AMORE DI TRIPERUNO E GALANTA

I o dunque nudo fra cotanti nudi

N on piú arrossisco, non piú mi vergogno,

F atto di lor famiglia, ove m'agogno

L assivamente in quei salaci studi.

A lato la regina sta Limerno,

T enendole la bocca ne l'orecchia,

O nd'io ne fui chiamato possia al trono.

I n terra umilemente i' m'abbandono,

N anti ch'al primo grado vi montassi,

C he d'altro che de marmi, petre e sassi

E rano, ma sol oro e gemme sono.

D ritto poi sullevato giá m'avento

I n fretta nanti a l'alta imperatrice,

T remando per viltá qual foglia al vento.

I ncomenciò l'altiera:--O Triperuno,

V assallo mio, de gli altri non men caro,

S appi che 'l tuo Limerno saggio e raro

T'ha impetrato da me quel che nessuno

I n questa corte mai gioir non puote.

N ove anni e sei non passa una fanciulla:

A te la dono e facciovi la dote.

C ostei, pronta, vivace, accorta e bella,

V oglio ch'ami, desidri prima ed ardi

C he piagna e canti, assorto ne' soi guardi,

V ersi pregni d'Amor e sue quadrella.

L imerno fia tuo mastro e fida scorta:

L imerno sa quel si ricerca amando.

O h dolce sorte a chi entra cotal porta!

A ffrettati, Lagnilla, e qui Galanta[242]

T ien modo di condur furtivamente,

Q uando ch'ella non esce mai di ciambra.--

V enne la ninfa chiesta finalmente,

E tutto di rossore il viso ammanta.

[242] Lascivia.

--G alanta mia--dicea l'imperatrice--

A lza la fronte e mira il novo amante!--

L evò la vista, dunque, ove si elice

E cco una fiamma ed ove un cieco infante,

R accolto l'arco e la saetta, altrice

A hi! di quanti martiri, lo diamante

T rito mi ruppe al petto e quindi svelse

I l cor giá fatto de' sospiri al vento

S tridente face e d'acque un fiume lento.

O h quante da quell'ora incomenciaro

P ene, tormenti, affanni, sdegni ed ire,

T ravagli, doglie, angoscie e zelosie!

A rsi, alsi di ghiaccio e fiamme dire,

T al che 'l dolce al fin divenne amaro.

I mperò ch'una Laura sozza e lorda,

N efanda, incantatrice, invidiosa

E ra del nostro amor la lima sorda.

S orda lima costei fu senza posa,

S enza quiete mai, del dolce nodo,

E bra sol di spuntar col chiodo il chiodo.[243]

[243] Clavus clavo extruditur.

T ant'ella fece, ch'io nel fin m'accorsi

O mbrosa esser cotesta ria cavalla.

G alanta ne ridea, donde piú acerba,

I niqua piú, ne venne ai duri morsi,

S í ch'io le scrissi questo in una querza:

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 124 / 222 题