Si diede alla campagna. Bello vagare qua e là lungo i sentieri ombrosi o
per le strade solitarie; bello mansuefare con le buone maniere i cani
infuriati e chiamar con voci infantili i vitellini e i puledri; bello
intendersi con le stelle o ridere con la luna.
Alle case le donne che lo riconoscevano gli chiedevano qual disgrazia lo
avesse colpito; quali dispiaceri avesse. Una volta la sua faccia era
così allegra! Adesso invece era così magro!
Si schermiva; ricevuto il tozzo di pane, scappava rapido. E finchè
poteva resistere, preferiva la fame a mendicar dalla gente.
Ma ahimè! Mentre egli sfuggiva alla vita degli uomini, altra vita
sfuggiva a lui. Quella sua sensibilità, quella sua intimità con gli
animali e con le cose, comportabile nei limiti del paese, nel mondo
sconfinato diventava faticosa troppo; un continuo sforzo; un esaurimento
lungo e mortale.
Ed era tanto debole!; pativa la fame. E più che per la fame, pativa
perchè in quel lento mancare di sè a sè stesso pareva venirgli meno il
mondo, che già viveva con lui e di lui. A poco a poco gli si estingueva
l'energia animatrice, povero Mattucco!
Un giorno giacque sotto un olmo in un campo deserto. Guardava con gli
occhi languidi davanti e d'intorno, e non ci si trovava più. Tutte le
cose ora vivevano per sè sole, in un egoismo mostruoso, in una
indifferenza spaventevole, con una incuranza spietata.
Il grano alto e giallo aspettava l'ora di compiere il suo destino E si
godeva il suo ultimo sole; il trifoglio si beava di essere tutto in
fiore; le viti, distese fra gli alberi, bevevano i raggi ardenti e si
mostravano intente solo a produrre; gli olmi o avevano molli dedizioni
delle fronde più alte alle carezze dell'aria, o restavano immobili,
alcuni in una letizia pacifica e sonnolenta, alcuni in una gravità
solenne, come se muovendosi temessero -- egoisti anch'essi -- di nuocere
a ciò che loro solo premeva: il nido che nascondevano nel folto. Nel
cielo, a volo rotto i cardellini passavano rapidi e giulivi non
conoscendo che la loro esistenza; non altro vedendo dell'universo che la
loro letizia. A due a due, le farfalle apparivano e sparivano in una
felicità lieve lieve, bianca e silenziosa; e le formiche, lì, in oscura
fila... Che da fare! Potevano curarsi, loro, di un povero uomo? Peggio
per lui se era nato uomo!
Peggio: Mattucco non aveva mangiato e non aveva da mangiare. E fin la
terra gli pareva incresciosa di sostenerlo, perchè s'assopisse,
quietasse nel sonno l'inedia, lo struggimento del totale abbandono,
l'affanno dell'intero esilio in cui s'era perduto.
Quand'ecco fra i rami, proprio sopra al suo capo, vivacemente:
-- _Francesco mio!..._
Come ferito al cuore, nella rimanente vitalità, Mattucco s'alzò in
piedi. Come il vinto che raccoglie le forze estreme per ributtare
l'ultima viltà prepotente, l'ultimo scherno, si chinò ad afferrare un
pezzo di zolla; e l'avventò con un grido osceno in alto. E al crepitìo
della polvere tra il fogliame, il fringuello volò ad un altro albero. E
di là:
-- _Sì sì sì: Francesco mio..._
Allora lo scemo ricadde e si mise a piangere.
Ma Colei che soffriva per il più atroce dolore umano, china nella
penombra sul figlio livido e sanguinante, gli apparve; egli la scorse
che piangeva tra le sue stesse lagrime. E parlava:
-- Si sì sì, Francesco mio... Questo poverino muore, per te. Chiamalo!
Fa che torni a prender la zuppa al convento: se no, muore, il poverino!
Ah Madonna santa! ah Madonna buona! Comprendeva lei, aveva compreso lei
il torto di San Francesco, il male che aveva fatto!
Diceva soave:
-- Vieni, Mattucco. Ritorna. Francesco mio ti dirà: «Sei qui?».
Francesco mio! Francesco mio!...; e fra' Pasquale t'accoglierà, buono,
tra le sue braccia, e ti darà un mestolo di zuppa.