ritorna nei criminali, che tanto hanno di atavico nel loro carattere.
Essi esprimono in certi momenti il loro pensiero con la figura,
come hanno dimostrato specialmente que’ Palimsesti del carcere così
genialmente raccolti dal Lombroso. Uno per manifestare il proposito
di suicidarsi, disegna rozzamente un uomo appiccato alle sbarre
del carcere. Un altro, complice in una grassazione, ricama sopra
un panciotto una scena che doveva essere secondo lui una difesa
pictografica, perchè con essa pretendeva di essere assolto: un terzo
figurava il complice che ruba l’orologio, il derubato che fugge e
sè stesso che non ha se non la catena; in alto disegna gli stivali
come firma professionale del suo mestiere. C. L. sopra un vaso incide
rozzamente un grassatore, forse lui stesso, che svaligia un passeggero
dopo avergli pranzato assieme; e l’arresto del reo, mentre passeggia
con la valigia. Troppmann, come è noto, fece un disegno in cui
rappresentava il suo delitto, sebbene egli fosse letterato e poeta. In
un altro vaso un gobbo fa la storia dei suoi amori con due donne che
ingravida e che risentitesene ricorrono al tribunale.
Anche il tatuaggio è quasi sempre pictografico: sono o figure reali
di oggetti o di una loro parte o figure ricavate da metafore in uso
nel linguaggio, che riportano qualche idea a un oggetto materiale; o
figure che per associazione ricordano un dato oggetto o persona. Così
un criminale che si era tatuato la propria storia sul corpo, ricordò
l’amante disegnando un cuore; le guardie e i propositi di vendetta
contro di esse con un elmo; un amico abile suonatore di chitarra con
un liuto; la nave su cui fece naufragio con un’ancora; il suo trapasso
dall’esercito dei delinquenti in quello della polizia con una corona
reale, segno del potere politico. Un altro porta sul braccio destro,
2 colombe, emblema di amor puro (figure ricavate da metafore del
linguaggio) — una sirena — le iniziali del suo nome e di quello del suo
amante — un selvaggio, ricordo del suo soggiorno in Africa — una donna,
vestita da saltimbanco, con una colomba nella mano destra, ricordo
della sua terza amante — le insegne del suo mestiere di fabbro — un
tabernacolo: sul braccio sinistro, due lottatori, ricordo del tempo in
cui fu saltimbanco — la testa di uno zuavo (ricordo della legione).
Questa tendenza è indubbiamente atavica e costituisce un ritorno a
sistemi di segni perduti, che è forse favorito da alcuni caratteri
speciali dei criminali. In costoro le passioni sono violente e perciò
la parola è uno strumento troppo astratto perchè renda l’intensità
dei sentimenti e delle idee eccitate da coteste passioni. Di più,
siccome i criminali sono gente fuori della società, le cui passioni ed
idee sono per dir così sempre solitarie e non possono trovare accordo
e simpatia con le idee e sentimenti altrui, anche il mezzo con cui
esprimono questo stato di anima deve essere speciale, non quello che
serve a esprimere le idee comuni di tutti gli altri. La pictografia è
spesso una specie di crittografia del criminale con se stesso; un modo
con cui egli fissa le idee e i ricordi suoi, che altri non possono
e non debbono conoscere, che egli tiene tutte per sè in una maniera
conosciuta da lui solo. Così uno che portava tatuato sul braccio un
gruppo di Salomone, una sirena e una croce, spiegava il tatuaggio
così: L’uno lo tengo per ricordarmi quando fui nel 1879 carcerato per
assassinio in Egitto; la sirena con un’ancora, per ricordarmi che fui
condannato a 3 anni di carcere a Costantinopoli; la croce feci per non
tornare in carcere, ma inutilmente. E un camorrista per riattizzare in
sè il sentimento della vendetta contro una amante che l’aveva tradito,
si disegnò un limone (simbolo dell’amore sventurato, dolce dapprima e
agro poi) e una sigla V T = vendetta.
Si noti qui poi la legge dell’inerzia mentale: il tatuaggio è
l’artificio con cui la violenta passione previene in anticipazione il
pericolo della sua rapida estinzione; perchè il segno tatuato non è
che la sensazione che risusciterà in avvenire in sentimenti languenti,
essendo stata con essi associata al momento del disegno. Quindi il
tatuaggio è l’effetto anche per questo rispetto delle passioni violente
e deve essere estremamente dinamogeno, disegno cioè e non scrittura.
L’uomo medio invece, che poco o nulla ha da ricordare, non ha bisogno
di questo artificioso sistema di segni, che gli riporti continuamente
sotto gli occhi i ricordi che fuggono rapidi nel passato.
3. Curioso è poi che nel mondo dei delinquenti troviamo anche il
simbolo giuridico, in quella forma atavica che notammo nel diritto
primitivo, e ciò specialmente nelle associazioni di malfattori, che
hanno anch’esse, com’è noto, i loro ordinamenti sociali. Gli Chauffeurs
francesi (celebri bande di briganti della fine del secolo scorso
e del principio del presente) avevano una cerimonia mimica, per la
celebrazione del matrimonio: i due sposi andavano innanzi alla banda
radunata; nel mezzo c’era una corda tesa ad una certa altezza. Il
capo domandava allo sposo: _Straccione, vuoi tu la stracciona?_ Sulla
risposta affermativa, aggiungeva: _E allora salta_. Lo sposo saltava la
corda; egual domanda ed eguale comando eran fatti alla sposa: dopo, i
due erano maritati. Anche qui noi non abbiamo altro che un sistema di
documentazione più rozzo: per fissare nella opinione pubblica l’idea
del matrimonio contratto, si facevano assistere i banditi ad una scena,
che ne risvegliava per associazione l’idea. La scena, così come era
immaginata, ha un po’ del selvaggio e dello strano: e può essere stata
suggerita dalla vita di azione, di ginnastica e di movimento in aperta
campagna, che debbono per forza fare le bande di briganti.
Analoga a questa è la cerimonia di introduzione della camorra, che
è relativamente agli scopi della società un atto giuridico, perchè è
la conclusione del patto d’associazione tra i vecchi camorristi e il
nuovo.
«Riunita la Società — scrive un accurato storico della camorra,
l’Alongi — il padrino del neofita, gli fa le ultime raccomandazioni:
— Sei ancora in tempo di ritirarti; bada a quello che fai. Per essere
dei nostri bisogna avere umiltà e sangue freddo, sapere con belle
maniere convincere le persone a dare quello che si vuole, non mostrar
superbia, non riscaldarsi, anzi chiudere un occhio su certi piccoli
inconvenienti. — E poichè quello si mostra pronto a tutto, ne avverte
la società, già riunita.
Il capo sta in mezzo con a destra il _contaiuolo_ (se c’è), e quindi
il _primo voto_ (socio anziano) continuando in circolo per ordine di
anzianità, in guisa che l’ultimo ammesso stia alla sinistra del capo.
Tutti stanno immobili con le braccia al sen conserte, ed è vietato
fumare, essere armati, e perfino sputare dentro il circolo.
Il capo (facendo un inchino). Buon giorno a _Signori_ e Società
riformata (riunita). Sapete, fratelli, perchè si è riunita oggi la
Società? Con permesso del contaiuolo, del primo voto e del rimanente
della Società si deve battezzare un giovane che vuol essere nostro
compagno.
_Primo voto._ — (Chi è stu tale?) Come si chiama?
_Capo._ — Tal dei tali, lo conoscete, credete che sia un buon giovane?
(Uno alla volta rispondono naturalmente sì, perchè i precedenti del
neofita sono noti).
_Capo_ (al socio di sinistra o ultimo voto). — Distaccatevi e
chiamatelo.
_Ultimo voto_ (tornando coll’aspirante). — Buon giorno, la Società è
oggi riunita per voi, entrate con tutte le regole di società.
_Neofita_ (a capo scoperto ed a tre passi di distanza). — C’è permesso?
Nessuno risponde per tre volle.
_Neofita._ — V’impongo sul titolo d’umiltà: c’è permesso?
_Capo._ — Entrate con tutte le regole di società.
_Neofita._ — Fatemi grazia, la Società fa capo in trino o capo in testa?
_Capo._ — Abbiamo due _picciotti_ alla testa.
_Neofita._ — Riverisco i due picciotti di testa, il capo e tutta la
Società.
_Capo._ — Copritevi.
_Neofita._ — Non basto a ringraziare i due picciotti, il capo e tutta
la Società.
_Capo._ — Avete disturbata la Società per vostra causa, che desiderate?
_Neofita._ — Questa mattina mi sono alzato di bell’anima e di bello
core e mi son messo a rapporto col giovinotto onorato di giornata
per vedere se c’è un posto da occupare, se no torno a fare quello che
facevo prima.
_Capo._ — Sapete voi che ci vuole per fare il giovinotto onorato?
Passerete guai sopra guai; dovrete obbedire a tutti gli ordini dei
picciotti e dei proprietari e portare loro utile e guadagno.
_Neofita._ — Se non volevo passare guai non avrei incomodata la Società.
_Capo._ — Va bene, distaccatevi (ai rimasti). Come vi sembra possiamo
passare ad una votazione?
All’affermativa fa chiamare il neofita che entra col cerimoniale
primitivo.
_Capo._ — La Società vi crede meritevole di occupare un posto.
Desiderate altro?
_Neofita._ — Non basto a ringraziare ecc., non bramo altro che un bacio
da sinistra a destra.
_Capo._ — Fate i vostri doveri.
Il neofita bacia la mano ai due picciotti, e la bocca agli altri
cominciando dal meno anziano; giunto al capo lo bacia due volte.
_Capo._ — Avete dato un bacio a tutti; perchè a me ne deste due? Son
forse più bello degli altri?
_Neofita._ — Ve ne ho dati due perchè portate due votazioni: una
da sinistra a destra e una da destra a sinistra, e perchè siete
specificatore e dichiaratore d’ogni cosa (giudice).
_Capo._ — Desiderate altro?
_Neofita._ — Bramerei sapere se vi sono compagni piantati o puniti per
pregare la Società di graziarli. E poi vorrei conoscere i patti.
_Capo._ — Le grazie saranno accordate come è di regola; i patti
sono questi: 1º Non andare cantando o facendo chiassi per la via; 2º
Rispettare i picciotti e qualunque disposizione essi diano; 3º Obbedire
pure i camorristi e fare le commissioni loro.
Dopo di che il capo mette fuori un mazzo di carte e i giovanotti
simulano una _giocata_; il nuovo ammesso riconosce che è di bacio
e non di _divisione_, cioè che ha con la Società sole relazioni di
solidarietà morale, senza diritto ai guadagni, e paga una regalia in
denaro, se in carcere, in una divertita, se in libertà o alle isole,
per ringraziare della sua ammissione e festeggiarla[158].
A parte il simbolismo speciale di vari fra i numerosi atti descritti
più sopra, che in chi sa quali accidentali associazioni di idee
hanno avuto origine, il simbolismo complesso di tutta la cerimonia è
evidente. Noi uomini civili e progrediti, quando vogliamo far conoscere
a chi vuole entrare membro di una associazione i suoi diritti e
doveri, gli diamo gli statuti stampati: egli leggendo ricava l’idea
dei suoi impegni e la fissa bene nella sua memoria; accettando poi di
entrare, accetta tacitamente anche le prescrizioni e gli obblighi.
Ma una società criminale non può essere che una forma inferiore di
società, con struttura e funzioni primordiali; quindi questa formalità
dell’accettazione che in noi ha assunte forme così astratte, resta
in forme più sensibili e rozze; invece di dare uno statuto scritto,
si ricordano con una serie di discorsi e di atti i doveri a cui si
sobbarca l’iniziato. Tanto più poi che, come nei cervelli rozzi o
almeno parzialmente meno sviluppati, la figura risveglia l’idea più
potentemente che la parola scritta, così gli atteggiamenti complicati
di superiorità in chi accetta, di inferiorità in chi è accettato come
novizio, l’aspetto dell’assemblea muta, a braccia conserte, imprimono
nella psiche dell’iniziato il sentimento e l’idea dei suoi doveri
di soggezione, negli iniziatori quello del diritto di supremazia più
fortemente, che non lo farebbe un’arida scrittura su cui si dicesse che
tali e tali altri sono i doveri del neofita. Una simile scrittura non
potrebbe risvegliare che una pallida idea: mentre gli atteggiamenti
esteriori della rimessione risvegliano proprio il sentimento
dell’inferiorità per la legge di associazione tra gli stati psichici e
la loro espressione.
4. Analogo è l’atavismo del simbolo nei pazzi. Per la corrispondenza
tra lo stato della ideazione e il sistema dei segni, come nel criminale
a uno stato in parte rozzo di idee corrisponde uno stato primitivo di
segni; nel pazzo a una condizione delirante della mente corrisponde
un sistema, per dir così, delirante di segni. È per questo che i
pazzi raramente usano i segni ordinari della scrittura; e spesso non
si contentano nemmeno, come i criminali, della figura, ma inventano
segni particolari, che mescolano poi alle figure, alle parole, e
queste sovente alterate. Così un certo Ga... un malato di delirio
di grandezza, di cui parla il Lombroso, che scriveva continuamente
lettere, ordini, cambiali, ora al sole, ora alla morte, ora alle
autorità civili e militari, usava un suo sistema particolare di simboli
grafici, che consisteva specialmente in grosse lettere maiuscole, a
cui di tratto in tratto erano frammischiati segni e figure indicanti
le persone e le cose; le parole erano poi separate da uno o due grossi
punti e d’ogni parola non erano tracciate che poche lettere, quasi
sempre le sole consonanti.
Ma il più curioso esemplare di questo complesso e delirante simbolismo
che corrisponde a uno stato delirante delle idee, è l’intaglio eseguito
da un pazzo affetto di delirio sistematizzato, di cui il Morselli
diede un’esatta descrizione[159]. Questa statuetta porta in testa una
specie di trofeo ed ha poi addosso oppure vicino oggetti intagliati
ognuno dei quali è espressione emblematica delle idee deliranti del
Z. Ad esempio vi esiste il _calamaio_ con cui egli si farà forte
contro i tiranni; l’_uniforme_ che veste è quello portato da lui nelle
guerre dell’indipendenza; le _ali_ ricordano il fatto che quando cadde
in pazzia, vendeva sulla Piazza di Porto Recanati i proprii lavori,
tra cui alcuni angeli intagliati, a un soldo l’uno: _l’elmo con la
lanterna alla visiera_ è l’emblema dei carabinieri che lo condussero al
manicomio; _il sigaro messo di traverso_ rappresenta il disdegno contro
i re ed i tiranni; _l’attitudine della gamba_ ricorda la frattura che
egli si fece precipitandosi dall’alto.
Ma il più notevole è il _trofeo_ posto sulla testa della statuetta; che
è l’espressione grafica di questa canzonetta:
Un veleno ho preparato.
Due pugnali tengo in seno:
Questo viver disgraziato
Finirà una volta almeno?
T’amerò sino alla tomba
E anche morto t’amerò.
La campana lamentosa
Sonerà la morte mia;
Ed allor tu udrai curiosa
Quella funebre armonia.
T’amerò ecc. ecc.
Una lunga e mesta croce
Nella via vedrai passar;
Ed un prete sulla forca
_Miserere_ recitar.
T’amerò ecc. ecc.
Ciascuna parte della canzonetta ha nel trofeo un simbolo; così
della prima strofa la parola _veleno_ è rappresentata dalla coppa;
i _due pugnali_ non mancano; _il finir della vita e la tomba_
sono rappresentati da una specie di sarcofago o cassetta chiusa;
l’_amore_ dai mazzetti di fiori. Della seconda strofa la _campana_ è
rappresentata tal quale; la _funebre armonia_ da due trombe incrociate
in basso. La _croce_ della terza e il _prete_ (o cappello da prete)
della quarta completano il quadro a cui non manca che la _forca_
sostituita da una forchetta. Si veda dunque quale aggrovigliamento nel
simbolo, in perfetta analogia con l’aggrovigliamento del delirio.
Questi fatti sono tutti importanti perchè ci dimostrano indirettamente
la verità della spiegazione data più su dei simboli giuridici,
facendo vedere come i sistemi di segni variano con il variare delle
condizioni mentali e quindi delle idee, che debbono esprimere. Se
questi arabescati simboli dei pazzi non sono che l’equivalente delle
nostre scritture, quali sono capaci ad esprimere una condizione
d’idee delirante; anche il simbolo giuridico primitivo deve essere
l’equivalente delle nostre formalità giuridiche, quale ci voleva e si
poteva creare ad esprimere un complesso di idee molto più semplici sui
negozi giuridici.
5. V’è un altro fenomeno della patologia dello spirito, che è
importante esaminare nello studio del simbolo, perchè ci mostra,
riconfermata dalla patologia, una legge normale della psiche umana, con
una di quelle reciproche dimostrazioni dalla patologia alla fisiologia,
che specialmente nelle scienze biologiche hanno gettato tanta luce
sui più oscuri fenomeni dell’organismo umano. Noi vedemmo che uno dei
processi di formazione del simbolo è quello di prendere la parte per
il tutto, facendola segno o simbolo del tutto; e come questo processo
non sia per nulla intenzionale, ma basato sopra la naturale riduzione
delle sensazioni, delle immagini, dei sentimenti troppo complessi. Una
conferma di questa legge ci viene da alcune forme morbose d’amore, in
cui questa riduzione è spinta così all’estremo che la parte sostituisce
il tutto; e che perciò ci mostrano confermata la legge generale, come
molte altre malattie, che non sono se non una tendenza normale troppo
esagerata.
Già dicemmo che anche nell’amore normale esiste un vero processo di
riduzione; perchè sempre è un qualche pregio particolare della donna
che domina e sormonta sugli altri nell’ammirazione dell’innamorato.
Ma in tal caso questa ammirazione particolare non è per dir così che
un elemento dell’amore; è solo l’eccitatore più forte del desiderio
dell’amplesso. In altri casi invece essa assorbisce tutto e diventa per
dir così tutto l’amore.
In una civiltà in cui la donna non mostra nude più che la faccia e le
mani, gli eccitamenti sessuali all’uomo anche sano devono irradiare in
gran numero dall’abito, che coprendo e spesso alterando la bellezza
del corpo, viene ad essere più importante anche di questa. Montaigne
osservava, parlando dell’amore: «Certes, les perles, et les brocardes,
y confèrent quelque chose, et les filtres, et le train». Rousseau
confessa che le modiste, le domestiche, le piccole venditrici non
lo tentavano; gli ci volevano le signore: «Ce n’est pourtant pas du
tout la vanité de l’état ou du rang qui m’attire, c’est la volupté;
c’est un teint mieux conservé... une robe plus fine et mieux faite,
une chaussure plus mignonne, des rubans, de la dentelle, des cheveux
mieux ajustés. Je préfererai toujours la moins jolie ayant plus de tous
cela».
Ma in alcuni malati questa riduzione dello stimolo si spinge così
oltre, che l’oggetto di vestiario si sostituisce nei loro desideri
alla donna stessa. Ve ne sono di quelli che rubano i fazzoletti delle
signore per le vie, e provano il più intenso dei piaceri sessuali
a masturbarsi con quelli. Ve ne sono altri che invece sono eccitati
dagli stivaletti. Uno cercava di veder i chiodi delle scarpe femminili;
esaminava con cura sulla neve o sulla terra umida le traccie dei loro
passi; ascoltava il rumore che facevano sul selciato, e trovava un
ardente piacere erotico a ripetere alcune parole destinate a ravvivare
l’immagine di questi oggetti e a congiungerla con l’immagine della
donna, per es., la frase: «ferrare una donna» e a masturbarsi innanzi
alle vetrine dei calzolai. Un altro amante degli stivaletti, diceva:
«Bisogna che siano stivaletti o scarpette di cuoio, possibilmente nero,
e con i tacchi altissimi, insomma stivaletti e scarpine elegantissime:
la forma che fin da bambino mi piaceva di più sono gli stivaletti alti
da abbottonarsi ai lati ed elegantissimi».
In altri invece il particolare assorbente è una di quelle parti del
corpo, che il nostro pudore a oltranza lascia ancora scoperte. Un uomo
non era eccitato che dagli occhi delle donne; avendone trovata una con
occhi grandissimi, voleva sposarla. Un altro era eccitato dalle mani,
e ancor più dalle mani adorne di gioielli (eccitazione dell’oggetto di
ornamento aggiunto a quello dell’organo); però la riduzione non era
ancora riuscita a un isolamento compiuto, perchè una bella mano e un
brutto viso gli facevano male. Vi sono poi gli amanti dei riccioli,
delle ciocche di capelli: «Certi individui, scrive il Macé, si cacciano
nella folla dei grandi magazzini di novità, si avvicinano alle donne e
alle ragazze, i cui capelli ricadono sulle spalle e con delle forbici
ne tagliano delle ciocche. Uno di costoro diceva: «Per me la ragazza
non esiste, sono i suoi capelli che mi attirano».
Non in tutti i malati, l’aberrazione raggiunge intensità eguale: in
alcuni il particolare, pure dominando con straordinaria potenza, non è
ancora divenuto la condizione _sine qua non_ dell’eccitamento erotico;
in altri invece sì, e la più splendida, la più giovane donna li
lascierebbe freddi, se non avesse quella qualità o quell’oggetto da cui
solo sono ormai suscettibili di essere eccitati.
Certo si tratta qui di malati, ma la straordinaria intensità del
fenomeno ci mostra come sia profonda la tendenza della psiche umana a
ridurre le sensazioni, le immagini, i sentimenti; a scambiare la parte
con il tutto; a concentrare tutta la sua energia sul particolare, che
riesce così più potente nella sua azione. Certo nei processi normali
di riduzione, da cui esce il simbolo, questo assorbimento che fa il
particolare di tutta la cosa in sè stesso, non è così intenso come in
questi casi morbosi, appunto perchè questi sono una esagerazione. Ma
in ogni modo i fenomeni del simbolismo per riduzione e questi fenomeni
della patologia mentale si illuminano a vicenda.
PARTE II:
APPLICAZIONI PSICO-SOCIOLOGICHE.
CAPITOLO UNICO.
Il simbolismo nel diritto moderno.
Questo studio di alcuni fra i più importanti fenomeni del simbolismo,
non può essere privo di applicazioni pratiche, se è vero che ai
traviamenti del simbolo si connettono molti e dolorosi traviamenti
della condotta umana. Lo studio fatto più sopra sui simboli mistici
e sull’arresto ideativo ed emotivo che li produce, si è quasi tutto
raggirato su simboli che oggi sono estinti o che hanno perduta
gran parte della loro importanza; ma con questo non si cercò che
di agevolare la ricerca, perchè trattandosi di simboli già quasi
trapassati ed esaminati, per dir così, da lontano, più facile era
di vedere la confusione loro con la cosa che avrebbero dovuto
rappresentare: ciò però non toglie che i simboli mistici siano
numerosissimi anche oggi, sebbene noi, per la lunga abitudine di
considerarli come fatti normali, quasi non ce ne accorgiamo. La massima
parte delle idee giuridiche consacrate nei nostri Codici ed il modo
con cui sono applicate, quasi tutta insomma la giustizia, non è che
un gigantesco simbolo mistico, non è che l’effetto d’una dolorosa
confusione del segno con la cosa, sorgente di infiniti mali sociali e
sopratutto di questo massimo dei mali: di aver cioè una giustizia che
tormenta forse più che non benefichi.
Che la giustizia, quando non è addirittura inumana, sia spesso fallace,
fu detto da molti: ma quanti hanno cercato la ragione per cui uomini
spesso di intelligenza superiore, che hanno consumato la vita a
speculare le sottili differenze tra il torto e il diritto, dànno spesso
sentenze che urtano brutalmente il sentimento di giustizia, anche nella
gente più umile? Pochi o nessuno. Eppure anche se si volesse sostenere
che questi rozzi responsi del sentimento di giustizia dell’uomo
comune siano un prodotto inferiore rispetto alle alte meditazioni dei
giuristi, molto meglio sarebbe che in questa materia non si trascurasse
il bene per la ricerca del meglio: giacchè a che cosa serve una
giustizia superiore che scontenta coloro a cui deve essere applicata?
Ma del resto questa giustizia che deriva nelle opere giuridiche
dalla tradizione intellettuale del diritto romano e dalla tradizione
professionale della magistratura, è, come vedremo, tutt’altro che una
giustizia superiore. L’arresto ideo-emotivo ci spiegherà come e perchè
essa sia una giustizia inferiore.