TRIPERUNO

E ra per seguir anco il vecchio bono

G iá su l'entrar d'un poggio il qual si monta

N on senza gran sudore, quando un grido

A l tergo viemmi, rotto di dolore.

T orsi la fronte, ed ecco for d'un bosco

I o vidi una dongiella scapigliata

V enir fuggendo, ed ha chi l'urta ed ange

S empre battendo lei con aspra fune.

S tetti prima qual sasso; ma dapoi,

Q uando comprendo il viso di Galanta,

V olgo le spalle piú d'un strale in fretta

A Fúlica per trarla for d'affanni.

R ompeva la meschina l'aere intorno

C on alte strida e suon di petto e mani.

I ntendo l'occhio a chi la fea gridare:

A hi! ch'io la riconobbi, ahi! cruda ed empia

L aura maligna, incantatrice e maga,

V enefica non men di Circe fiera,

P utta sfacciata, vecchia, il cui fetore

V olgea gli uomini in bestie, augelli e serpi,

S tringendo ai carmi soi l'altrui costumi.

F úlica su pel monte ansando scampa,

L o qual non piú vedere i' puoti mai.

O vunque una sen fugge, e l'altra segue.

R atto m'avvento al fondo d'un vallone:

E cco vidi Galanta in un instante

N on esser piú Galanta, ma curvarsi

T utta ritratta, e capo e braccia e gambe,

I n una picciol forma di mustella.

N on puoti far allora, che non, ratto

V òlto in gran fuga e lagrimando forte,

S campassi per nascondermi da Laura.

D i passo in passo mi volgeva a drieto,

E rrando e qua e lá come stordito.

S tettesi la malvagia su duo piedi

T utta minace in vista e neghittosa.

R esto ancor io nel folto d'una macchia,

V edendo lei ma non da lei veduto.

C essò dunque la vecchia scellerata

T ener piú via d'avermi allor nel griffo;

O nde, quindi partita, io mi discopro

R itornando a veder ov'è Galanta.

R amparsi lungo al fusto d'un sambuco

E cco la veggio, oh quanto vaga e snella,

L eggiadra, pronta, sedula, sagace!

I o la richiamo come far solea:

--G alanta mia, perché mi fuggi, ingrata?

I o son il tuo fidele Triperuno:

O ve serpendo vai? vieni a me, vieni,

N on ti levar da me, ché bona cura

I o sempre avrò di te, fin che col tempo

S i trovi chi ti renda a l'esser vero.--

D issi queste parole e passo passo

I' m'avvicino, losingando, a lei.

V enne dunqu'ella, dolce mormorando,

I ntratami nel sino a starvi ad agio.

B asci soavi quella mi porgeva,

E d io basciava lei, non men insano,

N on men caldo di quel che fui davanti.

E ra sul picciol dorso tutta d'oro,

D i latte il corpo e leggiadretti piedi,

I ntorno al collo un circolo di perle

C into l'adorna e fammi esser men grave

T utta la doglia che m'assalse, quando

I o vidi lei cangiarsi a me davante.

L o giorno mai, la notte mai non cesso

A ppagarmi di questo sol piacere.

V enni a Perissa finalmente, dove[265]

R estar non volse Fúlica, ché 'l loco

E ra d'errori e soperstizia pieno.

[265] Soperstizione.

S tetti qui molti giorni, mesi ed anni

I n una grotta sol per fiere usata,

B evendo acque de stagni torbe immonde,

I onci e palme tessendo e molli vinci.

N on mi levai dal dosso mai la gonna,

O nde l'immondi vermi di piú sorte

M'erano sempre intorno vigilanti,

E d un setoso manto folto ed aspro

N on mai giú da le nude carne i' tolsi.

V arcar un uomo in ciel non io credea,

I l qual fuggisse vivere famato,

N udrirsi d'erbe, more, fraghe e giande,

D estarsi a mezzanotte e macerarsi

I l corpo giá omicida di se stesso,

C orcarsi o su le frondi o in terra nuda,

A rrecarsi a gran merto il girne scalzo,

V ender se stesso ad altri, non avere

I l proprio arbitrio in sé, che Dio concesse

T enacemente al spirto di ragione.

A l fin, essendo sotto l'altrui voglia,

T olta mi fu la mia dolce Galanta:

L o mio solaccio, il mio contento e spasso,

A imè! da me fu radicato e svelto.

R imasi d'alma privo, ma nel dolo

V ivendo sempre tanto piansi ed arsi,

A rsi d'amore, piansi di dolore,

M orte chiamando ognor, che al fin privato

I o fui de gli occhi e d'ogni sentimento.

L aura qui ottenne il seggio, e sol de volpi,

L upi, tigri, pantere, draghi e serpi,

V entrosi vermi empitte boschi e selve,

M onti, valli, spelonche, fiumi e stagni.

A ttonita scampavasi la turba

P er le fantasme, sogni e negre larve,

P er l'ombre infauste che da l'empia Erinni

E rano sparse drento al laberinto,

L aberinto d'errori colmo e pieno,

L aberinto che giá di Dio fu stanza.

A ugellazzi notturni d'ogn'intorno

N on cessano volar con alte strida;

D el sole omai non piú v'entran le fiamme,

V olti de spirti neri sempre in gli occhi

M'erano fisi digrignando e' denti.

E la Galanta mia fu in preda d'altri

S uso al bel mondo, in grembo altrui, rimasa:

S uso al bel mondo, ed io nel piú profondo

E ra del Caos, centro e laberinto!

C olui che l'ebbe in mano fu l'egregio,

E gregio mio Grifalco, il qual non ebbe,

N on ha, non avrá mai di sé piú fido.

S trinse Galanta mia fra l'uscio e muro.

E lla morí chiamando:--Triperuno!--

M a 'l giovene magnanimo e cortese

V olse che d'alabastro un fino vaso

S epolcro fusse a la gentil mustella.

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 157 / 222 题