5. È noto come la famiglia cominciò quasi dovunque dal matriarcato,

perchè la sfrenata licenza dei costumi primitivi, rende incerta

la paternità[38], e l’uomo primitivo crede di poter trovare più

sicuramente il suo sangue nei figli della propria sorella, che in

quelli della donna che egli possiede momentaneamente. Ora, quando

per un complesso di cause, specialmente per l’utilità che un figlio

rappresenta nella vita selvaggia, la paternità cominciò ad affermarsi,

era naturale che chi voleva tenere per sè il figlio che credeva di

aver generato, assistesse al parto della donna, la nutrisse per quel

poco di tempo in cui, avvicinandosi il parto, il lavoro le era più

difficile; e infine pensasse al sostentamento del figlio. Per avere i

frutti bisogna pur curare l’albero. Di qui un’associazione tra quegli

atti e l’idea della paternità, per cui chi li abbia compiuti è di pieno

diritto considerato come padre: e come noi oggi associamo l’idea della

paternità a quella di un matrimonio legittimo, così in molti popoli

primitivi la si associa al compimento di quegli atti, che tengono

luogo, quando non esistono nè Stato civile, nè Uffici di anagrafe, di

una dichiarazione pubblica di paternità. Così, tra gli Esquimesi, la

puerpera e il bambino devono nutrirsi solo con cacciagione uccisa dal

marito, altrimenti il bambino passerebbe come illegittimo[39]; e al

Bengala, tra i Larkas, dopo una nascita, il marito e la moglie sono

dichiarati impuri per otto giorni, durante i quali il marito deve fare

cucina.

Più difficile a spiegarsi è la _couvade_. È noto come in molti paesi

appena un figlio è nato, la madre si leva di letto ed è rimpiazzata dal

marito, che simula i dolori del parto ed è oggetto di tutte le cure da

parte degli amici e parenti. Nel Nuovo-Messico, tra i Lagunero e gli

Ahamana, quando una donna partorisce, il marito si mette a letto per

sei o sette giorni. Tra gli Indiani della Guiana, dopo la nascita del

bambino, il padre resta qualche giorno nell’_hamac_ nudo a ricevere

le congratulazioni degli amici e le cure delle donne del vicinato,

mentre la puerpera prepara la cucina. Tra gli Abissini dell’America

del Sud, dopo il parto, il marito si pone a letto, circondato di cure

e costretto a digiunare per un certo tempo. Egual costume fu ritrovato

tra i Tartari, da Marco Polo. Strabone (III, 16) ci narra che le donne

degli Iberi, quelle dei Celti, dei Traci, degli Sciti, abbandonano il

loro letto, appena partorito, al marito, che esse curano. E Diodoro

(V, 14) narra che in Corsica il marito, dopo il parto della moglie,

faceva la commedia di esser malato per qualche tempo. Pare che nelle

provincie baltiche della Russia il costume si sia conservato allo stato

di sopravvivenza senza significato, e secondo il Donnat sarebbe ancora

in uso nell’isoletta di Marken nel Zuydersée[40].

Nessun dubbio che, come osservò il Letourneau, queste bizzarre

cerimonie equivalgano alle nostre dichiarazioni di paternità, fatte

agli Uffici di stato civile: che siano insomma un’affermazione della

paternità, fatta come potevano popoli rozzi ancora. Ma come può esser

nata l’idea di affermare la paternità simulando le doglie del parto?

Il parto è anche per la donna selvaggia una crisi in cui essa rischia

la propria vita: ora, dato il valore che rappresenta un figlio per i

selvaggi, quella crisi interessa anche l’uomo, tanto più che se anche

il bambino nasce vivo ma la madre soccombe, tutto è perduto per lui,

perchè egli deve abbandonarlo, non potendolo nutrire, come vediamo che

in tanti popoli con la madre morta di parto si seppellisce il figlio

vivo. Ora è probabile che tale interessamento alle vicende della

nascita abbia provocate talora nell’uomo dimostrazioni simpatiche

di dolore, specialmente nei casi in cui il parto era difficile: cioè

grida, lamenti, urli, e ciò tanto più facilmente per quella facilità al

pianto e alle clamorose manifestazioni esteriori dei sentimenti che è

propria dell’uomo primitivo[41]: ciò dato, è anche probabile che a poco

a poco l’idea della paternità si sia associata alla vista di quegli

atti, e che si sia finito per considerare figlio legittimo quello la

cui nascita era costata tanti gridi e tanti spasimi al padre; di qui,

fissatasi quell’associazione, può esser benissimo venuta l’idea di

simulare quegli atti di dolore, anche nei casi in cui non v’era ragione

di compierli, sapendo che essi avrebbero svegliati negli altri membri

della tribù l’idea della propria paternità affermata sul neonato.

Sarebbe insomma questo un simbolo nato e sviluppatosi per _commedia_.

Da quel germe la pantomima della _couvade_ si sarebbe svolta poi nelle

forme più svariate e capricciose, che troviamo nei popoli primitivi.

6. È noto come l’adozione sia una pratica assai più diffusa negli stadi

primordiali della civiltà che nei successivi[42]. Ora quando un uomo

vuole adottare come suo figlio un estraneo, è naturale che lo vesta, lo

nutrisca, lo tenga insomma come terrebbe un suo figlio carnale: quindi

anche in origine l’idea delle adozioni dovette associarsi a quella di

un trattamento figliale e quando si vedeva un uomo mantenere nelle

sue case un fanciullo come fosse proprio figlio, considerare questo

come adottato. Ora allorchè si volle garantire l’atto dell’adozione,

sottraendone la validità ai capricci delle due parti, e fissando

con una prova sicura che l’atto era stato veramente compiuto e che

quindi adottato e adottante erano ormai costretti a quei doveri che

nell’opinione generale l’adozione portava seco, l’idea più immediata

fu quella di compire innanzi a testimoni uno di quegli atti, la cui

esecuzione era strettamente associata all’idea dell’adozione: per es.,

vestirlo. Così nell’Europa del Nord, il padre uccideva un bue e con

la pelle del piede destro faceva una scarpa che egli calzava e faceva

calzare poi all’adottato o legittimato, agli eredi, agli amici[43].

Eguale origine ebbe la cerimonia medioevale di compiere la

legittimazione per matrimonio stendendo sul bambino un mantello. Noi

la troviamo nei costumi del Beauvoisis[44] e nel diritto tedesco che

chiamava questi figli _mantelkinder_ o figli del mantello[45]; e un

poeta fiammingo del tredicesimo secolo, Filippo Mouske, ricorda questo

uso con i versi:

Li Duc ki les enfans ama

Gunnor adoncques espousa,

E li fi ki jà furent grant,

Furent entre autres deux en estant

Par dessus le mantiel la mère

Furent fait bial (legittimi) cil trois freres.

Pare che l’uso esistesse anche in Inghilterra: e quando Ruth invoca

la sua parentela, perchè Booz, osservando il costume del levirato, la

prenda in sposa: «Io sono — gli dice — Ruth; stendi su me il lembo

della tua veste; perchè tu sei quello che per consanguineità hai la

ragion del riscatto su me»[46].

Talora invece, il simbolo dell’adozione è, più che un simbolo di

protezione, un simbolo di dominazione: come tra i Badagas, presso

cui il futuro padre passa la gamba sulla testa del fanciullo, che

gli viene portato innanzi. Questo simbolo è certamente in rapporto

con la natura della patria potestà presso i popoli primitivi, che è

spesso una vera padronanza; e fors’anche con quell’altro fatto che

presso alcuni popoli, come le Pelli Rosse, le prime adozioni si fecero

sui prigionieri di guerra, quando invece di ucciderli, si pensò di

far riempire loro i vuoti lasciati dalle battaglie nelle file della

popolazione[47].

7. In tempi in cui le città erano asserragliate di mura e una

porta robusta poteva sbarrare fortemente l’unica via d’ingresso, un

atto naturale e ragionevole, che doveva accompagnare la resa ad un

potente, era la consegna delle chiavi. Così a poco a poco l’idea

della soggezione e quella della consegna delle chiavi si andarono

associando, e bastò l’atto di portare una chiave a un re, a un

imperatore, anche se la chiave era puramente fittizia e non proprio

quella della città, per risvegliare l’idea della padronanza in chi

la riceveva, della soggezione in chi la consegnava. Così il principe

di Capua inviò all’imperatore di Costantinopoli le chiavi d’oro della

città per riconoscere la supremazia dell’impero sul principato[48]. E

come è noto, l’omaggio delle chiavi era una delle forme più usate nel

cerimoniale politico del Medio Evo.

Un’altra azione, naturale compagna della resa al nemico, è la consegna

dell’arma al vincitore; perchè come potrebbe il vincitore, accettare

di lasciar vivo il vinto, se prima non lo vede in condizioni da

non potergli più nuocere? Anche quest’atto, per il solito processo

d’associazione, diventa un simbolo di soggezione o di intenzioni

pacifiche. Tra i Dakotah, in segno di pace, si seppellisce un tomahawk;

tra i Brasiliani si fa al nemico un dono di archi e di freccie, e gli

Sciti mandarono a Dario, in segno di soggezione, cinque freccie. L’atto

può anche valere, come segno di dedizione di se stesso in schiavitù;

perchè tra i popoli primitivi lo schiavo è, quasi sempre, un vinto in

guerra: così in Africa, quando un nero si fa volontariamente schiavo

rompe — in presenza del suo futuro padrone — una lancia[49].

Inversamente, l’atto di consegnare le armi allo schiavo può valere

come simbolo della liberazione. Siccome la grande differenza tra

l’uomo libero e lo schiavo è che il libero ha armi e lo schiavo no,

la liberazione di uno schiavo era sempre seguita dall’acquisto delle

armi, che il liberato o riceveva dal padrone o si procurava da sè,

perchè altrimenti non sarebbe stato considerato libero: ma, associatesi

le sue idee, quando si volle garantire la liberazione dal pericolo

dei pentimenti del padrone, la prima idea dovè essere quella di far

consegnare dal padrone un’arma allo schiavo, in presenza di testimoni:

quell’atto rimaneva documento della sua reale intenzione di sciogliere

lo schiavo da ogni vincolo verso se stesso. Ecco spiegarsi quindi

l’emancipazione per la spada, per la lancia, per la freccia, in uso

presso i Longobardi ed altri popoli germanici.

Un altro atto, naturalmente implicato nella liberazione d’uno schiavo

era quello di permettergli di uscire dalla casa e non tornarci più:

anzi pensando come erano un tempo asserragliate le porte delle case di

cui il padrone custodiva gelosamente le chiavi[50], quello d’aprirgli

la porta. Per il solito processo, ecco originarsene la cerimonia

inglese di emancipazione, in cui bisognava lasciar aperte le porte

della casa[51] e forse anche quella cerimonia longobarda[52] per la

quale chi vuol fare _fulfree_, cioè interamente libero, il servo, lo

consegna nelle mani di un secondo, che lo passa ad un terzo, che lo

dà ad un quarto, quest’ultimo poi lo porta innanzi ad un quadrivio e

gli dice di andare pure ove gli piaccia, quasi a indicare che le vie

del mondo sono aperte innanzi a lui. La prima consegna e la scena del

quadrivio dovevano essere fatte innanzi all’assemblea.

8. Quando si cambia domicilio, è naturale che tutte quelle operazioni

familiari che si facevano nell’antica casa si facciano nella nuova.

E anche è naturale che in società poco ordinate (per es., nel Medio

Evo) il cambiamento di domicilio sia un atto di nessun significato

giuridico, perchè solo può prendere importanza quando la vita

giuridica sia discretamente perfezionata. Ora, quando l’idea del

domicilio cominciò a sorgere e a entrare come coefficiente nelle

formalità giuridiche, il domicilio non essendo ancora stabilito con

atti complessi come quelli usati ora (dichiarazioni, registri, uffici

appositi), fu provato indirettamente, con formalità più semplici

e grossolane, quali le troviamo in uso nel Nivernese: cioè chi

voleva cambiar domicilio, spegneva il fuoco alla presenza di persone

pubbliche, nel luogo che lasciava, e andava ad accenderlo nella nuova

abitazione[53].

9. Talora invece il simbolo sorge per un processo alquanto differente,

pur giungendo allo stesso risultato e conservando lo stesso carattere.

Si sa che l’uso primitivo per risolvere i processi è stato il duello.

Ma re Alfredo d’Inghilterra, monarca intelligente e di mente superiore

ai tempi in cui visse, cercò di sradicare quell’uso. «Chiunque sa,

ordina il re, che il proprio nemico si trova nella sua casa, non gli

muova guerra prima di avergli domandato giustizia. Se è capace di

stringere da presso o di assediare in sua casa il nemico, ve lo tenga

sette giorni senza assalirlo, se l’altro non tenta d’uscire. Se dopo

sette giorni l’assediato consente a sottomettersi e a rendere le armi,

che egli rimanga sette giorni senza essere inquietato e ne sia dato

avviso ai suoi parenti ed amici. Ma se l’offeso è di per se stesso

impotente, si rivolga all’ealdormann e se l’ealdormann non lo aiuta, al

re, prima di battersi[54].»

Noi vediamo qui l’uso del duello mitigarsi, a poco a poco, in una

specie di sfida; in una dichiarazione dell’offeso all’offensore ch’egli

è disposto a rinunciare al giudizio della spada ove possa trovare in

altra maniera soddisfazione: è quella insomma una forma primitiva di

intimazione. Ma che forma prende questa intimazione? La forma della

minaccia: si cerca cioè d’indurre l’avversario a cedere, facendogli

vedere che se non farà ciò spontaneamente, si è risoluti a costringerlo

con la forza. Era naturale che dal periodo della giustizia privata

e violenta, a quello della giustizia pubblica e pacifica, si dovesse

passare per quello stadio: l’uomo, per la legge del minimo sforzo, non

trasforma le istituzioni e i costumi se non per minime modificazioni.

Ora questa disposizione del re inglese ci mostra il germe da cui può

svilupparsi un simbolo. Supponendo che l’uso di risolvere pacificamente

le contese si fosse diffuso e che i duelli privati fossero stati

abbandonati, quel blocco ch’era prima una vera minaccia di violenza

materiale, a cui poteva seguire il duello, avrebbe continuato a servire

come minaccia legale, come forma di citazione, dietro a cui, non

più il duello, ma il giudizio sarebbe seguito. Da tutti associandosi

quell’idea a quell’atto, non si sarebbe sentito il bisogno di mutarlo;

e solo col tempo gli sarebbero state sostituite le più semplici forme

di citazioni usate da noi.

Alla luce di questo confronto ecco possibile una spiegazione di alcuni

simboli giuridici. Nel diritto romano, la formalità per la denuncia

di un’opera nuova, era il lancio d’una pietra contro di essa[55].

Tale formalità si conservò nel mezzogiorno della Francia; specialmente

nella Linguadoca, come lo constata un documento del 1407; la pietra era

scagliata tre volte, mentre si pronunciava la formola: _Je denonce le

nouvel oeuvre_: e secondo Lauterbach simile formalità si praticò pure

in Germania, sino nel secolo XVII.

In un tempo più antico l’unica forma di denuncia dell’opera nuova

dovette essere la sua distruzione violenta compita da chi non voleva

che essa sorgesse: quando si cominciò a mitigare il costume, prevalendo

l’abitudine di tentare vie pacifiche, si sarà introdotto l’uso di

minacciare al padrone della nuova opera di distruggergliela, se non

dava ragione al querelante, e la forma della minaccia, come era nel

caso precedente il blocco, potè essere in questa lo scagliar pietre.

Stabilitosi saldamente l’uso di rimettere al giudice la questione,

quell’atto che prima era una minaccia di violenze materiali, prese il

significato di un avvertimento e d’una citazione a venire innanzi al

giudice, perchè a tale ufficio serviva benissimo e non si sentiva il

bisogno di sostituirvi altre forme.

10. Noi vediamo quindi come tutti i simboli di questa classe non

contengano nulla di misterioso: non sono che i nostri documenti

scritti, le nostre citazioni, ecc., ecc., in una forma meno astratta

e più primitiva e semplice. A noi avvezzi alle forme giuridiche

nude e aride dei tempi nostri, questi simboli fanno una singolare

impressione, quasi di semplice e ingenua poesia: ma si può star sicuri

che coloro che praticarono quegli atti non ci sentirono entro poesia

più che non ne sentiamo noi nelle nostre formalità. Quei simboli

sono caratterizzati dalla minor complessità di associazioni mentali

necessarie per intenderli, in confronto alle formalità nostre, e sono

perciò spiegati dalla legge del minimo sforzo, dalla tendenza cioè

dell’uomo a risolvere le difficoltà che incontra sulla via della

civiltà con i modi che costano minor fatica mentale prendendo le

soluzioni più ovvie e contentandosene, sinchè per i cresciuti bisogni

non siano divenute del tutto inadeguate allo scopo.

CAPITOLO II.

Simboli descrittivi.

1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra

anche in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla

tendenza ad applicare sempre quei processi mentali, che costano la

minore fatica, anche se a scapito della chiarezza e della rapidità.

Il problema da risolvere, uno dei più difficili a cui l’uomo si sia

trovato dinanzi, era questo: costituire determinate associazioni tra

certe idee e la sensazione visiva di certi oggetti o figure o segni,

in modo che questa potesse ricondurre quelle alla mente o di chi aveva

pensata l’idea o di terze persone a cui non si potesse comunicarla con

la parola; ora appunto, innanzi alla complessità crescente delle idee

da fissare e da comunicare, l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle

forme di associazione più semplici, anche se per altri rispetti gliene

dovevano venire gravissimi guai.

Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di

una sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo

contemporanee o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al

ritornare di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire

perfettamente da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio

una tacca sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una

associazione tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo

che la sensazione mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io,

scrive il Marzolo[56], avendo dimenticato il filo del mio discorso od

una qualunque mia intenzione, ripassando pel luogo dove ero allora che

avevo quella intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od

il concetto che avevo: quel dato oggetto ha agito su di me come segno».

Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che

non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è

basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i

commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di legno

per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più grosso

per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per

calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso

un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una

pietruzza di color differente per i giorni di riposo[57]. La parola

_calcolo_ viene dal latino _calcul_ = pietruzza. Tra i Chichimequi,

i guerrieri facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che

uccidevano per ricordarne il numero[58]. Sino a poco tempo fa, in

Abissinia, la capigliatura degli uomini serviva anche di registro,

per le imprese di guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a

portare una treccia[59]. Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie

annodate pendenti dal _taléd_ di cui si coprono per pregare, non

erano in origine che artifici mnemonici per ricordarsi le parole

della preghiera, come si vede dal discorso che Dio tiene a Mosè[60]:

«Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano delle frangie agli

angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano striscie di color di

giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi del Signore».

Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori gettano, man mano che

arringano, un oggetto ad ogni periodo del discorso; per es. una scure,

una collana, una clava, che, raccolti fanno ricordare l’ordine e i

concetti del discorso, ed equivalgono quindi ai resoconti del nostro

Parlamento[61]. Ho veduto una donna, che non sapeva scrivere e che era

stata costretta per un certo tempo a tenere il conto della lavandaia;

essa se ne era cavata benissimo, facendo in un foglio un certo numero

di segni, che corrispondevano alle diverse specie di biancheria

consegnate.

Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma

possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, o

a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate

idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un

mezzo di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a

chi la porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano

i _khé-mou_, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano

girare per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che

ognuna doveva fornire per una spedizione[62]. I Pelli-Rosse usano

collari mnemonici, detti _gaionne_, _garthoua_ o _garsuenda_, che

indicano varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico

Perù si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun

mezzo di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i _quipos_, veri

registri di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero

e la varia forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico:

tutta la complicata amministrazione di un vasto impero, in cui lo

Stato regolava ogni cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era

tenuta con quel mezzo, da speciali dotti, pratici nella difficile arte

del _quipos_; e rilievi statistici sulla popolazione, catasti, liste

di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, tutto era registrato

in quei libri di corda[63]. Eguale sistema si praticava nell’antica

China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive nell’appendice

del _Yih-King_: «Nella più alta antichità si servivano di cordicelle

annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le generazioni

successive, l’uomo santo, _Fouh-hi_, le sostituì con la scrittura»[64].

E in tedesco _buch_ significa libro e _buche_ significa faggio, con

evidente analogia etimologica; _buchstaben_ = lettere dell’alfabeto,

significa propriamente bastoncello (in scandinavo _bok-stafir_ indica

ancora la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i

progenitori degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi

di quegli umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde

tartare.

Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos

tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e

segni di proprietà sono pure le doppie croci o _svatica_, che i Lapponi

imprimono nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche

questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento;

e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia

dell’adottato un certo segno detto _kohong_, che rimane il documento

della compiuta adozione.

A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, i

menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, i gals,

i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei mucchi

di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, avanzati a

noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte erano tombe

(probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano anche a

ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. «Quando

domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto passare il

Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che voglion

dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano si

sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e perciò

furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»[65].

Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre

(erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre

Ra-Undecunde[66].

Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio

litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più

regolarmente disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata

a ricordare i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci

(stele); e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani

(obelischi), ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i

Romani (colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando

drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava

a un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era

sconosciuta.

I simboli · 第 2 / 12 段