a fuggire la fatica mentale è la forma più comune, come vedemmo, del
ragionamento tra la gran massa degli uomini, questo calcolo delle
cause invisibili, che richiede attenzione e riflessione non si fa
mai. Ne viene che entrando nel campo della coscienza solo _B_ e _C_,
solo le loro sensazioni e idee s’associeranno e _B_ sarà detto causa
di _C_ a totale esclusione di _A_. L’Australiano supplica il fucile
del bianco di non ucciderlo[134]: cioè in lui la vista del fucile
si è fortemente associata al ricordo delle sue conseguenze fatali,
ma tutto quel complesso di meccanismi e di azioni per cui un fucile
può uccidere, cioè la polvere, lo scatto, l’atto dell’uomo che fa
scattare il grilletto, la cui importanza nella produzione dell’effetto
non può essere valutata che col ragionamento, non entra nella serie
associativa: la conclusione è quindi tratta dai due soli stati di
coscienza che la sensazione porge direttamente, ed è che il fucile
uccide l’uomo. Egualmente gli Esquimesi credettero che un organetto
di Barberia parlasse[135], cioè che quella cassa di legno emettesse
essa quei suoni, come la gola dell’uomo la parola: perchè il complesso
meccanismo con cui si può far parlare una cassa di legno non potendo
essere capito che con lunghe e difficili serie di riflessione, essi
associarono semplicemente la vista dell’oggetto al suono della musica e
attribuirono questa a quello, come a sua causa.
È questo del resto uno degli errori più comuni del ragionamento
volgare: a questo errore si deve quella cieca fiducia dell’uomo negli
strumenti che egli ha inventato, quasichè fossero essi che producono
i meravigliosi effetti, e non l’uomo che li adopera. Domandate a un
uomo del popolo che cosa fa muovere il treno e novanta volte su cento
vi risponderà che è la locomotiva: nessuno quasi pensa invece che sia
l’intelligenza del macchinista[136]. Nei paragoni che comunemente si
fanno tra la potenza dei vari eserciti, si enumerano sempre gli uomini
e i cannoni che ciascun popolo può mettere in campo: e quale Italiano
non crede che l’Italia sia una delle più forti nazioni sul mare, solo
perchè ha le navi e i cannoni più grossi? Nessuno pensa che una nave
formidabile o un esercito bene armato può essere affatto inutile o
anche dannoso non essendo che uno strumento, se non è ben guidato, come
un fucile _Rémington_ in cattive mani può essere più innocuo d’una
balestra primitiva, nelle mani d’un valentissimo arciere. Che più?
perfino nel mondo della scienza noi vediamo perdurare questo errore che
attribuisce allo strumento le virtù che sono invece nell’uomo che lo
adopera: noi vediamo gli scienziati italiani attribuire alla povertà
dei laboratorî la inferiorità della produzione scientifica italiana
in confronto alla tedesca; come se il microscopio e non l’occhio
che guarda dentro e il cervello che pensa dietro l’occhio facesse la
scoperta; come se in Italia non si fossero fatte grandi scoperte in
laboratorî più squallidi di soffitte, e non si fossero buttati milioni
in grandi gabinetti, da cui non uscì nulla; come se Haeckel non avesse
formulata addirittura la legge che la produttività d’un laboratorio è
in ragione inversa della ricchezza di mezzi.
Noi ci troviamo qui dinanzi ad un _arresto ideativo_: vale a dire la
serie di associazioni mentali con cui noi concludiamo un ragionamento
di causalità, si restringe a quei fatti che danno una sensazione
immediata, che lasciano quindi nel cervello immagini ed idee con
tendenza ad associarsi ed esclude quei fatti che non possono produrre
uno stato di coscienza se non con la riflessione, cioè con un processo
mentale assai faticoso, da cui l’uomo comune e anche il pensatore, in
quei campi che non sono l’oggetto delle sue ricerche abituali, rifugge
per la legge del minimo sforzo.
Lo strumento si vede, gli effetti si vedono; ma l’opera dell’uomo che
muove lo strumento non si vede, quindi si attribuisce tutto il merito
dell’effetto allo strumento, dimenticando l’intelligenza dell’uomo,
senza cui lo strumento non sarebbe che un inutile blocco di ferro o
di bronzo. Ecco perchè, come osservò il Guyau, la leggenda attribuisce
sempre un potere magico alle spade dei grandi capitani, come se ad esse
si dovessero le loro vittorie.
2. Tale arresto ideativo ci spiega il concetto trascendente che l’uomo
si è fatto della scrittura che divenne per lui uno di questi simboli
che io chiamo mistici.
La scrittura e la carta sono per i negri del Congo degli spiriti che
parlano agli scrittori, e quando un Europeo li incarica di portare
un messaggio avranno cura, se per la strada perdono del tempo
a divertirsi, di nascondere la lettera perchè non sveli la loro
poltroneria[137].
All’Annam i Francesi provocarono, senza volerlo, una ribellione
degli indigeni, perchè facevano malo uso delle carte scritte da
loro stessi e che gl’indigeni considerano come sacre[138]. L’Indiano
dell’America del Nord crede che le carte scritte non possano contenere
menzogne, e pregiano infinitamente una lettera di raccomandazione,
indipendentemente dal suo tenore[139]. Infatti il selvaggio, quando
vede l’Europeo che aprendo un foglio scarabocchiato di segni conosce
le idee e le intenzioni di un altro uomo che forse è distante mille
miglia, non può calcolare col ragionamento quel meccanismo complicato
di associazioni per cui chi scrive riduce il suo pensiero in segni e
i segni grafici risvegliano poi in chi legge le immagini dei suoni e
quindi delle parole da cui ricava poi l’idea dell’altro: egli vede
costantemente che dopo tenuto in mano un po’ di tempo il foglio,
l’Europeo sa che cosa il suo compagno lontano pensi e ne conchiude,
per l’arresto ideativo, che il foglio per una virtù sua, gli palesa
i voleri dell’altro. Non potendo capire le vie per cui lo strumento
agisce egli attribuisce l’effetto a una virtù dello strumento.
«Cos’ha da pensare l’idiota, scrive il Marzolo, che sente dietro la
lettura di una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto
a centinaia di miglia di distanza e poi vede agire secondo la volontà
di quello che l’ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la
carta parli»[140].
Lo stesso accadde del libro. Il volgo vede che l’uomo dotto, il medico,
l’avvocato, ecc., vivono sempre in mezzo ai libri: i libri e i loro
profondi e spesso oscuri discorsi sono i due soli dati che il senso gli
dà e che quindi tendono ad associarsi; quanto al complesso meccanismo
per cui il libro non è che un mezzo di trasmissione attraverso lo
spazio e di conservazione nel tempo delle idee, egli non può calcolarlo
se non con estrema fatica. Quindi conclude che il libro è quello che
istruisce il sapiente, il pozzo a cui egli attinge le sue cognizioni
straordinarie. Di qui l’importanza del libro nelle tradizioni: ogni
legislatore, ogni riformatore, ogni uomo _hors-ligne_ non ha mai cavato
dal suo cervello le idee che lo hanno reso celebre, ma da un libro.
Fo-hi, l’uomo santo della China, vede le leggi che dà poi al popolo,
scritte sul dorso di un serpente alato. Nel Corano la teoria del libro,
applicata ai grandi uomini, ha uno sviluppo straordinario: Dio fa
discendere dal Cielo i libri nei quali è scritta la sua volontà, il
Pentateuco, l’Evangelo, il Corano (_Sur._ VI, v. 9); ogni età ha il suo
libro (_Sur._ XIX, v. 13): nessuno degli inviati da Dio è senza libro;
Dio dice a Giovanni Battista: _Prendi questo libro_ (il Pentateuco)
(Sur. XIX, v. 31); e Gesù dice, appena nato, alla famiglia di sua
madre: _Io sono l’inviato da Dio, egli mi ha dato il libro_ (_Sur._
XVII, v. 94); _O credenti_, esclama il profeta (_Sur._ IV, v. 135)
_credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro che egli ha mandato e
nelle scritture discese prima di lui_. Sarebbe questa insomma la teoria
popolare del genio[141].
E si capiscono così, con l’idea che i segni grafici non siano
mezzo di comunicazione, ma sorgente delle idee e delle cognizioni,
le aberrazioni della Cabala, che, scrive il Marzolo[142], era
basata sull’idea che _i segni grafici elementari_ (cioè le lettere
dell’alfabeto) _distribuiti e collocati in certe maniere dovevano far
arrivare alla conoscenza di tutte le cose_. Cioè quella virtù, che si
attribuisce alle parole, è poi attribuita ai loro elementi, le lettere.
E nel _Zoar_ le lettere dell’alfabeto si presentano a Dio, ognuna
per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. E si spiega
così, senza ricorrere a speculazioni metafisiche difficili, la teoria
di Pitagora che diceva essere il numero la essenza di tutte le cose:
scambiando i segni, con cui noi indichiamo i rapporti quantitativi tra
le cose, per elementi essenziali delle cose stesse.
Siccome le scritture non sono un mezzo per comunicare le idee con
segni convenzionali, ma rivelano, secondo l’opinione comune, esse
stesse le idee che contengono in se stesse; siccome esse parlano a chi
sa intenderle, si capisce come in certi casi siano state sostituite
alla parola e considerate quasi, specialmente nei rapporti con Dio,
come discorsi recitati senza interruzione. Le Surate del Corano sono
cucite nei vestiti, nascoste in piccoli sacelli di cuoio; i Buddisti
ravvolgono intorno ai loro mulini delle pergamene ornate di questa
scritta: _ôm mani padme hum_[143]; i Cattolici portano entro piccole
borsette il testo stampato di orazioni: portare indosso scritte le
parole della preghiera è come pregare continuamente, per la virtù che
hanno i segni grafici di recitare a Dio la prece che in esse è redatta.
Di qui pure la singolare efficacia attribuita a certe formole scritte.
I Maomettani e gli Zingari, quando sono malati, sciolgono nell’acqua le
carte portanti scritte le formole magiche, e poi bevono[144]. A Napoli,
fino a poco tempo fa, i frati di S. Severino e Sosio distribuivano per
preservativo dai mali le iniziali della formola:
_In conceptione tua Virgo immaculata fuisti;_
_Ora pro nobis patrem cuius filium peperisti;_
che sono appunto:
I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P.
impresse in carte, delle quali, chi vuole salvarsi da qualche disgrazia
e guarire da un male, taglia una riga e poi inghiottisce in una
cucchiaiata d’acqua, o di minestra, come una pillola[145]. Come nel
caso precedente la scrittura sostituisce la parola, qui sostituisce la
medicina: è essa che guarisce. E con un simbolo analogo, in Germania
si usa ancora di togliergli, quando un malato è agli estremi, il
guanciale, e porgli sotto il capo la Bibbia: non le preghiere o i suoi
meriti salveranno dall’inferno il moribondo, quanto il libro miracoloso
di Dio; perciò glielo pongono sotto la testa, perchè al momento di
morire possieda un talismano. Ci meraviglieremo dopo ciò se gli Ebrei
raccolgono le carte stampate in ebraico, quando cadono, e le bacino?
Nel diritto noi troviamo un simbolo, che probabilmente è derivato da
questo concetto trascendentale della scrittura, sebbene rivesta una
forma un po’ differente. In una formalità per la trasmissione della
proprietà immobiliare, usata dai Franchi, il tradente poneva in terra
un coltello, un guanto, una zolla, un calamaio e una penna, che poi
separatamente (in seguito con la carta) levava da terra e consegnava
all’acquirente[146]. Io credo che tale formalità (la consegna del
calamaio e della penna) derivasse dalla mal compresa osservazione degli
usi giuridici romani, in cui il documento scritto era usitatissimo:
vedendo che i contratti si garantivano, usando i mezzi della scrittura,
e non comprendendo, per l’arresto ideativo, il complesso processo
di associazione per cui il documento scritto diventava prova, si
attribuì la validità e sicurezza di quegli atti al fatto che mentre si
compievano erano presenti quegli strumenti della scrittura, il calamaio
e la penna. L’idea insomma del contratto in presenza delle cerimonie
romane non si associò nei Franchi all’idea della documentazione
scritta, ma a quella degli strumenti, che vedevano impiegati per
redigerli: e quindi per loro la consegna, oltre che della zolla, del
calamaio e della penna, aumentava la solidità dell’atto giuridico. Era
perciò un vero simbolo mistico.
3. La parola è il mezzo più usato per trasmettere i comandi,
specialmente in società piccole, in cui il capo e i suoi servi e
sudditi sono in continue relazioni di presenza. Di più la parola è
uno strumento potente di suggestione: l’uomo dalla voce gagliarda
comunica ai suoi comandi una imperiosità, che manca alle voci esili;
nell’ipnotismo le suggestioni si fanno quasi tutte con la parola, e
i soggetti restii ad un ordine dato a voce moderata, vi obbediscono,
se se ne rinforza il tono[147]. Quindi la potenza di un uomo può
misurarsi dall’efficacia delle sue parole; come anche noi diciamo per
esprimere l’autorità di un individuo: «Vale più una sua parola...».
Ecco perchè i popoli primitivi hanno espresso il concetto di un essere
molto potente, come Dio, attribuendo grandi effetti alla sua parola.
Nel principio della _Genesi_ Dio crea il mondo con semplici ordini
gridati ai quattro canti del caos. In arabo, _Kelam ullàh_ significa
parola di Dio e realtà universale. Nel _Rig-Veda_ si legge: «I Pitris,
con parole efficaci, hanno creata l’Aurora». E identica con la realtà
universale fu concepita dai mistici la parola: il _Verbum_, il Λόγος di
S. Giovanni.
Anche però tale idea non si potè formare se non per effetto
dell’arresto ideativo. Un comando, anche dell’uomo più potente,
non si può eseguire se le condizioni in cui è dato non sono tali
che ne rendano possibile l’effettuazione; e il despota più potente
non potrebbe innalzar le piramidi se non avesse a sua disposizione
centinaia di migliaia di schiavi. Ma questa idea molto complessa non si
è ancora formata nelle menti primitive: quindi un essere potentissimo,
come Dio, può tutto con una parola, anche creare dal nulla il mondo: e
ciò sebbene gli Ebrei non avessero l’idea metafisica, molto complicata,
e creata poi dai teologi, della onnipotenza divina.
Ecco come è sorta l’idea della efficacia della formola e della
preghiera in sè. Così leggiamo nel _Rig-Veda_: «La maledizione
degli empi ha tre punte; ma la _mantra_ (la formola del saggio)
ne ha quattro», e «solo le formole rette trionfano sui nemici». In
arabo _aïat_ = segno, versetto del Corano, miracolo, azione, fatto
prodigioso. La benedizione in ebraico = _berachà_, è quella che dà
tutti i beni, che fa tutto; e presso gli Ebrei alcune parole sanavano e
facevano morire, e certe parole si usavano per medicina. La benedizione
inoltre valeva di per se stessa, appena la formola ne fosse stata
pronunciata, anche se a sbaglio e sopra una persona diversa da quella
a cui realmente si indirizzava: così, nella _Genesi_ Giacobbe si veste
con la pelle di Esaù, carpisce al padre, semicieco, la benedizione
di primogenito, che spettava al fratello, e il vecchio poi, quando si
accorge dell’inganno in cui l’hanno fatto cadere, sbigottisce e non sa
trovare rimedio. L’idea degli effetti della benedizione si erano tanto
associati all’idea della benedizione stessa, che pronunciate le parole,
nessuna potenza umana poteva più tagliare il corso degli eventi, che
fatalmente ne derivavano, perchè l’idea che per valere dovesse non
essere data a sbaglio, non si era ancora associata[148].
Così nella magia entrava per molta parte la fiducia nella sterminata
potenza di certe formole. Gli _incanti_, gli _incantamenti_, come
ci rivela la stessa parola, erano un tempo formole cantate, a cui si
attribuiva una potenza superiore: in latino _carmen_ significa anche
detto magico.
4. Questi simboli, che ho detto mistici, perchè sono simboli che
acquistano una importanza superiore al loro reale valore di segni, per
un errore logico, ci dimostrano che la logica non è, come si credeva,
unica ed universale dovunque: giacchè quello che io ho chiamato errore
logico, lo è semplicemente rispetto al nostro modo di ragionare:
ma è invece la legge naturale del pensiero per l’uomo primitivo o
ancor rozzo. L’_Organon_ di Aristotile o il _Sistema di logica_ dello
Stuart-Mill contengono assai più le leggi ideali del ragionamento umano
che non le leggi reali; mostrano le vie per cui la ragione può giungere
alla verità più che non descrivano le strade che essa batte nel fatto,
giungendo talora alla verità e più spesso anche all’errore: potranno
essere la legge del pensiero di un grande scienziato, ma non la legge
del pensiero primitivo o anche del moderno pensiero del volgo. Ad ogni
stadio di sviluppo mentale corrisponde una logica speciale: e se per
lo Stephenson è normale vedere nel sole la causa ultima del movimento
delle sue locomotive, non è meno normale e fisiologico per il bambino
vederla nella locomotiva, o per il selvaggio credere che la carta
parli; anzi, considerando quanto più grande sia la parte dell’errore
che quella della verità nella vita dell’uomo, c’è da credere che i
rozzi processi logici dell’uomo primitivo e volgare siano ancora oggi
più normali e fisiologici che le grandi leggi logiche di Aristotile.
Del resto, che cosa ne sappiamo noi? Può darsi che, come la logica
si è finora perfezionata, continui a perfezionarsi ancora: e che un
giorno, questi stessi grandi concetti sulla forza, sulla materia,
sulla conservazione e trasformazione dell’energia, sull’evoluzione,
che sono oggi le ultime conquiste della ragione più sviluppata nelle
regioni dell’ignoto, sembrino idee rozze e primitive, come sembrano al
pensatore europeo le concezioni del selvaggio o le superstizioni del
popolo[149].
5. Un fenomeno analogo, che io chiamo l’_arresto emotivo_, avviene nel
campo delle emozioni e dei simboli emotivi. Una emozione non è mai uno
stato di coscienza unico, ma è sempre associato ad un numero più o meno
grande di immagini e di idee, ad esempio, della persona o della cosa
a cui si riferisce: così l’emozione dell’amore implica l’immagine o
l’idea della persona o cosa amata. «L’idea ed il sentimento — scrive lo
Spencer — non potrebbero essere compiutamente separati. Ogni emozione
corrisponde ad un complesso più o meno distinto di idee; ogni gruppo
di idee è più o meno penetrato di emozioni. Ciò non ostante vi sono
notevoli differenze nella proporzione con cui ognuno di questi elementi
entra nella combinazione: vi sono sentimenti che rimangono vaghi,
perchè non sono definiti da idee ed altri che acquistano una grande
chiarezza dalle idee, a cui sono associati»[150]. Le emozioni sono
dunque sempre associate a un gruppo più o meno grande di immagini o
di idee: ora accade, per una serie di cagioni, che in molte emozioni
l’immagine o l’idea della cosa a cui esse si riferiscono si attenua e
nel campo della coscienza non rimane più che la cognizione del simbolo
evocatore e l’emozione; allora questa si dirige, si _arresta_ al
simbolo.
6. È noto che nella religione, quasi dovunque e in tutti i tempi,
l’adorazione che dovrebbe elevarsi sino a Dio, si ferma alle immagini
che lo rappresentano. Ad esse, tronchi rozzamente scolpiti e fantocci
informi dei selvaggi, statue perfette degli scultori greci, quadri
dei santi della religione cattolica, croci di legno o di ferro, ad
esse si dirigono preghiere e voti, ad esclusione totale dell’essere
che rappresentano. Cook vide gli indigeni di Sandwich portar seco in
guerra gli idoli degli Dei. Quando i Messicani marciavano, in guerra, i
Sacerdoti aprivano la marcia con gli idoli. Gli abitanti dell’Jucatan,
i Chibcas praticavano lo stesso costume. — In Samuele (2, V, 21)
troviamo che i Filistei portavano seco in guerra le immagini dei loro
Dei, e l’arca considerata dagli Ebrei come dimora dell’Eterno era
portata spesso in guerra (2, Samuele, XI). Pure in Samuele leggiamo
che sconfitti gli Ebrei dai Filistei, mandarono a prender l’arca,
per ottenere la salvezza e l’ebbero, perchè il valore dei combattenti
raddoppiò[151]. Noto è il terrore che si diffuse in Atene, quando una
mattina si trovarono rovesciate le Erme degli Dei, e come Alcibiade,
imputato del sacrilegio, dovette sottrarsi all’ira dei concittadini con
l’esilio.
Anche il Cristianesimo, benchè sia partito da Cristo, apostolo di
una religione spirituale, non è oggi che una vera idolatria, almeno
nelle moltitudini: nuova dimostrazione che non il Cristianesimo ha
ingentilito il mondo, ma il mondo ha imbarbarito il Cristianesimo e il
divino concetto di Cristo. Come si spiegherebbe, se no, tanta diversità
e specialità di culti, nel culto della Madonna, quello, per esempio,
della Madonna di Loreto, di Oropa, di Lourdes, ecc., ecc., a ciascuna
delle quali si attribuiscono virtù particolari? È che non si adora la
Madonna, ma quella tale o tale altra immagine sua. E per una questione
di immagini, per sapere cioè se dei pezzi di marmo si dovevano
lasciare nei tempî o toglierli, il sangue corse a fiumi per secoli
nell’Impero bizantino; sommosse popolari, rivolte militari, congiure
di palazzo, deposizioni e uccisioni di imperatori minacciarono di
mandare a picco uno degli imperi più vasti che la storia abbia visto,
e le donne di Costantinopoli giunsero sino a scannare gli ufficiali di
Leone l’Isaurico, mandati ad abbatter le immagini[152]. Evidentemente
la rivolta fu così violenta, perchè essi, rovesciando le immagini,
distruggevano il loro Dio.
Talora invece il Dio non si confonde con l’idolo, ma con il suo
sacerdote. Nel Guzerat, i trentasette grandi sacerdoti di Wichnou
sono onorati oggi ancora come incarnazioni visibili del Dio: si pagano
cinque rupie per contemplarli, venti per toccarli, tredici per esser
frustati dalla loro mano, diciassette per mangiare il betel che essi
hanno masticato, diciannove per bere l’acqua in cui si sono bagnati,
trentacinque per lavar loro i piedi, quarantadue per ungerli d’olio: le
donne infine pagano, per essere possedute da loro, da cento a duecento
rupie.
Iddio dunque si confonde qui con il suo simbolo; e la teoria
dell’arresto emotivo ci spiega una tal confusione. Dio, nessuno l’ha
visto mai, quindi non si può averne un’immagine, se non costruendola
da noi con la nostra intelligenza: ora, per costruire mentalmente,
senza l’aiuto dei sensi, una immagine molto viva, è necessario uno
sviluppo mentale considerevole. Per questo anche oggi, quasi in tutti
alla parola _Dio_ non corrisponde nella coscienza che una immagine
vaga e nebulosa. Ne viene che quando il contadino vede la croce
che risveglia in lui un complesso di sentimenti di rispetto e di
timore, l’idea o l’immagine di Dio, per essere uno stato di coscienza
indeterminatissimo, si associa debolmente o non si associa affatto
a quella emozione: quindi alla coscienza non sono in quel momento
presenti che la vista del simbolo (croce), i sentimenti relativi, ma
non l’immagine di Dio; e perciò quei sentimenti non possono dirigersi
che al simbolo, perchè egli solo si trova nel campo della coscienza e
dietro lui non c’è per l’adoratore l’immagine del Dio che esso dovrebbe
rappresentare. Siccome un simbolo funziona in quanto ha la potenza di
richiamare un gruppo di idee e di sentimenti, se queste associazioni
non si fanno, il simbolo passa alla condizione di realtà, perchè
l’emozione si arresta a lui e non risale a ciò che esso rappresenta.
Ecco perchè l’idolatria ripugnò sempre alle grandi intelligenze, da
Mosè e da Maometto a Pascal e a Matteo Arnold, che protestarono sempre,
ma spesso a torto, almeno dal punto di vista delle plebi, contro il
culto delle immagini.
7. Talora il simbolo assorbisce la realtà da esso rappresentata e
diventa simbolo mistico, perchè l’emozione di cui esso è il segno,
diventa troppo complessa.
Il più caratteristico di questi simboli è la bandiera, che è un vero
simbolo mistico, perchè sostituisce interamente nelle emozioni della
massa, la patria o la società che dovrebbe rappresentare.