verso il fonetismo. La scrittura antica messicana si era fissata a
tal punto; così, quando i missionari vollero scrivere in caratteri
messicani il testo latino del _Pater noster_, il segno di _Pater_ fu
una piccola bandiera che serviva ad indicare il numero venti, il cui
nome era _pantli_, il segno di _noster_ fu un fico d’india ch’era
detto _nochtli_. In egiziano il simbolo composto dal segno di cielo
e dal segno di vaso indicava la nube ch’era detta _tahen_: ma _tahen_
significava anche bronzo, quindi per scrivere bronzo si usò il segno
di nube. In alcuni manoscritti del Sachsenspiegel in cui troviamo una
mescolanza di scrittura e di pictografia, l’eredità è indicata con una
spiga per l’affinità tra il suono _öehre_ (spiga) e il suono _erbe_
(eredità)[91]. Talora due figure si combinano a indicare una sola
parola, ciascuna rappresentando una parte dei suoni, che compongono
la parola: così in messicano _amen_ fu scritto aggiungendo il segno
di acqua (_atl_, radice _a_) a quello della pianta agave (_metl_). «Le
occasioni, scrive il MARZOLO, di tale uso incompetente del disegno sono
tanto più ovvie quanto inferiore è il grado di civiltà di un popolo:
1º per le molte nozioni in cui si prendono allora le parole; 2º per
la ignoranza dei parlanti, per cui le omofonie accidentali ai loro
orecchi si moltiplicano. Ognuno può accertarsi di ciò sulle scritture
degli idioti dove trovansi continui coaliti di particelle coi temi, ed
al contrario evulsioni di parti integranti di quelli, perchè cioè non
conoscono i limiti sonori delle singole parole».
6. Ancora un passo e la scrittura alfabetica sarà, dopo un
lungo e tortuoso cammino, trovata. Già nel periodo del _rebus_
le figure non rappresentano più un oggetto, ma un suono, che da
solo o in combinazione con altri, richiama un’idea o un’immagine.
Naturalmente le figure che si potevano usare con questo ufficio
fonetico-rappresentativo, erano infinite, come sono infinite le
analogie accidentali dei suoni: ma se tra quelle figure un certo
numero ebbero occasione di ripetersi più frequentemente e si fissarono
nell’uso, poterono associarsi tanto l’immagine di quei suoni da poterli
risvegliare immediatamente senza più riguardo al disegno dell’oggetto
che rappresentavano, e quindi, con il tempo, anche alterare la propria
forma: trasformarsi quindi in vere note vocali. Non è presupponibile
che l’uomo si mettesse, sia pure quando era già arrivato al periodo
del _rebus_, a inventare deliberatamente i segni di ciascun suono
perchè avrebbe dovuto compiere uno sforzo troppo arduo per lui; più
probabile è invece che fissandosi l’uso del _rebus_ su certi segni
speciali, questi acquistassero la facoltà di risvegliare l’immagine
del suono, indipendentemente dalla loro figura allusiva ad un soggetto
di suono simile a quello che si voleva rappresentare: il problema sta
quindi nel determinare quali furono i segni il cui uso più frequente
li trasformò così ai segni alfabetici. Secondo la grandiosa ipotesi
del Marzolo, furono i disegni delle costellazioni o meglio i disegni
che rappresentavano i nomi dati alle costellazioni (toro, porta, ecc.,
ecc.), che l’uomo doveva avere molto in uso perchè sugli astri regolava
mille atti della sua vita: «Un interesse sopra tutti gli altri eminenti
doveva aver deciso, egli scrive, di quella scelta che si fece una volta
per sempre... Era la dottrina adunata nella contemplazione del cielo da
tante età che erano precedute, la storia dello spettacolo più sublime
spiegato agli occhi dell’uomo e d’onde egli implorava la norma alle sue
opere, il consiglio ad uscir con le mandre, a spargere la sementa, a
uscir con la carovana, a spiegar la vela, a unirsi alle caccie e alle
pesche, o il responso sul numero dei giorni a starsi ancora neghittoso,
il principio delle sue paure e delle sue speranze, i campi dove i suoi
dei gli si facevano vedere viventi e operosi, e quegli spazi che furono
il primo loro tempio»[92].
È facile vedere come la scrittura alfabetica sia, di tutti i mezzi di
comunicazione che l’uomo adopera, il più faticoso e il più complicato.
Anzitutto l’associazione per cui noi da una serie di lettere ricaviamo
il suono di una parola è artificiale, stabilita con l’esercizio,
perchè nessun rapporto intimo passa tra quel dato segno grafico e quel
dato suono, e non è naturale, come quella per cui dalla figura d’un
dato oggetto ne ricaviamo l’immagine: di più, ciò che è di maggiore
importanza, è un’associazione complicatissima di sensazioni ottiche
con immagini acustiche e d’immagini acustiche con altre immagini e
idee, perchè per leggere noi dobbiamo saper associare alla vista di un
certo numero di lettere l’immagine di dati suoni, e ricavata così dai
segni grafici la immagine acustica della parola, ce ne serviamo come
della parola udita associando ad essa le idee. Complessità di funzioni
che è dimostrata anche dalla fisiologia, perchè un centro apposito è
probabilmente adibito alla funzione della lettura, come lo provano i
malati di cecità verbale, cioè quelli che perdono il senso della vista
soltanto per i segni grafici e — mentre vedono persone, cose, oggetti,
ecc. — non riconoscono più le lettere scritte o stampate.
Inoltre, la scrittura non solo è un mezzo di comunicazione faticoso, ma
per la lunga strada di molteplici associazioni che devono percorrere
i segni prima di giungere al loro termine, non riesce a dare che
molto pallide le immagini delle cose e non serve bene che a dare le
idee generali ed astratte. Chi non sa in quali sforzi s’esauriscono
gli scrittori cosidetti coloristi, che vogliono appunto con la parola
suscitare immagini di colori, di forme e quasi rivaleggiare con la
pittura? Giulio De Goncourt si uccise in questa lotta con la parola,
a cui voleva strappare forse più luce di quello ch’essa poteva dare,
anche nelle mani di un grandissimo artista. Ecco perchè l’antico
sistema della pictografia, meno faticoso e più dinamogeno, resta ancora
in piena civiltà benchè noi non lo sospettiamo; resta nei libri e
giornali illustrati, che non sono se non una mescolanza di pictografia
e di scrittura e che tanto successo hanno in confronto ai libri senza
figure; resta nelle insegne delle botteghe, resta, anzi ha un nuovo e
inaspettato trionfo nella _réclame_ che è fatta quasi tutta a figure,
dalla piccola alla grande, da quella dei serragli ambulanti che portano
scombiccherati sulle tele leoni e serpenti, a quella delle grandi case
commerciali che riempiono di vari disegni i loro avvisi sesquipedali.
Si può dire che il gran mezzo di comunicazione, specialmente con la
folla, sia ancora la pictografia; e che quando noi vogliamo imprimere
fortemente un’idea in una moltitudine, riprendiamo ancora, perfezionata
nella tecnica, quella che fu la scrittura dell’uomo primitivo.
CAPITOLO III.
Simboli di sopravvivenza.
1. Che alcuni simboli giuridici, come la simulazione del ratto
nella cerimonia nuziale di tanti popoli e la pantomima del duello
nel processo romano, siano avanzi di un passato, in cui la sposa si
conquistava e la ragione e il torto si spartivano con la spada, si è
pensato da molti. Ma nessuno ha cercato di trovare una ragione naturale
di questa sopravvivenza, che è pure un fenomeno strano e meritevole
di esplicazioni. Dire che la pantomima del ratto e del duello sono
sopravvivenze, è quasi dir nulla, se non si spiega come quegli avanzi
sopravvissero.
Bisogna aver presente la legge del _misoneismo_, scoperta dal Lombroso.
Una idea o un sentimento nuovo durano fatica a formarsi nel cervello
dell’uomo, perchè essi devono farsi largo framezzo e talora contro
le idee e i sentimenti già esistenti, ciò che esige uno sforzo e una
fatica, da cui l’uomo rifugge: perciò l’uomo è intimamente conservatore
e spesso, quando le cose sono cambiate profondamente intorno a lui,
egli continua a considerarle con le idee che aveva del loro stato
precedente e non le crede diverse. Come certi pazzi se per primo
oggetto incontrano la mattina una donna vedono a tutte le persone
per tutta la giornata la faccia di quella donna, così quando l’uomo
si è formata, di un dato fenomeno, una certa idea, mantiene quella
idea ancora per un lungo tempo, dopochè il fenomeno si è totalmente
cambiato: lo vede cioè quale era prima, benchè sia tutto diverso. Il
fenomeno fu stupendamente descritto da Enrico S. Maine, sopra un caso
particolare: sull’immobilità in cui per lungo tempo giacque l’idea di
associazione, ristretta alle sole associazioni familiari, quando già
nuove forme di associazione si producevano. «Le relazioni da uomo a
uomo — egli scrive — si riassumono tutte allora (nei primordi della
civiltà) nelle relazioni di parentela: chi non è parente, è allora,
per presunzione assoluta, schiavo o nemico. A poco a poco questa
presunzione divenne assurda nel fatto; perchè a poco a poco, uomini
non legati da parentela di sangue, contrassero relazioni amichevoli di
mutua tolleranza ed aiuto. Ma nessuna idea esattamente corrispondente
al nuovo stato di cose si produsse nelle menti primitive; e non
si inventò nessuna fraseologia per esprimerla. Si parlò dei nuovi
membri di ogni gruppo, come fossero apparentati, e come tali furono
considerati e trattati. Le idee erano così poco cambiate, che i
sentimenti e anche le passioni che nascono dalla parentela naturale
ripullularono con forza straordinaria nella parentela fittizia»[93].
Così fu che in India e in Irlanda fino i rapporti tra scolaro e maestro
furono tanto vivacemente concepiti e sentiti come vincoli di parentela
da stabilire in certi casi il diritto di successione legittima.
La storia della Roma primitiva ce ne porge un altro esempio. Nella
Roma antica — come notò finamente il Mommsen, ma senza darne una
spiegazione — quando al governo vitalizio dei re, si sostituì il
governo annuale dei pretori (primo nome dei consoli), non si formò
subito una idea nuova corrispondente alla nuova autorità creata,
ma rimase l’antica idea dell’autorità reale per un pezzo ancora, e
il pretore fu considerato come un re. Rimase anzi quella idea così
vivamente che tutti i poteri del re rimasero al pretore, anche quelli
che contrastavano con l’annualità del comando: il re non poteva esser
deposto, e così nemmeno il pretore, che si doveva deporre da sè e,
se non lo faceva, incorreva certo in una responsabilità morale e nel
biasimo del pubblico, ma un rimedio legale contro di lui mancava. Il
re eleggeva morendo il suo successore; e tale potere rimase anche al
pretore, sebbene si fosse introdotto il sistema della elezione nei
comizi, perchè il pretore aveva diritto di escludere quelli che voleva
dal numero dei candidati e di annullare i voti dei candidati, che non
gli piacevano. Solo più tardi si formò una idea logica e concorde in
tutte le sue parti della potestà consolare.
Si vede così come le idee non si formano che lentamente nel cervello
umano sotto la lenta suggestione dei fatti, e come il pensiero
dell’uomo segua tardo il più rapido trasformarsi delle cose dintorno
a lui. Rompere le serie di associazioni di idee e di sentimenti
già formate e costituite saldamente, per sostituirvi alle antiche
nuove idee e sentimenti, ripugna all’uomo; onde anche quando egli
può giungere a compiere la sostituzione, non vi giunge di un salto,
ma a poco a poco. Così accade che egli spesso a furia di piccole e
successive modificazioni trasforma radicalmente una istituzione, ma
l’idea che egli aveva dell’antica istituzione permane, onde sorge
quella strana contraddizione, che notammo nel caso delle associazioni
familiari e dei poteri reali a Roma, e per cui il pensiero dell’uomo
rimane indietro e non capisce nel suo _complesso_ ciò che esso stesso
ha _a poco a poco_ creato.
2. Anche oggi, quando noi vogliamo affermare energicamente il nostro
diritto di proprietà sopra una cosa, anche lontana o non materiale, noi
tendiamo il braccio (quasi sempre il destro), come per afferrarla. È
questo certamente un gesto ereditato da antichissimo tempo, dai tempi
cioè in cui la proprietà si acquistava con la caccia, con la pesca,
con la raccolta dei frutti delle foreste, con le rapine della guerra,
cioè con modi di acquisto, con i quali bisogna usare e afferrare
materialmente le cose per esserne padroni; e solo perchè le prime
cose di proprietà furono conquistate con la pressione materiale, quel
gesto si è strettamente associato ai sentimenti del desiderio e resta
documento dei modi, onde sorse la proprietà primitiva; dalla conquista
cioè e non dallo scambio, idea più complessa e pratica più tardiva.
L’uomo, prima di pensare a scambiare il superfluo delle cose sue, con
il superfluo delle altrui, si procurò tutto da sè, con la caccia, la
pesca, la rapina, ecc.[94]. E tanto più l’occupazione e la conquista
deve essere un modo generale di acquisto ai primordi della civiltà, che
allora le _res nullius_ sono assai più numerose che adesso: i pascoli,
le foreste, i fiumi non sono ancora caduti in potere di privati, talora
la proprietà fondiaria non esiste nemmeno; e in ogni modo anche quando
esista un rispetto per la proprietà della casa, degli attrezzi del
lavoro, dei prodotti della raccolta, esso si restringe, nei popoli
militari, alla propria tribù; ma le cose del nemico, le sue armi, la
sua casa, le sue donne sono anch’esse _res nullius_, che si acquistano
con la forza.
Ora, in un tempo in cui, abbondando le _res nullius_, quasi tutte le
cose si acquistano con la conquista, quale sentimento di rispetto alla
proprietà può formarsi, in una stessa tribù, sia riguardo ai prodotti
della caccia, della pesca, ecc., sia per le conquiste di guerra di
ogni singolo membro a danno delle tribù nemiche? Evidentemente solo un
sentimento di rispetto al diritto del primo occupante. Certo colui che
ha conquistata con fatiche e pericoli una cosa agognata, la difende
contro le possibili usurpazioni degli altri: quindi, dalla esperienza
delle lotte in cui quei tentativi di usurpazione trascinavano, si venne
a poco a poco formando e rafforzando un rispetto per la proprietà già
conquistata dagli altri; e si trovò giusto che essa fosse di chi vi
aveva per primo poste sopra le mani[95]. Noi troviamo che il Diritto
romano e i codici moderni dispongono appartenere la _res nullius_ al
primo occupante: ora questa, che è una regola di diritto secondaria,
oggi che le _res nullius_ sono pochissime, dovette essere la prima
regola e per un certo tempo anche l’unica norma del diritto di
proprietà quando le _res nullius_ erano numerosissime. Ne venne che,
rafforzandosi questo sentimento di rispetto, bastò in seguito fare
atto di padrone sopra una cosa, perchè essa fosse rispettata, tanto
si era associato potentemente il sentimento di rispetto a quell’atto,
e perchè la proprietà fosse rispettata, anche se il suo padrone non
avesse la forza sufficiente a difenderla personalmente. D’altra parte,
quegli atti di prensione erano necessari all’acquisto della proprietà,
perchè essendo l’unica regola che le cose sono del primo occupante,
gli atti di occupazione sono evidentemente il titolo dell’acquisto
e senza quello la cosa rimane _nullius_. Anche oggi e per lo stesso
sentimento «lo scopritore di un continente ignoto — scrive il Gianturco
— non ne diviene proprietario e sovrano in virtù della sola intenzione:
occorrono atti efficaci di possesso e di sovranità»[96]. Questa regola
che è oggi specialissima ad uno dei pochi casi di _res nullius_, era un
tempo generale a tutte le specie di proprietà, quando le _res nullius_
abbondavano.
In seguito, come già vedemmo, alla proprietà sôrta dalla conquista,
si aggiunse la proprietà sôrta dallo scambio. Ma similmente che per le
associazioni di carattere non familiare, la pratica dello scambio dovè
introdursi nei costumi, prima che se ne formasse nelle menti una idea
chiara, precisa, accompagnata da una nozione e da un sentimento preciso
dei diritti e dei doveri, che la nuova forma di acquisto portava seco.
Le idee e i sentimenti rimasero per un pezzo ancor quelli dei tempi in
cui la proprietà nasceva dalla conquista; e la proprietà nascente dallo
scambio non fu allora considerata legittima se non si compivano quegli
atti che consacravano la proprietà nascente dalla conquista.
Ecco come secondo me si può spiegare quel fatto, la cui stranezza fu
troppo poco avvertita dagli storici del diritto, che cioè noi vediamo
nei contratti primitivi la proprietà nascente dallo scambio esser
consacrata da atti di conquista. Nell’antico Diritto tedesco era
necessario, per la validità di un acquisto di fondi, che l’acquirente
vi facesse sopra atto di padrone, rompendo rami o convitandovi amici o
passeggiandovi sopra. Nella _mancipatio_ romana, il compratore, alla
presenza di cinque cittadini romani e del _libripens_, diceva: _Hunc
ego hominem_ (se si trattava di uno schiavo: se si trattava di un altro
oggetto, si nominava) _ex jure quiritium meum esse aio; isque mihi
emptus est hoc aere aeneaque libra_: percuoteva poi la bilancia; e
doveva, come Gaio ci dice espressamente (I, 121), ghermire una ad una
le cose, se erano parecchie. Non si sa se il venditore pronunciasse
anch’egli qualche formola; ma è certo che la formalità essenziale della
cerimonia era quell’atto di padronanza e di conquista, compiuto sulle
cose.
Così pure nel Medio Evo bastava al coerede di porre il piede nel
castello di un feudo dipendente dalla successione, per diventarne
padrone e non poterne più essere spossessato, secondo le leggi
anglo-normanne, che da un breve del Re[97].
Evidentemente queste formalità sono intimamente contradditorie; perchè
in esse non la cessione o la volontà del testatore garantiscono il
diritto, ma l’atto di padronanza fatto sulla cosa. Io credo perciò
che quelle formalità appartengono a tempi in cui la trasmissione delle
proprietà o per scambio o per altri mezzi cominciava a introdursi negli
usi; ma in cui non si era ancora stabilita ben forte l’associazione tra
l’idea della cessione volontaria e l’idea del diritto dell’acquirente
a vedersi rispettato l’acquisto: rimaneva invece ancor forte
l’associazione tra gli atti di prensione e il rispetto e l’idea di una
proprietà individuale. Quindi le cose cedute per scambio si coprirono
con la protezione di questi atti di conquista, che servivano nei tempi
precedenti; e ancora per un pezzo il titolo giuridico di una proprietà
non fu la cessione volontaria fatta dal precedente proprietario, ma
la conquista. Ecco perchè il cerimoniale della conquista sopravvisse
ancora per qualche tempo nel cerimoniale della vendita; e la presa di
possesso del coerede generava in lui, secondo l’opinione generale, un
così forte diritto di proprietà da non potere essere distrutto che con
un mezzo estremo.
3. È probabilissimo che il ratto sia stato la prima forma di conquista
della donna nel mondo umano; sia perchè tutto induce a credere che
quella lotta sessuale, così bene studiata dal Darwin per il mondo
zoologico, sia nel mondo umano passata per quello stadio prima di
raffinarsi nelle più civili forme moderne; sia perchè troviamo il
ratto vero in uso nei popoli selvaggi più rozzi e specialmente negli
Australiani, che mettono sotto i nostri occhi il ritratto forse più
verosimile di ciò che dovette essere un giorno anche la più ingentilita
umanità di oggi. In ogni modo supponiamo che il ratto reale esistesse
in origine; la naturalezza con cui il cerimoniale del ratto si spiega
in tal caso potrà essere una conferma dell’ipotesi stessa.
È noto come al ratto successero altre forme di matrimonio, specialmente
la compra; e che intorno alla compra si ricamò poi tutta la pantomima
simulante il ratto. Si capisce che tale trasformazione si fece
specialmente allo scopo di evitare le lotte che sorgevano per i
rapimenti delle donne: giacchè la donna, rappresentando nella vita
selvaggia una utilità, come l’animale da soma, è considerata e difesa
come una proprietà. Ma questa trasformazione non può essere avvenuta ad
un tratto; era impossibile che l’uomo trovasse repentinamente l’idea
che si potevano evitare le lotte comprando la sposa, il salto sarebbe
stato troppo brusco; e l’uomo, specie il selvaggio, non ha tanta
potenza critica e inventiva; ma accetta passivo i costumi tradizionali.
Ci dovè essere un termine di passaggio: e questo fu la coesistenza, in
un periodo, delle due forme, il ratto reale e la compra. In origine
il prezzo, che servì poi a comperare la sposa, non fu forse che un
mezzo di propiziazione, un dono che il rapitore faceva alla famiglia
della sposa per placarla e farla rinunciare alla vendetta; era dunque
successiva al ratto e una delle tante forme di donazione in uso tra i
selvaggi. Così tra i Turcomanni, il matrimonio spesso è contratto così:
i due fidanzati fuggono in un _obah_ vicino, dove sempre sono accolti
ospitalmente e dove passano la luna di miele: frattanto i seniori
dei due _obah_ si interpongono, fissano un prezzo, pagato il quale,
i due sposi ritornano; e la ragazza rimane allora sei mesi od un anno
ritirata in casa, senza che il marito possa vederla se non di nascosto:
dopo tornano insieme e il matrimonio è conchiuso[98].
Diffondendosi l’uso di comporre le inimicizie derivanti dai ratti delle
donne con doni, può essere invalsa a poco a poco l’abitudine, non di
fare i doni dopo compiuto il ratto, ma prima di avere la donna: può
questo essere stato uno dei mezzi con cui i più ricchi la vincevano
sui rivali più poveri e con cui i genitori si assicuravano il mezzo
di trafficare le proprie figlie a buone condizioni, sottraendosi alla
necessità di dover accomodarsi come potevano, quando la fanciulla non
era più in loro mani. Ma sarebbe un errore credere che generalizzato
l’uso di indennizzare anticipatamente la sposa, l’uso del ratto
dovesse subito cadere: qui si genera, per effetto del misoneismo, una
delle tante contraddizioni di cui è così ricca la storia dell’uomo.
Noi troviamo infatti presso alcuni popoli la compra e il ratto reale
della sposa coesistere. In alcuni distretti della Nuova Zelanda,
sebbene il matrimonio fosse preceduto da un contratto, la lotta era
accanita; i parenti custodivano gelosamente la ragazza; il fidanzato
doveva impadronirsene a mano armata, e talora ne usciva molto
malconcio[99]. In altri distretti era già un po’ meno accanita; ma
siccome il fidanzato doveva lottare con la sposa, e le donne erano là
molto robuste, la contesa durava spesso per ore[100]. Nel Kamtchatka
il fidanzato deve pagare avanti la sposa, servendo nella famiglia di
lei, talora per anni: ma quando ha compiuto il suo laborioso noviziato
di sposo, deve ancora impadronirsi violentemente della sposa che,
difesa dalle donne della _iourte_, deve subire dall’uomo una specie di
oltraggio al pudore. Allora è sua moglie; ma prima la battaglia dura
talora dei giorni[101]. È che, sebbene si vada introducendo il costume
dell’indennizzo e della compra, per la lunga abitudine di conquistarsi
la sposa con la forza, non si concepisce altro modo di averla che con
la forza; e una donna avuta pacificamente non sarebbe considerata come
moglie. Di più, siccome alla lotta si associano spesso sentimenti di
vanità, e in molti popoli l’audace conquistatore di femmine è ammirato
molto dagli uomini e anche... dalle donne, così sarebbe un disonore
aver la propria sposa pacificamente. Inoltre abbiamo visto che, quando
lo scambio delle cose manca o è rudimentale, o grandissimo è il numero
delle _res nullius_ appartenenti a chi le conquista, sono necessari
gli atti di prensione e di conquista a far sentire il proprio diritto
di proprietà sulla cosa: così la proprietà della donna, tanto tempo
acquistata con la forza, non dovè sentirsi dall’uomo che dopo una
conquista violenta, anche quando l’uso della compra si diffondeva,
per la resistenza dell’antico sentimento a trasformarsi nel nuovo.
Fors’anco le donne non sentivano la forza del vincolo matrimoniale e
non si consideravano come mogli, se non dopo rapite[102].