i popoli che conservano le traccie del cerimoniale del ratto, la compra
non fu che un mezzo di composizione anticipata per il ratto; ma il
ratto era ancora il modo di acquisto. Noi troviamo nel matrimonio una
contraddizione analoga a quella trovata nella _mancipatio_ romana, di
un contratto cioè nascente dallo scambio, che si afferma con un atto di
conquista.
Giunti a questo punto è facile immaginare le trasformazioni ulteriori
di quel costume. Non avendo più la lotta una ragione reale, a poco a
poco i difensori della donna avranno diminuito il loro accanimento e
con quello dei difensori diminuì certo l’ardore dell’assalitore, al
che già si vede accennare in alcune parti la cerimonia della Nuova
Zelanda (Earle). Così a poco a poco si è ridotto a una sopravvivenza
sparuta, a una pura pantomima, conservata dalla enorme forza di
conservazione di tutti gli usi sociali, deformata nei suoi particolari
dalle piccole modificazioni accidentali, sino, talora, a mutar quasi
aspetto, come accade di tutte le cerimonie che esistono ancora senza
uno scopo vivente. Enorme è il numero dei popoli in cui troviamo questo
cerimoniale, più o meno mutato nei particolari dai capricci di quelle
accidentali variazioni, fino a tramutarsi talora in una danza: onde
vien fatto di meravigliarci e quasi di sorridere a questo spettacolo
dell’evoluzione che nei capricciosi meandri del suo corso eterno senza
direzione determinata, trae dalle lotte sanguinose di un tempo, gli
allegri balletti e le liete cerimonie di un’altra età.
4. Un processo analogo ha dato origine al simbolismo del processo
romano che simula, come è noto, un duello.
È certo che, specialmente tra i popoli militari, le dispute private
relative ad ogni questione, si sciogliessero un tempo con la spada.
Anche creato e rafforzato lo Stato, il potere sociale non intervenne a
separare i combattenti, per avocare al proprio giudizio la decisione
della disputa; perchè dalla lotta cruenta delle armi alla lotta
pacifica delle ragioni troppo grande è l’abisso, e tale, che d’un
salto l’uomo non poteva varcarlo. Lo Stato restrinse la sua azione, in
origine, a regolare le condizioni della lotta, che doveva compiersi in
presenza di un suo rappresentante. Tale era la condizione del duello
giudiziario presso gli antichi Tedeschi.
Vediamo ora per quali trapassi alla lotta materiale sia succeduta la
battaglia ideale delle ragioni. Secondo il Dugmore, il processo cafro
simula una spedizione armata della tribù a cui appartiene l’attore,
contro la tribù del convenuto. «Esce la prima in armi e va a porsi in
vicinanza dell’altra tribù, dalla quale, appena li vedono, escono tutti
gli uomini armati e vanno a porsi in un altro luogo, lontano dal primo.
Succede un lungo intervallo di silenzio, dopo il quale incominciano
le trattative, che si perdono spesso in un interminabile seguito di
discussioni capziose»[103].
Si dice spesso che i tribunali furono istituiti per frenare l’anarchia
della giustizia privata, ma è impossibile però che questa riforma sia
stata attuata ad un tratto. L’uomo primitivo che risolve ogni questione
con la spada, trova normalissimo questo mezzo, che a noi pare assurdo,
e non concepisce che ve ne possano essere altri: anzi si ribella a
quei metodi, che solo a noi sembrano ragionevoli, se da un despota
più intelligente gli vogliano essere imposti. Così Teodorico, questo
Pietro il Grande dei Goti, che, educato ai costumi romani, ne aveva
capita e ammirata la civiltà, volle imporre ai Goti l’abbandono del
duello giudiziario; ma frequenti sono nel suo _Editto_ i lamenti perchè
i sudditi si rifiutano di sottoporre le questioni ai suoi giudici, per
deciderle invece con l’armi, e non riconoscono così la grande riforma
civile che egli voleva introdurre. Anche Carlomagno, mente troppo alta
per i rozzi tempi in cui visse, dovè minacciare pene severissime contro
i duelli giudiziari; ciò che dimostra che le sue riforme civili erano
sgradite ai suoi popoli: e lui morto, il regime di guerra si ristabilì
senza contrasto. Nulla v’è d’assolutamente assurdo e intollerabile per
l’uomo; e quel costume, che sembra orrendo in un dato tempo, può essere
sacro per un altro.
Quindi le idee e i sentimenti non possono essere mutati, rispetto al
duello giudiziario, ad un tratto. Quando cominciò a introdursi l’uso
di risolvere le questioni con la discussione, non si può credere che
si mettessero subito in un canto le armi: in origine la soluzione
incruenta della questione dovè essere una felice eccezione in qualche
caso meno complicato e per cui le passioni non si fossero scaldate
soverchiamente; mentre in altri casi, le parti anche andate sul terreno
con il proposito di definir la questione pacificamente, avranno finito
per troncarla colla battaglia. Insomma, l’idea che il giudizio era una
lotta personale, dovette rimanere: solo modificandosi in questo che
si credeva che essa fosse un duello a cui era probabile una soluzione
pacifica, ma che poteva anche finir nel sangue: quindi ci si andava
armati e pronti alla battaglia. È lo stadio che noi vediamo presso i
Cafri: essi vanno al giudizio armati come se dovessero combattere, e
poi, invece che con le armi, la questione si finisce con le parole.
Gli etnologi non dicono se mai essi ritornino al sistema primitivo
della lotta; se ciò fosse, significherebbe che l’uso di risolvere la
questione pacificamente è ormai così radicata, che il pericolo di una
ricaduta nell’antica violenza è scomparso; le armi sono allora portate
sul luogo, per quella tenace resistenza che è comune a tutti gli usi.
Quella legge di Alfredo, re d’Inghilterra, che riportammo più sopra, è
un’altra prova, che proprio tale fu la base di transizione dal duello
al processo. Che dispose il re d’Inghilterra, che, pur desiderando
nell’alta sua mente d’abolire i costumi sanguinosi dei duelli
giudiziari, capiva certo che d’un colpo non avrebbe potuto schiantare
un uso così radicato? Dispose appunto che, prima di battersi, l’offeso
tentasse tutte le vie per risolvere la questione pacificamente; che
bloccasse nella sua casa l’offensore e gli domandasse giustizia; che,
fallita quella prova, ricorresse all’_ealdormann_; e, ove questi si
mostrasse sordo, al re; riuscite inutili queste pratiche, si battesse
allora. Evidentemente, per l’offeso, il modo di avere giustizia non
era punto mutato: era sempre un duello, a cui egli si avviava armato e
pronto a combattere; ma che poteva anche in certi casi risolversi senza
il bisogno delle armi. La condizione della giustizia privata, in quel
tempo, dovette insomma essere quella stessa che noi troviamo oggi nei
rapporti internazionali: i Governi ricorrono talora all’arbitrato, ma
tengono asciutte le polveri e considerano ancora come _suprema ratio_
la forza, nel caso che l’arbitrato non riesca.
In quel curioso fossile del Diritto romano, che è il più antico
processo, si possono, con una attenta analisi, rintracciare i vari
periodi di sviluppo percorsi da quell’organismo, quand’era vivo.
Esaminiamo quella che fu una delle forme più antiche, e forse anche
la più antica: l’_actio sacramento in rem_. Se si trattava di cose
mobili, dovevano esser portate in giudizio: quando fossero mal
trasportabili, se ne portava una parte. Ciò fatto e informato il
giudice degli avvenimenti e della ragione del litigio, si cominciava
ad attuare in sua presenza la _legis actio sacramento_. Supponiamo
che si trattasse di uno schiavo: colui che primo vendicava, tenendo la
verga (_festuca_, sostituzione della lancia) in una mano, con l’altra
_apprehendebat_, cioè afferrava lo schiavo; e intanto si alternava il
seguente dialogo: _Hunc ego hominem ex jure quiritium meum esse aio
secundum suam causam sicut dixi ecce tibi vindictam imposui_. Nello
stesso tempo _festucam homini imponebat_, cioè lo toccava in segno di
padronanza. L’altro faceva e diceva la stessa cosa, e stendeva sulla
cosa contrastata la sua mano; stavano allora su questa due mani,
ciò che era detto _consertio manuum_, che simulava una occupazione
risoluta e potente, e passava anche come frase di guerra. Era il primo
periodo dell’_actio_, che riassumeva, come si vede, la sfida. Dopo
ciò, il pretore interveniva dicendo: _Mittite ambo hominem_, e le
parti lo lasciavano andare; ma colui ch’era stato il primo a vendicare,
voltato all’avversario, soggiungeva: _Postulo anne dicas qua ex causa
vindicaveris_; al che l’altro riprendeva: _Jus peregi sicut vindictam
imposui_[104]; e il primo replicava sfidandolo a una scommessa:
_Quando tu injuria vindicavisti D. aeris sacramento te provoco_; il
secondo allora conchiudeva alla sua volta, accettando la scommessa:
_Similiter ego te_. Le parti, giunte a questo punto, domandavano di
essere rinviate al giudizio, che seguiva dopo trenta giorni ed era una
specie di applicazione ai fatti, totalmente scevra da ogni ingerenza
del pretore, che non faceva altro se non decretare sulle _vindiciae_,
cioè costituire un possessore provvisorio e comandargli di dare
all’avversario i _praedes litis et vindiciarum_ e ricevere da ambedue i
_praedes sacramenti_ in garanzia che il perdente avrebbe pagato la sua
scommessa.
Quasi eguale era la procedura, quando si trattava di cose immobili,
salvo alcune inevitabili differenze. Nei tempi più antichi, le parti si
portavano sul fondo, e là si eseguiva la _deductio_ o lotta fra i due
litiganti, di cui l’uno tentava di cacciare l’altro; più recentemente
si portò al giudizio una zolla[105].
È ora possibile tentare una probabile ricostruzione delle fasi,
attraverso cui passò il processo romano? Credo di sì. Esso era in
origine un duello, a cui assisteva un rappresentante dell’autorità
(in principio forse il re stesso), non per decidere egli la disputa
insorta, ma per sorvegliare la battaglia e provvedere che fosse fatta
in date condizioni di mutua lealtà. Sull’uso del duello si innestò
poi l’uso della decisione rimessa ad un arbitro: ma non ad un tratto
e repentinamente, bensì per un trapasso graduale, ch’è segnato dalla
scommessa. Che i Romani abbandonassero ad un tratto l’uso di troncar le
questioni con la spada, era impossibile; ma fu invece possibile, che
a poco a poco, si diffondesse l’uso di scommettere tra le due parti
che un terzo, scelto ad arbitro, avrebbe dato ragione a sè; perchè
quello era una specie di duello trasportato sopra un campo differente;
a cui l’avidità di guadagnare, oltre la cosa, anche la posta, poteva
fare accondiscendere facilmente; e che all’antico piacere di uccidere
l’avversario, oltrechè di prendergli l’oggetto conteso, sostituiva il
piacere di vincergli una somma di denaro; non aboliva cioè totalmente
quel piacere, come avrebbe fatto l’uso, repentinamente introdotto, di
mettere senz’altro la questione all’arbitrio del magistrato[106]. Ma
quando l’uso della scommessa cominciò a diffondersi, per il processo
tante volte descritto, le idee non cambiarono subito, ma si credè di
muovere sempre a un duello, che poteva invece finire con una scommessa;
quindi si andava armati, si faceva la sfida, come nei casi ordinari:
e tutti questi atti, abbreviati e deformati, rimasero per la tenace
resistenza a sparire dagli usi, anche quando il costume della scommessa
prevalse in modo che il duello non fu più usato.
Tutto ciò è confermato dallo stranissimo fatto, che il pretore non
si ingeriva menomamente nella soluzione della questione: segno che
egli rappresentava ancora il magistrato che in tempi più antichi
assisteva alla lotta e che nel periodo di trapasso ebbe forse l’ufficio
di eccitare i litiganti ad appigliarsi, invece che alle armi, alla
scommessa e al giudizio arbitramentale di un terzo.
5. Per questo innato conservatorismo dell’uomo, le idee più sono
antiche, più sono tenaci, e più violenta ribellione suscita ogni
tentativo di modificarle. A tutti è noto che è più facile perdere
un’abitudine contratta da un mese, che quella da un anno; lo stesso
accade delle idee: e le idee che sono patrimonio comune da dieci
generazioni, si possono più facilmente sostituire che quelle che lo
sono da cento o da mille generazioni. Di qui una conseguenza singolare:
siccome le idee più antiche sono le più religiosamente conservate,
e siccome, essendo più antiche, rimontano quasi sempre a periodi di
minore esperienza e di maggiore ignoranza, e quindi sono quasi sempre
più errate che non le più recenti, ne viene che l’uomo tiene appunto
più appassionatamente a quelle idee che sono meno ragionevoli.
Non da altro deriva la grande importanza che nel diritto a certe
epoche si annette ad alcune formalità antichissime, che sono tanto più
religiosamente osservate, quanto meno hanno di ragione reale. È noto
come in origine il corpo giudiziario fosse costituito dall’assemblea
militare, cioè da tutti i guerrieri. Era perciò naturale che il luogo
di riunione dovesse essere all’aperto e spazioso: in una foresta, in
un prato, su una piazza, ecc., ecc.; ma ecco che anche quando il potere
giudiziario passò dall’assemblea militare al re o ad un suo ufficiale,
rimase una formalità quasi sacra per lui, quella di tornare a rendere
la giustizia in quei luoghi, dove la rendeva già l’assemblea militare.
Così gli Elettori di Germania andavano, sino al sedicesimo secolo, a
proclamare il nome dell’imperatore eletto, sulla montagna, cioè là dove
probabilmente era in antico eletto dal popolo. Nel Medio Evo abbiamo
notizia di tribunali adunati in riva ai fiumi[107], ai laghi[108],
intorno a fontane[109], a sorgenti e a pozzi[110], sui ponti[111].
Luigi IX, ci racconta Joinville, andava spesso nel bosco di Vincennes,
e sedutosi sotto una quercia, ascoltava i reclami e i piati di
chiunque si presentasse[112]. I sovrani ebraici tenevano giurisdizione
«nelle porte», luogo ordinario di riunione presso i popoli orientali.
Tra gli antichi Romani, il re amministrava la giustizia nel luogo
dell’assemblea, seduto sopra un carro. Nel libro del Gomme, _Primitive
Folk-moots_, sono molti esempi da cui risulta, che tra gli antichi
tedeschi il _Königs-stuhl_ (seggia reale) era un banco di erba
verde[113].
Nè da altra causa trae origine l’importanza che si attribuisce anche
oggi alla pubblicità e oralità dei dibattimenti, specie penali, quasi
che tali formalità fossero una grande conquista della civiltà, mentre
non sono che un ritorno a costumi antichissimi. La pubblicità, oggi
inutile, anzi dannosa, perchè si riduce a un centro di suggestione
criminosa e ad uno sfoggio di teatralità del delitto che non è certo
la più morale, è un avanzo degli antichi giudizi popolari; l’oralità
poi dei dibattimenti risale al tempo in cui le discussioni si facevano
tutte con la parola, perchè mancando le leggi scritte, il tenore delle
costumanze era affidato alla memoria dei rapsodi o bardi, quando l’uso
della scrittura era molto minore che non al presente. Così gli abitanti
delle isole del mare del sud «avevano fatto — scrive l’Ellis — delle
loro ballate tradizionali una specie di autorità classica, a cui si
riportavano per la determinazione d’un fatto contestato della loro
storia». Quando un dubbio sorgeva «come mancava un punto d’appoggio
fisso, non potevano che opporre una tradizione orale ad un’altra: ciò
che trascinava fatalmente le parti ad una discussione lunghissima e
spesso ostinata»[114]. Ecco perchè noi diamo ancora più importanza alla
deposizione che il teste fa all’udieuza, che non a quella che fece
innanzi al giudice istruttore: mentre dovrebbe essere il contrario,
perchè questa è di data più recente e più vicina agli avvenimenti, ed è
fatta in condizioni migliori, lontano cioè dal pubblico, dall’accusato,
dall’apparato della giustizia, che possono impressionare il teste
e anche involontariamente fargli scambiare o confondere i ricordi.
Ora, quando tra un secolo o due la scrittura avrà sostituito in
gran parte la parola nei processi e i giudici non esamineranno più
l’imputato pubblicamente e si formeranno poi la idea complessiva del
suo carattere e della sua colpabilità leggendo i rapporti scritti
delle testimonianze, gli uomini di allora si meraviglieranno che un
tempo il processo fosse una così strana mescolanza di oralità e di
scrittura, che il testimone venisse a ripetere ciò che già aveva detto
ed era stato ridotto a protocollo; che infine si facesse tutta quella
rappresentazione teatrale così costosa, così incomoda e così inutile,
come noi ci meravigliamo di veder coesistere la compra e il rapimento
presso certi popoli. Qualcuno anzi potrà anche supporre, come si è
supposto per il cerimoniale del ratto e del duello, che fossero quelle
formalità appositamente stabilite, per ricordare che anticamente i
dibattiti erano orali.
6. Parrà forse strano di voler fondare tutta la teoria di questa
classe di simboli sopra una contraddizione. Ma possiamo noi asserire
che l’uomo sia un essere logico? Roberto Ardigò, in un suo scritto
stupendo, ha risposto di no. «I dati della cognizione di un uomo, egli
scrive, cadono nella sua coscienza a poco a poco, in tempi diversi, per
vie disparate, in modi vari, con direzioni opposte. E vi si incontrano
a caso, come i detriti e gli oggetti d’ogni sorta, trascinati
dagli affluenti nel fondo di un grande fiume da plaghe opposte e
lontanissime. Anzi, siccome il massiccio fondamentale della psiche è lo
stesso patrimonio comune delle cognizioni tradizionali della società,
nella quale si forma, e questo patrimonio è la sovrapposizione storica
dei trovati difformi e discordanti delle età passate, così la coscienza
può paragonarsi alla roccia geologica costituita di una serie di
stratificazioni affatto diverse l’una dall’altra»[115]. L’irragionevole
è dunque una forza della storia tanto e forse più che la ragione; e
colui che si figge in capo di voler spiegare con la logica le vicende
del genere umano, potrà essere un grande erudito, ma della storia non
capirà mai nemmeno una sillaba.
Nel che le idee e i sentimenti si dimostrano obbedire alle leggi comuni
di tutti gli altri fenomeni naturali. È forse logica la natura quando
conserva ancora per migliaia e milioni d’anni, in una pianta o animale,
un organo divenuto inutile, prima di sopprimerlo con la lunga atrofia?
Così sono le idee e i sentimenti: anche divenuti inutili, durano ancora
per un pezzo a sussistere, finchè spariscono, dopo il lungo disuso.
E si ha insieme una riprova che l’uomo non ha mai creato istituzioni,
usi, ecc., dietro una idea preconcepita; e che la sua determinazione
non entra in nulla nei risultati ultimi a cui arriva l’opera sua.
Non fu l’idea del contratto o della discussione pacifica che fecero
sostituire la compra e il giudizio al rapimento e al duello: ma la
compra e il giudizio sostituiti al rapimento e al duello generarono
con una lenta suggestione l’idea del contratto e della discussione
giudiziaria nel cervello dell’uomo.
CAPITOLO IV.
Simboli di riduzione.
1. I sensi, anche quello della vista, che è il più importante per la
comunicazione col mondo esteriore, ci dànno un’immagine alterata della
realtà, perchè sono tutt’altro che strumenti di precisione.
Una delle più importanti differenze che passano tra le cose come sono
e come le vediamo, è questa: che se le cose sono troppo complesse o
troppo numerose, noi non ne percepiamo che i tratti principali o una
parte; e solo per effetto delle esperienze anteriori riconosciamo
l’oggetto, nonostante l’imperfetta sensazione. Quando noi guardiamo
un vasto prato, non ne discerniamo certamente nè tutti i fili d’erba,
nè tutti i fiori; ma abbiamo una sensazione complessiva di verde, in
mezzo a cui risalta la sensazione di un filo d’erba o di un fiore più
illuminato. Se entriamo in un bosco, non percepiamo certo distintamente
tutti gli alberi nel loro complicato intrecciamento; il campo visivo
non è occupato che da un piccolo numero, e di questi, quelli che sono
nella zona della visione diretta sono veduti più chiari: gli altri
sono invece in una semioscurità. Secondo il Reymond[116], quando
noi fissiamo una parola posta in mezzo ad una riga, non possiamo
riconoscere nemmeno approssimativamente le parole poste alla estremità
della linea; anzi, in una stessa parola noi possiamo ottenere tutt’al
più la visione perfetta di una sola lettera, mentre la forma delle
lettere attigue può essere indovinata: ma esse appariscono già con
contorni indecisi ed indeterminati.
Tutto ciò dimostra che il campo visivo è ristretto; e per questo
riescono così preziosi i movimenti del globo oculare, che si rimediano
in parte supplendo con la molteplicità delle sensazioni alla loro
insufficienza. Le sensazioni che noi abbiamo delle cose complesse, sono
sensazioni ridotte.
Tale riduzione si estende naturalmente dalle sensazioni alle immagini e
alle idee, che non sono se non sensazioni trasformate.
Se noi cerchiamo di rappresentarci una foresta, vedremo mentalmente
un certo numero di alberi, ma non certo tutta la loro moltitudine.
«Quando si parla di un certo individuo, scrive lo Spencer, noi ci
facciamo di lui una idea abbastanza esatta. Se si parla della famiglia
a cui appartiene, probabilmente di essa sarà rappresentata al pensiero
soltanto una parte: dovendo prestare attenzione a ciò che si dice
della famiglia, noi non ce ne figuriamo che i membri più importanti
conosciuti da noi, e trascuriamo gli altri, di cui abbiamo una idea
vaga, che all’occorrenza potremmo compiere. Se, per esempio, la
famiglia di cui si parla appartenesse alla classe degli affittaiuoli,
noi non enumereremmo nel pensiero tutti gli individui appartenenti a
questa classe, nè crederemmo di poterlo fare se ci fosse richiesto;
ma noi ci contentiamo di considerare alcuni pochi individui e di
ricordarci che di questi se ne potrebbero considerare all’infinito...
In tutta questa serie di casi vediamo che più aumenta il numero degli
oggetti raccolti insieme nel pensiero, più il concetto, formato di
pochi esempi tipici, combinato con la nozione della moltiplicità,
diventa simbolico, non solo perchè cessa di rappresentare l’ampiezza
del gruppo, ma anche perchè, siccome il gruppo diventa sempre più
eterogeneo, gli esempi tipici pensati sono meno simili alla media degli
oggetti contenuti nel gruppo»[117].
Tutto ciò è così vero, che un grande artista, il Tourguenieff, aveva,
senza saperlo, basata la sua teoria estetica della descrizione sul
processo di riduzione. Secondo lui, la descrizione era tanto più
perfetta quanto più si limitava a riprodurre quel particolare più
caratteristico, che richiama per associazione l’impressione complessa
di tutta la scena; tanto egli aveva intuito che nei grandiosi e
complicatissimi quadri della natura noi non notiamo che alcuni tratti
più risaltanti. «L’ingegno descrittivo, scrive il Bourget, pareva al
Tourguenieff consistere tutto nella scelta del particolare evocatore.
Egli lascia la visione risuscitare in lui e nota il particolare, che
risorge primo, e che è sempre l’essenziale, quello a cui gli altri
fanno corteo»[118].