Un insulto fatto alla bandiera di una nazione può provocare perfino la

guerra. Alle bandiere si rendono saluti, ci si inchina, in loro onore

si sparano colpi di cannone, e ogni sera, al tramonto, sulle nostre

navi da guerra, si cala la bandiera solennemente, al suono della marcia

reale ed alla presenza di una compagnia di marinai, che l’aspetta alla

sua discesa e le presenta le armi. Alla bandiera si rivolgono discorsi,

inni, qualche volta si danno anche baci, come se fosse una persona

viva o una bella donna. In guerra, la grande vergogna è di perdere la

bandiera; arrendersi conta poco, se prima si è avuto cura di bruciare

la bandiera, come fecero molti reggimenti francesi nel 1870: il grande

onore di Britannico fu di riportare a Roma le aquile delle legioni di

Varo, cadute in mano ad Arminio: la Germania addita ancora alla Francia

le 70 bandiere strappatele nell’ultima guerra. Dimostrazioni non se ne

fanno senza bandiere; e chi non ha sentito in un comizio gli applausi

frenetici che salutano lo spiegarsi di una bandiera nazionale? Ogni

società, anche la più pacifica, per primo atto di vita inaugura il

suo vessillo con discorsi, pranzi, luminarie: nè l’oratore d’occasione

manca mai di rivolgerle una fervida perorazione. E così ramificato è

cotesto simbolo, che nel linguaggio ne è derivata una intera legione di

metafore: abbiamo le bandiere dei partiti, delle scuole scientifiche,

delle sette religiose; i tradimenti della bandiera, le bandiere

ammainate, spiegate, coperte di obbrobrio o splendenti di gloria, ecc.,

ecc.

Tanto, anzi, il simbolo ha in questo caso assorbito la realtà, che

la notizia di alcuni Italiani maltrattati in terre lontane, risveglia

poco o punto i sentimenti della solidarietà sociale; mentre la notizia

che una folla briaca abbia strappato la bandiera nazionale, mette in

ebollizione giornalisti, ministri, deputati, generali, pubblico.

Non mancano nemmeno certe ingenue stranezze, che dimostrano di che

cosa sia capace l’uomo, in materia di sofismi. Nella Francia del

Medio Evo, l’orifiamma reale, la _bannière charlemanne_, restava di

solito, come si capisce da un passo di Raoul de Presles, a Saint-Denis,

e in guerra se ne mandava una copia; così quando i Fiamminghi la

presero a Mons-en-Puelle, il dolore non fu grande; tanto non era

l’originale![153]

Eppure alle origini della civiltà la bandiera è un simbolo assai

più realisticamente e ragionevolmente inteso: la bandiera, pelle di

animale, o drappo, o ciuffo di piume inalberate sopra un’asta, è un

semplice segno di riconoscimento per i membri di una tribù o di una

schiera in guerra, e non desta di per se stessa entusiasmi. Gli antichi

Peruviani avevano una lancia ornata di piume di diversi colori, che

loro serviva in guerra di insegna: «ciò, scrive lo Spencer, fa pensare

che gli accessori della lancia, usati da prima come segni, fornirono

accidentalmente un mezzo di riconoscimento con cui raggrupparsi intorno

al Capo. Quando l’esercito dei Chibchas si riuniva, ogni cacicco, ogni

tribù inalberava sulle tende delle insegne diverse, servendosi a ciò

dei mantelli, con cui le tribù si distinguevano. Tra i Figiani ogni

schiera combatte sotto la sua bandiera; e le bandiere si distinguono

tra di loro per dei segni[154]». I Messicani mettevano una gran cura a

distinguere le persone con insegne differenti, sopratutto in tempo di

guerra[155].

A che si deve questa differenza, che sembra un peggioramento? Alla

complessità vertiginosamente crescente che ha assunto il sentimento

dell’amor patrio, con l’estendersi della superficie delle patrie e

con l’aumentare dei rapporti che sempre più intricati intercedono

fra i cittadini di un paese. I diritti e i doveri di un membro di

una piccola tribù sono elementari: il sentimento di solidarietà è una

emozione molto semplice, stante il poco numero di rapporti vicendevoli

in essa compresi: tutti capiscono la necessità e sentono il dovere di

difendere insieme il piccolo territorio, perchè se non lo sentissero,

quella tribù sarebbe, nella lotta per l’esistenza, sparita innanzi

ad altre già pervenute a questo primo grado elementare dei sentimenti

sociali[156].

Ma invece il sentimento di solidarietà sociale e di amor patrio

diventa enormemente complesso, quando si tratti non di piccole

tribù, ma di società numerose, complesse nella loro funzione,

comprendenti gli uomini a diecine di milioni e mutui rapporti di

interessi complicatissimi. È una emozione che non può risultare che

dall’associazione e fusione di un numero straordinario di stati di

coscienza; i quali poi non possono raggrupparsi che intorno ad una

idea astratta, l’idea della patria. Ora l’uomo, dato il grado del suo

sviluppo mentale, non è oggi capace di una così complessa emozione;

e perciò egli ve ne sostituisce un’altra più semplice, che ha per

centro il simbolo. Invece della patria, l’oggetto dell’amore diventa

la bandiera, che è una cosa visibile, tangibile, la cui imagine

può essere con facilità evocata mentalmente: intorno ad esso si

associano una serie di stati di coscienza, che formano l’emozione

dell’affetto, e che, trattandosi di un oggetto materiale, non sono

più numerosi di quelli che formano il sentimento dell’amore per

tutte le cose a cui l’uomo prende affezione nella sua esistenza. Una

emozione complicatissima è ridotta alla semplicità dei sentimenti

usuali mediante l’interposizione, tra essa e l’uomo, di un simbolo

materiale, a cui l’emozione si arresta. Ad essa si dirigono tutti i

sentimenti di ammirazione e di affetto; al di là esiste in molti un

aggregato di stati di coscienza, idee e sentimenti, molto vaghi, che

sono la nebulosa, da cui eromperà in avvenire il sentimento patriottico

realistico, e che ciascuno associa alla vista del simbolo, come meglio

può, liberamente.

Lo stesso accade nella politica. I partiti hanno sempre avuta una forte

tendenza a distinguersi, a contrassegnarsi con emblemi di vario genere;

per lo più con oggetti di vestiario di diverso colore. Chi non ricorda

le fazioni dei _verdi_ e dei _rossi_ a Costantinopoli? Un avanzo di

questa tendenza resta ancora nell’uso di contrassegnare i partiti

politici con dei colori: _neri_ i clericali; _azzurri_ i moderati

e i monarchici; _rossi_ i rivoluzionari. Così i _sans-coulottes_

simboleggiarono il loro antagonismo politico contro l’aristocrazia

francese nel disprezzo della forma di abito che l’aristocrazia usava.

Ma anche in questo caso, siccome spesso un partito politico rappresenta

un complesso di idee, di interessi, di desideri, di bisogni molto

numerosi e molto astratti, il sentimento per cui un uomo si appassiona

al partito e ne segue con interesse le vicende è troppo astratto e

complesso: allora l’uomo, per il processo analizzato più su a proposito

della bandiera, semplifica l’emozione, appassionandosi per il simbolo.

Chi non ricorda il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, gli

entusiasmi e le lotte sollevati da questo simbolo? Si battevano

proprio per il berretto, dimenticando spesso le idee e i desideri

che rappresentava: e a Torino, nel 21, per il berretto frigio si fece

un massacro di studenti. Nel periodo del risorgimento italiano, per

molti anni, a Milano, ad esempio, la lotta tra i liberali e l’Austria

fu _una lotta per l’emblema_; quelli cercavano di mostrare in tutte

le occasioni gli emblemi italiani (i tre colori, ecc., ecc.); questa

cercava di impedirlo: e la confusione tra il simbolo e l’idea politica

si verificava tanto, che un egregio patriota lombardo mi diceva che

quando i liberali riuscivano a inalberare una bandiera tricolore o

a portare in molti delle coccarde nazionali, erano allegri come di

una vittoria riportata sull’Austria. Si ricordi anche l’entusiasmo

dei Francesi per Luigi XVI, quando alla coccarda azzurra sostituì

la tricolore: il mutamento del simbolo entusiasmò la massa, che non

calcolava quanto fosse differente appuntarsi all’abito questo o quel

pezzo di nastro, dall’abbandonare o accettare le idee che l’uno o

l’altro rappresentavano.

Tanto è poi comodo all’uomo sostituire una emozione astratta con una

emozione che abbia per oggetto un simbolo materiale, visibile, che

talora egli fa questo scambio quando anche l’emozione astratta non è

delle più complicate; e non si accorge del ridicolo in cui incorre agli

occhi di ogni persona un po’ seria. Tale è la toga, che simboleggia nei

tribunali la maestà della giustizia: si protesta in nome della toga, si

spoglia la toga per disdegno, si urla che non si tollereranno insulti

alla toga, ecc., ecc.; povero cencio, spesso unto e consunto, preso a

prestito da un usciere speculatore, che, a sentire i discorsi, sarebbe

la cosa più sacra di tutta la terra!

L’utilità del simbolo, sotto questo rispetto, è stata immensa nella

storia della civiltà. Uno dei fenomeni più strani della storia, una

forse delle più larghe sorgenti della infelicità umana, è la rapidità

immensamente più grande dell’evoluzione sociologica in confronto

alla evoluzione psichica: in pochi secoli una società può estendersi

e complicarsi immensamente, passare dalla condizione della Germania

descritta da Tacito alla condizione della Germania presente: ma nello

stesso tempo la media dell’intelligenza non cresce con eguale velocità;

resta spesso anzi stazionaria o non si perfeziona che con estrema

tardezza. L’uomo, come individuo, resta quasi sempre indietro all’uomo

come membro di una società. Ne segue che spesso l’uomo dovrebbe, per

trovarsi adattato interamente alle complesse condizioni sociali in

cui vive, esser capace di emozioni molto più complesse ed astratte di

quelle che egli possa sentire, dato il grado di evoluzione mentale;

il simbolo rimedia allora a questa impotenza, porgendo il mezzo di

sostituire alla emozione complessa una emozione più semplice, di cui

esso è il termine, e che nei bisogni della lotta per l’esistenza può

sostituirla con sufficiente utilità.

Questo vantaggio lo si nota già presso i selvaggi. Nel Dahomey, il

capo di una fattoria di Grand-Popo aveva spedito una imbarcazione

di mercanzie lungo il fiume, munendo il capo della piroga di quel

bastone, che, come vedemmo, rappresenta quasi il sigillo particolare

delle famiglie. L’imbarcazione fu depredata da una tribù rivierana:

del che l’agente della fattoria mosse lamento a una potente tribù,

che esercitava una specie di polizia sul territorio; e questa chiamò

allora a sè i delinquenti, i quali nel Consiglio dei vecchi affermarono

che un membro della loro tribù essendo stato offeso dal capo della

fattoria predecessore del querelante, essi si erano vendicati sulla

imbarcazione, ignorando il cambiamento avvenuto dell’agente. Il

Consiglio dei vecchi non potè allora che assolvere i rei e mostrare

all’agente il proprio rincrescimento per il malinteso; ma quando

l’agente, per consiglio di un negro, disse al Consiglio che gli

assalitori, oltre rubargli la roba, gli avevano rotto anche il bastone,

immensa fu l’indignazione nel Consiglio, che revocando immediatamente

la sentenza, condannò la tribù a restituire le cose rubate e di più

a raccogliere i frantumi del bastone e a riportarli solennemente

alla fattoria[157]. In questo caso l’emozione astratta e complessa

del rispetto alla proprietà altrui è sostituita dall’emozione assai

più semplice del rispetto all’oggetto materiale, che rappresenta gli

individui: è un arresto emotivo, per cui si ha già una relativa e

parziale osservanza dei doveri morali verso la proprietà altrui, quando

una osservanza intera e compiuta è ancora impossibile, dato il grado di

sviluppo psichico.

8. Vi è ancora un ultimo processo per cui l’uomo converte dei semplici

segni in oggetto di venerazione.

Per la legge del minimo sforzo, le idee, le emozioni che si compongono

di numerosi stati di coscienza associati, tendono a ridurre al minimo

queste associazioni; a mantenere solo quelli che sono assolutamente

necessari, lasciando perdersi gli altri, se una qualche causa non li

tiene in vita. Accade così che spesso col tempo si producono notevoli

mutamenti nelle idee e nei sentimenti dell’uomo. Un esempio classico

ci è dato dalla preghiera e in generale dalle pratiche religiose.

In origine le preghiere, le visite, i pellegrinaggi, ecc., ecc.,

non sono che i segni della soggezione, della riverenza dell’uomo

prima all’antenato, poi al Dio (almeno se si accetta la teoria dello

Spencer): sono segni di devozione, intesi come tali e il cui vero

significato è presente alla coscienza dell’uomo. Tanto è ciò vero

che si cerca allora di adattarli al carattere del Dio, studiando

quali parole e quali atti possano, dato il suo carattere, riuscirgli

più gradevoli: segno che si ha una nozione realistica del valore

della pratica religiosa. Col tempo invece la pratica religiosa è

un compiuto simbolo mistico, la preghiera e le altre formalità non

sono più il segno della devozione, ma il dovere religioso stesso;

nell’osservarle, anche senza saperne più lo scopo, sta tutto l’obbligo

del credente. È notissimo il fatto di credenti che pregano in lingue

sconosciute; del cattolico che prega in latino, dell’ebreo che adopera

nelle cerimonie religiose l’ebraico, senza spesso conoscerlo; dei

Romani che cantavano in certe feste i _carmina saliaria_, scritti

in un latino arcaico, che nemmeno i sacerdoti capivano più. Quale

fervente cattolico non crederebbe di peccare gravemente se trascurasse

la messa o il pellegrinaggio? eppure nessuno sa dire perchè tali

cerimonie debbano essere gradite a Dio. Quello che era un tempo il

segno di date disposizioni di animo, che si sapeva dovere essere

gradite al Dio, diventa un dovere di per sè, indipendentemente dal

suo significato; sale adunque all’importanza di simbolo mistico. Per

questo si potrebbe dire che le religioni primitive sono più spirituali

e meno formalistiche delle religioni civili. Tutte, o quasi, infatti

le questioni religiose che scoppiarono nel secolo XVI vertevano sulla

questione del rituale, se cioè si dovesse pregare con certe formole o

con certe altre, se si dovessero osservare certi riti; era insomma la

sola e intera preoccupazione del simbolo con cui doveva manifestarsi

il sentimento religioso, a totale oblio di questo. Così in Inghilterra

Edoardo VI fa redigere da una Commissione di teologi il libro delle

preghiere e lo promulga come obbligatorio per tutti i fedeli; Maria

la sanguinaria invece lo abolisce e in quattro anni manda al rogo 286

eretici, rei di aver pregato in forma diversa da quella voluta dalla

regina; Elisabetta poi ridisfa l’opera della sorella, sinchè nel 1559

l’atto di uniformità ristabilisce il libro delle preghiere comuni.

Questo apparente regresso si spiega con quella legge di riduzione

al minimo delle associazioni mentali. Dicemmo che in origine la

pratica religiosa è intesa nel suo senso realistico: allora dunque

sono presenti e associati alla coscienza umana tre distinti stati

di coscienza: i sentimenti di devozione al Dio, il desiderio di

manifestarglieli con quelle date pratiche, e l’idea delle _ragioni_

per cui queste pratiche sono gradite al Dio. Di questi tre stati di

coscienza, l’ultimo a poco a poco si oblitera dall’associazione perchè

nessuna utilità o nessun bisogno lo mantiene in vita. Difatti quando

si tratta di voler propiziarsi una persona viva, è importantissimo

avere presenti le ragioni per cui un dato atto o preghiera gli

saranno graditi o sgraditi, perchè bisogna adattare la preghiera

al carattere dell’individuo, o alle sue disposizioni del momento,

se si vuole riuscire. Ma, trattandosi di antenati morti, di Dei, di

oggetti naturali, questa coscienza sempre viva delle ragioni per cui

il dato atto o parola è gradita non è più necessaria, non c’è infatti

bisogno di cambiare continuamente il modo di propiziazione secondo

il carattere, o le disposizioni momentanee del pregato, perchè il

morto non si vede, e l’oggetto naturale non ha espressione cangiante;

basta quindi continuamente ripeterla nella stessa forma. Quindi a

poco a poco col tempo quella idea, che nel periodo della formazione

mitologica era necessaria, in seguito diventata inutile si ecclissa

e sparisce, finchè di generazione in generazione non rimangono più

nella coscienza strettamente associate che il desiderio di propiziarsi

il Dio e l’idea che dati atti e parole gli sono graditi: le ragioni

per cui gli sono graditi, nessuno sa e nessuno cerca di sapere perchè

ciò non è affatto necessario, non essendoci mai bisogno di mutarli,

come abbisognerebbe invece se si trattasse di persone vive. In questo

caso per un arresto che è nel tempo stesso ideativo ed emotivo e che

chiameremo _ideo-emotivo_ il segno della propria venerazione verso gli

Dei, diventa esso l’oggetto d’una venerazione particolare.

Così si spiega anche l’enorme conservatorismo di tutte queste formalità

religiose, conservatorismo così tenace che noi vediamo l’ebreo

servirsi ancora di strumenti dell’età della pietra, il cattolico

usare una lingua morta da più che dieci secoli. L’uomo è naturalmente

conservatore e non muta le sue idee, le sue abitudini se non quando

un estremo bisogno lo urga, cioè se non quando queste idee e queste

abitudini non siano più in correlazione colle condizioni della vita

e gli producano danni invece che benefici. Ma questo inadattamento,

unica causa di mutamento, nelle pratiche religiose non può avvenire

specialmente dopo che la coscienza delle ragioni delle pratiche

stesse si è spenta: giacchè se si sapesse perchè quelle pratiche sono

gradite a Dio, si muterebbero continuamente secondo che l’idea di Dio

si perfeziona e si modifica; ma siccome l’osservanza della pratica

è basata sopra un’associazione di idee abituali, insinuata in ogni

individuo fin dai primi anni, che non corrisponde a condizioni mutevoli

di cose, quest’associazione d’idee non può essere mai modificata;

quindi nemmeno la pratica non può trasformarsi mai.

9. Un nuovo aspetto più particolare di questo stesso fenomeno vogliamo

ancora osservare. L’arresto _ideo-emotivo_ non è talora l’effetto

di una lenta riduzione al _minimum_, che avviene di generazione in

generazione in una complessa associazione mentale: talora si fa durante

la vita di un uomo, ed è prodotta da una professione per rispetto a una

certa serie d’idee e di sentimenti.

È il caso dei _burocratici_ nelle grandi amministrazioni dello Stato

e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle

società invecchiate sia l’applicazione bestialmente letterale dei

regolamenti che sono dati loro per guida, debba questa applicazione,

fatta senza riguardi alle particolari contingenze di ogni caso che

si presenta, condurre a risultati dannosi, dispendiosi, assurdi,

ridicoli. La lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il

_segno approssimativo_ della volontà del legislatore, che non può

dare che una norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e

sulla cui traccia l’impiegato dovrebbe sbrigar bene e giudiziosamente

gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare

questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del

regolamento diventa la regola, la verità, l’assennatezza stessa; non

si fa che applicarla, cavandone, con un rapido ragionamento puramente

logico, le conseguenze, senza alcun altro riguardo. Non così accade

dell’impiegato di case private, che se interpreta ed applica male gli

ordini generici del padrone, deve pagare, in un modo o in un altro,

del suo: costui non è mai vittima di questa fascinazione operata dalla

lettera delle disposizioni regolamentari.

Perchè? Nel primo caso abbiamo un arresto _ideo-emotivo_. Per applicare

intelligentemente una disposizione generale di legge a dei casi

particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso:

bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più

frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a

cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare,

i temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell’applicazione.

All’idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre,

per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell’impiegato.

Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo

caso, costano fatica: quale interesse ha l’impiegato di una grande

amministrazione di compierla? Quando egli abbia sbrigato i suoi

affari con intelligenza, il suo guadagno alla fine della sera è lo

stesso: quando abbia fatto errori, nessuno si curerà di farglieli

pagare. A poco a poco l’individuo si avvezza al processo mentale più

rapido dell’applicazione letterale, perchè è quello che implica minor

numero di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po’ di

tempo questo processo è diventato così abituale, che l’impiegato è

assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo

a cui deve tendere l’opera sua; non sente più l’ingiustizia e la

mostruosità dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti

di soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale

applicazione della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni

sentimento di più alto dovere.

Non così accade dell’impiegato dipendente da un privato, perchè in lui

il pungolo dell’interesse tien vive e deste in maggior numero che sia

possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera

di un ordine non s’innalza dal grado di segno approssimativo, al grado

di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico.

10. Lo studio di questi curiosi fenomeni del simbolismo, mentre allarga

le nostre cognizioni sull’immensa importanza che hanno avuto i simboli

nella evoluzione umana, ci permette da un altro lato di calcolare

alcuni svantaggi della civiltà. A dispetto degli inni ottimisti in

onore, e delle elegie pessimiste in vituperio della civiltà, la scienza

non ha ancor drizzato un bilancio rigoroso, in cui si paragonino tra

loro i danni e i vantaggi del progresso; una statistica delle perdite

subite e degli acquisti fatti, da cui si ricavi quanto l’umanità civile

ha realmente guadagnato dopo tanti secoli di battaglie e di lavoro:

e quindi gli inni come le elegie non possono essere che l’espressione

di un sentimento particolare, che non ha per origine un’osservazione

coscienziosa dei fatti. La teoria del simbolo indica una di queste

perdite, perchè l’arresto _ideo-emotivo_ per cui il simbolo e

la pratica religiosa si convertono in oggetto di adorazione e di

venerazione, si fa assai più spesso nei popoli civili che nei selvaggi.

Tra questi la religione è spesso, come dicemmo, più cosciente, più

realistica e in un certo senso più spirituale che in molti popoli

civili: sia perchè la religione si trova allora nel suo periodo delle

origini, e tutte le formazioni, dalle chimiche alle sociologiche,

allo stato nascente sono più attive, sia perchè allora nei sentimenti

religiosi si concentra il massimo dell’attività psichica, certo è

che i selvaggi hanno cognizione dello scopo delle pratiche religiose,

e a modo loro, come possono, ma coscientemente, adorano Dio. Con la

civiltà, le preoccupazioni dello spirito umano diventano più numerose e

quindi tra esse la religione occupa un posto minore; di più il processo

normale dell’arresto _ideo-emotivo_ entra in azione, e a poco a poco la

religione diventa formalistica, consuetudinaria, quasi incosciente; e

per ciò anche estremamente conservatrice.

Se però queste decadenze del simbolo nella civiltà si restringessero

ai riti religiosi, il danno non sarebbe poi straordinario: ma un’altra

e più grave ne noteremo nel diritto. Evidente riprova che un progresso

assoluto non esiste; che ogni progresso è più o meno compensato da

concomitanti regressi, e che il vero indice dell’evoluzione è dato

dalla differenza tra i progressi e i regressi. Superiori per certi lati

infinitamente ai popoli selvaggi, per certi altri aspetti noi stiamo

loro al disotto.

CAPITOLO VII.

Atavismo e patologia del simbolo.

1. Vedemmo come molti simboli che sembrano adesso così strani e

incomprensibili, non sono che sistemi di segni per fissare e comunicare

le idee, quali ne usiamo anche noi, ma solo in forma più primitiva.

Una nuova conferma della teoria ci è data dal fatto che quei simboli

ritornano anche oggi, per il continuo ripullulare degli atavismi, in

certi individui e in certe classi sociali.

I simboli · 第 8 / 12 段