Galigai[45] per aver

uno di quella famiglia ucciso in Francia un cittadino fiorentino. Per

altro i grandi si riebbero ben tosto dal concepito spavento, e trovarono

il modo di porsi in sicuro dalla furia popolare, e sopra tutto di

vendicarsi di Giano della Bella, che risguardavano quale disertore e

traditore del suo ordine e del suo partito. Scoprirono che molti dei più

riputati cittadini erano gelosi della sua influenza; che questi per

isfogare il loro odio contro la nobiltà, erano di sentimento non poter

eccepire lo stesso gentiluomo _demagogo_ che aveva abbassati i suoi

compagni; videro che il suo rango, di cui pareva averne fatto

sacrificio, se gli accresceva riputazione presso la plebe, lo rendeva

esoso in faccia ai capi della cittadinanza. Si avvicinarono a questi

ultimi, e l'odio comune fu il cemento della loro unione.

[45] Altri li chiamarono Galli o Galetti; ma dobbiamo prestare

maggior fede a Dino Compagni, ch'era confaloniere. Questo nome di

Galigai si associa a molte ricordanze. _Cron. t. IX, p. 475. — Gio.

Villani l. VIII, c. 1, p. 344._

Giano della Bella godeva troppa riputazione presso il popolo perchè

potess'essere vantaggiosamente attaccato a forz'aperta, onde la

proposizione fatta da Berto Trescobaldi di ucciderlo in una sommossa

venne disapprovata come pericolosa. Si preferì piuttosto di approfittare

dei difetti del suo spirito e delle qualità del suo carattere per

alienargli i suoi partigiani. Giano era incapace di transigere tra il

suo interesse e la severità de' suoi principj. Alcuni uomini, ch'egli

credeva suoi amici, gli rappresentarono gli abusi introdottisi

nell'ordine de' giudici e de' notaj, il modo con cui spaventavano il

podestà ed i rettori, minacciandoli di un'estrema severità nel

sindacato, di cui venivano incaricati quando i rettori uscivano

d'ufficio, e le ingiuste grazie che con tal mezzo essi ottenevano da

loro. Giano intraprese subito a reprimere colle leggi così perniciosi

abusi, e con tale tentativo s'inimicò il potente e numeroso ordine de'

giudici e de' notaj.

Quanto quest'ordine aveva di credito innanzi ai tribunali, altrettanto

ne acquistava la corporazione de' macellai in tutte le sommosse: erano

questi gente accostumata al sangue, che niente intimidiva e che nelle

sedizioni era pronta sempre a pigliar le armi. Si stimolò Giano a

rivedere gli statuti de' macellai ed a reprimere le frodi che

commettevano; per tal modo egli si creò de' nemici ardenti e pericolosi

in mezzo a quella plebe medesima che gli era così ben affetta. Siccome

si andava sollecitandolo con nuove denuncie a farsi nuovi nemici, lo

storico Dino Compagni, che aveva scoperte le perfide mire di coloro che

lo consigliavano, ne fece parte a Giano, pregandolo di rinunciare per

alcun tempo ad una pericolosa severità. «Pera piuttosto, rispose, la

repubblica, ed io con lei, anzi che soffrire l'iniquità per un

miserabile privato interesse, anzi che distruggere la vera libertà con

vile tolleranza»[46].

[46] _Dino Compagni Cronaca de' tempi suoi, l. I, t. X, p. 475-478._

Frattanto i nemici di Giano nella nuova elezione de' priori ottennero di

far cadere la scelta sopra sei de' principali capi di quella

aristocrazia plebea ch'era subentrata alla nobiltà. Tosto che costoro

furono in carica, aprirono innanzi al capitano del popolo

un'inquisizione intorno alla condotta di Giano della Bella, accusandolo

d'avere in segreto eccitata un'insurrezione, che aveva avuto luogo pochi

mesi prima.

Da prima la plebe parve irritarsi per somigliante accusa; si adunò

intorno alla casa di Giano esibendogli di prendere le armi in sua difesa

quand'anche avesse dovuto per ciò impadronirsi della città: il fratello

di Giano si recò pure collo stendardo del popolo fino ad Orsanmichele,

lontano duecento passi dal palazzo della signoria. Ma Giano avvedendosi

di essere tradito da coloro stessi che d'accordo con lui avevano

innalzata la potenza del popolo, e che i suoi nemici erano potenti e

riuniti in armi avanti al palazzo dei priori, non volle esporre la

patria sua ad una guerra civile, nè presentarsi al tribunale de' giudici

la cui equità eragli per lo meno sospetta. Cedette adunque ed uscì di

Firenze il 5 marzo del 1294, sperando che il popolo non tarderebbe a

richiamarlo; ma invece fu condannato dal capitano del popolo e morì in

esilio[47]. «Fu per contumacia condannato nella persona e sbandito, e

morì in esilio, e tutti suoi beni disfatti, e certi altri popolani con

lui; onde di lui fu grandissimo danno alla nostra città e massimamente

al popolo, però ch'egli era il più leale uomo e diritto popolano di

Firenze, amatore del bene comune, e quelli che mettea in comune non ne

traeva. Era presuntuoso e voleva le sue vendette fare, e fecene alcuna

contro gli abati suoi vicini col braccio del comune, e forse per li

detti peccati fu per le sue leggi medesime, ch'avea fatte, a torto e

senza colpa per li non giusti giudicato. E nota che questo è grande

esemplo a quelli cittadini, che sono a venire, di guardarsi di non

volere essere signori di loro cittadi, nè troppo presuntuosi.... Di

questa novitade ebbe grande mutazione e turbazione il popolo e la città

di Firenze, rimanendo al governo de' popolani grossi e possenti[48]».

[47] _Machiavelli Stor. Fior. l. II. — Dino Compagni Cronaca l. I,

p. 478. — Leonardi Aret. Stor. Fior. l. IV._

[48] _Gio. Villani l. VIII, c. 8, p. 350-351._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16) · 第 2 / 11 题