credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre
portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o una
rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite:
onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare nude
colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse sopra la
sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe emersa
a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe della
colonna.
2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli
giuridici; tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone,
bandiera, ecc.), che vediamo intervenire nei contratti e in generale
negli affari giuridici, sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo
e sopratutto nelle cerimonie delle investiture.
Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui
falsificazione da parte di un estraneo può esser punita fino con la
morte e che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così
quando si manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un
bastone il messaggero[67]. Non è questo che un mezzo primitivo di
comunicazione; come noi abbiamo associata l’idea di una data persona,
a quella della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci
si presenta come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera
sua, ci fidiamo, così in quel popolo si associa l’idea di una data
famiglia a quella del suo bastone e la vista del bastone tra le
mani dell’inviato è documento, che inganno non c’è[68]. Il processo
associativo è lo stesso che nei casi precedenti, solo che l’oggetto,
invece di rappresentare un gruppo d’idee, rappresenta un gruppo di
persone. Il bastone è insomma una forma più primitiva della lettera
commendatizia o del sigillo particolare.
Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità[69],
si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea
dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e
sudditi, quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey,
quando il re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna
un bastone reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque
con sè[70], certo in prova della verità della missione ricevuta,
e che quindi equivale alle credenziali rilasciate dal re ai nostri
ambasciatori presso le Corti straniere. Così pure la consegna del
distintivo dell’autorità varrà come documento della cessione fatta
dell’autorità stessa, di quella cessione che oggi noi proveremmo con
scritti; ecco perchè Gontrano, re dei Franchi, tra cui il distintivo
dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare in favore del nipote
Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: Ecco il segno che
io ti ho dato il mio regno[71]. E Alessandro designò a suo successore
Perdicca, consegnandogli al letto di morte l’anello.
Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo nel
Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno
altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione
della concessione fatta[72]. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò del
reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito
dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un antico
poeta normanno, Roberto Wace:
Un gonfalon li envoya
Mont precious et cher et bel
. . . . . . . . . . . . .
A ces enseignes li manda
Et de par Dieu li otroïa
Que Angleterre conquersist
Et de Saint-Pierre le tensist.
E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei
regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc.
In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di
carattere però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse
provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di
lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del
tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte,
l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi
non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera
circondante la casa[73]. Era una forma rudimentale di ricevuta.
Così pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si
recavano sulla montagna (_mons placiti_) per prender parte al giudizio
delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere
all’incoronamento del re, portavano una zolla di terra dai loro
possessi e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto
di partecipare all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria[74],
quella zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto
a parteciparvi; equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del
Deputato o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender
parte alle sedute. Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si
usava come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai
testimoni[75]: era certo quello un vero _quipos_, con cui il tenore del
contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed
eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio Evo
con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza prova
che si era legittimamente ricevuta l’eredità.
3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la
scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente
mnemonica, dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda
perfettamente con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato
quel sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non
è mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un
poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire bene
tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui si
compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi da tanto
tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre abbiamo
chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente
per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna analizzare
tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare quelli
che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari per una
espressione chiara, e quali si possono tralasciare. Questo lavoro
invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici di cui parlammo;
l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di quella tal forma
di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, con il corteggio
di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno avvertiti. Ora,
anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro di analisi
sugli stati di coscienza molteplici che compongono un’idea; perchè
bisogna scegliere quelle che sono più importanti alla espressione
del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei sistemi puramente
mnemonici[76].
E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase
generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non
solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè
anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le
etimologie. Il semitico _ktab_, il greco γρᾴφω, il latino _scribo_,
il sanscrito _lik_, significano dipingere, incidere, scrivere; in
arabo _raqan_ = scrittura, in ebraico _raqan_ = ornare con colori.
Così pure in neozelandese _tu_ = battere, incidere, cavare, e _tui_
= scrivere; _titite_ in malese = macchia; in tagetico = scrittura.
L’inglese _write_ = scrivere, deriva da una radice teutonica _writ_,
che significa tagliare _leggermente_, marcare, incidere. I grammatici
chinesi chiamano i primitivi caratteri della scrittura _Siâng Kîng_ o
immagini[77].
Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, che
lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la maggior
povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già il
Romanes osservò che gli animali pensano per imagini[78]: e per immagini
certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se ne trova
la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor non molto
civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel linguaggio
delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione
e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono parole
per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi l’albero
in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare a ogni
rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla riviera in complesso.
Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi differenti per esprimere
l’atto di lavare le differenti parti del corpo, e non ne hanno nessuno
per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla cosa lavata».[79]
Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno stato di coscienza
che corrisponda all’idea di albero o di lavare in sè, ma solo immagini
che rappresentano loro ora quella specie di alberi, ora quell’altra;
ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel lavarsi una data parte, ora
quell’altro. Così pure noi troviamo spesso l’azione espressa nelle
lingue meno perfette dal suo strumento: così in arabo _ied_ = mano,
potenza, autorità; in turco _ain_ = occhio, spione, guardiano; in
sanscrito _muszca_ = testicoli e virtù: cioè non si è ancora formato
uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione in sè, ma
ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che più spesso
la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi dipinta da
uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: così in
persiano _Iele_ = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; alle isole
Marchesi, _uku_ = abbassar la testa ed entrare in casa; nella lingua
dei Vai, _bóro dón_ = scuoter le mani ed essere allegro; _bóro dón
fési koro_ propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, essere
allegro di qualche cosa; _da ka_ = sviare la bocca, non aver nulla a
fare con una cosa; in australiano, _tohu_ = segno fatto col dito della
mano, idea, prova[80]. Cioè non esiste ancora uno stato di coscienza
corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, ecc.,
ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che si piega a
pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo la faccia,
ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della _pictologia_.
Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo
primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero periodo
della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare
il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui
tante idee non hanno più per base l’imagine[81]. E connessa con il
periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta
nomenclatura giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la
_manus_ che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella
del marito sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il
pugno e dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza
altrui; la _manus ecclesiae_ del diritto medioevale; le espressioni di
_mediae, inferioris, infimae manus_, che pure nel diritto medioevale
indicavano la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico
_Coutumier de Normandie_, che proibisce al creditore di arrestare il
debitore o sequestrare le sue cose, se non _par la main à la justice
du roi_. Nel diritto tedesco troviamo invece il _Mund_, la bocca, che
esprime l’autorità maritale, paternale e politica, perchè la bocca
dà i comandi; onde vennero nel latino medioevale le parole _mundium,
mundoaldus, mundibardus_: e probabilmente nell’espressione della Legge
Salica, riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re _extra sermonem
suum, sermo_ è la traduzione latina di _mund_, per cui l’esiliato era
dichiarato fuori della bocca, cioè dell’autorità reale.
4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando non si
hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a figura:
alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, che
senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. Ora,
per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe potuto cercare di
perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di rappresentare tutto,
come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma gli sarebbe stato
necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: per questo, obbedendo
alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere una via più piana,
che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia naturalmente,
senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini di altri oggetti,
sia che abbiano con quello qualche somiglianza esteriore (la così
detta associazione per somiglianza: così un’acqua che sprazza al sole
lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno specchio); sia che
mentalmente vi vengano associati, perchè di solito sono considerati
come appartenenti alla stessa categoria (così è facile un’associazione
tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, appunto perchè
appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, che nella nostra
mente rappresenta una categoria ben distinta fra gli altri).
Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste
naturali associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile
rappresentazione richiamava l’imagine di altri, di più agevole
disegno, si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso
determinassero il vero significato della complessa rappresentazione.
Così nell’antica scrittura egiziana _sete_ è espresso da un vitello
che corre e dal segno dell’acqua; _argento_ dal crogiuolo (segno
dell’oro) e da una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento =
oro bianco). Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico
figurativo all’ideogramma, _cielo_ è scritto con gli ideogrammi di
_volta_ e di _stella_ (= la volta delle stelle); _argento_ con gli
ideogrammi di _metallo_ e di _splendore_ (= metallo splendente);
_dominazione_ con gli ideogrammi di _contrada_ e di _paura_ (= la
paura delle regioni, bel documento sul carattere feroce di quei
governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi sono già il prodotto di
una conglomerazione di geroglifici, l’ideogramma di _luce_ risulta
dalla fusione dei geroglifici di _sole_ e di _luna_; quello di eremita,
dalla fusione dei geroglifici di _uomo_ e di _montagna_ (= l’uomo della
montagna)[82].
È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo
nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è
impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo,
per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi
di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche
ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel
linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte
le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per
atavismo, piacciono tanto, non hanno un’origine differente.
Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo oggi
caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine,
un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della
nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi
parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in sanscrito
_Karasàkhà_ significa dito e propriamente _ramo_ (sàkha) della _mano_
(kara); in persiano raggi di sole = _nizehi atescin_, propriamente =
lancie di fuoco; in arabo cielo = _nehdi mina_, propriamente = cuna di
cristallo; oppure = _quasrì mina_ = castello di cristallo; in ungherese
occhiali = _papaszem_ = occhi di prete; in polinesico _toro_ = oggetto
in posizione analoga alla mano che si stende, bove = _puaátoro_ = porco
(puaà) che si stende (dal modo con cui sporge la testa)[83].
Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli
ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del
cuneiforme? Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà
da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse,
qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche
questa, che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo
e una fatica. Invece le associazioni di due o più imagini intorno a
una sensazione presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo
sforzo; così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini
del castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa
via fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua,
incontrando un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre,
abbracciandolo alla base.
Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi,
anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un pregio
cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la povertà
dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire a esprimere
tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero liberi
e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase nei libri.
Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, la soggezione del
figlio al padre era detta «_être en pain_»; lo stato di emancipazione
«_être hors de pain_». A Bearn la servitù di pascolo era chiamata
_servitude du dent_. Nell’antico diritto tedesco, per indicare che i
beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano un dente
di ferro: _Kirchengut hat eisernen Zahn_. Il diritto consuetudinario
francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha presi i beni
del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione al sequestro,
dice che _un seigneur de paille, de feurre ou beurre vainc et mange
un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen_, l’aria rende schiavo,
diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, dove la sola
residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge visigota,
per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro rimane a
casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, mentre
l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare paterno».
Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola d’esilio
del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, noi ti
mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova la tua sposa,
orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la tua carne alle
bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... Noi
ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»[84]. Non sembra uno squarcio
di Victor Hugo?
Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere idee
a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui vera cagione è
ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, specialmente
dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata enorme fatica per
l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato di sostituire alle
spiegazioni quelle associazioni di idee o di imagini che i fenomeni
risvegliavano e che costavano pochissima fatica; e così la metafora
riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al martirio di dover
pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; ma quei rovesci
d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno che la versasse:
così nell’America settentrionale si diceva che la pioggia era l’effelto
della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in cielo per la lite tra un
fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani dicevano che le Hyadi,
ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la pioggia; gli Egiziani,
che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la tempesta suggerì
specialmente per associazione ai suoni del vento, che ricordano il
muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente più facile
creare questa metafora, che indagare le cause della tempesta. Insomma,
anche sotto questo aspetto la metafora apparisce un effetto della legge
del minimo sforzo: è un artificio per faticar meno[85].
Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover dar
nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; e che una
fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi le metafore,
che molto spesso si mettono al posto delle idee; che servono di soffice
guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; e contro cui
è più difficile talora combattere, che contro le teorie sbagliate, ma
dedotte da osservazione di fatti.
Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna
sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che per tutti
i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma normale
di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come notò il
Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè l’atavismo
dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i selvaggi, ciò
accade perchè abbiamo per un gran numero di idee espressioni proprie,
così strettamente associate all’idea, che il loro risveglio è più
pronto e diretto che non quello delle associazioni concomitanti, che
costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione dello stile non tende
all’immaginosità, ma alla espressione reale delle idee, e l’ideale
sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue proprie, creando uno
stile oggettivo, direi quasi, come la realtà.
5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è quello
stadio che nella scrittura si chiama del _rebus_. Per significare una
cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una figura,
si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui nome sia
eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o parola che si
vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, perchè siamo già
nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci troviamo in presenza
di una catena più complicata di associazioni: la vista dell’oggetto
o della figura ne richiama il nome; il nome, per la grande affinità
del suono, richiama la parola affine che si voleva rappresentare; e la
parola infine ci dà l’imagine o l’idea.
Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome Leena
significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa di
bronzo[86]. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, in onore
di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone ne simboleggiasse il
valore, ma per l’affinità di suono tra le parole Λέον e Λεωνίδας[87].
Tra i negri della costa degli schiavi i simboli del dio della folgore
sono una clava, un _casse-tête_ di legno durissimo e un bastone[88];
ora siccome quel dio è chiamato _Chango_, parola composta di _chan_
= colpo e di _go_ = stordire, è probabilissimo che quegli strumenti
siano diventati simboli del dio, perchè il nome del dio implicava
l’idea del battere e del colpire. Simile origine è pure probabile che
avessero il culto della lancia in uso, secondo Erodoto, tra gli Sciti,
e che ritroviamo pure presso gli antichi Sabini (_quir_), e il culto
del giavellotto presso i Mongoli e gli Unni[89]; noi possiamo infatti
sospettare legittimamente che, trattandosi di popoli militari, i loro
dei fossero chiamati con nomi alludenti alla loro ferocia guerresca,
che potevano essere simili ai nomi dati alle armi, e che quindi la
lancia o il giavellotto non fossero che una rozza imagine del dio, che
fece credere, per quella tendenza umana che analizzeremo, a venerare
il segno sensibile invece che la cosa significata, a un culto di quegli
oggetti materiali.
Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che tra gli
Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi,
fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie e
famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati
tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il nome di un
animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la trascrizione
del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. «Tra gli
Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor[90], l’orso, il lupo,
la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti _clan_ e ogni
membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed era rappresentato
sotto questa forma nei geroglifici indigeni».