Nacque di fiera in luogo alpestro ed ermo,
ed ebbe co' le man il cor d'incude
(ove dí e notte giá molt'anni sude
far a l'inopia il pover labro schermo),
qualunque al pio Iesú giá stanco, infermo
a l'onte, ai scherni, a le percosse crude,
sofferse in croce le sue membra nude
al segno trar per darvi un chiodo fermo.
Quinci una mano, quindi affisse l'altra
ed ambo e' piedi al smisurato trave;
né vinse lui quel mansueto aspetto.
Ma questo avvien, ché in prava mente e scaltra
e che di sangue uman sempre si lave,
non cape amor né alcun pietoso affetto.
LIMERNO. Non altramente sperava io dover avvenire di questo ipocrita e
torto collo, e degno da esser nominato (se lo capo raso vien bene
considerato) «cavallero de la gatta». Mal abbia chi giammai ti mise
quello bardocucullo al dosso, frate del diavolo!
TRIPERUNO. Deh, caro maestro, non vi partite!
FÚLICA. Lascialo andare, figliolo. Colui che su nel cielo regna, solo
può fare di Saulo, Paolo; di lupo, agnello; di notte, giorno. Ma tu ne
verrai meco e, acciò che la lunghezza del cammino siati meno a noia,
seguirò de lo asino la miracolosa dottrina.
TRIPERUNO. Anzi ve ne volea pregare, quando che molto lo vostro
favoleggiare m'addolcisca il core, avendo voi parlamenti di vita.