Dalla colonna poi si sviluppò forse la statua, come almeno farebbero

credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre

portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o una

rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite:

onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare nude

colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse sopra la

sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe emersa

a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe della

colonna.

2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli

giuridici; tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone,

bandiera, ecc.), che vediamo intervenire nei contratti e in generale

negli affari giuridici, sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo

e sopratutto nelle cerimonie delle investiture.

Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui

falsificazione da parte di un estraneo può esser punita fino con la

morte e che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così

quando si manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un

bastone il messaggero[67]. Non è questo che un mezzo primitivo di

comunicazione; come noi abbiamo associata l’idea di una data persona,

a quella della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci

si presenta come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera

sua, ci fidiamo, così in quel popolo si associa l’idea di una data

famiglia a quella del suo bastone e la vista del bastone tra le

mani dell’inviato è documento, che inganno non c’è[68]. Il processo

associativo è lo stesso che nei casi precedenti, solo che l’oggetto,

invece di rappresentare un gruppo d’idee, rappresenta un gruppo di

persone. Il bastone è insomma una forma più primitiva della lettera

commendatizia o del sigillo particolare.

Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità[69],

si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea

dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e

sudditi, quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey,

quando il re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna

un bastone reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque

con sè[70], certo in prova della verità della missione ricevuta,

e che quindi equivale alle credenziali rilasciate dal re ai nostri

ambasciatori presso le Corti straniere. Così pure la consegna del

distintivo dell’autorità varrà come documento della cessione fatta

dell’autorità stessa, di quella cessione che oggi noi proveremmo con

scritti; ecco perchè Gontrano, re dei Franchi, tra cui il distintivo

dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare in favore del nipote

Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: Ecco il segno che

io ti ho dato il mio regno[71]. E Alessandro designò a suo successore

Perdicca, consegnandogli al letto di morte l’anello.

Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo nel

Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno

altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione

della concessione fatta[72]. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò del

reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito

dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un antico

poeta normanno, Roberto Wace:

Un gonfalon li envoya

Mont precious et cher et bel

. . . . . . . . . . . . .

A ces enseignes li manda

Et de par Dieu li otroïa

Que Angleterre conquersist

Et de Saint-Pierre le tensist.

E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei

regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc.

In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di

carattere però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse

provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di

lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del

tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte,

l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi

non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera

circondante la casa[73]. Era una forma rudimentale di ricevuta.

Così pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si

recavano sulla montagna (_mons placiti_) per prender parte al giudizio

delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere

all’incoronamento del re, portavano una zolla di terra dai loro

possessi e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto

di partecipare all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria[74],

quella zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto

a parteciparvi; equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del

Deputato o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender

parte alle sedute. Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si

usava come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai

testimoni[75]: era certo quello un vero _quipos_, con cui il tenore del

contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed

eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio Evo

con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza prova

che si era legittimamente ricevuta l’eredità.

3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la

scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente

mnemonica, dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda

perfettamente con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato

quel sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non

è mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un

poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire bene

tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui si

compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi da tanto

tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre abbiamo

chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente

per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna analizzare

tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare quelli

che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari per una

espressione chiara, e quali si possono tralasciare. Questo lavoro

invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici di cui parlammo;

l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di quella tal forma

di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, con il corteggio

di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno avvertiti. Ora,

anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro di analisi

sugli stati di coscienza molteplici che compongono un’idea; perchè

bisogna scegliere quelle che sono più importanti alla espressione

del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei sistemi puramente

mnemonici[76].

E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase

generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non

solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè

anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le

etimologie. Il semitico _ktab_, il greco γρᾴφω, il latino _scribo_,

il sanscrito _lik_, significano dipingere, incidere, scrivere; in

arabo _raqan_ = scrittura, in ebraico _raqan_ = ornare con colori.

Così pure in neozelandese _tu_ = battere, incidere, cavare, e _tui_

= scrivere; _titite_ in malese = macchia; in tagetico = scrittura.

L’inglese _write_ = scrivere, deriva da una radice teutonica _writ_,

che significa tagliare _leggermente_, marcare, incidere. I grammatici

chinesi chiamano i primitivi caratteri della scrittura _Siâng Kîng_ o

immagini[77].

Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, che

lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la maggior

povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già il

Romanes osservò che gli animali pensano per imagini[78]: e per immagini

certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se ne trova

la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor non molto

civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel linguaggio

delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione

e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono parole

per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi l’albero

in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare a ogni

rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla riviera in complesso.

Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi differenti per esprimere

l’atto di lavare le differenti parti del corpo, e non ne hanno nessuno

per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla cosa lavata».[79]

Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno stato di coscienza

che corrisponda all’idea di albero o di lavare in sè, ma solo immagini

che rappresentano loro ora quella specie di alberi, ora quell’altra;

ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel lavarsi una data parte, ora

quell’altro. Così pure noi troviamo spesso l’azione espressa nelle

lingue meno perfette dal suo strumento: così in arabo _ied_ = mano,

potenza, autorità; in turco _ain_ = occhio, spione, guardiano; in

sanscrito _muszca_ = testicoli e virtù: cioè non si è ancora formato

uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione in sè, ma

ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che più spesso

la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi dipinta da

uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: così in

persiano _Iele_ = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; alle isole

Marchesi, _uku_ = abbassar la testa ed entrare in casa; nella lingua

dei Vai, _bóro dón_ = scuoter le mani ed essere allegro; _bóro dón

fési koro_ propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, essere

allegro di qualche cosa; _da ka_ = sviare la bocca, non aver nulla a

fare con una cosa; in australiano, _tohu_ = segno fatto col dito della

mano, idea, prova[80]. Cioè non esiste ancora uno stato di coscienza

corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, ecc.,

ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che si piega a

pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo la faccia,

ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della _pictologia_.

Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo

primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero periodo

della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare

il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui

tante idee non hanno più per base l’imagine[81]. E connessa con il

periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta

nomenclatura giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la

_manus_ che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella

del marito sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il

pugno e dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza

altrui; la _manus ecclesiae_ del diritto medioevale; le espressioni di

_mediae, inferioris, infimae manus_, che pure nel diritto medioevale

indicavano la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico

_Coutumier de Normandie_, che proibisce al creditore di arrestare il

debitore o sequestrare le sue cose, se non _par la main à la justice

du roi_. Nel diritto tedesco troviamo invece il _Mund_, la bocca, che

esprime l’autorità maritale, paternale e politica, perchè la bocca

dà i comandi; onde vennero nel latino medioevale le parole _mundium,

mundoaldus, mundibardus_: e probabilmente nell’espressione della Legge

Salica, riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re _extra sermonem

suum, sermo_ è la traduzione latina di _mund_, per cui l’esiliato era

dichiarato fuori della bocca, cioè dell’autorità reale.

4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando non si

hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a figura:

alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, che

senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. Ora,

per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe potuto cercare di

perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di rappresentare tutto,

come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma gli sarebbe stato

necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: per questo, obbedendo

alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere una via più piana,

che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia naturalmente,

senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini di altri oggetti,

sia che abbiano con quello qualche somiglianza esteriore (la così

detta associazione per somiglianza: così un’acqua che sprazza al sole

lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno specchio); sia che

mentalmente vi vengano associati, perchè di solito sono considerati

come appartenenti alla stessa categoria (così è facile un’associazione

tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, appunto perchè

appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, che nella nostra

mente rappresenta una categoria ben distinta fra gli altri).

Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste

naturali associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile

rappresentazione richiamava l’imagine di altri, di più agevole

disegno, si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso

determinassero il vero significato della complessa rappresentazione.

Così nell’antica scrittura egiziana _sete_ è espresso da un vitello

che corre e dal segno dell’acqua; _argento_ dal crogiuolo (segno

dell’oro) e da una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento =

oro bianco). Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico

figurativo all’ideogramma, _cielo_ è scritto con gli ideogrammi di

_volta_ e di _stella_ (= la volta delle stelle); _argento_ con gli

ideogrammi di _metallo_ e di _splendore_ (= metallo splendente);

_dominazione_ con gli ideogrammi di _contrada_ e di _paura_ (= la

paura delle regioni, bel documento sul carattere feroce di quei

governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi sono già il prodotto di

una conglomerazione di geroglifici, l’ideogramma di _luce_ risulta

dalla fusione dei geroglifici di _sole_ e di _luna_; quello di eremita,

dalla fusione dei geroglifici di _uomo_ e di _montagna_ (= l’uomo della

montagna)[82].

È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo

nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è

impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo,

per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi

di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche

ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel

linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte

le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per

atavismo, piacciono tanto, non hanno un’origine differente.

Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo oggi

caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine,

un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della

nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi

parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in sanscrito

_Karasàkhà_ significa dito e propriamente _ramo_ (sàkha) della _mano_

(kara); in persiano raggi di sole = _nizehi atescin_, propriamente =

lancie di fuoco; in arabo cielo = _nehdi mina_, propriamente = cuna di

cristallo; oppure = _quasrì mina_ = castello di cristallo; in ungherese

occhiali = _papaszem_ = occhi di prete; in polinesico _toro_ = oggetto

in posizione analoga alla mano che si stende, bove = _puaátoro_ = porco

(puaà) che si stende (dal modo con cui sporge la testa)[83].

Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli

ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del

cuneiforme? Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà

da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse,

qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche

questa, che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo

e una fatica. Invece le associazioni di due o più imagini intorno a

una sensazione presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo

sforzo; così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini

del castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa

via fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua,

incontrando un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre,

abbracciandolo alla base.

Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi,

anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un pregio

cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la povertà

dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire a esprimere

tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero liberi

e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase nei libri.

Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, la soggezione del

figlio al padre era detta «_être en pain_»; lo stato di emancipazione

«_être hors de pain_». A Bearn la servitù di pascolo era chiamata

_servitude du dent_. Nell’antico diritto tedesco, per indicare che i

beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano un dente

di ferro: _Kirchengut hat eisernen Zahn_. Il diritto consuetudinario

francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha presi i beni

del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione al sequestro,

dice che _un seigneur de paille, de feurre ou beurre vainc et mange

un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen_, l’aria rende schiavo,

diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, dove la sola

residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge visigota,

per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro rimane a

casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, mentre

l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare paterno».

Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola d’esilio

del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, noi ti

mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova la tua sposa,

orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la tua carne alle

bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... Noi

ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»[84]. Non sembra uno squarcio

di Victor Hugo?

Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere idee

a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui vera cagione è

ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, specialmente

dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata enorme fatica per

l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato di sostituire alle

spiegazioni quelle associazioni di idee o di imagini che i fenomeni

risvegliavano e che costavano pochissima fatica; e così la metafora

riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al martirio di dover

pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; ma quei rovesci

d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno che la versasse:

così nell’America settentrionale si diceva che la pioggia era l’effelto

della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in cielo per la lite tra un

fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani dicevano che le Hyadi,

ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la pioggia; gli Egiziani,

che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la tempesta suggerì

specialmente per associazione ai suoni del vento, che ricordano il

muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente più facile

creare questa metafora, che indagare le cause della tempesta. Insomma,

anche sotto questo aspetto la metafora apparisce un effetto della legge

del minimo sforzo: è un artificio per faticar meno[85].

Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover dar

nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; e che una

fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi le metafore,

che molto spesso si mettono al posto delle idee; che servono di soffice

guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; e contro cui

è più difficile talora combattere, che contro le teorie sbagliate, ma

dedotte da osservazione di fatti.

Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna

sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che per tutti

i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma normale

di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come notò il

Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè l’atavismo

dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i selvaggi, ciò

accade perchè abbiamo per un gran numero di idee espressioni proprie,

così strettamente associate all’idea, che il loro risveglio è più

pronto e diretto che non quello delle associazioni concomitanti, che

costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione dello stile non tende

all’immaginosità, ma alla espressione reale delle idee, e l’ideale

sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue proprie, creando uno

stile oggettivo, direi quasi, come la realtà.

5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è quello

stadio che nella scrittura si chiama del _rebus_. Per significare una

cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una figura,

si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui nome sia

eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o parola che si

vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, perchè siamo già

nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci troviamo in presenza

di una catena più complicata di associazioni: la vista dell’oggetto

o della figura ne richiama il nome; il nome, per la grande affinità

del suono, richiama la parola affine che si voleva rappresentare; e la

parola infine ci dà l’imagine o l’idea.

Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome Leena

significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa di

bronzo[86]. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, in onore

di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone ne simboleggiasse il

valore, ma per l’affinità di suono tra le parole Λέον e Λεωνίδας[87].

Tra i negri della costa degli schiavi i simboli del dio della folgore

sono una clava, un _casse-tête_ di legno durissimo e un bastone[88];

ora siccome quel dio è chiamato _Chango_, parola composta di _chan_

= colpo e di _go_ = stordire, è probabilissimo che quegli strumenti

siano diventati simboli del dio, perchè il nome del dio implicava

l’idea del battere e del colpire. Simile origine è pure probabile che

avessero il culto della lancia in uso, secondo Erodoto, tra gli Sciti,

e che ritroviamo pure presso gli antichi Sabini (_quir_), e il culto

del giavellotto presso i Mongoli e gli Unni[89]; noi possiamo infatti

sospettare legittimamente che, trattandosi di popoli militari, i loro

dei fossero chiamati con nomi alludenti alla loro ferocia guerresca,

che potevano essere simili ai nomi dati alle armi, e che quindi la

lancia o il giavellotto non fossero che una rozza imagine del dio, che

fece credere, per quella tendenza umana che analizzeremo, a venerare

il segno sensibile invece che la cosa significata, a un culto di quegli

oggetti materiali.

Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che tra gli

Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi,

fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie e

famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati

tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il nome di un

animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la trascrizione

del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. «Tra gli

Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor[90], l’orso, il lupo,

la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti _clan_ e ogni

membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed era rappresentato

sotto questa forma nei geroglifici indigeni».

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