LIMERNO

Forsennato e pazzo che son io! essermi raffrontato a favoleggiare con

questa destruzione di rafiòli! O meschino me! se la unica mia signora e

divinissima dea giammai presentisse lo suo Limerno aver dimorato una

bona pezza con un lordissimo porco, or che direbbe? or che farebbe ella?

Per lo vero, non mai piú se non con torto sembiante mi guardarebbe. Voi

adunque, chiari fonti, cristallini ruscelli, porporei fiori, amene

piagge, riposti antri; voi, gai augelletti, lascivetti conigli,

guardativi che alcuno di voi non presumi lo folle mio errore a lei

manifestare; a lei dico, la cui presenzia tutti con un sol riso vi

abbella, che molte volte dégnavi de l'angelico suo conspetto,

appoggiando le belle membra or su quella fiorita sponda del vivo

ruscello or sotto quel speco inederato di allori, mentre l'ardente sole

a gli animali rende l'ombre aggradevoli. Deh! pregovi, tenetimi dal mio

sole coperto; ché dubbio non è, quando ella non piú si degnasse di

comportar le mie lodi, lo mio ver' lei amore, io ne morirei, io da me

istesso di quell'olmo al vecchio tronco mi sospenderei. Ma, inanti la

miserabil morte mia, annunziovi che crudel vendetta di tutti voi ne

pigliarei: non è fiore, non è pianta, non è fonte, che impetuosamente

non stracciassi, svellessi e disturbassi. Statene dunque, o de' miei

secreti consapevoli, statene taciti e quieti, ma non sí taciti e quieti

che le rime mie, le quali ora sono cantando per isfogare, non subito le

riportati e recantati a le sue divine orecchie. E perché voi avete ad

essere miei fidelissimi compagni, consequevolmente voglio che d'ogni mio

secreto voi siate participevoli.

Io dunque meritar puotei la entrata di questo santissimo giardino allora

quando la fama sola d'una non pur bellissima ma prudentissima madonna mi

cocque le medolle, lo cui bel nome voi ne' capoversi di questo

succedente sonetto potreti conoscere, lo quale giá lo fido mio Falcone

nel scorzo di quel frassino intagliando scrisse:

G loriosa madonna, il cui bel nome

I n capo de' miei versi porrò sempre,

V orrei pur io saper de quali tempre

S ian que' vostr'occhi neri ed auree chiome!

T rema ciascun in lor, mirando come[228]

I vi sia la virtude, che distempre

N ostra natura e 'n ferro i cuori tempre,

A cciò piú di leggier lor tiri e dome.

[228] «Pulchra facile amatur, foeda non facile

concupiscitur». HIER.

D i calamita dunque se non sète,

I n voi di cotal pietra è forza almanco

V ivace sí, ch'ogni materia liga.

I o tragger vidi de' vostr'occhi al rete

N atura, Amor e 'l Sol di sua quadriga.

A ltra simile a voi chi vide unquanco?

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 111 / 222 题