perchè la sfrenata licenza dei costumi primitivi, rende incerta
la paternità[38], e l’uomo primitivo crede di poter trovare più
sicuramente il suo sangue nei figli della propria sorella, che in
quelli della donna che egli possiede momentaneamente. Ora, quando
per un complesso di cause, specialmente per l’utilità che un figlio
rappresenta nella vita selvaggia, la paternità cominciò ad affermarsi,
era naturale che chi voleva tenere per sè il figlio che credeva di
aver generato, assistesse al parto della donna, la nutrisse per quel
poco di tempo in cui, avvicinandosi il parto, il lavoro le era più
difficile; e infine pensasse al sostentamento del figlio. Per avere i
frutti bisogna pur curare l’albero. Di qui un’associazione tra quegli
atti e l’idea della paternità, per cui chi li abbia compiuti è di pieno
diritto considerato come padre: e come noi oggi associamo l’idea della
paternità a quella di un matrimonio legittimo, così in molti popoli
primitivi la si associa al compimento di quegli atti, che tengono
luogo, quando non esistono nè Stato civile, nè Uffici di anagrafe, di
una dichiarazione pubblica di paternità. Così, tra gli Esquimesi, la
puerpera e il bambino devono nutrirsi solo con cacciagione uccisa dal
marito, altrimenti il bambino passerebbe come illegittimo[39]; e al
Bengala, tra i Larkas, dopo una nascita, il marito e la moglie sono
dichiarati impuri per otto giorni, durante i quali il marito deve fare
cucina.
Più difficile a spiegarsi è la _couvade_. È noto come in molti paesi
appena un figlio è nato, la madre si leva di letto ed è rimpiazzata dal
marito, che simula i dolori del parto ed è oggetto di tutte le cure da
parte degli amici e parenti. Nel Nuovo-Messico, tra i Lagunero e gli
Ahamana, quando una donna partorisce, il marito si mette a letto per
sei o sette giorni. Tra gli Indiani della Guiana, dopo la nascita del
bambino, il padre resta qualche giorno nell’_hamac_ nudo a ricevere
le congratulazioni degli amici e le cure delle donne del vicinato,
mentre la puerpera prepara la cucina. Tra gli Abissini dell’America
del Sud, dopo il parto, il marito si pone a letto, circondato di cure
e costretto a digiunare per un certo tempo. Egual costume fu ritrovato
tra i Tartari, da Marco Polo. Strabone (III, 16) ci narra che le donne
degli Iberi, quelle dei Celti, dei Traci, degli Sciti, abbandonano il
loro letto, appena partorito, al marito, che esse curano. E Diodoro
(V, 14) narra che in Corsica il marito, dopo il parto della moglie,
faceva la commedia di esser malato per qualche tempo. Pare che nelle
provincie baltiche della Russia il costume si sia conservato allo stato
di sopravvivenza senza significato, e secondo il Donnat sarebbe ancora
in uso nell’isoletta di Marken nel Zuydersée[40].
Nessun dubbio che, come osservò il Letourneau, queste bizzarre
cerimonie equivalgano alle nostre dichiarazioni di paternità, fatte
agli Uffici di stato civile: che siano insomma un’affermazione della
paternità, fatta come potevano popoli rozzi ancora. Ma come può esser
nata l’idea di affermare la paternità simulando le doglie del parto?
Il parto è anche per la donna selvaggia una crisi in cui essa rischia
la propria vita: ora, dato il valore che rappresenta un figlio per i
selvaggi, quella crisi interessa anche l’uomo, tanto più che se anche
il bambino nasce vivo ma la madre soccombe, tutto è perduto per lui,
perchè egli deve abbandonarlo, non potendolo nutrire, come vediamo che
in tanti popoli con la madre morta di parto si seppellisce il figlio
vivo. Ora è probabile che tale interessamento alle vicende della
nascita abbia provocate talora nell’uomo dimostrazioni simpatiche
di dolore, specialmente nei casi in cui il parto era difficile: cioè
grida, lamenti, urli, e ciò tanto più facilmente per quella facilità al
pianto e alle clamorose manifestazioni esteriori dei sentimenti che è
propria dell’uomo primitivo[41]: ciò dato, è anche probabile che a poco
a poco l’idea della paternità si sia associata alla vista di quegli
atti, e che si sia finito per considerare figlio legittimo quello la
cui nascita era costata tanti gridi e tanti spasimi al padre; di qui,
fissatasi quell’associazione, può esser benissimo venuta l’idea di
simulare quegli atti di dolore, anche nei casi in cui non v’era ragione
di compierli, sapendo che essi avrebbero svegliati negli altri membri
della tribù l’idea della propria paternità affermata sul neonato.
Sarebbe insomma questo un simbolo nato e sviluppatosi per _commedia_.
Da quel germe la pantomima della _couvade_ si sarebbe svolta poi nelle
forme più svariate e capricciose, che troviamo nei popoli primitivi.
6. È noto come l’adozione sia una pratica assai più diffusa negli stadi
primordiali della civiltà che nei successivi[42]. Ora quando un uomo
vuole adottare come suo figlio un estraneo, è naturale che lo vesta, lo
nutrisca, lo tenga insomma come terrebbe un suo figlio carnale: quindi
anche in origine l’idea delle adozioni dovette associarsi a quella di
un trattamento figliale e quando si vedeva un uomo mantenere nelle
sue case un fanciullo come fosse proprio figlio, considerare questo
come adottato. Ora allorchè si volle garantire l’atto dell’adozione,
sottraendone la validità ai capricci delle due parti, e fissando
con una prova sicura che l’atto era stato veramente compiuto e che
quindi adottato e adottante erano ormai costretti a quei doveri che
nell’opinione generale l’adozione portava seco, l’idea più immediata
fu quella di compire innanzi a testimoni uno di quegli atti, la cui
esecuzione era strettamente associata all’idea dell’adozione: per es.,
vestirlo. Così nell’Europa del Nord, il padre uccideva un bue e con
la pelle del piede destro faceva una scarpa che egli calzava e faceva
calzare poi all’adottato o legittimato, agli eredi, agli amici[43].
Eguale origine ebbe la cerimonia medioevale di compiere la
legittimazione per matrimonio stendendo sul bambino un mantello. Noi
la troviamo nei costumi del Beauvoisis[44] e nel diritto tedesco che
chiamava questi figli _mantelkinder_ o figli del mantello[45]; e un
poeta fiammingo del tredicesimo secolo, Filippo Mouske, ricorda questo
uso con i versi:
Li Duc ki les enfans ama
Gunnor adoncques espousa,
E li fi ki jà furent grant,
Furent entre autres deux en estant
Par dessus le mantiel la mère
Furent fait bial (legittimi) cil trois freres.
Pare che l’uso esistesse anche in Inghilterra: e quando Ruth invoca
la sua parentela, perchè Booz, osservando il costume del levirato, la
prenda in sposa: «Io sono — gli dice — Ruth; stendi su me il lembo
della tua veste; perchè tu sei quello che per consanguineità hai la
ragion del riscatto su me»[46].
Talora invece, il simbolo dell’adozione è, più che un simbolo di
protezione, un simbolo di dominazione: come tra i Badagas, presso
cui il futuro padre passa la gamba sulla testa del fanciullo, che
gli viene portato innanzi. Questo simbolo è certamente in rapporto
con la natura della patria potestà presso i popoli primitivi, che è
spesso una vera padronanza; e fors’anche con quell’altro fatto che
presso alcuni popoli, come le Pelli Rosse, le prime adozioni si fecero
sui prigionieri di guerra, quando invece di ucciderli, si pensò di
far riempire loro i vuoti lasciati dalle battaglie nelle file della
popolazione[47].
7. In tempi in cui le città erano asserragliate di mura e una
porta robusta poteva sbarrare fortemente l’unica via d’ingresso, un
atto naturale e ragionevole, che doveva accompagnare la resa ad un
potente, era la consegna delle chiavi. Così a poco a poco l’idea
della soggezione e quella della consegna delle chiavi si andarono
associando, e bastò l’atto di portare una chiave a un re, a un
imperatore, anche se la chiave era puramente fittizia e non proprio
quella della città, per risvegliare l’idea della padronanza in chi
la riceveva, della soggezione in chi la consegnava. Così il principe
di Capua inviò all’imperatore di Costantinopoli le chiavi d’oro della
città per riconoscere la supremazia dell’impero sul principato[48]. E
come è noto, l’omaggio delle chiavi era una delle forme più usate nel
cerimoniale politico del Medio Evo.
Un’altra azione, naturale compagna della resa al nemico, è la consegna
dell’arma al vincitore; perchè come potrebbe il vincitore, accettare
di lasciar vivo il vinto, se prima non lo vede in condizioni da
non potergli più nuocere? Anche quest’atto, per il solito processo
d’associazione, diventa un simbolo di soggezione o di intenzioni
pacifiche. Tra i Dakotah, in segno di pace, si seppellisce un tomahawk;
tra i Brasiliani si fa al nemico un dono di archi e di freccie, e gli
Sciti mandarono a Dario, in segno di soggezione, cinque freccie. L’atto
può anche valere, come segno di dedizione di se stesso in schiavitù;
perchè tra i popoli primitivi lo schiavo è, quasi sempre, un vinto in
guerra: così in Africa, quando un nero si fa volontariamente schiavo
rompe — in presenza del suo futuro padrone — una lancia[49].
Inversamente, l’atto di consegnare le armi allo schiavo può valere
come simbolo della liberazione. Siccome la grande differenza tra
l’uomo libero e lo schiavo è che il libero ha armi e lo schiavo no,
la liberazione di uno schiavo era sempre seguita dall’acquisto delle
armi, che il liberato o riceveva dal padrone o si procurava da sè,
perchè altrimenti non sarebbe stato considerato libero: ma, associatesi
le sue idee, quando si volle garantire la liberazione dal pericolo
dei pentimenti del padrone, la prima idea dovè essere quella di far
consegnare dal padrone un’arma allo schiavo, in presenza di testimoni:
quell’atto rimaneva documento della sua reale intenzione di sciogliere
lo schiavo da ogni vincolo verso se stesso. Ecco spiegarsi quindi
l’emancipazione per la spada, per la lancia, per la freccia, in uso
presso i Longobardi ed altri popoli germanici.
Un altro atto, naturalmente implicato nella liberazione d’uno schiavo
era quello di permettergli di uscire dalla casa e non tornarci più:
anzi pensando come erano un tempo asserragliate le porte delle case di
cui il padrone custodiva gelosamente le chiavi[50], quello d’aprirgli
la porta. Per il solito processo, ecco originarsene la cerimonia
inglese di emancipazione, in cui bisognava lasciar aperte le porte
della casa[51] e forse anche quella cerimonia longobarda[52] per la
quale chi vuol fare _fulfree_, cioè interamente libero, il servo, lo
consegna nelle mani di un secondo, che lo passa ad un terzo, che lo
dà ad un quarto, quest’ultimo poi lo porta innanzi ad un quadrivio e
gli dice di andare pure ove gli piaccia, quasi a indicare che le vie
del mondo sono aperte innanzi a lui. La prima consegna e la scena del
quadrivio dovevano essere fatte innanzi all’assemblea.
8. Quando si cambia domicilio, è naturale che tutte quelle operazioni
familiari che si facevano nell’antica casa si facciano nella nuova.
E anche è naturale che in società poco ordinate (per es., nel Medio
Evo) il cambiamento di domicilio sia un atto di nessun significato
giuridico, perchè solo può prendere importanza quando la vita
giuridica sia discretamente perfezionata. Ora, quando l’idea del
domicilio cominciò a sorgere e a entrare come coefficiente nelle
formalità giuridiche, il domicilio non essendo ancora stabilito con
atti complessi come quelli usati ora (dichiarazioni, registri, uffici
appositi), fu provato indirettamente, con formalità più semplici
e grossolane, quali le troviamo in uso nel Nivernese: cioè chi
voleva cambiar domicilio, spegneva il fuoco alla presenza di persone
pubbliche, nel luogo che lasciava, e andava ad accenderlo nella nuova
abitazione[53].
9. Talora invece il simbolo sorge per un processo alquanto differente,
pur giungendo allo stesso risultato e conservando lo stesso carattere.
Si sa che l’uso primitivo per risolvere i processi è stato il duello.
Ma re Alfredo d’Inghilterra, monarca intelligente e di mente superiore
ai tempi in cui visse, cercò di sradicare quell’uso. «Chiunque sa,
ordina il re, che il proprio nemico si trova nella sua casa, non gli
muova guerra prima di avergli domandato giustizia. Se è capace di
stringere da presso o di assediare in sua casa il nemico, ve lo tenga
sette giorni senza assalirlo, se l’altro non tenta d’uscire. Se dopo
sette giorni l’assediato consente a sottomettersi e a rendere le armi,
che egli rimanga sette giorni senza essere inquietato e ne sia dato
avviso ai suoi parenti ed amici. Ma se l’offeso è di per se stesso
impotente, si rivolga all’ealdormann e se l’ealdormann non lo aiuta, al
re, prima di battersi[54].»
Noi vediamo qui l’uso del duello mitigarsi, a poco a poco, in una
specie di sfida; in una dichiarazione dell’offeso all’offensore ch’egli
è disposto a rinunciare al giudizio della spada ove possa trovare in
altra maniera soddisfazione: è quella insomma una forma primitiva di
intimazione. Ma che forma prende questa intimazione? La forma della
minaccia: si cerca cioè d’indurre l’avversario a cedere, facendogli
vedere che se non farà ciò spontaneamente, si è risoluti a costringerlo
con la forza. Era naturale che dal periodo della giustizia privata
e violenta, a quello della giustizia pubblica e pacifica, si dovesse
passare per quello stadio: l’uomo, per la legge del minimo sforzo, non
trasforma le istituzioni e i costumi se non per minime modificazioni.
Ora questa disposizione del re inglese ci mostra il germe da cui può
svilupparsi un simbolo. Supponendo che l’uso di risolvere pacificamente
le contese si fosse diffuso e che i duelli privati fossero stati
abbandonati, quel blocco ch’era prima una vera minaccia di violenza
materiale, a cui poteva seguire il duello, avrebbe continuato a servire
come minaccia legale, come forma di citazione, dietro a cui, non
più il duello, ma il giudizio sarebbe seguito. Da tutti associandosi
quell’idea a quell’atto, non si sarebbe sentito il bisogno di mutarlo;
e solo col tempo gli sarebbero state sostituite le più semplici forme
di citazioni usate da noi.
Alla luce di questo confronto ecco possibile una spiegazione di alcuni
simboli giuridici. Nel diritto romano, la formalità per la denuncia
di un’opera nuova, era il lancio d’una pietra contro di essa[55].
Tale formalità si conservò nel mezzogiorno della Francia; specialmente
nella Linguadoca, come lo constata un documento del 1407; la pietra era
scagliata tre volte, mentre si pronunciava la formola: _Je denonce le
nouvel oeuvre_: e secondo Lauterbach simile formalità si praticò pure
in Germania, sino nel secolo XVII.
In un tempo più antico l’unica forma di denuncia dell’opera nuova
dovette essere la sua distruzione violenta compita da chi non voleva
che essa sorgesse: quando si cominciò a mitigare il costume, prevalendo
l’abitudine di tentare vie pacifiche, si sarà introdotto l’uso di
minacciare al padrone della nuova opera di distruggergliela, se non
dava ragione al querelante, e la forma della minaccia, come era nel
caso precedente il blocco, potè essere in questa lo scagliar pietre.
Stabilitosi saldamente l’uso di rimettere al giudice la questione,
quell’atto che prima era una minaccia di violenze materiali, prese il
significato di un avvertimento e d’una citazione a venire innanzi al
giudice, perchè a tale ufficio serviva benissimo e non si sentiva il
bisogno di sostituirvi altre forme.
10. Noi vediamo quindi come tutti i simboli di questa classe non
contengano nulla di misterioso: non sono che i nostri documenti
scritti, le nostre citazioni, ecc., ecc., in una forma meno astratta
e più primitiva e semplice. A noi avvezzi alle forme giuridiche
nude e aride dei tempi nostri, questi simboli fanno una singolare
impressione, quasi di semplice e ingenua poesia: ma si può star sicuri
che coloro che praticarono quegli atti non ci sentirono entro poesia
più che non ne sentiamo noi nelle nostre formalità. Quei simboli
sono caratterizzati dalla minor complessità di associazioni mentali
necessarie per intenderli, in confronto alle formalità nostre, e sono
perciò spiegati dalla legge del minimo sforzo, dalla tendenza cioè
dell’uomo a risolvere le difficoltà che incontra sulla via della
civiltà con i modi che costano minor fatica mentale prendendo le
soluzioni più ovvie e contentandosene, sinchè per i cresciuti bisogni
non siano divenute del tutto inadeguate allo scopo.
CAPITOLO II.
Simboli descrittivi.
1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra
anche in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla
tendenza ad applicare sempre quei processi mentali, che costano la
minore fatica, anche se a scapito della chiarezza e della rapidità.
Il problema da risolvere, uno dei più difficili a cui l’uomo si sia
trovato dinanzi, era questo: costituire determinate associazioni tra
certe idee e la sensazione visiva di certi oggetti o figure o segni,
in modo che questa potesse ricondurre quelle alla mente o di chi aveva
pensata l’idea o di terze persone a cui non si potesse comunicarla con
la parola; ora appunto, innanzi alla complessità crescente delle idee
da fissare e da comunicare, l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle
forme di associazione più semplici, anche se per altri rispetti gliene
dovevano venire gravissimi guai.
Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di
una sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo
contemporanee o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al
ritornare di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire
perfettamente da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio
una tacca sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una
associazione tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo
che la sensazione mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io,
scrive il Marzolo[56], avendo dimenticato il filo del mio discorso od
una qualunque mia intenzione, ripassando pel luogo dove ero allora che
avevo quella intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od
il concetto che avevo: quel dato oggetto ha agito su di me come segno».
Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che
non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è
basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i
commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di legno
per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più grosso
per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per
calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso
un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una
pietruzza di color differente per i giorni di riposo[57]. La parola
_calcolo_ viene dal latino _calcul_ = pietruzza. Tra i Chichimequi,
i guerrieri facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che
uccidevano per ricordarne il numero[58]. Sino a poco tempo fa, in
Abissinia, la capigliatura degli uomini serviva anche di registro,
per le imprese di guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a
portare una treccia[59]. Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie
annodate pendenti dal _taléd_ di cui si coprono per pregare, non
erano in origine che artifici mnemonici per ricordarsi le parole
della preghiera, come si vede dal discorso che Dio tiene a Mosè[60]:
«Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano delle frangie agli
angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano striscie di color di
giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi del Signore».
Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori gettano, man mano che
arringano, un oggetto ad ogni periodo del discorso; per es. una scure,
una collana, una clava, che, raccolti fanno ricordare l’ordine e i
concetti del discorso, ed equivalgono quindi ai resoconti del nostro
Parlamento[61]. Ho veduto una donna, che non sapeva scrivere e che era
stata costretta per un certo tempo a tenere il conto della lavandaia;
essa se ne era cavata benissimo, facendo in un foglio un certo numero
di segni, che corrispondevano alle diverse specie di biancheria
consegnate.
Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma
possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, o
a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate
idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un
mezzo di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a
chi la porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano
i _khé-mou_, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano
girare per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che
ognuna doveva fornire per una spedizione[62]. I Pelli-Rosse usano
collari mnemonici, detti _gaionne_, _garthoua_ o _garsuenda_, che
indicano varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico
Perù si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun
mezzo di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i _quipos_, veri
registri di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero
e la varia forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico:
tutta la complicata amministrazione di un vasto impero, in cui lo
Stato regolava ogni cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era
tenuta con quel mezzo, da speciali dotti, pratici nella difficile arte
del _quipos_; e rilievi statistici sulla popolazione, catasti, liste
di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, tutto era registrato
in quei libri di corda[63]. Eguale sistema si praticava nell’antica
China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive nell’appendice
del _Yih-King_: «Nella più alta antichità si servivano di cordicelle
annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le generazioni
successive, l’uomo santo, _Fouh-hi_, le sostituì con la scrittura»[64].
E in tedesco _buch_ significa libro e _buche_ significa faggio, con
evidente analogia etimologica; _buchstaben_ = lettere dell’alfabeto,
significa propriamente bastoncello (in scandinavo _bok-stafir_ indica
ancora la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i
progenitori degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi
di quegli umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde
tartare.
Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos
tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e
segni di proprietà sono pure le doppie croci o _svatica_, che i Lapponi
imprimono nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche
questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento;
e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia
dell’adottato un certo segno detto _kohong_, che rimane il documento
della compiuta adozione.
A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, i
menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, i gals,
i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei mucchi
di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, avanzati a
noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte erano tombe
(probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano anche a
ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. «Quando
domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto passare il
Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che voglion
dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano si
sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e perciò
furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»[65].
Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre
(erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre
Ra-Undecunde[66].
Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio
litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più
regolarmente disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata
a ricordare i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci
(stele); e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani
(obelischi), ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i
Romani (colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando
drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava
a un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era
sconosciuta.