Nel mentre che Porthos chiamava soccorso in tutta la forza della sua

voce, Aramis corse alla tavola per prendere un bicchier d'acqua, ma si

fermò vedendo l'orribile alterazione del viso di Athos, che in piedi,

davanti alla tavola, coi capelli irti, i lineamenti agghiacciati per lo

stupore, guardava uno dei bicchieri, e sembrava in preda al dubbio il

più orribile.

— Oh! diceva Athos, oh! no! è impossibile! Dio non permetterà un simile

delitto!

— Dell'acqua! dell'acqua! gridava d'Artagnan, dell'acqua!

— Oh! povera donna! oh! povera donna! mormorava Athos con voce dolorosa.

La signora Bonacieux riaprì gli occhi sotto i baci di d'Artagnan.

— Essa ritorna in se! gridò il giovane, oh! mio Dio! mio Dio! io ti

ringrazio!

— Signora, disse Athos, signora, in nome del cielo, chi ha bevuto in

questo bicchiere vuoto?

— Io, signore, rispose la giovane con voce moribonda.

— Ma chi ha versato il vino che era in questo bicchiere?

— _Ella._

— Ma, chi era questa _ella_?

— Ah! ora mi sovvengo, disse la sig. Bonacieux: la contessa de Winter.

I quattro amici mandarono un solo ed unico grido ma quello di Athos

dominò sopra gli altri.

In quel momento il viso della sig. Bonacieux divenne livido, un dolor

sordo l'atterrò, e cadde fra le braccia di Porthos e d'Aramis.

D'Artagnan afferrò le mani di Athos con una angoscia impossibile a

descriversi.

— E che! diss'egli tu credi?...

La sua voce si estinse in un singulto.

— Io credo tutto, disse Athos mordendosi le labbra fino al sangue.

— D'Artagnan, d'Artagnan, gridò la signora Bonacieux, ove sei tu? non

mi lasciare, tu vedi bene che io muoio!.

D'Artagnan lasciò le mani di Athos e corse ad essa.

Il suo viso, così bello, era tutto sconvolto, i suoi occhi vitrei non

avevano più lo sguardo, un tremito convulsivo agitava tutto il suo

corpo, il sudore grondava dalla sua fronte.

— In nome del Cielo, correte, chiamate Porthos, Aramis, chiamate

soccorso!

— Inutile, disse Athos, inutile, il veleno che essa versa non ha

contravveleno.

— Si, sì, soccorso! soccorso! mormorava la sig. Bonacieux; soccorso!

Poi, riunendo tutte le sue forze, prese la testa del giovane

moschettiere fra le sue mani, la guardò un istante, come se l'anima

sua fosse passata per quello sguardo, e, con un grido, singhiozzando,

appoggiò le sue labbra su quelle dell'amico.

— Costanza! Costanza! gridò d'Artagnan.

Un sospiro sfuggì dalla bocca della signora Bonacieux, sfiorando quella

di d'Artagnan; questo sospiro era quello di quell'anima così casta e

così innamorata, che saliva al cielo.

D'Artagnan non stringeva più fra le sue braccia che un cadavere.

Il giovane mandò un grido e cadde vicino alla sua bella, tanto pallido

ed agghiacciato, quanto essa.

Porthos pianse: Athos mostrò il pugno al cielo: Aramis si fece il segno

della croce.

In questo momento comparve un uomo sulla porta, quasi tanto pallido

quanto lo erano quelli che stavano in camera; egli guardò intorno a se,

vide la sig. Bonacieux morta e d'Artagnan svenuto.

Egli comparve in quell'istante di stupore, che segue le grandi

catastrofi.

— Io non mi sono ingannato, disse colui; egli è il sig. d'Artagnan, e

voi sarete i suoi amici, i signori Athos, Porthos ed Aramis.

Quelli, i di cui nomi erano stati pronunziati, guardarono lo straniero

con meraviglia; sembrava a tutti e tre di riconoscerlo.

— Signori, riprese il nuovo venuto, voi siete senza fallo come me alla

ricerca di una donna che, aggiunse egli con un terribile sorriso, deve

essere passata per di qui, poichè vi vedo un cadavere.

I tre amici rimasero muti; soltanto alla voce ed al viso si ricordavano

di un uomo; che avevano già veduto, ma non potevano ricordarsi in quale

circostanza.

— Signori, continuò lo straniero, poichè non potete, o non volete

riconoscere un uomo, che probabilmente vi deve per due volte la vita;

bisogna bene che io mi nomini: io sono lord de Winter, il cognato di

quella donna.

I tre amici gettarono un grido di sorpresa.

Athos si alzò e gli stese la mano.

— Siate il ben venuto, milord, diss'egli, voi siete dei nostri.

— Io sono partito cinque ore dopo di essa da Portsmouth, disse lord

de Winter, sono giunto tre ore dopo di essa a Boulogne; l'ho fallita

di venti minuti a Saint-Omer; finalmente, a Lilliers, ho perduto le

sue tracce. Io andava a caso, informandomi presso tutti, quando vi ho

veduti passare al galoppo; ho riconosciuto il signor d'Artagnan, vi ho

chiamati; voi non mi avete risposto; volli seguirvi, ma, il mio cavallo

era troppo stanco per andare colla stessa corsa dei vostri, e frattanto

sembra che, ad onta della fretta che avevate, siate giunti ancora

troppo tardi.

— Voi lo vedete, disse Athos mostrando a lord de Winter la signora

Bonacieux morta e d'Artagnan svenuto, che Porthos ed Aramis cercavano

di richiamare in vita.

— Sono dunque essi morti entrambi? domandò freddamente lord de Winter.

— No, fortunatamente, rispose Athos, d'Artagnan non è che svenuto.

— Ah! tanto meglio! disse lord de Winter.

Infatti, in quel momento d'Artagnan riapriva gli occhi.

Egli si sciolse dalle braccia di Porthos e di Aramis, e si gettò come

un insensato sul corpo della sua innamorata.

Athos si alzò, andò verso il suo amico con passo lento e solenne, lo

abbracciò teneramente, e, siccome egli dava in singulti, gli disse con

la sua voce così nobile e così persuasiva:

— Amico, sii uomo: le donne piangono i morti, gli uomini li vendicano.

— Oh! sì, disse d'Artagnan, sì, se è per vendicarla, io sono pronto a

seguirvi.

Athos approfittò di questi momenti di forza, che la speranza della

vendetta rendeva al suo disgraziato amico, per far segno a Porthos e ad

Aramis di andare a cercare la superiora.

I due amici la incontrarono nel corridoio, ancora tutta turbata e

spaventata da tanti avvenimenti; essa chiamò alcune religiose, che,

contro tutte le regole monastiche vennero alla presenza di cinque

uomini.

— Signora, disse Athos passando il braccio di d'Artagnan sotto il

suo, noi abbandoniamo alle vostre pietose cure il corpo di questa

disgraziata donna. Essa fu un angiolo sulla terra, prima di andare ad

essere un angiolo in cielo. Trattatela come una delle vostre sorelle:

noi ritorneremo un giorno a pregare sulla sua tomba.

D'Artagnan nascose il suo viso contro il petto di Athos fondendosi in

lagrime.

— Piangi, disse Athos, piangi, cuore pieno di amore, di gioventù, di

vita. Ah! io vorrei pianger come te!

E trascinò il suo amico, come un padre affettuoso, come un prete

consolatore, come un grand'uomo che ha molto sofferto.

Tutti e cinque, seguiti dai loro lacchè che tenevano i cavalli per

le redini, si avanzarono allora verso la città di Béthune, di cui

scorgevasi il sobborgo, e si fermarono davanti al primo albergo che

ritrovarono.

— Ma, disse d'Artagnan, non perseguiteremo noi quella donna?

— Più tardi, disse Athos; debbo prendere prima alcune misure.

— Essa ci sfuggirà, riprese il giovane, essa ci sfuggirà, Athos, e sarà

colpa tua.

— Io rispondo di lei, disse Athos.

D'Artagnan aveva una tal confidenza nella parola del suo amico, che

abbassò la testa, entrò nell'albergo senza risponder niente.

Porthos e Aramis si guardavano, non comprendendo niente sulla

assicurazione di Athos.

Lord de Winter credeva che egli parlasse così, per calmare il dolore di

d'Artagnan.

— Ora, signori, disse Athos, allorquando si fu assicurato che vi erano

cinque camere libere nell'albergo, ritiriamoci ciascuno nella nostra.

D'Artagnan ha bisogno di restar solo per piangere, e voi per dormire.

Io mi incarico di tutto, siate tranquilli.

— Mi sembra però, disse lord de Winter che, se vi è qualche misura da

prendere contro la contessa, ciò debba riguardare me pure; essa è mia

cognata.

— Ed essa è mia moglie! disse Athos.

D'Artagnan fremette, poichè comprese che Athos era sicuro della

sua vendetta, mentre rivelava un tal secreto; Porthos ed Aramis si

guardarono impallidendo, lord de Winter pensò che Athos fosse pazzo.

— Ritiratevi dunque, disse Athos, e lasciatemi fare; voi vedete

bene che, nella mia qualità di marito, ciò mi riguarda. Soltanto,

d'Artagnan, se non lo avete perduto, rimettetemi quel foglio che è

sfuggito dal cappello di quell'uomo, e sul quale sta scritto il nome di

una città.

— Ah! disse d'Artagnan, ora comprendo; questo nome scritto di sua

mano...

— Vedi bene, disse Athos, che vi è un Dio nel Cielo!

CAPITOLO LXIV.

L'UOMO DAL MANTELLO ROSSO

La disperazione di Athos aveva dato posto ad un dolore concentrato, che

rendeva ancor più chiare e più brillanti le qualità di questo uomo.

Tutto intento ad un solo pensiero, quello della promessa che aveva

fatta e della responsabilità che aveva presa, egli si ritirò per ultimo

nella sua camera, pregò l'albergatore di procurargli una carta della

provincia, vi si curvò sopra, studiò le linee tracciate, riconobbe che

quattro strade differenti si portavano da Béthune ad Armentières. E

fece chiamare i quattro lacchè.

Planchet, Grimaud, Mousqueton e Bazin si presentarono e ricevettero

gli ordini chiari, puntuali e gravi di Athos. Essi dovevano partire

alla punta del giorno dell'indomani, e portarsi ad Armentières,

ciascuno per una strada differente. Planchet, il più intelligente dei

quattro, doveva seguir quella che aveva presa la carrozza, sulla quale

i tre amici avevano tirato, e che era accompagnata, si ricorderà, dal

domestico di Rochefort.

Athos mise i lacchè in campagna, primieramente perchè, dal momento

che questi erano entrati al servizio suo e dei suoi amici, si era

riconosciuto in loro delle qualità differenti ed essenziali; poi de'

lacchè che interrogano, inspirano sempre nei paesani minor diffidanza

dei loro padroni, e trovano maggior simpatia presso quelli ai quali

s'indirizzano.

Finalmente, milady conosceva i padroni nel mentre ch'essa non conosceva

i servitori. Al contrario i servitori conoscevano tutti perfettamente

milady.

Tutti e quattro dovevano ritrovarsi alle undici antimeridiane in un

punto indicato. Se avevano scoperto il luogo di ritirata di milady, tre

rimanevano a guardarla, e il quarto ritornava a Béthune, per prevenire

Athos, e servir di guida ai tre amici.

Prese queste disposizioni, anche i servi si ritirarono.

Athos allora si alzò dalla sedia, cinse la spada, si avviluppò nel

mantello, e uscì dall'albergo; erano circa dieci ore di sera; si sa, in

provincia le strade sono poco frequentate. Athos visibilmente cercava

però qualcuno a cui potere indirizzare la parola. Finalmente incontrò

un passaggiero ritardato, si avvicinò a lui e gli disse alcune parole.

L'uomo al quale si era indirizzato indietreggiò con terrore; però

rispose alle parole del moschettiere per mezzo di una indicazione.

Athos offerse a questo uomo una mezza doppia per accompagnarlo; ma

questi si rifiutò.

Allora s'internò nelle strade che l'indicatore aveva designate col

dito; ma giunto ad una croce-via si fermò di nuovo visibilmente

imbarazzato; nella lusinga però che quivi passasse più facilmente

qualcuno, si fermò. Di fatto, dopo pochi minuti passò un vigile della

notte. Athos gli ripetè la stessa interrogazione che aveva già fatta

alla prima persona incontrata. Il vigile lasciò scorgere lo stesso

terrore, rifiutò egli pure di accompagnare Athos, e gli mostrò colla

mano la via che doveva seguire.

Athos camminò nella direzione mostrata, giunse al sobborgo indicato,

nell'estremità opposta della città e del luogo ov'era alloggiato, in

compagnia dei suoi amici. Là, parve di nuovo inquieto ed imbarazzato, e

per la terza volta si fermò.

Fortunatamente passava un mendicante, che si accostò ad Athos per

dimandargli l'elemosina. Athos gli offerse uno scudo per accompagnarlo

ove voleva andare; il mendicante esitò un istante, ma alla vista della

moneta di argento che brillava nell'oscurità, si decise e camminò

davanti ad Athos.

Giunto all'angolo di una strada, gli mostrò di lontano una piccola

casa, isolata solitaria e trista. Athos si avvicinò ad essa, nel

mentre che il mendicante, il quale aveva ricevuto il suo salario, si

allontanava a tutte gambe.

Egli vi girò attorno per poter distinguere la porta in mezzo al color

rossastro di cui era dipinta tutta quella casa. Nessun lume appariva

attraverso le fenditure delle gelosie, nessun rumore poteva far

supporre che questa casa fosse abitata; essa era muta e cupa come una

tomba.

Tre volte Athos battè senza che gli fosse risposto. Al terzo colpo,

però, s'intesero dei passi avvicinarsi; finalmente la porta fu mezza

aperta, e un uomo di alta statura, di colorito pallido, coi capelli e

la barba nera, comparve.

Athos e lui si cambiarono alcune parole a voce bassa, quindi l'uomo di

alta statura fece segno al moschettiere che poteva entrare.

L'uomo che Athos era venuto a cercare, e che aveva ritrovato con tanta

pena, lo fece entrare in un laboratorio, in cui era occupato al legare

con dei fili di ferro le ossa di uno scheletro. Tutto il corpo era già

legato, la sola testa stava sopra la tavola.

Tutto il resto del mobilio indicava che quest'uomo si occupava di

scienze naturali; vi erano dei vasi di vetro pieni di serpenti, coi

loro bigliettini indicanti le specie; delle lucertole diseccate,

risplendenti come gli smeraldi, e attaccate sopra una tavola nera.

Finalmente dei fasci di erbe selvatiche, odorifere, e senza dubbio

dotate di virtù sconosciute al volgare degli uomini, erano attaccati al

soffitto, e discendevano negli angoli dell'appartamento.

Del resto nessun individuo di famiglia, nessun servitore: l'uomo di

alta statura abitava solo in quella casa.

Athos gettò un colpo d'occhio freddo ed indifferente su tutti gli

oggetti che abbiamo descritti, e dopo l'invito di quello che era andato

a ritrovare, si assise vicino a lui.

Allora gli spiegò la causa della sua visita ed il servigio che

reclamava: ma appena egli ebbe esposta la sua domanda, che lo

sconosciuto, che era rimasto in piedi davanti al moschettiere rinculò

pel terrore e si rifiutò. Allora Athos cavò di saccoccia un piccolo

pezzo di carta su cui erano scritte due righe, accompagnate da

una firma e da un sigillo, e lo presentò a quello che dava troppo

prematuramente dei segni di ripugnanza. L'uomo dall'alta statura,

appena ebbe lette le due linee, vista la sottoscrizione, e riconosciuto

il sigillo, s'inchinò in segno di non avere altra obbiezione a fare, e

di essere pronto ad obbedirlo.

Athos non chiese di più, si alzò, uscì, riprese andandosene, la strada

che aveva fatta nel venire, rientrò nell'albergo, e si chiuse nella sua

camera.

Alla punta del giorno d'Artagnan entrò da lui, e gli chiese che cosa si

doveva fare.

— Aspettare, rispose Athos.

Alcuni istanti dopo, la superiora del monastero fece prevenire i

moschettieri che i funerali della vittima di milady avrebbero avuto

luogo nel mezzogiorno. In quanto alla avvelenatrice, non se ne erano

ricevute notizie, soltanto ch'essa aveva dovuto fuggire dal giardino,

nella sabbia del quale si erano riconosciute le impronte dei piedi

di milady, e del quale si era ritrovata la porta chiusa: quanto alla

chiave, era scomparsa.

All'ora indicata, lord de Winter ed i quattro amici si portarono al

convento; le campane suonavano a tutta tratta, la cappella era aperta,

la sola gelosia del coro era chiusa. Il corpo era esposto nel mezzo del

coro, vestito degli abiti di novizia. Da ciascun lato di esso, e dietro

le gelosie che comunicavano col convento, era tutta la comunità delle

Carmelitane che di là ascoltava l'ufficio divino, e univa il suo canto

al canto dei preti, senza vedere i profani e senza essere veduta.

Alla porta della cappella d'Artagnan sentì venirgli meno il coraggio,

si voltò per cercare Athos, ma Athos era scomparso.

Fedele alla sua missione di vendetta; si era fatto accompagnare in

giardino, e là, sulla sabbia seguiva il passo leggiero di questa donna,

che aveva lasciata una traccia sanguinosa ovunque era passata; si

avanzò fino alla porta che metteva nel bosco, se la fece aprire, si

internò nella foresta.

Allora tutti i suoi dubbi si confermarono; la strada per la quale

era passata la carrozza fuggendo, circondava la foresta. Athos seguì

questo sentiero con gli occhi fissi al suolo; alcune piccole macchie di

sangue, sparse o dall'uomo che serviva la carrozza come postiglione,

o da uno dei cavalli, tracciavano qua e là la strada. In capo a tre

quarti di lega a cinquanta passi circa da Festubet, compariva una

macchia di sangue più grande. Il suolo era coperto di impronte di

ferri di cavalli. Fra la foresta e questo luogo denunciatore, un poco

più addietro delle peste dei cavalli, si scopriva la stessa traccia di

piede che fu ritrovata in giardino.

La carrozza si era qui fermata.

In questa direzione milady era uscita dal bosco ed era salita in

carrozza.

Soddisfatto di questa scoperta, che confermava tutte le sue congetture,

Athos ritornò all'albergo, e ritrovò Planchet che lo aspettava con

impazienza.

Tutto era avvenuto come lo aveva preveduto Athos.

Planchet aveva seguita la stessa strada, aveva rimarcate le stesse

tracce di sangue, come Athos; aveva riconosciuto il luogo ove si erano

fermati i cavalli; ma era andato più avanti di Athos, di modo che,

nel villaggio di Festubert, bevendo in un'osteria, e senza bisogno

d'interrogare nessuno, aveva saputo che circa alle otto e mezzo della

sera innanzi, un uomo ferito, che accompagnava una dama che viaggiava

in legno di posta, era stato obbligato di fermarsi, non potendo andare

più avanti. L'accidente veniva attribuito ai ladri che avevano voluto

fermare la carrozza nel bosco. L'uomo era rimasto nel villaggio, e la

dama aveva cambiati i cavalli e aveva continuata la sua strada.

Planchet si mise in cerca del postiglione che aveva condotta la

carrozza, e lo ritrovò. Egli aveva condotta la dama fino a Fromelles

e da Fromelles era partita per Armentières. Planchet prese una strada

traversa e a sette ore del mattino egli era ad Armentières.

Non vi era che un albergo, quello della posta. Planchet andò a

presentarvisi come un lacchè senza padrone, che cercava un posto. Non

erano dieci minuti che parlava coi servi dell'albergo, che sapeva giù

che una donna sola era arrivata alle undici di sera, aveva presa una

camera, aveva fatto venire il padrone dell'albergo, e gli aveva detto

che desiderava di dimorare per qualche tempo nelle vicinanze.

Planchet non aveva bisogno di saperne di più. Corse al luogo

dell'appuntamento, trovò gli altri tre lacchè, esatti al loro posto,

li condusse, li situò in sentinella a tutte le uscite dell'albergo

e ritornò da Athos, che terminava di ricevere le informazioni di

Planchet, quando rientrarono i suoi amici.

Tutti i visi erano tetri, perfino il dolce viso di Aramis.

— Che cosa dobbiamo fare? domandò d'Artagnan.

— Aspettare, rispose Athos.

Ciascuno si ritirò, nella sua camera.

Alle otto ore di sera, Athos dette l'ordine d'insellare i cavalli,

fece prevenire lord de Winter e i suoi amici di tenersi pronti per la

spedizione.

In un istante tutti e cinque furono all'ordine; ciascuno visitò le sue

armi e le preparò. Athos discese per ultimo e trovò d'Artagnan di già a

cavallo, che si impazientava.

— Pazienza, disse Athos, ci manca ancora qualcuno.

I quattro cavalieri si guardarono intorno con meraviglia, poichè

cercavano inutilmente nel loro spirito chi era quello che poteva

mancare.

— Aspettatemi, diss'egli, io ritornerò subito.

E partì al galoppo.

Un quarto d'ora dopo ritornò effettivamente accompagnato da un uomo

mascherato, avvolto in un gran mantello rosso.

Lord de Winter ed i tre moschettieri s'interrogarono con lo sguardo.

Nessuno di loro potè informare gli altri, perchè tutti ignoravano chi

era quest'uomo. Tutti però pensarono che la faccenda dovesse andare

così: poichè la faccenda era diretta da Athos.

A nove ore, guidati da Planchet, la cavalcata si mise in viaggio

prendendo il cammino che aveva seguito la carrozza.

Era un tristo spettacolo quello di questi sei uomini, che correvano

in silenzio, immersi tutti nei proprii pensieri, cupi come la

disperazione, tetri come il gastigo.

CAPITOLO LXV.

IL GIUDIZIO

Era una notte tempestosa e oscura; grossi nuvoloni percorrevano il

cielo, velando la chiarezza delle stelle. La luna non doveva alzarsi

che alla mezzanotte.

Alcune volte, al chiarore dei lampi che rischiaravano l'orizzonte, si

scorgeva la strada che si presentava bianca e solitaria, quindi spento

il chiarore, tutto ritornava nell'oscurità.

Ad ogni tanto, Athos invitava d'Artagnan a mettersi in fila, perchè

andava sempre qualche passo avanti, ma dopo un istante di obbedienza,

ritornava nuovamente avanti. Non aveva che un pensiero, ed era quello

di andare avanti, e vi andava.

Traversarono in silenzio il villaggio di Festubert, ove era rimasto il

domestico ferito: poscia traversarono il bosco di Rochebourg. Giunti ad

Herlier, Planchet, che dirigeva sempre la colonna, prese a sinistra.

Diverse volte, sia lord de Winter, sia Porthos, sia Aramis tentarono

di attaccare il discorso coll'uomo dal mantello rosso; ma ad ogni

interrogazione che gli veniva fatta, si era inchinato senza rispondere.

I viaggiatori avevano capito allora che vi doveva essere qualche

ragione perchè lo sconosciuto conservasse il silenzio, e cessarono dal

volgergli il discorso.

D'altronde, l'uragano ingrossava, i lampi si succedevano rapidamente,

il tuono cominciava a rumoreggiare, e il vento precursore del

temporale, fischiava a più potere.

La cavalcata prese il gran trotto.

Un poco al di là di Formelles; l'uragano scoppiò. Furono spiegati i

mantelli; restavano ancora tre leghe da farsi; furono fatte sotto un

torrente di pioggia.

D'Artagnan si era tolto il cappello, e non aveva spiegato il mantello;

trovava piacere a lasciarsi irrigare la fronte ardente e il corpo

agitato dai brividi della febbre.

Al momento in cui la piccola truppa aveva oltrepassato Coskal, e stava

per giungere alla posta, un uomo addossato ad un albero si staccò dal

tronco col quale era stato confuso nell'oscurità, e si avanzò fino in

mezzo alla strada, mettendosi il dito sulle labbra.

Athos riconobbe Grimaud.

— Che vi è dunque! gridò d'Artagnan, avrebb'ella lasciato Armentières?

Grimaud fece colla testa un segno affermativo. D'Artagnan ruotò i denti.

— Silenzio d'Artagnan! disse Athos. Sono io che mi sono incaricato di

tutto; sta dunque a me l'interrogare Grimaud. Dov'è essa? domandò a

Grimaud.

Grimaud stese la mano nella direzione della Lys.

— Lungi di qui? domandò Athos.

Grimaud presentò al suo padrone il suo indice piegato.

— Soltanto? domandò Athos.

Grimaud fece segno di sì.

— Signori, disse, Athos, essa è una mezza lega di qui nella direzione

del fiume.

— Sta bene disse d'Artagnan: conduceteci Grimaud.

Grimaud si mise ad attraversare i campi, e servì di guida alla

cavalcata.

In capo a cinquecento passi, si ritrovò un ruscello che fu traversato a

guado.

Al chiarore di un lampo, fu scoperto il villaggio d'Erquinhein.

— È forse là? domandò d'Artagnan.

Grimaud scosse la testa in segno negativo.

— Silenzio dunque! disse Athos.

E la truppa continuò il cammino.

Balenò un altro lampo; Grimaud stese le braccia, ed al chiarore

rossastro di un serpente di fuoco, si distinse una piccola casa

isolata, vicina al fiume, a cento passi dal battello di traghetto.

Una finestra era illuminata.

— Noi ci siamo, disse Athos.

In questo momento, un uomo nascosto in un fosso si alzò: era

Mousqueton, il quale mostrò col dito la finestra illuminata.

— Essa è là, diss'egli.

— E Bazin? domandò Athos.

— Nel mentre che io guardava la finestra, egli guardava la porta.

— Bene! disse Athos, voi siete tutti fedeli servitori.

Athos saltò da cavallo e consegnò le redini a Grimaud; quindi si avanzò

sotto la finestra, dopo aver fatto segno al resto della sua truppa di

girare dalla parte della porta.

La piccola casa era circondata da una siepe foltissima, alta circa tre

piedi. Athos l'oltrepassò, giunse fino alla finestra priva di sportelli

al di fuori, ma le di cui mezze tendine erano esattamente tirate.

Egli montò sul suo parapetto di pietra affinchè il suo occhio potesse

oltrepassare l'altezza delle mezze tendine.

I tre moschettieri, vol. IV · 第 11 / 13 段