Come esiste nelle sensazioni, nelle immagini e nelle idee, la riduzione

si applica anche ai sentimenti, che da quelli prendono origine.

L’amore, la ripulsione, l’entusiasmo, la paura che destano in noi certi

oggetti molto complessi, sono eccitati da quegli aspetti dell’oggetto

che noi percepiamo più vivamente e non da tutto l’oggetto, che non

apparisce intero alla coscienza. Baudelaire odiava Bruxelles perchè

gli alberi non vi odoravano come a Parigi, cioè per quel difetto

particolare che, ad un iperosmico come lui, doveva essere di una

importanza massima[119]. Il Krafft-Ebing notò come anche negli uomini

sani l’amore per una donna è determinato in generale da una qualità

speciale; chi ama più gli occhi di un dato colore, chi la pelle fina e

delicata; chi la taglia snella ed elegante, chi i capelli abbondanti

o il piede e la mano graziosi; altri invece sono eccitati da qualità

morali ed intellettuali, la grazia, la bontà, lo spirito; e moltissimi

sopratutto dalla voce, che conserva tra gli uomini quella potenza

di seduzione che ha tra gli uccelli cantori. Il Krafft-Ebing anzi

attribuisce al fascino sessuale della voce i folli amori che le grandi

cantanti suscitarono intorno a loro[120].

E così pure noi notiamo la riduzione nei gesti. Come l’immagine delle

cose complesse è ridotta nel cervello, così il gesto, che si modella

sull’immagine, riesce naturalmente ridotto. I sordomuti per esprimere

«casa» inclinano l’una verso l’altra le braccia, ad indicare il

tetto[121]; gli Indiani del Nord-America usano un gesto analogo per

indicare _tenda, accampamento_; e per esprimere _foresta fitta_, alzano

la mano, con la palma in fuori, i diti allungati, posti l’uno innanzi

all’altro alternativamente, ad indicarne il gran numero[122]. Quando

noi vogliamo invitare alcuno a prendere un mucchio di oggetti minuti,

gliene offriamo per eccitarlo una manciata; e quel gesto vale come

segno che egli può prendere tutto, che noi gli doniamo tutto.

2. Questo fenomeno esercita una grande influenza sulla formazione dei

simboli. Ne è un primo effetto quel fenomeno, la cui spiegazione sfuggì

pure all’occhio d’aquila del Marzolo, così frequente nelle lingue

primitive: la reduplicazione.

In moltissime lingue, per indicare un gran numero di cose dello stesso

genere, il plurale, si usa ripetere due volte il sostantivo: per

indicare la maggiore intensità d’una azione o la contemporaneità di

due azioni, si ripete due volte il verbo. Così in malese _râda_ = re,

_râda-ráda_ = i re; _kayu_ = legno, _kayûan_ = bosco; _kayu-kayan_

= bosco folto; in peruviano _cacha_ = albero; _cacha-cacha_ = bosco;

in samoano _fulu_ = pelo; _fulu-fulu_ = capigliatura; in turco _bol_

= largo, abbondante; _bol-bol_ = molti; a Giava _pira?_ = quanti?

_pira-pira?_ = molti? così pure a Samoa _tufa_ = dividere; _tufa-tufa_

= dividere più volte, spesso; _tala_ = parlare; _tala-tala_ = urlare;

_moe_ = dormire; _moe-moe_ = dormire insieme; ad Hawai _luli_ =

muovere; _luli-luli_ = muovere spesso, scuotere; a Tonga _tete_

= tremare; _tete-tete_ = tremar molto; _nofo_ = abitare; _nonofo_

(sincope di _nofo-nofo_) = abitare insieme[123].

È questa una vera riduzione filologica, perchè esprime una pluralità di

cose, indicandone soltanto due. Come l’immagine di pochi individui o di

pochi oggetti serve a rappresentarci nella mente un complesso di cose

numerosissimo, così nel linguaggio la reduplicazione del nome serve a

indicare la cosa in gran numero, o l’azione ripetuta. È la riduzione

delle immagini e dei concetti riflessa nel linguaggio; nè a noi sembra

il raddoppiamento di un sostantivo incompetente a rappresentare una

pluralità di oggetti, perchè l’immagine che abbiamo nella mente di

quel complesso non è costituita dalla immagine di più che due o tre

individui; è insomma anche essa semplicemente quasi una reduplicazione.

Così nella più antica arte greca, sui bassorilievi, una foresta era

rappresentata con un albero, un esercito con un soldato, un edificio

con una colonna: dove l’immagine già ridotta di quegli oggetti

complessi subiva ancora una nuova riduzione per le difficoltà manuali

della rappresentazione grafica sul marmo.

3. Abbiamo visto che anche i gesti sono modificati per il processo

di riduzione, quando si applichino ad oggetti troppo complessi a cui

non siano adattati. Vedemmo pure come, secondo le idee primitive, un

contratto non è valido senza la consegna effettiva della cosa. Ecco

come il gesto del Khonds, più sopra ricordato, che dà una manciata di

terra al compratore del suo campo, e quello analogo del procuratore

del signore nelle cerimonie scozzesi dell’investitura, sono il gesto

naturalmente modificato dal processo di riduzione, dell’offerta,

trattandosi di cosa che, come il campo, non si può maneggiare. Nulla di

premeditato, ma un gesto naturalmente ridotto.

Questo gesto naturale e involontario può, col tempo, essersi associato

all’idea della trasmissione della proprietà, così strettamente, che

l’offerta di una zolla o di qualche altra parte del campo divenne il

segno della vendita. La differenza tra lo stadio rappresentato dai

fatti precedenti e quello rappresentato dai fatti che seguiranno,

sarebbe questa: nel primo caso il gesto è una vera consegna del campo,

fatta sul luogo stesso; nel secondo ha valore di segno della proprietà

trasmessa in sè, e può esser compiuto lontano dal campo, innanzi a dei

testimoni. Nel primo caso bisognava veder strappare la zolla di terra

al campo e poi consegnarla; nel secondo soltanto vederla consegnare,

per l’idea della trasmissione della proprietà, più strettamente

associatasi a quel gesto.

Ecco perchè quando _Tu-ouen-hsin_ mandò in Inghilterra la sua missione

_Panthay_, gli ambasciatori portarono delle pietre, prese ai quattro

angoli della montagna _Zalì_, per esprimere il loro desiderio di

divenire feudatari della corona britannica[124]. Tra i Franchi, nelle

cessioni dei fondi, il tradente dava all’acquirente una zolla, o un

ramo, o una pietra. Secondo la legge bavara, per la consegna di una

selva si dava un cespuglio di erba o un ramo[125], e nel Medio Evo

l’investitura di un fondo si faceva consegnando una zolla di terra.

Eguale uso troviamo, come è noto, presso i Romani. La paglia, che noi

troviamo nel Medio Evo impiegata nell’investitura di una prateria, di

un frutteto, di un campo, non è che un simbolo analogo a quello del

cespuglio d’erba, e che fu più spesso preferito perchè più comodo;

anzi era tanto la consegna della paglia, che garantiva la prova

del contralto, che la paglia era spesso nel Medio Evo inserito nel

diploma della vendita: prova palmare che il documento scritto, frutto

precoce, per quei tempi, di tradizioni romane rinverdite, era malamente

compreso.

Noi ci troviamo insomma in presenza di mezzi di prova più primitivi

che i nostri, e perfettamente analoghi a quel gruppo di simboli che

analizzammo di sopra. Solo che il processo di riduzione ha alquanto

modificato il simbolo; ed ha associato l’idea della trasmissione della

proprietà non alla consegna della cosa, ma di una sua parte, e in

seguito anche di una sua parte così minima, che il rapporto con la cosa

venduta diventa tenuissimo. Tale l’investitura per il simbolo della

paglia; e più ancora quella fatta con il simbolo di una foglia di noce.

Associatasi poi ad alcuno di questi atti, per esempio, alla consegna

della paglia, sempre più strettamente l’idea della trasmissione della

proprietà, esso finì per applicarsi anche a cose, a cui originariamente

non poteva adattarsi, come le case: quindi noi vediamo il simbolo

diventare sempre più generale, divenire da simbolo della vendita di un

campo o di un verziere, simbolo della trasmissione della proprietà in

generale.

E nello stesso tempo esso diventa sempre più astratto, e tende a

dissolversi, perdendo sempre più il suo carattere concreto. La consegna

di una zolla di terra strappata, in presenza del compratore e dei

testimoni, al campo, è una formalità concreta e materiale, quasi una

consegna del fondo stesso: ma la consegna di un fuscello di paglia in

segno di un fondo o di una casa venduta, è già un simbolo assai più

astratto, perchè il suo rapporto visibile con la cosa è minore, perchè

il distacco tra il simbolo e la cosa è assai più grande, e l’uomo

già lo colma con le ricche associazioni mentali che si sono formate

nella sua mente. Un passo ancora: anche la fragile paglia sparirà e il

simbolismo materiale dei tempi primitivi sarà sostituito dalle forme

più ideali di prova che noi usiamo. Così a poco a poco, senza quasi che

egli se ne accorga, l’uomo è dall’evoluzione mentale messo a faccia a

faccia con le più alte e più complesse idee astratte.

CAPITOLO V.

Simboli emotivi.

1. Non solo le idee, ma anche le emozioni hanno i segni o simboli che

le rappresentano e per mezzo dei quali possono essere comunicate da una

ad altra persona.

Vedemmo che una emozione, da qualunque causa prodotta, dura un certo

tempo, poi si affievolisce sino ad estinguersi: nè l’amore, nè l’odio,

nè il piacere, nè il dolore, sono, per fortuna dell’uomo, eterni,

perchè essendo anch’essi trasformazioni di forza, cessano quando hanno

esaurita la quantità iniziale di energia, che avevano all’origine.

Vedemmo pure che, per la legge dell’inerzia mentale, quell’emozione non

può rinascere, sia pure con intensità minore, se una sensazione, stata

precedentemente associata con essa nell’esperienza, non la rieccita e

ravviva. Ora i simboli emotivi sono costituiti da queste sensazioni che

hanno potere di risvegliare emozioni sopite: per la legge dell’inerzia

essi sorgono ed acquistano la loro immensa importanza.

2. In un popolo selvaggio, il cacciatore che torna al villaggio

carico di un grosso animale ucciso, o il guerriero che, sul campo

di battaglia, abbatte un gran numero di nemici, eccitano vivamente

l’ammirazione di quanti lo vedon tornare carico della preda o

ammazzare uno dopo l’altro i molti nemici; egli stesso, nel momento

in cui porta la preda o vede a terra i cadaveri dei vinti e si sente

intorno l’ammirazione dei propri compagni di tribù, proverà intenso

il piacere della potenza individuale e il piacere dell’ammirazione. Ma

divorato l’animale o abbandonato il campo di battaglia, ben presto quei

sentimenti di ammirazione della tribù per lui e anche quei sentimenti

suoi di orgoglio, di potenza e di vanità soddisfatta si affievoliranno,

per la legge comune di tutti i sentimenti. Se noi anche oggi, in popoli

civili, vediamo generali e uomini politici, che hanno riportato grandi

vittorie o resi servigi eminenti al paese, adorati finchè il ricordo

delle vittorie o dei servigi è recente, dimenticati e maltrattati

quando il ricordo, in pochi anni, si è spento, non possiamo dubitare

che anche più rapidamente, per il minore sviluppo mentale, nei popoli

selvaggi si vada seppellendo nell’oblio il ricordo di una impresa

audace o di un atto di coraggio. Ecco la ragione ultima del trofeo:

adornandosi dei denti dell’animale, della mascella del nemico ucciso,

o di qualche altra parte, l’uomo primitivo si carica di un oggetto

la cui vista ecciterà in lui stesso quei sentimenti di orgoglio e di

piacere provati a compiere l’impresa e negli altri il ricordo del suo

valore e i sentimenti di ammirazione e di timore: sarà quella dunque

la sensazione che ridesterà, sebbene con intensità minore, tutte le

emozioni che il valore in guerra, o nella caccia, destarono al momento

in cui si mostrava. Quindi in colui che lo porta e in quelli che lo

vedono, i sentimenti della propria superiorità e dell’ammirazione si

associano con la vista del trofeo. Togliere al proprietario il trofeo

sarebbe come rubargli la gloria della sua impresa. Di qui l’immensa

diffusione del trofeo nelle razze primitive, e l’enorme pregio in cui i

trofei sono tenuti[126].

Il trofeo si trasforma poi, per un’evoluzione che fu studiata dallo

Spencer, in distintivo di classe e di autorità (bastone, scettro,

lancia, spada, colori vivaci, bel vestito)[127]. Che cosa accade

allora? Il capo e il re o il membro della classe nobile differisce

dalla folla vile degli altri mortali, per essere insignito del

distintivo o vestito con abiti speciali: ne verrà che quei sentimenti

di timore o di soggezione, che gli atti di potenza e di prepotenza

del capo o della classe nobile suscitano nei sudditi si associeranno

alla vista dei distintivi e saranno da questi risvegliati in ogni

occasione. Se il capo o la casta dominante fossero vestiti come tutto

il popolo, il terrore che una loro prepotenza può suscitare durerebbe

un certo tempo e poi impallidirebbe fino a scomparire: onde sarebbe

loro necessario, per mantenere il proprio predominio, ricorrere sempre

a nuove violenze: mentre associatisi quei sentimenti alla vista di

quei distintivi, essi risorgono continuamente, e il capo o il nobile,

vestiti del loro costume speciale, rieccitano quei sentimenti di

soggezione, che generarono le loro antiche violenze o quelle dei loro

antenati, senza bisogno di ricorrere a nuove. Analogamente il capo

o il nobile, vedendo che la riverenza è maggiore verso di loro nei

sudditi, quando essi appariscono in mezzo a loro adorni dei distintivi

e sentendo allora più intenso il piacere della superiorità propria,

associano l’idea e il sentimento della propria potenza al distintivo;

si sentono più vivamente padroni quando lo indossano. Per questo essi

considerano come una usurpazione della loro autorità ogni usurpazione

del loro vestito, perchè quei distintivi eccitano quei sentimenti

di soggezione di cui vogliono gelosamente esser soli a fruire. Come

si vede adunque, il simbolismo dell’abito è una conseguenza della

legge d’inerzia, della necessità cioè di fissare con una sensazione i

sentimenti, che abbandonati a loro stessi percorrono un rapido ciclo

discendente, sino ad estinguersi. Per questa legge, il capo selvaggio

si sente allora soltanto il padrone, quando è vestito del suo costume

privilegiato; vestito comunemente, sarebbe poco più considerato che gli

altri: perciò egli tiene tanto al suo vestito particolare come alla sua

autorità.

Ecco la ragione di quel fenomeno, dimostrato universale, ma non

spiegato dallo Spencer: le leggi suntuarie. Così dall’uso di prendere

ai vinti gli abiti più brillanti, ne venne che gli abiti splendidi

furono l’insegna delle classi dominanti; al Madagascar solo il re può

portare abiti di scarlatto; solo il Kututuchtu (Gran Sacerdote mongolo)

e i Lamas possono vestirsi di giallo, e il giallo è in China il colore

imperiale; nel Medio Evo, in Francia, solo i principi potevano vestirsi

di rosso. Dall’uso di prendere ai vinti tutti gli abiti, il vestito

divenne un simbolo della libertà e della potenza; onde le classi si

differenziarono talora dal numero dei vestiti; alle isole Sandwich, a

Tonga, a Tahiti i capi si distinguono dalla restante folla per l’enorme

quantità dei vestiti che portano, a spese talora della comodità; tra

i Fundah i cortigiani si imbottiscono di vestiti, in modo da prendere

talora la forma di una palla. Dall’uso di togliere al nemico vinto le

armi e conservarle come trofeo, venne che il distintivo dell’autorità

è l’arme: così al Giappone la classe più alta porta due spade, la media

una, la infima nessuna.

Di qui l’enorme importanza attribuita dalla leggenda, dai costumi,

dall’opinione popolare ai distintivi dell’autorità. Chi non ricorda, ad

es., la corona ferrea, conservata così gelosamente, di cui Napoleone

volle cingersi a consacrare con il rispetto attribuito ai simboli

quella potenza che aveva pure una consacrazione più reale, quella del

suo genio militare? In tutta la storia medioevale le incoronazioni

hanno una parte importantissima; e per un imperatore tedesco è sempre

una grave questione diplomatica decidere dove e per mano di chi sarà

coronato. Chi non ricorda nella leggenda svizzera di Guglielmo Tell il

cappello inalberato dal Gessler a cui si dovevano gli onori spettanti

al sovrano? Monstrelet racconta che Enrico IV, re d’Inghilterra,

essendo vicino a morire, si levò a un tratto sul letto, quando vide il

figlio metter mano alla corona, che pendeva dal capezzale, dicendogli:

«Che diritto vi hai tu?»[128]. E quando Luigi XI ebbe costretto il

fratello Duca di Berry a cedergli la Normandia, esigè che consegnasse

l’anello ducale; e poi, in una solenne assemblea, tenuta a Rouen il

9 novembre 1469, lo fece frantumare[129]. Non gli pareva di aver ben

vinto il fratello, sinchè il simbolo dell’autorità sua rimaneva.

3. Si vede così come la funzione dell’abito non sia stata solo quella

di difendere il corpo dal freddo e il pudore dagli attacchi: l’abito

ha avuto anche una altissima funzione di simbolo; è stato il mezzo per

fissare con una sensazione un gruppo di idee ed emozioni riferentisi

alla qualità, al grado, alla condizione delle persone, diventandone

il simbolo; è quasi il registro in cui ogni uomo porta scritto la

propria qualità. E viceversa l’uomo, siccome egli è schiavo della legge

d’inerzia e i suoi giudizi e sentimenti si producono accidentalmente

secondo che le sensazioni vengono a risvegliarli, si comporta verso

i suoi simili, inconsciamente guidato dall’abito e non dall’idea

delle qualità personali; si direbbe che, tutti nudi, gli uomini si

considererebbero eguali fra loro e che agli occhi dei più la differenza

tra Napoleone e un tamburino, tra Goethe e il suo servitore è stabilita

dall’abito diverso che portano. Il marchese di Castine notò che in

Russia si considerava come una stranezza un uomo, di cui l’abito non

indicasse il grado e la qualità, e la cui importanza risiedesse tutta

nei suoi meriti personali, senza alcun segno esteriore. Oggi stesso,

nella civiltà europea, abolite tutte le altre distinzioni di abito,

una sola ne è rimasta: gli abiti eleganti e gli abiti rozzi, simbolo

i primi delle classi borghesi e gli altri delle classi proletarie;

ora quale persona di elevata condizione non arrossirebbe e non si

sentirebbe come decaduta dalla sua posizione, se dovesse uscire vestito

come un muratore? Chi di noi non ha provato che è più difficile trattar

male un birbante vestito bene, che un galantuomo vestito male? Tanto il

simbolo è potente, tanto certe date sensazioni risvegliano certi dati

sentimenti, senza che noi possiamo opporci alla loro associazione se

non con estrema fatica.

Anche oggi, del resto, l’abito ha una parte importante nel simbolismo

politico-giuridico; chi non ha osservato e esperimentato che un

ordine d’un carabiniere in divisa è assai più suggestivo che un

ordine di un’autorità in borghese? Anche oggi le classi che vogliono

conservare un’individualità spiccata in mezzo alle altre, come i preti

ed i soldati, adottano un vestito speciale e lo difendono contro le

usurpazioni.

Il vestiario rispecchia perciò le condizioni politiche e sociali

d’un popolo; e un buon psicologo può descrivervi queste condizioni,

solo conoscendo i tipi d’abito in uso. Dove le differenze del vestito

sono piccole tra i vari individui, si ha un Governo poco accentrato

e dispotico; dove sono grandi, si ha l’aristocrazia o il dispotismo;

gli abiti delle classi superiori in cui entrano come distintivi

oggetti di guerra, indicano una società militare; gli abiti divisi in

due specie, i sontuosi e i ruvidi, indicano una società mercantile,

composta di un’aristocrazia finanziaria e di una plebe proletaria. E

le evoluzioni dell’abito segnalano o seguono i mutamenti della storia:

il barometro che annunciò con le sue oscillazioni la tempesta della

rivoluzione francese fu proprio la moda. «L’abito — scrive il Bukle —

aveva tale importanza nel secolo XVI, che la condizione di una persona

si vedeva subito dal suo esteriore, nessuno osando usurpare l’abito

della classe superiore. Ma nel movimento democratico che precedette

la rivoluzione francese, l’innovazione della moda si fece sentire

fin nelle riunioni mondane..... Nei pranzi, nelle cene, nei balli, ci

dicono i contemporanei, il vestito era divenuto d’una tale semplicità,

che i ranghi si erano confusi; ben presto i due sessi abbandonarono

ogni distintivo: gli uomini andarono in società in _frac_, le donne in

corsetto»[130].

L’abito si potrebbe in certo senso chiamarlo il simbolo eterno della

storia dell’uomo, della sua evoluzione psichica, politica, sociale,

giuridica.

4. Numerosissimi sono i simboli emotivi di altre specie, perchè tra

questi vanno enumerate le immagini religiose, le bandiere, altrettante

sensazioni destinate a risvegliare certe specie di emozioni, religiosa,

patriottica, ecc., ecc. Ma di questi parleremo più avanti, perchè la

loro funzione è più complessa.

CAPITOLO VI.

Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo ed ideo-emotivo.

Studiata la genesi e la funzione di molti simboli, ci resta ad

analizzare quello che è il più sconosciuto e per certi rispetti il

più importante fenomeno del simbolismo: il processo per cui il simbolo

spesso assorbe, per dir così, la realtà che rappresenta; si sostituisce

ad essa, e perdendo il suo valore di segno, è scambiato con la cosa

che esso starebbe a significare. Sono queste le frodi che il simbolo

fa all’intelligenza umana, trascinandola spesso in errori gravissimi:

perchè anche il simbolo, mentre da un lato è un sussidio prezioso

all’uomo nella lotta per l’esistenza, dall’altro è fonte di molteplici

danni. Sono questi simboli che acquistano un valore molto più grande

del loro primitivo di segno, che io chiamo simboli _mistici_.

1. Dopo le profonde critiche dello Spencer alla teoria feticista

della religione, in cui egli dimostrò come l’idea che le cose siano

animate è idea già complessa e perchè tale niente affatto propria nè

del selvaggio, nè del bambino; dopo le risposte del Guyau, che tentava

riprendere l’antica teoria attenuandola e adattandola meglio ai fatti,

che lo Spencer aveva messi in luce, la questione sull’idea che si fa

il selvaggio intorno ai fenomeni, è uscita dal periodo di tradizione

comunemente accettata senza ragioni sufficienti. Senonchè, se il Guyau

ha avuto ragione di sostenere contro il suo grande avversario che

i selvaggi hanno idee ben diverse dalle nostre su molti fenomeni e

specialmente su quei congegni in uso tra i popoli civili che sembrano

muoversi e agire per virtù propria, come le armi da fuoco, le navi,

ecc., non ha determinato con precisione il processo mentale per cui

quelle idee, così lontane dalle nostre, si formano[131].

È ormai dimostrato che nell’idea di causa non è implicato altro

concetto che quello d’una successione necessaria di due fenomeni.

Quando noi diciamo che il fenomeno _A_ è causa del fenomeno _B_

non intendiamo dire altro se non che _A_ è continuamente seguito da

_B_, e il processo mentale con cui noi giungiamo a tale conclusione

è quello dell’associazione. Siccome il presentarsi di _A_ è sempre

seguito dal presentarsi di _B_, mentre altri fenomeni _C, D, E, F_,

ora si presentano ed ora no, per la legge che la coesione e quindi

l’associabilità degli stati di coscienza è proporzionale alla frequenza

con cui si sono seguiti nella coscienza[132] il presentarsi di _A_

richiamerà l’idea di _B_, cioè la previsione di quello che noi diciamo

suo effetto; il presentarsi di _B_ richiamerà l’idea di _A_, cioè

l’enunciazione di quella che noi diciamo sua causa. Kant ha forse,

meglio di tutti, con una analisi profonda dimostrato che l’idea di

produzione (cioè che la causa generi essa l’effetto), che noi associamo

a quella di causa, è un’immagine nostra e poco giusta[133].

Ora, congiungendo quest’osservazione con la legge del minimo

sforzo, troveremo la causa di moltissimi errori di ragionamento

commessi dall’uomo primitivo e dal volgo, e in questi la genesi di

alcuni simboli. Supponendo che tre fenomeni _A, B, C_ si seguano

costantemente, ma di cui _B_ e _C_ si possano percepire con i

sensi, con la vista, il tatto, il gusto, ecc.: _A_ invece non sia

percepibile coi sensi, sia invisibile, intangibile, ecc., ecc.,

accadrà che soltanto _B_ e _C_, producendo una sensazione, solo tra

le immagini e le idee loro si stabilirà l’associazione, con cui poi

concludiamo al giudizio di causa. _A_, non producendo nessuno stato

di coscienza, non entrerà nella serie associativa: si potrà solo

indurre la sua presenza necessaria nel fenomeno, con la osservazione

attenta, il confronto, l’analisi dei fatti, ossia con l’investigazione

scientifica e applicando i quattro metodi per la ricerca della causa,

determinati dallo Stuart-Mill. Gli elementi presenti alla coscienza,

se la riflessione non interviene, non possono essere che le immagini

o le idee di _C_ e _B_, essi soli essendo già stati percepiti come

sensazioni.

I simboli · 第 6 / 12 段