MELPOMENE.

Mentre piangendo l'alte strida ed urli,

sorelle mie, sí duramente innalzo

(da me sol viene il tragico costume),[41]

lasciáti i crin al vento, ché ridurli

qui non bisogna in trezza né 'l piè scalzo

guidar per vaghi fiori e verdi piume

de' prati lungo al fiume,

anzi, sdegnando quella piaggia e questo

poggetto ameno, statine qui meco

in solitaro speco,

fin che mie rime udite sian di mesto

e lagrimoso canto, il qual risulte

da quei sassosi monti e valli inculte.

[41] «Melpomene tragico proclamat moesta boatu».

VIRG.

Depon, Urania mia, la tua siringa,[42]

che settiforme ha in sé del ciel il tipo;

e tu, Clio, la lira, ove 'l mantòo

al greco vate fai ch'egual attinga;

e mentre i lauri e l'edere dissípo,

spargi quei fior del corno, che l'eròo

giá svelse ad Acheloo,

Erato mia: né tu, Polinnia, il plettro,

né, Calliope, l'arpa, né la cetra,

Talia (s'unqua s'impetra[43]

grazia da voi!), pulsate, ch'ora il settro

tengo fra noi, cessando ancor le stanze

di Euterpe, e di Tersicore le danze.

[42] Asperitatem rythmorum ipsa haec materies

deposcit.

[43] «Non facit ad lacrimas barbitos ulla meas».

OVID.

Ahi! di qual gioia e quanto bella effige

traboccar vidi l'uomo in tanto scorno!

Miráti 'l ciel come, di grado in grado,

sol per causarli util piacer, s'afflige[44]

volgersi tra duo moti adversi intorno!

Miráti 'l Gange, l'Istro, Nilo e Pado,

ogni altro fiume e vado

tornarsi d'onda in onda al vecchio padre!

Pioven le nubi e la porosa terra

dal centro si disserra,

sorbendo il dato umor, onde giá madre

fassi di questo fior e di quel pomo,

per aggradir ed aggrandir un uomo:

l'uomo che, ingrato a Dio non ch'a Natura,[45]

per antiporre un fral desire al dolce

suo fermo stato, giustamente abietto

fu d'alta gloria in infima iattura,

la cui durabil colpa in ciel si folce,

che mai non parte dal divin aspetto.

Però sta fermo e stretto

destin, a penitenzia d'un tal fallo,

che l'uomo in grembo a morte quivi nasca:

cosí dal cielo casca[46]

l'alma di novo fatta in scuro vallo,

dove se stessa oblia cieca ed inferma,

giá devoluta in sterco, fango e sperma.

[44] Summum erga hominem Dei beneficium.

[45] Peccatum originale, quod in Adam fuit

personale, in aliis naturale.

[46] Anima rationalis hanc in miseriam devolvitur,

ut mox altius se ipsam recognoscat.

Indi Natura, per supplicio degno,

men se gli mostra madre che noverca;

la qual ogni animal provvede contra

l'onte del tempo, dandogli sostegno.

Nasce pur l'uomo ignudo, il quale cerca[47]

schermirsi d'un agnello, volpe o lontra,

dal gelo in cui se 'ncontra,

ché di scampo megliore non ha copia.

Ma di squame coperti, penne e lane

per fiumi, selve e tane

van pesci, augelli e fiere. In somma inopia

sol nasce l'uomo, cui cadé per sorte

pianger nascendo e, nato, gir a morte.

[47] «Principium iure tribuetur homini, cuius causa

videtur cuncta alia genuisse natura, magna saeva mercede

contra tanta sua munera; non sit ut satis aestimare, parens

melior homini an tristior noverca fuerit». PLIN.

Non cosí tosto un augelletto spunta

de l'uovo fora, quando a tempo nasce:

ecco s'addriccia e, con soppresso grido,

del becco l'esca piglia in su la punta,

e senza documento di chi 'l pasce

su l'orlo estremo tirasi del nido,

donde giú funde al lido

ciò che smaltisce per servarsi netto.

Non cosí l'uomo, no, ché d'ora in ora[48]

convien di fascie fora

cavarlo, in cui legato stassi stretto,

e trarlo di sozzura e puzzo lordo,

al misero suo stato e cieco e sordo.

[48] «Oh quam contempta res homo nisi supra humum

se erexerit!». ARIST.

Or dite, prego, quand'egli mai s'erge[49]

co' l'aspetto nel ciel onde si parte,

che pria carpone de le braccia gambe

non faccia, mentre in foggia d'angue perge?

Ché se al contrasto di natura l'arte,

l'industria in suo ripar non fusser ambe,

mentr'egli sugge e lambe

lo sin materno, peggio de le belve

ne rimarrebbe, tanto l'odia e sdegna

e fassigli matregna

colei ch'abbella monti, valli e selve,

e d'un sí gentil figlio non tien cura[50]

pel torto del primier; dico Natura!

[49] «Prima roboris spes primumque temporis munus

quadrupedi similem facit». PLIN.

[50] «Non quidem certe est aliquid miserius

homine». HOMER.

Solo la donna artifice e la industre

parton de le sue membre l'officina;

ma quant'è 'l pianto e quante le percosse

anzi ch'ancora il misero s'industre

saper su piedi starsi! onde ruina

sovente sí, che molte fiate mosse

di luogo porta l'osse,

restandone d'un mostro piú deforme.

Cosa non giá, che ne li armenti caschi:

cercate e' verdi paschi,

le nubi, i fiumi, quante sian le forme

che, nate appena, chi 'l nòto, chi 'l volo,

chi prende il corso; e l'uomo casca solo!

Deh! perché nasce lo 'nfelice dunque[51]

di tanti strali ad esser un versaglio?

Ogni tempesta in lui s'aggira e scarca,

ogni virgulto se gli attacca, ovunque

move di questa selva nel travaglio.

S'avvien ch'egli pur goda, ecco la Parca[52]

rumpelo al mezzo, e varca

la vita, al sol qual nebbia o fumo al vento:

stato penoso e miserabil tanto!

Ch'altro che affanni e pianto,

travagli, sdegni, lagrime, scontento

attende uomo che nasce? e se lo move

fortuna a qualche onor, morte vi 'l smove.

Queste parole in capo

voglio sculpite sian d'ogni tiranno,

lo qual non esser Dio, ma fumo e nebbia[53]

s'intenda, e che non debbia

farsi adorar al mondo, perché vanno

e vengon tutti eguali di fral seme,

ma tal le piume, tal le paglie preme.

[51] «Itaque multi extitere qui non nasci optimum

censerent aut qui ocissime aboleri». PLIN.

[52] «Oh fallacem hominum spem fragilemque fortunam

et inanes nostras conceptiones, quae mediocri in spatio

saepe franguntur et corruunt!». CIC.

[53] «Pallida Mors aequo pulsat pede pauperum

tabernas | regumque turres». HOR.

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 28 / 222 题