Tutto ciò è così vero che se voi leggete qualche trattato teorico di

diritto civile, vedrete che ogni tanto si cerca di giustificare qualche

strappo ai severi principii giuridici con il pretesto dell’utilità

sociale. Ne demmo più di un esempio e volendo molti altri potremmo

darne: il legislatore si spaventa ogni tanto di qualche mostruosa

conseguenza dei principii giuridici e allora froda per un momento la

scienza che ne guida la mente. Ma non è questa la prova più bella

che quei principii giuridici sono spesso assolutamente fallaci e

pericolosi? Che diritto è mai questo, le cui ragioni ideali devono

essere ogni tanto violate per _utilità sociale_? Ma che altro è il

diritto, quando non è una cristallizzazione d’idee trapassate, quando

è cosa vivente, se non, per così dire, l’utilità sociale organizzata?

E come possono chiamarsi giuridici dei principii che, applicati

interamente, produrrebbero scandali e rovine? Se ciò è possibile,

nessun dubbio può sussistere che la funzione giuridica non è, almeno in

tutte le sue parti, regolare e fisiologica.

Eccolo adunque, un altro danno della civiltà, in questa trasformazione

del principio e della regola giuridica in simbolo mistico; e nella

straordinaria forza di conservazione che esso, come tutti i simboli

mistici, prende allora. Si pensi infatti che nei periodi più rozzi

e meno civili della storia di Roma, nei periodi più antichi, ferveva

nel seno della città un lavorio continuo, che elaborava e quasi direi

ribolliva continuamente il diritto, trasformandolo e riadattandolo

continuamente: ora da molti secoli non si ha nell’Europa civilissima

più nessuna idea di un somigliante lavoro. Noi siamo ancora in

ginocchio, in adorazione davanti alle formole ultime del Diritto

romano, che non sono se non l’esperienza giuridica di quel gran popolo

cristallizzata: da allora in poi l’uomo ha fatto solo pochi e minimi

tentativi per riplasmare ai nuovi bisogni il più importante degli

elementi sociali; e questo gigantesco simbolo mistico che è il diritto,

continua a dominare cieco e immutabile e a far vittime più numerose

che la religione in mezzo alla vita civile moderna. Si direbbe che la

società europea non si è potuta sviluppare così straordinariamente, se

non con l’atrofia di uno degli organi suoi più importanti.

E il fatto che le ultime conclusioni del Diritto romano si siano

trasformate in un vero simbolo mistico, mercè l’arresto ideo-emotivo,

ci spiega perchè il Diritto romano si sia diffuso dovunque, nei paesi

e civiltà più differenti, come recentemente in Germania. Siccome

l’arresto ideo-emotivo è una legge generale della psiche umana, e

siccome il Diritto romano con il gran numero delle sue regole generali

bene elaborate può meglio di ogni altro favorire il processo di

arresto, per questa sua capacità a favorire una delle tendenze più

forti dell’uomo si è diffuso dappertutto. L’universalità del Diritto

romano è un carattere di decadenza e di vecchiaia e non di eccellenza;

rassomiglia alla enorme diffusione della formalistica religione

cattolica, che può avere tanto più numerosi credenti, in quanto essa

non pretende che l’osservanza di alcune pratiche senza ragione. Una

religione spirituale non potrebbe avere che un pubblico molto più

ristretto, solo in coloro al cui carattere fosse conveniente lo spirito

di quella fede.

E non si dica che in questa applicazione letterale della legge non si

ha da vedere che un effetto del comando della legge: la legge non fa

qui che favorire con le sue disposizioni una tendenza umana, ma il suo

comando riesce ad essere obbedito appunto perchè trova già ben disposta

verso di sè la natura dell’uomo. Giacchè si capirebbe che i magistrati,

il cui dovere professionale fosse quello di applicare letteralmente

una legge, si attenessero strettamente al loro mandato: ma dovrebbero,

se veramente ciò non fosse che l’effetto di una costrizione legale,

far sentire il loro malcontento, la ribellione della loro coscienza

costretta a sancire tutti i giorni l’ingiustizia in nome di un codice

che vorrebbe essere il gran libro della giustizia. Invece accade

tutto il contrario: quel modo abbreviato o meno faticoso di concepire

e sentire il diritto è così rispondente alle più intime tendenze

dell’uomo, che in breve la mente ci si abitua così perfettamente da

essere incapace quasi di concepirlo e sentirlo diversamente, con i

processi più faticosi e più perfetti, con cui lo sente l’uomo che non

fa professione di giurista. Io sono sicuro che lette da magistrati

ed avvocati queste pagine desteranno in quasi tutti lo scandalo come

di una volgare profanazione dei principii più alti della scienza

giuridica. E ricordo anche la meraviglia, lo stupore che invadeva noi

tutti quando cominciavamo gli studi di leggi, a vedere le singolari

applicazioni dei principii giuridici, fatte in certi processi, la cui

soluzione ci era detta da un illustre maestro pienamente giuridica,

ma che a noi ignoranti strappava grida di indignazione; eppure quegli

stessi giovani che nei primi tempi trasalivano così vivacemente,

dopo due o tre anni di studi giuridici trovavano assai più normale

la cosa: oggi quelli datisi alle professioni o alla magistratura, si

saranno così bene avvezzati a quei processi mentali abbreviati, da

trovarvisi pienamente a loro agio. Se così non fosse, già da un pezzo

dovrebbe essere scoppiata tra gli uomini di legge e specialmente tra i

magistrati una ribellione così violenta, che di tutto l’edificio della

scienza e della pratica giuridica non sarebbe rimasto in piedi nemmeno

una pietra. Invece chi sa quale sforzo sarà necessario per ottenere

dei piccoli ritocchi, che a poco a poco lo migliorino, sino a renderlo

abitabile dai popoli moderni, che in quello che doveva essere il loro

riparo hanno trovato il loro massimo tormento.

Invece nessuno protesta perchè i magistrati potrebbero, a ragione,

ripetere quel latino del _Digesto_, che con una ingenua sincerità

descrive il fenomeno dell’arresto ideo-emotivo, che negli ultimi tempi

del Diritto romano si era già, come ai nostri tempi, prodotto: _Non

omnium quae a majoribus constituta sunt ratio reddi potest, et ideo

rationes eorum quae constituuntur inquiri non oportet: alioquin multa

ex his quae certa sunt subvertuntur_ (L. 20 e 21, _D. de legibus_).

Da questi rapidi cenni, che spero potrò in avvenire sviluppare

in un lungo e compiuto lavoro[164], si comprende che l’avvenire

della giustizia e delle istituzioni giudiziarie è nella abolizione

dei codici, nell’abbandono di quei principii giuridici che sono

generalizzazioni pericolose e causa determinante di arresti

ideo-emotivi; nella istituzione di arbitrati, composti di persone

oneste e intelligenti, incaricate di giudicare _ex aequo et bono_,

appellandosi non all’autorità dei padri nostri, ma all’autorità della

loro coscienza: forse anche è nell’abolizione della professione di

magistrato e in una scelta svariata e spesso rinnovata di arbitri tra

persone intelligenti, istruite, integre, che di solito attendano a

diverse occupazioni perchè la costituzione di una classe di magistrati

favorisce l’arresto ideo-emotivo professionale. In ogni modo, poichè

il pericolo più grave per la retta funzione della giustizia, sta nel

prodursi di questo arresto, la norma e lo scopo supremo di tutte le

riforme dovrà essere di impedire meglio che si può che per una ragione

o per un’altra l’arresto ideo-emotivo si produca in coloro che sono

incaricati di amministrare la giustizia.

Allora forse nessun pessimista potrebbe più ripetere a vergogna e a

condanna della società moderna, gli amari versi che Goethe fa dire da

Mefistofele a Faust:

Es erben sich Gesetz’ und Rechte

Wie eine ew’ge Krankheit fort;

Sie schleppen von Geschlecht sich zum Geschlechte,

Und rueken sacht von Ort zu Ort.

Vernunft wird Unsinn, Wohlthat Plage;

Weh dir dass da ein Enkel bist!

Von Rechte, das mit uns geboren ist,

Von dem ist leider! nie die Frage.

INDICE DEGLI AUTORI E DELLE RIVISTE

CITATI NELL’OPERA

Alongi, _Pag._ 112

_Arch. di psich. e scienze penali_, 113

Ardigò, 68, 86, 133

Ascoli, 40

Bancroft, 33

Bastian, 38, 49

Beaumanoir, 26

Beaunis, 8, 12

Bertillon, 33, 34, 35, 87

_Bibbia_, 27, 33, 92

Binet, 9, 10, 11, 91

_Bollett. della Società Geografica_, 23

Bopp, 44

Bouche, 11, 36, 37, 48, 101

Bourget, 72

Bukle, 37, 82

Buonamici, 64

Carle, 15

Carlyle, 46

_Chronicon cassinense_, 27

Colini, 23

Confucio, 34

_Cout. du Nivernais_, 29

Cox, 46

De Sarlo, 3

_Digest of hindu law_, 23

Diodoro Siculo, 25

Donnat, 25

Dowling, 37

Draper, 95

Ducange, 23, 39, 75

Dugmore, 61

Earle, 59

Eisenhart, 45

Ellis, 67

Erodoto, 48

Espinas, 4, 12

Feré, 9

Ferrero, 24

Floquet, 80

Galland, 39

Garlanda, 1, 40

Garrik Mallery, 73

Gianturco, 56

Goethe, 46, 133

Gregorio di Tours, 19, 37

Grimm, 26, 45

Guyau, 84, 85, 87

Hartmann, 3, 84

Houard, 22, 57

Howitt, 23

Kemble, 5

Krafft-Ebing, 11, 72

Krapotkine, 98

_Jih-King_, 34

Joinville, 38, 66

Joly, 40

_Journal asiatique_, 34

_Journal du Palais_, 129

Lanoye (De), 35

Lefèvre, 48, 89

_Leges Wallicae_, 39

Lenormant, 40, 44

Letourneau, 1, 20, 25, 26, 33, 59, 60

Lewes, 47

_Lex Wisig._, 45

_Lombardia_, 127

Lombroso, 7, 12, 72, 107, 113

Loria, 55, 93

Macpherson, 22

Maine (S), 26, 30, 53, 65, 122

Marzolo, 13, 14, 20, 32, 33, 40, 41, 44, 49, 50, 73, 75, 88, 89,

91, 93

Massenat, 40

Maudsley, 12

Mayer, 55

Meichelbeck, 66

Michelet, 38, 97

Modigliani, 38

Moerenhout, 59

Mommsen, 53

Monstrelet, 80

Montaigne, 115

Morgan, 27

Morselli, 113

Mouske, 27

Muirhead, 54, 64

Müller (Friedrich), 73

Müller (Max), 46

Neugart, 66

Niblack, 87

Offner, 14

Ottolenghi, 12

_Pandette_, 23, 26, 132

Pausania, 47

Post, 23, 26

Presles (R. de), 97

Ratzel, 60

Reclus, 24, 25

Remusat, 34

_Revue philosophique_, 8, 11

_Revue politique et littéraire_, 87

_Revue scientifique_, 24, 42

Reymond, 70

Ribot, 2, 42

Ricci, 125

Richet, 3, 12

Ried, 66

Romanes, 40

Rotari, 29

Rousseau, 115

Salvioli, 22, 91

Schliemann, 29

_Société nouvelle_, 98

Sohn, 20

Spencer, 2, 4, 6, 20, 22, 28, 37, 41, 54, 55, 67, 71, 78, 84, 94,

98, 120

Steinthal, 41

Stendhal, 9

Strabone, 25

Taine, 19

Tanzi, 89

Trezza, 46

Tylor, 48, 72

Valdata, 127

Vignoli, 44

Wace, 38

Walch, 66

Wenk, 66

Wundt, 14

INDICE

_Dedica_ _Pag._ V

_Prefazione_ » VII

_Introduzione:_ La legge del minimo sforzo e la inerzia

mentale » 1

PARTE I.

Fisio-psicologia del simbolo.

CAPITOLO

I. — Simboli di prova » 17

II. — Simboli descrittivi » 32

III. — Simboli di sopravvivenza » 52

IV. — Simboli di riduzione » 70

V. — Simboli emotivi » 77

VI. — Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo

ed ideo-emotivo » 83

VII. — Atavismo e patologia del simbolo » 107

PARTE II.

Applicazioni psico-sociologiche.

CAPITOLO UNICO. — Il simbolo nel diritto moderno » 119

Indice degli Autori e delle Riviste citati nell’Opera » 135

NOTE:

[1] GARLANDA, _La filosofia delle parole_. — Roma, 1890.

[2] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884,

lib. III, cap. X.

[3] Vedi riguardo a questi piaceri, SPENCER, _Les bases de la morale

évolutionniste_. — Paris, 1889, cap. IX.

[4] SPENCER, op. cit.

[5] RIBOT, _La psychologie de l’attention_. — Paris, 1889.

[6] RICHET, _L’homme et l’intelligence_. — Paris, 1884.

[7] L’importanza di questo lato della questione fu vista

dall’Hartmann, il celebre pessimista tedesco; il capitolo

_L’inconscio nell’intelligenza_ della sua opera _Philosophie des

Unbewusten_, Berlin, 1872, per quanto imbevuto ancora di metafisica, è

importantissimo. Vedi anche il bel lavoro del DE SARLO, _L’inconscio in

patologia mentale_, Reggio d’Emilia, 1892.

[8] ESPINAS, _Des sociétés animales_. — Paris, 1878.

[9] SPENCER, _Principes des psychologie_. — Paris, 1874, parte II, cap.

VII; parte IV, cap. VII.

[10] KEMBLE, _The Saxons in England_, II, 105, in SPENCER, op. cit.

[11] SPENCER, _Principes de sociologie_. — Paris, 1882, vol. III, P.

IV, cap. IV; P. V, cap. XVI.

[12] Il merito di avere introdotto il concetto dell’inerzia

nella psicologia spetta, come è noto, al LOMBROSO, che se ne

servì per spiegare l’innato conservatorismo dell’uomo. È una idea

straordinariamente feconda e capace delle più svariate applicazioni: io

ne tento, in questo lavoro, una nuova.

[13] BEAUNIS, _Physiologie_, 2ª ediz., pag. 1351.

[14] BEAUNIS, _L’expérimentation en psychologie par le somnambulisme

provoqué_, nella _Revue philosophique_, agosto, 1885.

[15] Vedi, sull’influenza della musica, le originali osservazioni di

STENDHAL, _Physiologie de l’amour_, che notò sopra di sè come essa

rinforzi il tono di qualsiasi sentimento si trovi per il momento nella

psiche. Così, quando egli era innamorato, la musica lo rendeva più

innamorato ancora; una volta che pensava ad armare una spedizione per

la Grecia, raddoppiò in lui l’alacrità e l’entusiasmo.

[16] FERÉ, _Sensation et mouvement_. — Paris, 1887.

[17] BINET, _Études de psychologie expérimentale_. — Paris, 1883.

[18] BOUCHE, _La Côte des Esclaves et le Dahomey_. — Paris, 1885.

[19] Vedi su questo feticismo normale dell’amore BINET, _Le féticisme

dans l’amour_ (_Revue philosophique_, agosto, 1887) e KRAFFT-EBING,

_Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1887.

[20] OTTOLENGHI e LOMBROSO, _Nuovi studi sull’ipnotismo e sulla

credulità_. — Torino, 1889.

[21] MAUDSLEY, _L’esprit et le corps_.

[22] Op. cit. — Vedi anche, su questo argomento, i numerosi fatti

portati dal RICHET, _L’homme et l’intelligence_, Paris, 1884, nello

studio: _Le somnambulisme provoqué_.

[23] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.

[24] Vedi su questa ipotesi che riduce la sensazione e gli altri

processi psichici a un movimento molecolare, gli studi principali

di psicofisica, specialmente i tedeschi. MÜNSTERBERG, _Beitrage zur

experimentelle Psychologie_, I, 129; VUNDT, _Essays_, IV; GEHIRN UND

SEELE, p. 118, _Physiol. Psychologie_, II, 204. — Ora questa ipotesi

(ammessa e nello stato presente della scienza, non si può a meno di

ammetterla) questa teoria, che riconduce il processo dell’associazione

mentale ai fenomeni dell’inerzia, è più che giustificata. Quando

infatti due stati di coscienza sono percepiti contemporaneamente,

ciò significa, secondo il Münsterberg, che due gruppi gangliari del

cervello sono nello stesso tempo eccitati, ed è secondo lo psicologo

tedesco legittimo supporre che si stabilisca tra i due punti eccitati

una specie di via di comunicazione, attraverso la quale le due

eccitazioni, che non sono che movimenti molecolari, tenderebbero

a equilibrarsi. Quando poi solo uno dei due gruppi è in seguito

rieccitato, una debole corrente di movimento molecolare per la via di

comunicazione già aperta andrebbe ad eccitare l’altro (MÜNSTERBERG,

op. cit. — OFFNER, _Ueber die Grundformen der Vorstellungsverbindung_,

Marburg, 1892).

[25] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.

[26] Così i Romani, come vedremo, quando sostituirono al governo a

vita (monarchia) il governo a tempo (repubblica) credevano che tutti

i poteri del re, spettassero ancora al pretore, anche quelli che

contrastavano alla temporaneità ed elettività della carica.

[27] Lo stesso si dica della teoria che, quando questo lavoro in

proporzioni più modeste fu discusso come tesi, mi fu opposta dal

prof. Carle: che cioè i simboli sono dovuti sopratutto alla vivace

fantasia dell’uomo primitivo. Si è ripetutamente accennato, da molti

scrittori, a questa vivacità infantile della fantasia umana, ma

senza darne documenti sicuri; anzi dopo gli studi dello Spencer e del

Guyau è lecito supporre invece che il selvaggio sia poverissimo di

immaginazione e che la fantasia vivace sia piuttosto il privilegio

delle grandi intelligenze, di Dante, di Shakspeare, di Newton, di

Darwin, che non delle intelligenze rudimentali.

[28] Vedi, per es., i singolari costami degli eroi di Omero (Ulisse

in specie), che spesso sono i costumi di veri furfanti; i non rari

poco ingenui contratti che si trovano nella Bibbia; le esperienze

della doppiezza selvaggia fatte dai viaggiatori, da Cook in Australia,

da Stanley e da Schweinfurth in Africa, nonchè dalla nostra politica

coloniale in Abissinia. I libri poi di etnografia sono pieni di fatti

e prove in proposito. Si dice che nei popoli tedeschi invece l’onore

fosse quasi una religione e anche il Taine l’asserì (TAINE, _Histoire

de la littérature anglaise_, Paris, 1886, vol. I, cap. 1); ma chi

ha letto nel libro di GREGORIO DI TOURS, _Historia Francorum_, un

contemporaneo dell’invasione dei Franchi nella Gallia, i caratteristici

aneddoti sulla perfidia dei capi, può dubitare che anche gli antichi

popoli germanici fossero davvero migliori, sotto questo rispetto, che

la maggior parte dei loro confratelli in umanità.

[29] Riguardo all’imprevidenza dell’uomo primitivo, vedi SPENCER,

_Princ. de sociol._, vol. I. — LETOURNEAU, _La sociologie d’après

l’ethnographie_, Paris 1884, pag. 562: «Per prevedere bisogna esser

capace di osservazioni, di attenzione, saper raggruppare e paragonare

i fatti, dedurre l’avvenire dal presente e dal passato. Ma l’uomo

inferiore non sa osservare che in un campo ristretto, è scosso

solo da quanto ha rapporto con i suoi bisogni più urgenti, la sua

memoria è corta e il passato vi si cancella presto». E che per l’uomo

primitivo il passato e il futuro fossero idee vaghe e indeterminate,

lo prova l’etimologia: il greco Ἠρι = domani è la stessa parola che

l’_Heri_ latino, che significa ieri; quindi come osserva profondamente

il Marzolo, doveva esprimere in origine vagamente un tempo fuori

dell’attuale, senza determinazione di passato o di futuro. Ora, con

così vaga nozione dell’avvenire, è impossibile contrattare per un

tempo futuro. Nei bambini poi noi possiamo osservare quella incapacità

di godere idealmente della proprietà, che dovè esser comune un tempo

a tutti gli uomini primitivi. Quando regalate loro un giuocattolo lo

portano con sè da per tutto, a tavola, a passeggio, al teatro. Chi non

ha visto una bambina addormentarsi con la bambola nuova tra le braccia?

Quando li lasciano è segno che se ne sono stancati, o che anche quella

sorgente di piacere è inaridita. Di più, se promettete loro qualche

cosa, la vogliono immediatamente, e si mettono a piangere se debbono

aspettare.

[30] SALVIOLI, _Manuale del diritto italiano_. — Torino, 1890.

[31] MACPHERSON, _Report upon the Khonds of Ganjan and Cuttack_. —

Calcutta, 1842.

[32] SPENCER, _Princ. de sociologie_. — Paris, 1883, vol. III.

[33] HOUARD, _Anciennes lois franc._, I, pag. 101.

[34] Vedi in DUCANGE, _Anaticla_, I, 415.

[35] _Digest of Hindu Law_, II, 488.

[36] Vedi POST, _Studien zur Entwickelungsgeschichte des

Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig, 1890, e il lucido riassunto

del COLINI (Un libro del dottor POST sullo sviluppo del diritto di

famiglia) nel _Bollettino della Società Geografica_, marzo, 1891.

[37] HOWITT, _Trans. R. Soc. Victoria_, pag. 118, in Colini.

[38] G. FERRERO, _L’atavisme de la prostitution_, in _Revue

scientifique_, 30 luglio 1892.

[39] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885.

[40] LETOURNEAU, _L’évolution du mariage et de la famille_. — Paris,

1888.

[41] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885, pag. 240.

[42] Vedi intorno a questo fenomeno e le sue cause LETOURNEAU,

_L’évolution de la famille et du mariage_, Paris, 1888. — SUMNER MAINE,

_Études sur les institutions anciennes_, Paris, 1884. — A. H. POST,

_Studien zur Entwizelung der Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig,

1890.

[43] GRIMM, _Deuts. Rechtsalther_, pag. 155.

[44] BEAUMANOIR, _Cout. de Beauvoisis_, cap. XVIII.

[45] GRIMM, _Poesie in Rechte_, § 6.

[46] _Il libro di Ruth_, III, 9.

[47] L. H. Morgan, _Ancient Society_. — London, 1877, pag. 80-81.

[48] _Chron. Cassin._, II, 39.

[49] SPENCER, _Princ. de sociol._, vol. III. — Paris, 1883.

[50] Si ricordi il palazzo di Tirinto, scoperto dallo Schliemann,

chiuso da robustissime porte, accanto a cui si vedono ancora i posti

delle guardie, e da cui era impossibile uscire senza il permesso del

signore. — Vedi SCHLIEMANN, _Tyrinthe_, Paris, 1886.

[51] LEG. WILLEM, _Noth. reg. Angl._, cap. LXV.

[52] ROTARI, cap. 224.

[53] _Cont. du Nivernais_, t. II, pag. 134.

[54] SUMNER MAINE, _Études sur l’histoire des institutions primitives_.

[55] L. 5, § 10, _D. de oper. novi nunt_. — L. 20, § 1, _D. quod vi aut

clam_.

[56] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.

[57] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1883.

[58] BANCROFT, _The native races_, etc.

[59] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884.

[60] _Numeri_, XV, 37, 38.

[61] MARZOLO, _Saggio_, ecc.

[62] A. DE REMUSAT, _Recherches sur les langues tartares_, pag. 65.

[63] BERTILLON, op. cit.

[64] _Journal Asiatique_, aprile-maggio 1868.

[65] _Giosuè_, IV, 6-7.

[66] DE LANOYE, _L’homme sauvage_. — Paris, 1873, pag. 41.

[67] BOUCHE, op. cit.

[68] I ladri sanno ancora sfruttare questo ferravecchio della storia

della civiltà. Una loro forma di furto è quella di rubare in un club

o in altro luogo, per es. il cappotto di una persona, di andare a

casa sua e di inventare, che sono mandati dal padrone per prendere o

una somma di denaro o qualche oggetto prezioso: la prova della loro

missione sta appunto nel cappotto o altra cosa della persona, che essi

hanno tra le mani.

[69] Sull’origine di questi simboli non parlo, perchè la questione

è stata già risolta dallo SPENCER, _Principes de sociologie_, vol.

III, parte I. Io quindi mi sono ristretto a studiare l’uso fatto dei

simboli, supponendone già nota al lettore la genesi.

[70] BOUCHE, op. cit.

[71] GREG. TURON, VII, 3.

[72] Si dirà che nel Medio-Evo si conosceva ben la scrittura. È vero:

ma non basta possedere uno strumento, bisogna anche comprenderlo,

conoscerlo bene e saperne usare; ora, nel Medio Evo la scrittura era

uno strumento troppo complicato, perchè data la condizione generale

della coltura, il suo uso potesse essere diffuso; era una tradizione

della civiltà romana conservata, come tante altre, da un piccolo

gruppo di persone, che quasi sempre furono i religiosi. «Durante

molti secoli, scrive il BUKLE, fu raro il veder un laico che sapesse

leggere o scrivere» (_Histoire de la civilisation en Angleterre_,

vol. I, pag. 348, Paris, 1881); e il DOWLING (_Introduction to the

Critical Study of ecclesiastical History_, 1838, pag. 56): «Gli

scrittori erano quasi tutti ecclesiastici, e la letteratura null’altro

che un esercizio religioso». Così i re merovingi non sapevano

scrivere. Carta e inchiostro furono nel Medio Evo oggetti rarissimi;

la carta, specialmente dopo che le invasioni saracene nella Sicilia

resero difficili le comunicazioni con l’Egitto; i monaci dovettero

inverniciare i loro codici per scrivervi su i loro salmi; e il Petrarca

non trovò, più d’una volta, in città considerevoli della Francia,

una goccia d’inchiostro per copiare codici latini. Di più, tanto è

vero che la scrittura era poco capita in quei tempi, che noi troviamo

certi manoscritti medioevali (es., parecchi del Sachsenspiegel), in

cui sono intercalate figure che illustrano il testo e ne agevolano la

comprensione, formando una vera mescolanza di scrittura e pictografia,

quale noi la troviamo nei libri dei Batacchi (BASTIAN, _Der Mensch in

der Geschichte_, Leipzig, 1861, vol. I. — MODIGLIANI, _Tra i Batacchi

indipendenti_, Roma, 1893).

[73] MICHELET, _Les origines du droit français cherchées dans les

symboles et d’après les formules du droit universel_. — Paris, 1892.

[74] Questa connessione è rivelata dalla parola gallese _maes_, che

significa _ager_ e _curia_ (Vedi _Leges Wallica_e, II, 10, 11, 12).

[75] DUCANGE, _Investitura_, 1535. — GALLAND, _Franc-allen_, XX, 340.

I simboli · 第 11 / 12 段