FÚLICA

--Voglio che sappiáti--diceva quello--che gli asini e gli bovi ancora

hanno lo 'ntelletto; non che lo possono avere. Di che ve ne può far

chiari Esaia quando dice: «Conobbe il bove il suo possessore, e l'asino

lo presepio del suo signore», e David: «Non vogliate--dice--divenire

cavalli e muli», e soggiungevi la ragione: «perché sono--dice--senza

senno e senza alcuno avvedimento». Per che Cristo, umile e mansuetissimo

signore e obbedientissimo figliuolo al suo Padre, non volse montare

suopra gli cavalli né suopra gli muli, superbissimi animali e oltre a

modo ostinati, ma sí voluntieri si degnò ascendere suopra il mansueto

asinello. O beati gli asini e vie piú ch'ogni altro animale felici! O

beati quelli che asini divengono e sono degni di portare il Re de la

gloria in Gierusalem, cittá de li angioli e de tutti i santi! li quali

sempre veggono il sole de la giustizia che rasserena le nostre menti

piene d'errori oscuri e folti, e sempre mirano la divina e vera

bellezza, la quale gli fa in eterno beati e giulivi. Non posso io qui

tacere la soperbia e 'l fasto di coloro che «servi di Cristo» e «suoi

discepoli» si fanno chiamare, e temo forte che siano a guisa di quelli

servitori dalli quali è luntano il loro signore. Ma se pur di cosí sacro

nome si[262] vogliono gloriare, perché essi con piú pompa e con maggiore

fasto cavalcano piú ricchi cavalli e piú belli muli che Cristo mai non

fece? e perché non cavalcano essi gli asini, come 'l loro maestro e

signore (come dicono) gli ha dato esempio? Ma in ciò prudentemente hanno

fatto e fanno, ancora cavalcando quelli animali gli quali loro piú

assomigliano.

[262] «Sunt ditiores quod fuerant saeculares:

possident opes sub Christo paupere, quas sub locuplete

diabolo non habuerant». HIERONIMUS.

--Deh! guarda bene--disse allora Liberato a l'asino--e considera quello

che tu parli; ché se per mala sciagura mai si saprá, tu ne sarai molto

male trattato, ed io ti so bene accertare che tutte l'ossa con un grosso

bastone rotte ti saranno in dosso in cosí fatta guisa che mai piú non

portarai soma, ma miseramente di questa vita passarai. Né ti giovará

mercé per Dio chiedere: per te morta sará pietá, né potrai alcuno aiuto

o conforto ritrovare. Deh! non sai tu quello che indíce Iddio per bocca

del profeta: che dobbiamo lasciare stare i Cristi suoi? Perché dunque tu

gli tocchi, perché gli mordi, perché non gli lasci stare?

Rispose l'asino con un mal viso e disse:--Se temessi io il bastone e le

busse piú che Iddio, io mi tacerei, né sarei mai oso di dire la veritá.

Ma perciò che io sono disposto, dove a Dio non dispiaccia, morire, se mi

fia di bisogno, non ho paura di confessare e dire il vero. Né perché io

dica la veritá, si debbono essi reputare essere offesi da me, se

veramente discepoli sono e servi o amici di Cristo, il quale, come egli

di se medesimo fa vera testimonianza, è essa prima veritá e cagione

d'ogni nostra veritá. Io non mordo loro, io non gli tocco né pungo; io

lascio stare, anzi riverisco e temo i veri Cristi e sacerdoti e regi. Io

favello di quelli che vogliono essere creduti buoni[263] pastori e

vogliono essere commendati e riveriti, li quali nel vero sono mercenari

e prezzolati, che a prezzo temporale e vilissimo pascono le pecore di

Cristo e sono per avventura affamati lupi; ché a li buoni e veraci

pastori e santi prelati de la Chiesa convenevole cosa è, anzi

necessaria, a fargli ogni onore il piú che noi gli possiamo. Sí che

giusto sdegno mi sospinge a biasimare la lorda e malvagia vita de li

mali cherici e rettori de la Chiesa. Né può l'animo mio sofferire di

vedere quelli cavalcare con tanta pompa e compagnia, quanta mai non si

vide in Campidoglio ne gli vittoriosi trionfi de li romani, nel tempo

che avevano in mano il freno e 'l governo de tutte le provincie e de le

genti barbare, le quali di dí in dí soggiogano i nostri dolci paesi,

togliendoci oggi una cittá e domani l'altra, ed or questo castello ed or

quell'altro, e temo che in brieve non ci togliano le persone. Cristo

cavalcò una sol volta sopra l'asino, ma gli soi discepoli trionfalmente

a le piú volte si fanno portare dove a piè andare devrebbono.

[263] «Quid faciet sub tunica poenitentis regius

animus? qui alios vult regere, alios iudicare et a nemine

regi et a nemine iudicari?» HIERONIMUS.

--Non hai tu--disse Liberato--di ciò troppo da rammaricarti e da

dolerti, che dove una fiata portasti sopra gli omeri tuoi il nostro

Signore, leggerissimo e soave peso, ne la santa cittá di Ierusalem, ora

ti converrebbe portare i suoi vicari e suoi discepoli per oscuri boschi

e per le frondute selve, discorrendo or in qua or in lá, a le maggiori

fatiche del mondo, senza che[264] oltre al convenevole saresti carico

d'una gravissima soma, in maniera che staresti male. Per che ti déi

assai bene contentare del tuo quieto stato, né vogli procurare scabbia

al tuo corpo che sanissimo esser veggio. E maravigliomi io forte di cosí

fatte parole quali sono state le tue; ché io fermissimamente creduto

avrei, ed ancor credo, che voi asini sempre fuggito avereste cotali

pompe, lá dove ora mi pare che procacciate voi d'averle. Io sempre ho

udito dire che a gli asini non dilettino molto l'ornate e nobili selle

né gli aurati freni né le fregiate vestimenta e quelle che d'oro sono o

d'ariento dipinte. Né vidi io mai alcuno di voi essere troppo vago del

sòno de le corna o d'altri dilettevoli istromenti, onde sogliono e'

greci dire d'alcuno, che sia d'alcuna cosa rozzo e grosso, uno cotale

proverbio: «Egli è a guisa d'un asino a la lira». De l'uccellare e de

andare a cazza non mi è ora di bisogno che io ne parli, perciò che

dilettare non vi possono quelle cose le quali contrastano a la vostra

natura, la quale non vi diede l'ali a volare né veloci piedi e leggieri

a potere forte correre. Per le quali tutte cose io brievemente conchiudo

che ingiustamente voi e senza ragione facciate alcuna querela o romore

de lo vostro sbandeggiamento, recandovi a vergogna l'essere scacciati da

coloro, il cui maestro, se pur suoi veraci discepoli sono, vi elesse per

suo portatore, quasi come piú vi caglia il giudicio de gli uomini che

quello di Dio. Per che vi dovete voi dare pace di tutto ciò che a Colui

piace, a la cui direttissima volontá ed eterna disposizione e legge

immutabile ogni cosa si creda per certo essere soggetta. Or dubitate

forse voi de la divina ordinazione ed infallibile provvidenza? Credete

voi che alcuna cosa senza ordine e senza alcuno reggimento qua giú

sempre errando vada? Il che se voi credete, perché incolpate voi gli

uomini e non la instabile fortuna? Non avete dunque voi giusta cagione

da dolervi né da riprendere i chierici e prelati de la madre Chiesa; a

li quali, benché di scellerata e cattiva vita siano alquanti e avvenga

che facciano le sconcie cose, nondimeno dovete voi fargli ogni onore ed

ogni riverenza come a vostri maggiori e come a quelli li quali sono da

Dio ordinati e mandati a nostra utilitá, abbiando riguardo al

divinissimo precetto di Cristo che ne comanda e dice: «Facete voi quelle

cose le quali essi vi dicono e predicano che fare dobbiate; ma le

malvagie opere loro, le quali essi sovente fanno, non vogliate voi

fare».

[264] Venatio.

--Non piú--rispose l'asino--non piú parole. Io non niego che non

debbiano essere ascoltate ed ubbidite loro leggi oneste e pie, né

vitupero io in tutto loro decreti e canoni o regole del ben vivere. Non

sono io di coloro che forse v'immaginate, ma di Cristo e vivo e morto,

al quale io servo e servire voglio nel suo dolce e grazioso evangelio,

né di servirgli sarò mai sazio. Al quale cosí piangendo son astretto di

dire:--O benignissimo Padre, riguarda! riguarda, o bono pastore, con

l'occhio de la pietá le tue povere e deboli pecorelle, le quali tra

crudelissimi lupi sono poste drento a cardi, vepri, spine ed altre

viziose erbe a pascere! Ecco, oimè! di quelli uno piú de gli altri

affamato e fiero, Licaone, a passo a passo, senza alcuno rispiarmo,

tutte le caccia, le svena, le straccia, le divora. Defendile,

potentissimo Signore, defendile da gli soi crudi artigli. Che...

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 156 / 222 题