LIMERNO. Perché lo bove si rallegra nel suo puzzo.[208]

[208] Bos gaudet in stercore suo.

MERLINO. Ed a te quanto la lingua toscana viene in grazia? in che

openione l'hai tu?

LIMERNO. Sopra tutte le altre quella reputo degna, laudo, magnifico, e

contra li detrattori di essa virilmente lei deffendo; ché, quando talora

per sotto queste ombre mi trovo le belle rime del mio Francesco Petrarca

aver in mano ovvero quella fontana eloquentissima del Boccaccio,

uscisco, leggendo, fora di me stesso, devengone un sasso, un legno, una

fantasma, per soverchia maraviglia di cotanta dottrina! Qual piú

elegante verso, limato, pieno e sonoro di quello del Petrarca si può

leggere? qual prosa orazione si può eguagliare di dottrina, di arte, di

arguzia, di proprietade a quella del facondissimo Boccaccio? Dilché io

reputo gli uomini litterati, li quali nulla delettazione di questa

lingua si pigliano, essere non pur di lei ma di cortesia, gentilezza ed

umanitade privi.

MERLINO. E quali sono questi detrattori di essa?

LIMERNO. Alquanti persianisti pedagogi o pedantuzzi.

MERLINO. Che cosa dicono?

LIMERNO. Cotesta lingua essere cagione di lasciar la romana.

MERLINO. Ed io nel numero di costoro mi rallegro essere, ché di te e

d'altri toi simili ignoranti maravigliomi, li quali, non intendendo

dramma de la tulliana facondia e gravitade virgiliana, vi sète

totalmente affisi ed adescati al «quinci», «quindi», «testé», «altresí»,

«chiunque», «unquanco», «altronde», ed altri dal tosco usitati vocaboli.

LIMERNO. Ah volto di tavolazzo, ubriaco che tu ti sei! presumi tu forse

di tanta sufficienzia essere che tu poscia la sublimitade de la toscana

lingua diminuire?

MERLINO. Ah muso di giottone e forca che tu ti sei! ardisci tu dunque

cotanto lodare lo stile petrarchesco e boccacciano, che la romana

eloquenzia, non essendo da te nominata, da te riporti infamia?

LIMERNO. Tu ne menti molto bene, ché non biasmo io la romàna lingua.

MERLINO. Tu ne stramenti molto piú, ché, mentre innalzi[209] quella

troppo, questa abbassi e deonesti molto.

[209] Saepe ab unius laude alterius vituperatio

dependet.

LIMERNO. Deh, vedi cotesto poetuzzo macaronesco in che modo non pur

giudice ma advocato di Tullio e Virgilio da se medemo si constituisse!

MERLINO. Deh, mira cotesto zaratano lombarduzzo come si mette al rischio

di saper ragionar toscano, ove egli non men si affá d'un asino a la

lira!

LIMERNO. Che zaratano? che lombarduzzo? Come se un conte di Scandiano,

un Ludovico Ariosto, un Tebaldeo, un Lelio, un Molza ed altri molti

valentuomini non fussero in Lombardia nasciuti!

MERLINO. Non sei tu giá del numero loro?

LIMERNO. Desidro esserne: onde ogni mio studio è di, se non eguarmi,

almanco appressarmi a loro.

MERLINO. Molto luntano tu li vai!

LIMERNO. Lo bon animo non vi manca. Ma tu come hai bene osservato le

divine vestigia di Virgilio in quel tuo perdimento di tempo!

MERLINO. Quale?

LIMERNO. Quel tuo volume dico, nel cui sobbietto le prodezze de non so

chi Baldo cachi e canti.

MERLINO. Quanto al cantare non ho io giá da imitare Virgilio, quando che

del mio idioma, lo quale sopra tutti li altri appresso di me vien

reputato nobile, io non mi tegna aver superiore alcuno; ma quanto al

cacare, non voglioti rispondere altrimente, perché, se ne l'opera mia

son stato io sin a li galloni in quella tal materia puzzolente, tu,

Limerno mio, sin a gli occhi ti vi sei lordamente voltato. Però

lasciamo, pregoti, questo soprabbondevole ragionamento in disparte, ché

tu ed io abbiamo in ogni modo strabocchevolmente errato.

LIMERNO. Io tolsi lo nome solamente di Pitocco per dire un tratto lo mio

concetto.

MERLINO. Ed al soggetto, qual è quello, non accascava se non

malagevolmente il nome di Pitocco, ed anco dedicarlo a un signore non si

doveva.

LIMERNO. Orsú dunque, lasciamo, Merlino caro, le dette tra noi ingiurie,

e siamo amighi come prima.[210]

[210] Bacchus et Amor, crapula et vanitas,

osculatae sunt.

MERLINO. Fa' come ti pare.

LIMERNO. Ma vorrei da te una grazia sola, caro mio Cocaio, impetrare:

non mi la negare, pregoti, se 'l bottazzo non mai ti si parti dal

gallone.

MERLINO. Tu non pòi fallire di domandarmi, ché a me stará poi,

parendomi, darti.

LIMERNO. Non ti voler piú oltra con esso meco turbare se un mio

concetto, aúto giá molti mesi, ora sono per scoprirti....

MERLINO. Con la lingua di' pur ciò che ti pare, ma tacciano sopra tutto

le mani.

LIMERNO. Non vi è pericolo, mediante fra noi lo fiume, di conflitto

alcuno, Merlino caro. Ma taci, prego: non odi? Conosco la dotta mano,

conosco lo novo Anfione, conosco lo mio Marco Antonio, o mirabilissimo

musico, ché ben quella virtude a la gentilezza d'un tal animo degnamente

conviene. Non odi tu lo accomodatissimo ricercare d'un laúto? Costui

discese da Vinegia, di tutta Italia nutrice. Egli per doi giorni s'è

dignato[211] qui fra noi dimorare. Or ascoltamolo, ti prego: egli ancora

non ci ha veduto, e men voglio che ci lasciamo da lui vedere, acciò lo

rispetto suo verso de noi cessare noi faccia da sí dolce impresa.

[211] Biduo tantum in vanitatis loco retentus est.

A l ciel or triunfando spiego l'ale;

N on ho di sorte ch'io piú tema l'onte,

D a poi ch'anti sí altera e degna fronte[212]

R agiono, ed ella udirmi assai le cale;

E perché del suo nome alto immortale

A lzar piú non potrei le note cònte,

S crissile in capo de' miei versi al monte,

D ove salir vorrei con piú alte scale.

G loria del mondo non che d'un sol stato

R egna costui, ch'ai fatti egregi e ad essa

I ntegra forma ogni mortal eccede.

T urchi, mori, tedeschi, e d'ogni lato

V ien gente al grido; e mentre l'ode e vede,

S ovra la fama esser il ver confessa.

[212] Proprium huius principis prudentia est.

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 97 / 222 题