sotto il suo vestito il coltello con cui si era ferita milady; con uno
sbalzo fu sopra al duca.
In questo momento Patrick entrava nella sala gridando:
— Milord, una lettera di Francia.
— Di Francia, gridò Buckingham dimenticando tutto nel pensare da chi
gli veniva quella lettera.
Felton approfittò di quel momento e gl'immerse fino al manico il
coltello nel fianco.
— Ah! traditore, gridò Buckingham, tu mi hai ucciso!
— All'assassino! urlò Patrick.
Felton girò lo sguardo intorno a se per fuggire, e, vedendo la porta
libera, si slanciò nella camera vicina, che era quella, come abbiamo
detto, ove aspettavano i deputati della Rochelle; la traversò correndo,
e si precipitò verso la scala; ma sul primo gradino incontrò lord
de Winter, che, vedendolo pallido, stravolto, livido, e con una mano
macchiata di sangue, gli saltò al collo gridando:
— Io lo sapeva! Io aveva indovinato! troppo tardi di un minuto. Ah!
disgraziato che sono!
Felton non fece alcuna resistenza; lord de Winter lo rimise fra le mani
delle guardie, che lo condussero, aspettando nuovi ordini, sopra una
piccola terrazza che dominava il mare, ed egli si slanciò nel gabinetto
di Buckingham.
Al grido mandato dal duca, alla chiamata di Patrick, l'uomo che Felton
aveva incontrato nell'anticamera si precipitò nel gabinetto.
Ritrovò il duca steso sopra un sofà, stringendosi la sua ferita con
mano convulsa.
— Laporte, disse il duca con voce moribonda, Laporte vieni tu per parte
sua.
— Sì, Mio-signore, rispose il servo fedele della regina Anna, ma forse
troppo tardi.
— Silenzio! Laporte, potreste essere inteso. Patrick, non lasciare
entrare nessuno. Oh! io non saprei ciò che ella mi fa dire... Mio Dio!
io muoio!
E il duca svenne.
Frattanto lord de Winter, i deputati, i capi della spedizione, gli
ufficiali della casa del duca avevano fatto irruzione nella sua camera:
ovunque si sentivano grida di disperazione. La notizia che riempiva il
palazzo di pianto, di gemiti ne uscì ben presto, e si sparse per tutta
la città.
Un colpo di cannone annunziò ch'era accaduto qualche cosa di nuovo e di
inatteso.
Lord de Winter si strappava i capelli.
— Troppo tardi di un minuto! gridava egli. Troppo tardi di un minuto!
mio Dio! mio Dio! che disgrazia!
Infatti alle sette del mattino erano andati a dirgli che una scala
di corda fluttuava ad una delle finestre del castello. Egli era
corso subito nella camera di milady, aveva ritrovata la camera
vuota, la finestra aperta e le sbarre segate; si era ricordato la
raccomandazione verbale che gli aveva trasmesso d'Artagnan col mezzo
del suo messaggiero, aveva tremato pel duca, e correndo alle scuderie,
senza perdere il tempo di fare insellare il suo cavallo, era montato
sul primo che aveva trovato era corso volando, era balzato abbasso il
cortile, aveva salilo precipitosamente la scala, e sul primo scalino,
come abbiamo detto, incontrò Felton.
Il duca però non era morto; egli ritornò in se, riaprì gli occhi, e la
speranza rientrò nel cuore di tutti.
— Signori, diss'egli, lasciatemi solo con Patrick e Laporte... Ah!
siete voi, de Winter? Voi mi avete inviato questa mattina un pazzo
singolare! vedete lo stato in cui mi ha messo!
— Ah! milord, gridò il barone, milord, io non ne avrò più pace!
— E tu avrai torto, mio buon de Winter disse Buckingham stendendogli la
mano. Io non conosco un uomo che meriti di essere compianto per tutta
la vita di un altro uomo. Ma lasciateci, ve ne prego.
Il barone uscì singhiozzando.
Non rimase nel gabinetto che il duca, Laporte e Patrick. Ovunque si
cercava un medico e non si poteva rinvenire.
— Voi vivrete, milord, voi vivrete, ripeteva in ginocchio davanti al
sofà del duca il messaggero della regina Anna.
— Che cosa mi scriveva essa? disse debolmente Buckingham, mandando a
rivi il sangue, e vincendo i suoi atroci dolori per sentire parlare di
quella ch'egli amava; che mi scriveva essa? leggetemi la sua lettera.
— Oh! milord! fece Laporte.
— Ebbene! Laporte, non vedi tu che io non ho tempo da perdere?
Laporte ruppe il sigillo e mise la pergamena davanti agli occhi del
duca, ma Buckingham tentò invano di distinguere la scrittura.
— Leggi, dunque, leggi, diss'egli, io non ci vedo più, ben presto non
potrò più neppure sentire, e dovrò morire senza sapere ciò che essa mi
ha scritto.
Laporte non fece più alcuna difficoltà e lesse:
«Milord.
«Per tutto ciò che ho sofferto da che vi conosco, da voi, e per
voi, vi scongiuro, se vi sta a cuore il mio riposo, d'interrompere
i grandi armamenti che fate contro la Francia, e di cessare da una
guerra, di cui ad alta voce si dà per causa visibile la religione,
e di cui si dice a bassa voce che il solo vostro amore per me ne
è la causa nascosta. Questa guerra può cagionare non solo per la
Francia e per l'Inghilterra grandi catastrofi, ma anche per voi,
milord, delle disgrazie di cui non saprei mai consolarmi.
«Vegliate sulla vostra vita, che viene minacciata, e mi sarà più
cara ancora dal momento che io non sarò più obbligata di vedere in
voi un nemico.
«_Vostra affezionata_
«ANNA»
Buckingham raccolse tutti i residui della sua vita per ascoltare questa
lettera; quando fu finita, come se egli si fosse ritrovato in un amaro
disinganno:
— Non avete voi nient'altro da dirmi a viva voce, Laporte? domandò egli.
— Sì, milord; la regina mi ha incaricato di dirvi che vegliate su voi,
perchè era stata avvisata che sareste assassinato.
— È tutto qui! tutto! ripetè Buckingham con impazienza.
— Mi aveva pure incaricato dirvi ch'essa vi ama sempre.
— Ah! fece Buckingham, lodato il cielo! la nuova della mia morte non le
giungerà dunque come quella di un estraneo.
Laporte si struggeva in lagrime.
— Patrick, disse il duca, portatemi il bauletto ove erano i puntali di
diamanti.
Patrick portò l'oggetto domandato, che Laporte riconobbe per aver
appartenuto alla regina.
— Ora la borsa di seta bianca ove sono le sue cifre ricamate in perle.
Patrick obbedì.
— Prendete, Laporte, disse Buckingham ecco i soli regali che io ebbi da
lei, questo bauletto d'argento, e queste due lettere. Voi restituirete
il tutto a Sua Maestà; e per ultimo ricordo... (egli cercava intorno a
se qualche oggetto prezioso.)... vi aggiungerete...
Egli cercava ancora; ma i suoi sguardi appannati per la vicina morte
non si abbatterono che sopra il coltello caduto dalle mani di Felton, e
fumante ancora del sangue vermiglio di cui era ricoperta la lama.
— E vi aggiungerete questo coltello, disse il duca stringendo la mano
di Laporte.
Potè ancora mettere la borsa nel fondo del bauletto d'argento, vi
lasciò cadere il coltello, facendo segno a Laporte che non poteva più
parlare; quindi, in un'ultima convulsione, che questa volta non ebbe la
forza di combattere, cadde dal sofà sul pavimento.
Patrick mandò un gran grido.
Buckingham volle sorridere un'ultima volta, ma la morte arrestò il
suo pensiero che rimase impresso sulle labbra e sulla fronte, come un
ultimo addio d'amore.
In questo momento giunse il medico del duca tutto affannato; egli era
già a bordo del vascello ammiraglio; furono obbligati di andarlo a
ritrovare là.
Si avvicinò al duca, prese la sua mano, la tenne per alcuni istanti fra
le sue e la lasciò ricadere.
— Tutto è inutile, diss'egli; è morto!
— Morto! morto! ripete Patrick.
A questo grido tutta la folla rientrò nella sala, e dappertutto non fu
più che costernazione e tumulto.
Tosto che lord de Winter vide Buckingham spirato, corse a Felton che i
soldati custodivano sempre sulla terrazza del palazzo.
— Miserabile diss'egli al giovane, che dopo la morte di Buckingham
aveva ritrovata quella calma e quel sangue freddo che non dovevano più
abbandonarlo. Miserabile! che hai tu fatto?
— Io mi sono vendicato, diss'egli.
— Taci? disse il barone, dì, che tu hai servito d'istrumento a quella
maledetta donna: ma io te lo giuro, questo delitto sarà il suo ultimo
delitto.
— Io non so che cosa v'intendete di dire, riprese tranquillamente
Felton; ignoro di che volete parlare, milord; io ho ucciso il duca
di Buckingham perchè ha rifiutato due volte a voi stesso di nominarmi
capitano; io l'ho punito della sua ingiustizia, ecco tutto.
De Winter stupefatto guardava i soldati che legavano Felton, e non
sapeva che pensare di una simile insensibilità.
Una sola cosa spandeva una nube sulla fronte di Felton; ad ogni passo,
ad ogni voce che udiva, l'ingenuo puritano credeva riconoscere il
passo e la voce di milady che venisse a gettarsi nelle sue braccia per
accusarsi e perdersi con lui.
Ad un tratto egli fremette, il suo sguardo si fissò sopra un punto
del mare che, dalla altezza ove era, ei dominava per intero; con
quello sguardo da aquila del marinaro, egli aveva riconosciuto là, ove
qualunque altro non avrebbe veduto che una barchetta fluttuare sulle
onde, la vela dello sloop, che si dirigeva verso le coste di Francia.
Egli impallidì, portò la mano sopra il suo cuore che si spezzava, e
comprese tutto il tradimento.
— Un'ultima grazia, diss'egli al barone.
— E quale? domandò questi.
— Che ora è?
Il barone cavò l'orologio.
— Nove ore meno dieci minuti, diss'egli.
Milady aveva affrettata la sua partenza di un'ora e mezzo: tosto che si
fece sentire il colpo di cannone che annunziava il fatale avvenimento,
essa aveva ordinato di levare l'ancora.
La barca vogava sotto un cielo azzurro ad una grande distanza dalla
costa.
— Dio lo ha voluto! disse Felton colla rassegnazione di un fanatico, ma
però senza poter staccare gli occhi da quello schifo, a bordo del quale
credeva senza dubbio distinguere il bianco fantasma di quella alla
quale aveva sacrificata la vita.
De Winter seguì il suo sguardo, esaminò il suo soffrire e indovinò
tutto.
— Ora sarai punito _solo_, miserabile disse il lord a Felton, che si
lasciava trasportare con gli occhi sempre rivolti al mare; ma io ti
giuro sulla memoria di mio fratello, che ho tanto amato, che la tua
complice non sarà salvata.
Felton abbassò la testa senza pronunciare una sillaba.
Quando a de Winter, discese rapidamente le scale e corse al porto.
CAPITOLO LX.
IN FRANCIA
Il primo timore del re d'Inghilterra, Carlo I, nel sapere questa morte,
fu che una così terribile notizia non scoraggiasse i Roccellesi.
Egli tentò, dice Richelieu nelle sue memorie, di nasconderla loro
il più lungamente possibile, fece chiudere tutti i porti del regno, e
prendendo somma cura che non uscisse alcun vascello fino a che l'armata
che Buckingham aveva preparata non fosse partita, e in mancanza di
Buckingham, s'incaricò egli stesso di sorvegliare la partenza.
Egli spinse il rigore di quest'ordine fino a ritenere in Inghilterra
l'ambasciatore di Danimarca che aveva preso congedo, e l'ambasciatore
ordinario d'Olanda, che doveva ricondurre nel porto di Flessigna le
navi delle Indie, che Carlo I, aveva fatto restituire alle Provincie
unite.
Ma siccome non pensò a dare quest'ordine se non che cinque ore dopo
l'avvenimento, vale a dire dopo le due pomeridiane, due navigli erano
già partiti dal porto: l'uno conduceva, come noi sappiamo, milady,
la quale, dubitando dapprima dell'avvenimento, fu poscia confermata
nella sua credenza vedendo la bandiera nera sventolare all'albero del
vascello.
In quanto al secondo bastimento, noi diremo più tardi chi portava e
come partì.
Frattanto non accadeva nulla di nuovo al campo della Rochelle. Il re
soltanto, che si annoiava fortemente, come, ma forse anche un poco più
di prima, risolse di andare incognito a passare la festa di S. Luigi
al castello di S. Germano, chiese al ministro di fargli preparare una
scorta di venti moschettieri. Il ministro che qualche volta era preso
dalla stessa noia, accordò con gran piacere questo congedo al suo
reale tenente, il quale promise di essere di ritorno verso il 13 di
settembre.
Il sig. de Tréville, prevenuto da Sua Eccellenza preparò la sua scorta,
e siccome, senza conoscerne la causa egli sapeva il vivo desiderio
ed anche l'imperioso bisogno che i suoi amici aveano di ritornare a
Parigi, li designò per far parte della scorta.
I quattro giovani seppero la notizia un quarto d'ora dopo dal sig. de
Tréville, perchè furono i primi ai quali la comunicò. Fu allora che
d'Artagnan apprezzò il favore, che gli era stato accordato dal ministro
facendolo passare ai moschettieri. Senza questa circostanza, egli
sarebbe stato costretto di restare al campo quando partivano i suoi
compagni.
Si vedrà più tardi che questa impazienza di ritornare verso Parigi
aveva per causa il pericolo che doveva correre la sig. Bonacieux,
nell'incontrarsi al convento di Béthune con milady sua mortale nemica.
Così, come da noi si disse, Aramis aveva scritto immediatamente a
Maria Michon, quella imbiancatrice di Tours, che aveva tante belle
conoscenze, affinchè ottenesse dalla regina l'autorizzazione alla
signora Bonacieux di uscire dal convento e di ritirarsi sia in Lorena
sia nel Belgio. La risposta non si era fatta aspettare, e otto o dieci
giorni dopo Aramis aveva ricevuto la seguente lettera:
«Mio caro cugino, ecco, l'autorizzazione di mia sorella per
ritirare dal convento di Béthune la piccola servente per la quale
pensate che l'aria di quei luoghi non faccia bene alla sua salute;
mia sorella v'invia questa autorizzazione con gran piacere, perchè
ama moltissimo questa giovane, alla quale si riserva di essere
utile per l'avvenire.
«Vi abbraccio.
«MARIA MICHON»
A questa lettera era congiunta l'autorizzazione conceputa in questi
termini.
«La superiora del convento di Béthune rimetterà nelle mani della
persona che le presenterà questo biglietto la novizia che era
entrata nel suo convento dietro una mia raccomandazione.
«Dal Louvre li 10 Agosto 1628.
«ANNA»
Si capirà facilmente, come queste relazioni di parentela fra Aramis e
una lavandaia, che chiamava la regina sua sorella, avevano divertito le
conversazioni dei nostri giovanotti; ma Aramis, dopo avere arrossito
due o tre volte fino nel bianco degli occhi, per i grossolani scherzi
di Porthos, aveva pregato i suoi amici di non ritornare più sopra
questo argomento, dichiarando che, se gli fosse stata detta una sola
parola di più, non avrebbe più impegnata sua cugina in questa specie di
affari.
Non si parlò dunque più di Maria Michon fra i quattro moschettieri, che
d'altronde avevano ciò che volevano, vale a dire l'ordine di levare
la signora Bonacieux dal convento delle Carmelitane di Béthune. È
vero che quest'ordine non serviva loro gran cosa fintantochè erano al
campo della Rochelle. D'Artagnan era sul punto di domandare al sig.
de Tréville un congedo, confidandogli bonariamente l'importanza della
sua partenza, quando gli fu trasmessa unitamente a' tre suoi compagni,
la notizia che il re stava per partire con una scorta di venti
moschettieri alla volta di Parigi, e che essi avrebbero fatto parte di
questa scorta.
La gioia fu grande. Si mandarono innanzi i lacchè coi bagagli, e si
partì il sedici alla mattina.
Il ministro accompagnò Sua maestà da Surgéres a Mauzes, e là, il re
ed il suo ministro presero congedo l'uno dall'altro colle più grandi
dimostrazioni di amicizia.
Frattanto il re, che cercava distrazioni, mentre camminava il più
presto che gli era possibile, poichè desiderava di essere a Parigi il
23, si fermava di tempo in tempo per veder volare le gazze, distrazione
il di cui gusto gli era stato in altri tempi ispirato da Luynes,
primo marito della signora de Chevreuse, e pel quale aveva sempre
conservata una grande predilezione. Sopra i venti moschettieri, sedici
si rallegravano ogni volta che accadeva questo bel passatempo; ma
quattro brontolavano alla meglio. D'Artagnan particolarmente soffriva
di continui rumori alle orecchie, che Porthos spiegava in questo modo:
— Una gran dama mi ha imparato che ciò vuol dire che si parla di voi in
qualche luogo. Finalmente la scorta traversò Parigi il 22 nella notte;
il re ringraziò il signor de Tréville e gli permise di distribuire dei
congedi per quattro giorni, a condizione che nessuno dei favoriti si
presentasse in luogo pubblico, sotto pena della Bastiglia.
I quattro primi congedi che furono accordati, come ciascuno può ben
pensare, furono ai nostri quattro amici; vi fu di più, Athos ottenne
dal signor de Tréville sei giorni invece di quattro, e fece mettere nei
sei giorni due notti di più; poichè partirono il 24 nella sera, e per
compiacenza pure del signor de Tréville il congedo, con una post-data,
era segnato il 25 nella mattina.
— Eh! mio Dio, diceva d'Artagnan, che come ognun sa non dubitava mai
di niente, mi sembra che noi ci prendiamo bene molti imbarazzi per una
cosa semplicissima: in due giorni, e facendo crepare due o tre cavalli
(poco m'importa, io ho del danaro), io sarò a Béthune, io rimetterò la
lettera della regina alla superiora, e ricondurrò il caro tesoro che
vado a cercare, non già nella Lorena, non già nel Belgio, ma a Parigi,
ove sarà meglio nascosto, particolarmente fino a tanto che il ministro
sarà alla Rochelle. Poi, una volta di ritorno dalla campagna, metà per
la protezione di sua cugina, metà in favore di ciò che abbiamo fatto
personalmente per essa, otterremo dalla regina tutto ciò che vorremo.
Restate dunque qui, non vi stancate con inutili fatiche, io e Planchet
bastiamo per una spedizione così semplice.
A queste parole Athos rispondeva tranquillamente:
— Noi pure abbiamo del denaro, perchè io non ho ancora bevuto del
tutto il residuo del diamante, e Porthos ed Aramis non ne hanno ancora
mangiata tutta la loro parte. Noi dunque faremo crepare tanto bene
quattro cavalli quanto uno. Ma pensate d'Artagnan, aggiunse egli con
voce così cupa che il suo accento fece fremere il giovane, pensate
che Béthune è una città ove il ministro ha dato appuntamento ad una
donna che, ovunque ella va, porta seco disgrazie. Se voi non aveste
a che fare se non che con quattro uomini, d'Artagnan, io vi lascerei
andar solo. Ma voi avete che fare con questa donna, andiamoci tutti e
quattro, e piaccia a Dio che, con i nostri servi, noi possiamo essere
in un numero sufficiente.
— Voi mi spaventate, Athos, gridò d'Artagnan; che cosa temete voi
dunque?
— Tutto, rispose Athos.
D'Artagnan esaminò il viso dei suoi compagni che, come quello di Athos,
portavano la impronta di una profonda inquietudine, e fu continuata
la strada al passo forzato dei loro cavalli, senza aggiungere una sola
parola.
La sera del 25, mentre entravano in Arras, d'Artagnan appena aveva
messo piede a terra davanti all'albergo dell'Orso d'oro per bere un
bicchiere di vino, un cavaliere uscì dal cortile della porta, ove aveva
cambiato il cavallo, partendo al gran galoppo e con un cavallo fresco
alla volta di Parigi. Al momento in cui passava dalla gran porta nella
strada, il vento aprì alquanto il mantello in cui era avviluppato,
quantunque fosse il mese di agosto, e alzò la falda del suo cappello,
che il viaggiatore ricalcò prestamente sulla sua fronte.
D'Artagnan che aveva lo sguardo fisso su quest'uomo, divenne
pallidissimo e lasciò cadere il suo bicchiere.
— Che avete, signore? disse Planchet. Oh! signori, accorrete; il mio
padrone si sente male.
I tre amici accorsero e ritrovarono d'Artagnan che invece di sentirsi
male, correva al suo cavallo. Essi lo fermarono sulla soglia della
porta.
— Ebbene! dove diavolo vai tu dunque così? gli gridò Athos.
— È lui! gridò d'Artagnan pallido per la collera e col sudore alla
fronte, lasciatemi, che io lo raggiunga.
— Ma chi? gli domandò Athos.
— Lui! quell'uomo!
— Qual uomo?
— Quell'uomo maledetto, il mio cattivo genio, che ho sempre veduto
quando sono stato minacciato da qualche disgrazia, colui che
accompagnava l'orribile donna quando la incontrai per la prima volta,
colui che cercava quando provocai l'amico Athos, colui che ho veduto la
mattina stessa del giorno in cui la sig. Bonacieux fu rapita, l'uomo di
Méung infine; io l'ho veduto, è lui! l'ho riconosciuto quando il vento
ha mezzo aperto il suo mantello.
— Diavolo? disse Athos pensieroso.
— In sella! signori, in sella perseguitiamolo, e lo raggiungeremo.
— Mio caro, disse Aramis, pensate che egli va alla parte opposta a
quella ove andiamo noi, che egli ha un cavallo fresco e che i nostri
sono stanchi, che per conseguenza noi faremo crepare i nostri, senza
neppure aver la fortunata combinazione di raggiungerlo.
— Eh! signore gridò uno stalliere correndo dietro lo sconosciuto, eh,
signore, eh!
— Amico mio, disse d'Artagnan, una mezza doppia per quel pezzo di
foglio.
— In fede mia, signore, con tutto il piacere; eccolo.
Lo stalliere, contento della buona giornata che aveva fatta, rientrò
nel cortile dell'albergo.
D'Artagnan spiegò il foglio.
— Ebbene? domandarono i suoi amici accostandosi a lui.
— Niente altro che una parola! disse d'Artagnan.
— Sì, disse Aramis, ma questa parola è il nome di una città.
— «Armentières» lesse Porthos, Armentières? non so che cosa sia.
— Questo è il nome di una città ed è scritto di sua mano! gridò Athos.
— Andiamo, andiamo, custodiamo gelosamente questo foglio, disse
d'Artagnan; forse non ho male spesa la mia ultima doppia. A cavallo,
amici miei, a cavallo!
E i quattro compagni si slanciarono al galoppo sulla strada di Béthune.
CAPITOLO LXI.
IL CONVENTO DELLE CARMELITANE DI BÉTHUNE
I grandi delinquenti portano seco una specie di predestinazione che
loro fa sormontare tutti gli ostacoli e scampare da tutti i pericoli,
fino a che giunge il momento, in cui la Provvidenza stancata ha
designato lo scoglio contro cui debbono infrangersi.
Era così di milady. Ella passò attraverso i navigli delle due nazioni
che incrociavano i mari, e giunse a Boulogne senza alcun accidente.
Sbarcando a Portsmouth, milady era un'Inglese che le persecuzioni della
Francia scacciavano dalla Rochelle. Sbarcando a Boulogne, dopo due
giorni di traversata, essa si fece credere una Francese che gl'Inglesi
perseguitavano per l'odio che avevano contro la Francia.
Milady d'altronde aveva il più efficace dei passaporti, la bellezza
e la generosità con la quale spendeva le sue doppie. Superate le
formalità di uso per mezzo di un sorriso affabile e di maniere eleganti
presso un governatore che le baciò la mano, essa non si fermò a
Boulogne se non che il tempo necessario per mettere alla posta una
lettera così concepita.
A Sua Eccellenza il duca di Richelieu, al campo davanti la Rochelle.
«Vostra Eccellenza si tranquillizzi, Sua Grazia, il duca di
Buckingham, non partirà più per la Francia.
«Boulogne 25 la sera.
«MILADY DI ***»
«P. S. secondo il desiderio di Vostra Eccellenza, io mi porto
al convento delle Carmelitane di Béthune, ivi aspetterò i suoi
ordini.»
Effettivamente, la stessa sera, milady si mise in viaggio; la notte la
sorprese; si fermò e dormì in un albergo, poi l'indomani a cinque ore
del mattino partì, e tre ore dopo giunse a Béthune.
Essa si fece indicare il convento delle Carmelitane e tosto vi entrò.
La superiora le venne incontro, milady mostrò l'ordine del ministro,
l'abbadessa le fece dare una camera e la fece servire della colezione.
Tutto il passato si era cancellato agli occhi di questa donna, e collo
sguardo fisso verso l'avvenire, essa, non vedeva che l'alta fortuna che
le riserbava il ministro, che era stato così fortunatamente servito,
senza che il suo nome fosse mischiato in niente in questo sanguinoso
affare. Le passioni sempre nuove che la consumavano davano alla sua
vita l'apparenza di quelle nubi che salgono al cielo, riflettendo ora
l'azzurro, ora il fuoco, ora il nero della tempesta e che non lasciano
altre tracce se non che le devastazioni e la morte.
Dopo la colezione, l'abbadessa venne a farle la sua visita. Nel
chiostro vi sono poche distrazioni, e la buona superiora aveva fretta
di fare la sua conoscenza colla nuova pensionaria.
Milady voleva piacere all'abbadessa. Ciò era cosa facile a questa donna
effettivamente superiore: essa tentò di essere amabile, e fu graziosa,
seducendo la superiora colla sua conversazione così variata e colle sue
grazie sparse in tutta la persona.