BIBLIOTECA ANTROPOLOGICO-GIURIDICA — Serie II, Vol. XIX.
GUGLIELMO FERRERO
I SIMBOLI
IN RAPPORTO
ALLA STORIA E FILOSOFIA DEL DIRITTO
ALLA PSICOLOGIA E ALLA SOCIOLOGIA
FRATELLI BOCCA
Librai di S. M. Il Re d’Italia
TORINO Via Carlo Alberto, 3
ROMA Corso, 216
FIRENZE Via Cerretani, 8
DEPOSITI
PALERMO MESSINA CATANIA
—
1893.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Torino — Tip. Lit. Camilla e Bertolero.
A MIO PADRE
E
A MIA MADRE
PREFAZIONE
Questo libro è solo un saggio, solo una rapida scorreria attraverso
un’immensa regione inesplorata della storia dell’uomo. Ma l’autore
in questa corsa affrettata ha tanto goduto il piacere dell’indagine e
delle sue varie vicende, e più ancora il piacere dei lontani orizzonti
intravveduti qua e là, che non mancherà, potendo, di tornare un giorno
nel cuore dell’ignoto paese a esplorarlo più minutamente in lungo ed
in largo. Un numero immenso di questioni si connettono con una teoria
compiuta del simbolo: l’origine e lo sviluppo del linguaggio, della
religione, della scrittura, del diritto, della leggenda, dell’arte;
tutti i mezzi insomma con cui l’uomo ha cercato di comunicare
agli altri uomini le proprie idee e i proprii sentimenti, tutte le
trasformazioni coscienti e incoscienti, tutti i pervertimenti di
questi segni. Ecco altrettanti argomenti, di cui molti sono in questa
opera appena accennati, ma che la scienza ha finora quasi interamente
negletti.
Non li ha però così interamente negletti che all’autore sia mancato in
questo studio un suggestionatore potente, che eccitasse l’ideazione
ne’ momenti in cui la difficoltà da sormontare era più alta, che
eccitasse il coraggio nei momenti in cui le soluzioni trovate parevano
perdere tutta quella verità, che è sentita così intensamente, quando
l’idea balena la prima volta alla mente. Il padre intellettuale di
questo libro fu l’opuscolo di Paolo Marzolo, intitolato _Saggio sui
segni_: perciò doveva esser qui ricordato e messo al posto d’onore il
nome ignorato del più grande pensatore italiano e forse anche europeo
di questo secolo, le cui opere ciclopiche, piene di avvenire, ancora
attendono l’ora della giustizia.
Nè lo studio puramente teorico dei fenomeni del simbolismo sarà
scevro d’applicazioni umane. Si sono molto studiate le miserie morali
dell’uomo, tutti i traviamenti cioè delle passioni, dell’amore,
dell’odio, della vanità, della cupidigia; ma si sono poco studiate le
sue miserie intellettuali, quei dolorosi errori in cui l’uomo cade per
i vizi organici della sua intelligenza, e per cui le vie dell’umanità
sono state sino ad oggi bagnate di tanto sangue e di tante lagrime.
Eppure se si pensa che alcuni scambi accidentali di nomi hanno generato
riti ferocissimi, che per una questione di statue e di quadri il
sangue corse a fiumi per secoli l’impero bizantino, che anche oggi da
un momento all’altro l’Europa potrebbe ardere tutta nelle fiamme di
una guerra provocata da qualche metafora infelice o da qualche frase
barocca scambiata per un assioma di alta politica: quando si pensa a
tutto ciò, chi non vede che forse all’uomo, più che il fermento delle
cattive passioni, furono e sono funeste certe debolezze e imperfezioni
della sua intelligenza, per altre parti così sviluppata? L’indagine
dei fenomeni del simbolismo indica alcune tra le non meno importanti
di queste debolezze; mostra come con la civiltà diminuisca, invece che
crescere, la sicurezza di ottenere giustizia nei contrasti della vita
sociale; e può quindi indicare alcuni rimedi che leniscano una delle
più tormentose infelicità del mondo moderno.
G. F.
INTRODUZIONE
La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale.
1. L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è questo un
caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, muscolare e
mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno dei fenomeni più
caratteristici della psicologia umana.
Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il lavoro,
anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice _ássab_ significa
lavoro, stanchezza, dolore; in greco πένομαι = sforzarsi, lavorare,
soffrire; di qui πενία = povertà; πείνα = fame; πόνος = fatica e
patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo[1]. Il francese
_travail_ trova in italiano il suo fratello gemello _travaglio_ con
significato di dolore; come l’italiano _lavoro_ ha per padre il latino
_labor_ che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi
fa che Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento
ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività.
Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe
quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che
quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale a
dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva
ribellare per la sua debolezza[2]. Le sole forme di lavoro sono pel
maschio in quasi tutti i popoli selvaggi la caccia e la guerra: perchè
alla caccia e alla guerra si associano i piaceri del successo, cioè
quelli che nascono dalla coscienza della potenza personale; e i piaceri
della vanità, per la stima che circonda nella tribù primitiva il più
forte cacciatore e guerriero[3].
Così una delle più laboriose vittorie della civiltà è stata questa, di
imprimere l’abitudine del lavoro così fortemente nella psiche umana,
da renderlo, in certi casi, un piacere e perfino un bisogno. Ma quanto
non ha costato tale vittoria! C’è voluta la schiavitù, il servaggio,
la miseria, il patibolo per piegare il collo dell’uomo a questo
pesantissimo giogo: e ancora la vittoria non è che parziale. «La più
gran parte degli uomini — scrive Spencer — è costretta a lavorare dalla
necessità»[4]. Intere classi sfuggono, a costo di gravi pericoli, alla
ferrea legge; i delinquenti, i vagabondi, gli oziosi, le prostitute: il
piacere dell’ozio è anzi uno dei caratteri che non mancano mai in tutte
le degenerazioni, per quella legge per cui le formazioni più recenti
dell’evoluzione sono le più fragili e le prime a sparire nei casi
patologici: e anche coloro che si sobbarcano alla dura necessità del
lavoro, ne cercano troppo spesso malsani conforti nell’alcool, perchè
alleggerisca loro il peso, che son costretti a portare.
Ma se l’orrore del lavoro muscolare è stato vinto in parte dalla
civiltà, l’orrore del lavoro mentale è ancor oggi assai più vivo, anche
nei popoli civili. Basta, per persuadersene, osservare quella che è
la forma tipica del lavoro mentale; l’attenzione, chiamata dal Ribot,
volontaria; cioè lo sforzo volontario diretto a regolare le idee e le
immagini, che abbandonate a loro stesse si producono accidentalmente,
mantenendo nel campo della coscienza quelle che sono utili per un dato
lavoro e respingendo le altre. Certo, come notò lo Spencer, la potenza
dell’attenzione è nei popoli civili molto più grande che nei selvaggi:
ma negli uni e negli altri, non è nei casi ordinari assai grande.
«L’attenzione, scrive il Ribot, è uno stato anormale, non duraturo,
che produce un rapido esaurimento nell’organismo; perchè lo sforzo
finisce alla fatica e la fatica alla inattività funzionale..... Molto
piccolo è il numero di coloro per cui l’attenzione è un bisogno, e
rarissimi quelli che professano lo _stantem oportet mori_»[5]. È del
resto facile osservare come in ognuno l’attenzione sia sempre parziale
e limitata a un piccolo numero di oggetti: un uomo è attento alle cose
del suo mestiere e nelle ore del suo lavoro, ma uscito dall’ufficio
o dall’officina non bada più a nulla e passa accanto a mille cose e a
mille fatti senza badarci: e la parola che in italiano e specialmente
in toscano indica il riposo dopo un lavoro intenso, cioè «_svagarsi_»
esprime bene, anche col suono, che il riposo consiste appunto nel
rilassamento di questa tensione che è durata troppo a lungo. Anzi
l’attenzione intensa e continua è così poco capita dal volgo che, come
notò finamente il Richet, esso chiama distratti gli uomini, nei quali
appunto l’attenzione raggiunge un massimo di potenza, cioè i pensatori,
che assorbiti da una idea, fanno mille cose, senza badare a ciò che li
circonda[6].
L’uomo insomma rifugge più che può da questo faticoso sforzo mentale e
più che regolare, preferisce lasciar libero il corso alle idee, alle
immagini e alle loro accidentali associazioni. Di fatti un piccolo
numero soltanto delle nostre idee sono il prodotto della riflessione
volontaria e dell’attenzione concentrata: le altre, e le più numerose,
sono l’effetto di associazioni, che lentamente e inconsciamente si
formano nel nostro cervello, sotto l’influenza delle sensazioni che noi
riceviamo dalle cose. Il dominio dell’inconscio è immenso nei fenomeni
del pensiero, sebbene ancora poco conosciuto[7]. Il marinaio esplora
con una occhiata sicura l’orizzonte e vi riconosce la tempesta o il
bel tempo futuri; lo _sportmann_ conosce la psiche del cavallo, meglio
talora di Romanes o di Houzeau; senza che nè l’uno nè l’altro abbiamo
nei fatti studi metodici di meteorologia o di psicologia generale. Nei
proverbi, che sono l’esperienza collettiva, raccolta e riassunta in
aforismi, noi troviamo spesso enunciate verità che la scienza dimostra
solo con faticose indagini; così noi troviamo già espressa quella
legge della maggior longevità della donna, che solo da poco tempo la
statistica ha dimostrato scientificamente con raffronti di numerose
tabelle. È noto come i selvaggi, così incapaci di attenzione volontaria
e quindi di riflessione regolare, hanno saputo utilizzare assai bene
certi fenomeni della natura, senza una nozione di fisica o di chimica.
«La teoria meccanica del _boomerang_, scrive l’Espinas[8], questo
strumento di caccia che ritorna, dopo aver colpito, verso colui che
lo ha lanciato, imbarazzerebbe assai i nostri dotti. Furono necessari
lunghi sforzi per spiegare teoricamente i processi chimici di cui
l’uomo si serve da tanti secoli per preparare i metalli, il vitto,
il latte: l’orticultura ha preceduto la botanica e Darwin ha preso
agli allevatori, non gli allevatori a lui, l’idea della selezione. La
pratica precedè dovunque la teoria e l’azione si è dovunque adattata
alle sue condizioni senza l’aiuto del pensiero astratto». Così non è
vero che le opinioni popolari sulle sostanze medicamentose siano tutte
immaginazioni; perchè tra l’oscurità delle superstizioni vi è pure
laggiù la scintilla di vero, che potrebbe guidare la scienza a scoperte
notevoli: e tutti hanno potuto vedere malattie, ribelli ai trattamenti
della scienza, guarire con rimedi da comari.
Alla formazione di tutte queste idee la riflessione e lo sforzo
volontario non contribuiscono punto. Prendiamo il caso del marinaio
che a certi segni riconosce che il giorno di poi scoppierà una
tempesta: quale è il processo mentale in questo caso? Una semplice
associazione: egli conclude che il giorno dipoi accadrà quel dato
fenomeno, perchè l’idea di questo si è in lui associata con la
sensazione di dati altri fenomeni (direzioni del vento, ecc.). Ma come
si è stabilita questa associazione nel suo cervello o nel cervello
di quelli che lo ammaestrarono? Inconsciamente: siccome è una legge
psichica che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di
coscienza è determinata dalla frequenza con cui essi si sono seguiti
nell’esperienza, accadrà che a poco a poco, di tutti i fenomeni che
precedono una tempesta avranno una maggior tendenza ad associarsi con
l’idea della tempesta quelli che sono costanti e si producono sempre,
a preferenza di quelli che sono accidentali ad un caso[9]. Nessuno o
piccolissimo sforzo è necessario per questo genere di ragionamenti:
e il fatto che i ragionamenti dell’uomo in gran parte appartengano
a questo tipo, ci è una prova novella del suo orrore per la fatica
mentale, della sua tendenza a preferire quei processi che costano meno
fatica, di questa che io chiamo _legge del minimo sforzo_. Tutte le
cognizioni dei selvaggi, del volgo, gran parte di quelle della gente
istruita, ecc., sono state acquistate con questa forma di ragionamento
incosciente.
Un’altra prova che l’uomo cerca di compiere continuamente il minimo
sforzo, ci è data da tutto l’andamento dell’evoluzione sociologica.
Giustamente lo Spencer ha criticato con vivacità quei sistemi
scientifici, che vedono in ogni istituzione umana, anche la più
complessa, il risultato ultimo di uno sforzo dell’uomo diretto a
crearle, proprio in quella forma in cui le troviamo. L’uomo non
pensa tanto; e nessun popolo ha mai creato sopra un piano tracciato
precedentemente e compiuto, le proprie istituzioni. Ogni organismo
sociale non è mai l’effetto di una idea complessa, creata da un popolo
ad un dato momento; ma l’accumulo di tante piccole invenzioni ed
idee, che ogni generazione ha portato, come suo contributo all’opera
intera. Lo si vede chiaramente studiando la genesi delle istituzioni
sociali. I ministeri sono oggi una istituzione molto complessa, e
per questo non sono stati creati di un colpo: ora quale fu la loro
origine? In Egitto il porta-ventaglio del re faceva parte dello stato
maggiore, e comandava in guerra una divisione dell’armata. In Assiria
gli eunuchi del re acquistarono una grande importanza politica;
divennero i consiglieri del re in pace e i suoi generali in guerra. In
Francia, ai tempi merovingi il siniscalco, il ciambellano, che erano
servitori della persona del re, diventarono pubblici funzionari. In
Inghilterra, nei tempi più antichi, i quattro grandi funzionari dello
stato erano il Hroegethegn o propriamente guardarobiere; il Horsthegn
o sopraintendente ai cavalli; il Dischthegn o siniscalco; lo Scenco
o Byrele o propriamente cantiniere[10]. Ciò dimostra che la carica di
ministro non fu creata deliberatamente: ma che quando il re o capo si
trovò, specialmente per affari di guerra, a veder troppo numerose le
sue funzioni, ne affidò alcune ad un suo servitore; ma non era quello
certo nella mente sua che un provvedimento provvisorio, che, solo per
il persistere delle condizioni che lo avevano determinato, diventò poi
definitivo. Le piccole modificazioni successive trassero da quel primo
abbozzo, tutta la struttura politica.
Così il sistema giudiziario non nacque ad un tratto, perchè si sentisse
il bisogno di frenare nella società i delitti, che per molti selvaggi
sono cosa normale e che il capo, che il più delle volte è esso il primo
brigante, non pensa affatto a reprimere. Accadde spesso che un debole
spogliato da un più forte, ricorresse al capo offrendogli doni, per
riaver le sue cose: questo piccolo ripiego del debole, suggerì al capo
l’idea, specialmente in vista dei donativi da ricevere, di costringere
i sudditi a portare innanzi a lui le loro questioni: ecco sorgere e
modificarsi a poco a poco le istituzioni giudiziarie e le tasse di
giustizia. A noi nessuna idea sembra più elementare che quella, che un
funzionario pubblico debba esser pagato per le sue funzioni: eppure
a questa idea non si è giunti, che attraverso una serie di idee più
semplici, create una dopo l’altra durante un gran numero di anni.
Infatti in origine nessun funzionario era pagato; ma essi cercavano di
farsi dare dei regali in compenso dell’opera loro: tali doni divennero
obbligatori col tempo; da doni in natura si convertirono in somme
di denaro; poi divennero retribuzioni fisse. In Russia e in Spagna
i funzionari minori, che non sono pagati, si fanno dare dei regali
dalla gente che ricorre a loro: come a Jummoo ogni suddito poteva
farsi ascoltare da Gulab-Singh, pagandogli una rupia. Tra gli Ebrei
e nella Francia del Medio Evo i giudici ricevevano dei doni, la cui
obbligatorietà fu in Francia riconosciuta da leggi: in seguito poi fu
convertita in uno stipendio. Così pure il _Damage cleer_, che era una
gratificazione all’usciere, prima volontaria, poi obbligatoria, divenne
nel secolo XVIII in Inghilterra uno stipendio fisso[11].
Evidentemente, tutto ciò accade perchè l’uomo pensa poco, anzi
evita di pensare, e innanzi ai bisogni più urgenti, si contenta di
provvedere con un rimedio momentaneo; ma per trovare il quale egli
deve faticar meno. Tutte le istituzioni, anche le più solide, nacquero
da provvedimenti provvisori. Certo, pel maggior sviluppo mentale dei
popoli civili, noi possiamo uscire assai più presto dal provvisorio e
lavorare anche in vista di risultati definitivi; ma forse il vantaggio
è più nella maggior velocità con cui dalla prima umile idea si generano
le altre, che la allargano e la compiono, che non nella maggior
complessità dell’idea primordiale. La storia delle società cooperative
ne è una prova. Certo, idee complesse, grandiose e interamente adattate
a un bisogno, nascono talora, ma in cervelli di genio: ora il genio è
un fenomeno anormale, e la misera sorte che tocca così spesso a quelle
grandi idee ci ammonisce tristamente che esse sono il più delle volte
una splendida violazione delle leggi naturali.
Del resto, nessuna meraviglia deve farci questo orrore dell’uomo per il
lavoro fisico e mentale. Il lavoro produce sempre una disintegrazione
nei tessuti; ed è quindi un dolore, se il tessuto non è abbastanza
robusto per sostenerlo. Si potrebbe dire che per un tessuto debole
il lavoro e la fatica coincidono; mentre per il tessuto robusto sono
separati da uno spazio di tempo, che si può utilmente impiegare. Ora,
le corteccie cerebrali sono ancora, nella massima parte degli uomini,
in uno stato di debolezza normale, per cui rapidamente si stancano e si
esauriscono.
2. La fisica ci dimostra che un corpo in quiete, vi resta eternamente,
se non riceve da un altro corpo il movimento: la chimica, che senza
la luce o il calore o l’elettricità o un’azione meccanica (urto,
pressione), non sono possibili fenomeni chimici, perchè gli atomi dei
corpi devono ricevere da quelle forze fisiche il movimento, senza cui
non si possono separare e ricongiungere in nuove combinazioni. È la
legge dell’inerzia che domina sovrana il mondo della materia: ma pochi
sospettano che essa sia pure una legge nel mondo del pensiero[12].
Anche il cervello, per agire e produrre le idee, le imagini, le
sensazioni, ecc., ecc., ha bisogno di essere continuamente rifornito
di movimento; e il canale per cui queste onde di movimento e di vita
gli vengono trasmessi, sono i sensi. A noi, quella confusa attività
che ronza di continuo nel nostro cervello, può dare l’illusione che le
idee, le immagini, i sentimenti si producano spontaneamente; ma è una
illusione prodotta dal fatto che noi non avvertiamo il più delle volte
quale è stata la causa eccitatrice di uno stato di coscienza; come,
senza gli studi della chimica, crederemmo che certe combinazioni si
facciano da loro e non per l’effetto della luce o dell’elettricità.
«L’attività cerebrale, scrive il Beaunis[13], in un dato momento è
costituita da un complesso di sensazioni, di idee, di ricordi, di
cui solo pochi sono avvertiti dalla coscienza abbastanza vivacemente,
perchè noi ne abbiamo una percezione nitida; mentre gli altri non fanno
che passare senza lasciar traccia durabile: si potrebbero paragonare
i primi alle sensazioni precise che dà la visione nella macchia
gialla dell’occhio; le altre, alle sensazioni incerte della visione
indiretta. Così accade spesso, in un processo psichico, composto in
una serie di atti cerebrali successivi, che un certo numero di anelli
intermediari ci sfugge... Probabilmente la maggior parte dei nostri
fenomeni interni si produce in noi a nostra insaputa; e, ciò che è
più importante, queste sensazioni, queste idee, queste emozioni che
noi trascuriamo, possono ancora agir su noi come eccitatori su altri
centri e diventar causa di movimenti, di idee, di propositi, di cui
noi abbiamo coscienza». Invece che abolite tutte le eccitazioni che
vengono dalle sensazioni e che si moltiplicano poi nella psiche per la
legge dell’associazione (una sensazione può risvegliare una immagine
o una idea e questa mille altre, e così via), lo stato della mente
sia una inerzia assoluta, lo dimostrano le esperienze ipnotiche, in
cui tale abolizione è effettuata. «Quando si domanda, scrive pure il
Beaunis[14], a un soggetto ipnotizzato: — A che pensate? — Quasi sempre
la risposta è: — A niente. — È dunque un _vero stato di inerzia_ o di
riposo intellettuale, che del resto si accorda assai bene con l’aspetto
fisico dell’ipnotizzato; il corpo è immobile, la faccia impassibile ed
ha una espressione di riposo e di tranquillità come di rado si vede
anche nel sonno ordinario. Di sicuro mancano i sogni e i pensieri
d’ogni genere, perchè i soggetti che si ricordano così bene, quando
sono ipnotizzati, di ciò che è accaduto loro nel sonno antecedente,
non si ricordano nulla di un sonno ipnotico, in cui non sia stato loro
fatta alcuna suggestione».
Ora, su questa inerzia del cervello vengono le sensazioni ad agire,
come il raggio di sole o la corrente elettrica nello stato di quiete
relativa cui si trovano gli atomi di un corpo prima della combinazione.
La forma più elementare del fenomeno è quella della _dinamogenia_,
della eccitazione, cioè, che produce in tutta la psiche una sensazione
molto intensa, che non è se non una corrente molto forte di movimento
molecolare che, spandendosi per il cervello, gli comunica movimento
e quindi attività, come il raggio di sole che lo comunica all’atomo.
Chi non ha provato che la vista di un paesaggio intensamente luminoso,
l’ascoltazione di una musica aumentano la vivacità delle immagini, dei
sentimenti, dei pensieri?[15]. Oggi, dopo le esperienze del Feré e del
Binet, noi possiamo verificare sperimentalmente il fenomeno. Il Feré
infatti trovò che sotto forti sensazioni la forza muscolare aumentava:
«una eccitazione forte, egli scrive[16], sia della vista, sia
dell’udito, sia dell’odorato o del gusto, determina in soggetti normali
una deviazione nell’ago del dinamometro, con reazione variabile secondo
l’intensità dell’eccitazione».
Haller aveva già da un pezzo osservato che il suono di un tamburo
rendeva più veemente lo sgorgo di una vena aperta; e Binet,
trasportando l’osservazione in un campo più propriamente psichico,
trovò che, recitando a degli ipnotizzati dei versi e domandato loro se
li ricordavano, dopo averli svegliati, dichiaravano non ricordarsene;
ma se si mostrava loro un disco rosso, un ricordo parziale, di qualche
frammento diverso, tornava. Così pure alcuni soggetti, assolutamente
ribelli a qualsiasi suggestione, nello stato ipnotico vi si prestavano
docili, se si mostrava loro il disco rosso; e con lo stesso mezzo il
Binet potè riavvivare in altri soggetti antiche suggestioni che, per
il tempo, andavano indebolendosi. In tutti questi casi, in cui vediamo
la sensazione agire proprio come agirebbe una sostanza chimica, per
es., uno dei così detti veleni dell’intelligenza, l’alcool, qual dubbio
può esistere che la sua funzione sia quella stessa delle forze fisiche
nelle combinazioni chimiche, cioè una comunicazione di movimento, che,
scuotendo l’inerzia cerebrale, rende possibili o aumenta i fenomeni del
pensiero?[17].
La legge delle associazioni mentali, che è la legge suprema
dell’attività psichica, si può ricondurre a questo stesso principio
dell’inerzia. Una immagine, una idea, un sentimento non durano eterne:
una imagine, viva sino che la sensazione è ancora recente, si scolora
col tempo, sino a dileguarsi; una idea, che al momento in cui la si
pensa occupa quasi il centro della coscienza, tramonta poi a poco a
poco nell’oblio; un sentimento, anche se intensissimo al momento in
cui si produce, a poco a poco infievolisce sino a spegnersi totalmente.
Insomma, gli stati di coscienza, di qualunque specie, durano un certo
tempo, poi impallidiscono fino a sparire; perchè, essendo anche essi
come tutti i fenomeni naturali, energia, cessano quando hanno consumata
la quantità loro iniziale di forza; come i corpi in moto, si fermano
per l’attrito, e le sostanze chimiche non durano eternamente attive.
Ma anche quando è esaurito, uno stato di coscienza non è perduto per
sempre per la coscienza, e può rivivere, come una sostanza chimica,
che ha perduta ogni energia, la riacquista, se una forza fisica la
rifornisce di movimento. Ora, appunto quella stessa funzione che
esercita nelle combinazioni chimiche la luce, l’elettricità, il calore,
la pressione, l’esercita nel processo di associazione, per cui gli
stati di coscienza trapassati ritornano, la sensazione: perchè ogni
associazione ha il suo ultimo punto di partenza in una sensazione, a
cui furono congiunti nell’esperienza anteriore e che si ripresenta.
Infatti è una osservazione banale, che i nostri sentimenti hanno
risvegli e ritmi bizzarri indipendenti dalla nostra volontà: la
causa ne è appunto questa, che essi sono per associazione risvegliati
sopratutto dalle sensazioni, come si presentano accidentalmente. Noi
non possiamo risentire a volontà un antico dolore o piacere; ma la
vista dei luoghi in cui lo provammo ne risuscita almeno una debole
imagine, talora anche lo risuscita intenso come prima. Spesso non
sentiamo più rancore contro un uomo che ci fece del male; ma se vediamo
un altro che gli somigli sentiamo, senza volerlo, una ripulsione verso
di lui: sono gli antichi sentimenti di odio rianimati per associazione
dalla sensazione analoga del suo volto. Così alla Costa degli Schiavi
gli indigeni fanno corresponsabili dei delitti d’un individuo tutti
quelli del suo stesso colore; e alcuni missionari francesi furono
maltrattati, perchè non un francese, non un missionario, ma un bianco,
aveva fatto loro dei torti[18]: vale a dire i sentimenti di avversione
non si associano con l’idea della nazionalità, della carica, ecc., ma
con la sensazione del colore della pelle.
I sentimenti di affetto per una persona cara, che sonnecchiano nella
lontananza, come aveva osservato il proverbio: _lontano dagli occhi,
lontano dal cuore_, e che l’immagine mentale è impotente a eccitare,
risorgono vivaci, se ne vediamo un ritratto o una lettera: ed ecco
l’origine di quel feticismo così comune e generale dell’amore: si
conservano ninnoli, cianfrusaglie appartenenti alla persona amata
come cose preziose, perchè, guardandole o toccandole o baciandole, la
sensazione visiva o tattile risveglia tutti i sentimenti di affetto,
che la sola idea è impotente a eccitare[19]. Questo rapporto tra la
sensazione e la reviviscenza dei sentimenti si osserva nei fenomeni
ipnotici semplificato e quasi direi ridotto schematicamente, come del
resto tutti i fenomeni psichici. Si può nelle esperienze ipnotiche
mutare la personalità di un ipnotico (cioè il complesso dei suoi
sentimenti e delle sue idee), dandogli un oggetto che sia in qualche
rapporto con la personalità che si vuole suggerire: così applicandogli
un pettine tra i capelli, diventa donna; ponendogli al fianco una
spada, diventa generale; ponendogli una penna sull’occhio sinistro,
si crede impiegato; portando tutti questi oggetti contemporaneamente,
conserva tutte le personalità, che va perdendo a mano a mano che si
tolgono gli oggetti[20], vale a dire che la sensazione di quel dato
oggetto ha potere di risvegliare una infinità di stati di coscienza,
idee e sentimenti che gli sono associati; e quella abolita, anche gli
stati di coscienza spariscono.
Nè diverso è quell’altro curioso fenomeno, che cioè i movimenti e le
espressioni, che sono l’effetto abituale di una emozione, possono,
se riprodotti volontariamente, divenir essi alla lor volta origine
dell’emozione. «Esprimete, scrive il Maudsley[21], con la fisonomia
una emozione particolare, la collera, lo stupore, la cattiveria; e
l’emozione espressa si sveglierà in voi; anzi vi sarà impossibile
provare altra emozione, fuori che quella la cui espressione vi è
stampata sul volto». L’Espinas notò come i cani, i gatti, le scimmie,
giuocando a mordicchiarsi, a rincorrersi tra loro, finiscono per
azzuffarsi sul serio[22]; nè si può dire che almeno per questo rispetto
gli uomini siano differenti dagli animali. Anche questo fenomeno
è messo stupendamente in rilievo dall’ipnotismo, in quella che si
chiama _suggestione per attitudine_ e che fu scoperta dal Braid. «Se
si pone, scrive il Beaunis (op. cit.), il soggetto nell’attitudine
della preghiera, gli si suggerisce, senza dire una parola, l’idea
della preghiera e si provocano allucinazioni ed atti in rapporto con
quella idea. Esiste dunque una associazione stretta tra un movimento,
anche comunicato, e i pensieri e i sentimenti di cui quel movimento
è espressione». Così accade di tutte le altre emozioni, la collera,
l’orgoglio, l’amore, la gioia. In questi casi è la sensazione
muscolare, nascente dalla contrazione dei muscoli, che entrano in
giuoco a produrre quella espressione, che, associata a quegli stati di
coscienza che costituiscono la emozione, la fa rivivere.
Ma sempre dunque il rinascere di un sentimento esaurito è determinato
da una sensazione, che le fu associata.
Non solo i nostri sentimenti, ma anche le nostre idee sono richiamate
per associazione quasi sempre dalle sensazioni. Ripassando per un
luogo, in cui ci formammo una data intenzione, l’intenzione ci ritorna
alla mente; vedendo un oggetto che tenevamo in mano quando avemmo
una data idea, ritorna il ricordo dell’idea; toccando con le dita il
nodo che facemmo ad un fazzoletto, risorge il pensiero che avevamo
nella mente allorchè intortigliammo quel nodo; vedendo un libro si
riaffollano tumultuariamente i ricordi delle idee che vi leggemmo,
ecc., ecc. Il punto di partenza d’un ricordo, come quello d’un
sentimento che risorge è sempre una sensazione, per quanto questo così
semplice rapporto possa essere in realtà mascherato dalla complicazione
con cui le idee e i sentimenti suscitati da una sensazione, e spesso da
una sensazione appena avvertita, se ne associano altri. «Lo svolgimento
mnemonico, scrive il Marzolo[23] comincia dall’essere una parte della
superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era
sotto la serie affettiva o ideologica già altra volta contemporanea, o
immediatamente continua».
Certo vi sono persone che possono serbare anche molto a lungo un
sentimento o un ricordo, quando la causa eccitatrice è lontana; ciò
significa che in essi quegli stati di coscienza sono di una grande
intensità e che quindi solo dopo molto tempo esauriscono la loro
energia iniziale. Ma quando questa energia sia consumata, solo una
qualche sensazione che fu in origine associata a quel sentimento o
a quella idea, può risuscitarli: una sensazione, che portando una
corrente di movimento molecolare al cervello, ridia alle cellule le
primitive vibrazioni, che si sono estinte: appunto come l’atomo di
ossigeno, esauritosi nel lavoro, ha bisogno di nuova provvista di
movimento, per ritornare attivo come era prima[24]. Anche insomma il
cervello non è capace di entrare in movimento e di agire, se non riceve
dal di fuori l’impulso; sottoposto in questo anch’egli alla universale
legge di inerzia.
Anche qui l’ipnotismo, questo prezioso strumento di vivisezione
psichica, ci mostra semplificata e quasi tangibile la legge. Abbiamo
visto che lo stato mentale dell’ipnotizzato, in cui le vie di
comunicazione con le cose sono occluse, è una vera inerzia assoluta;
ma scrive il Beaunis (op. cit.), basta la menoma suggestione, la
menoma parola pronunciata dall’ipnotizzatore perchè all’inerzia
succeda l’attività e una attività che può essere anche più grande che
allo stato normale. In altre parole, possiamo ricondurre il fenomeno
psichico a fenomeni d’inerzia e di movimento comunicato, così: esiste
nel fondo della psiche un sedimento di idee, immagini, sentimenti,
che sono stati di coscienza esauriti, in riposo; basta che una
sensazione penetri in quel fondo e quasi direi in quel deposito, perchè
comunicando il suo movimento molecolare ad altre regioni del cervello,
risusciti a nuova vita quegli stati di coscienza che furono più spesso
in associazione con lei. Non altrimenti la pianta che al buio cresce
con foglie senza colore, si tinge di verde se la esponete ai raggi del
sole.
Quindi si vede confermata quella splendida intuizione del più grande
psicologo del secolo, il Marzolo, che affermava la condizione sine qua
non del pensiero essere una sensazione attuale[25].
3. Su questi due concetti, la legge del minimo sforzo e l’inerzia
mentale, potremo costruire una teoria naturalistica del Simbolo,
di questo strano fenomeno della primitiva vita dell’uomo, che tante
traccie di sè ha lasciato anche nella civiltà. Ma se una spiegazione
può già essere, dopo quanto ho detto, scartata senz’altro, è quella che
fu data finora: che cioè quei simboli del diritto, della religione,
della politica primitiva, siano una creazione volontaria dell’uomo,
e stiano a significare qualche concetto profondo e nascosto. L’uomo
ha avuto e ha ancora così poca coscienza dei risultati ultimi, a
cui giunge per l’accumulazione di tutte le sue minime invenzioni,
la sua attività, che ha persino distrutte istituzioni credendo di
conservarle[26]: immaginarsi se era possibile, che ai primordi
specialmente del suo sviluppo mentale, inventasse una specie di
crittografia speciale per il diritto o la religione, quando non
possedeva che pochi segni e appena sufficienti ai bisogni più
elementari della vita sociale[27].
Anche i simboli devono essere un effetto non premeditato di una
serie di piccole invenzioni fatte per soddisfare qualche bisogno
elementare: Hartmann vi potrebbe forse vedere un’altra manifestazione
di quell’Inconscio, che domina secondo lui tutto l’infinito svolgersi
della vita.
PARTE I.
FISIO-PSICOLOGIA DEL SIMBOLO.
CAPITOLO I.
Simboli di prova.
1. Oggi il documento scritto ha invaso tutti i campi o quasi della vita
giuridica. Qualunque atto noi compiamo, un testamento, un contratto,
una donazione, ecc., noi vogliamo garentirci, che i patti conchiusi
o la volontà manifestata risultino da una prova sicura, e non siano
abbandonati ai ricordi, che possono essere poco sinceri, delle parti
interessate; e questa garanzia ci è offerta dall’atto scritto, a
cui talvolta noi diamo ancora maggior valore con speciali formalità
(autenticazione, trascrizione, ecc.). E a noi familiarizzati da tanto
tempo con l’idea che nessuna garanzia migliore esista, che quella di
mettere in iscritto la volontà, e affidare a mani sicure la carta, ci
sembra che quella idea debba essere una idea elementare dello spirito
umano e che anche il cervello più rozzo debba capirla: ma invece tale
idea è molto complessa, è il frutto di una lunga accumulazione d’idee
minori. Anzitutto essa suppone la conoscenza della scrittura; e la
scrittura, come vedremo, non solo è un prodotto tardivo della civiltà,
ma anche, dopo scoperta, per un pezzo rimane mal compresa dai più,
strumento usato solo dai pochi e dalla moltitudine considerato come una
negromanzia o una potenza misteriosa. Inoltre quell’idea suppone una
complicata organizzazione politica; un sistema giudiziario già assai
sviluppato; l’istituzione di speciali impiegati dello Stato addetti a
garantire la fede degli atti pubblici; uffici speciali incaricati di
conservarli: cioè una serie di istituzioni che non possono essere esse
stesse che il prodotto d’idee assai complesse.
Ma siccome anche prima che esistessero tali istituzioni e si
conoscesse la scrittura, si fecero contratti, vendite, compre, ecc.; e
siccome anche allora gli uomini cercavano di garantirsi dai pericoli
dell’altrui avidità, dovettero esistere mezzi di garanzia e di prova
più semplici, quali l’uomo poteva crearli, data quella sua tendenza a
compiere sempre il minimo sforzo mentale. Molti dei così detti simboli
giuridici primitivi non sono che gli equivalenti del nostro documento
scritto, quali potevano darli tempi di minore civiltà. Il processo per
cui si costituì questo sistema di documentazione, senza archivi e senza
scrittura, fu abbastanza semplice, come doveva essere presso popoli cui
il lavoro mentale riesce ancor più faticoso che a noi: anzi fu così
semplice, che fa meraviglia come nessuno l’abbia ancora scoperto, e
sia invece andato complicando un problema che era piano, supponendovi
dentro misteri e oscurità, esistenti solo nella mente degli studiosi.
Qualunque scopo noi vogliamo raggiungere, ci è necessario compiere
una serie d’azioni più o meno numerose, più o meno adattate, che ci
conducano al nostro fine: ora, quando noi abbiamo veduto più volte un
certo scopo raggiunto impiegando certi mezzi, associamo tanto l’idea
dell’uno con l’idea degli altri, che la vista di uno degli atti che
servon di mezzo, ci risveglia l’idea dello scopo a cui riuscirà. Così
noi se in campagna di lontano vediamo un uomo immobile col fucile in
mano, in atto di attesa paziente, conchiudiamo subito che si tratta
d’un cacciatore, che spia la preda. Similmente per compiere qualsiasi
atto giuridico, una compra, vendita, una adozione, un matrimonio, è
necessario compiere una serie d’atti, che conducano allo scopo finale;
così per avere come proprio un figlio d’altri bisogna nutrirlo,
vestirlo, mantenerlo nella propria casa; per tenersi come propria una
donna, condurla nella casa, ecc.: e nello stesso modo l’idea di quegli
atti si associa all’idea dello scopo, in modo che, vedendoli eseguire,
tutti ne inducono quale è lo scopo a cui mira colui che li compie.
Si può credere che sinchè una società è molto piccola, il solo
compimento di quegli atti che conducano allo scopo finale di questo
o quel negozio giuridico, sia sufficiente a costituire la prova.
Questa sarebbe la ragione per cui nelle piccole società dei popoli,
estremamente inferiori, come gli Australiani e in generale le
società della Polinesia, si trovino così scarse traccie di simbolismo
giuridico. Ma quando la società cresce, quando la compra e vendita
fatta tra due individui, il matrimonio o l’adozione di un figlio,
possono passare inavvertite a una grande quantità di persone, sorge
una difficoltà: come garantirsi contro la possibile mala fede delle
parti con cui si debbono compiere gli affari giuridici? Chi assicura
il compratore, che dopo qualche tempo il venditore non pretenda la
cosa venduta come sua, quasi gli fosse stata rubata, se nessuno può
asserire che è stata realmente venduta? Chi assicura l’adottato che il
suo padre fittizio non lo abbandoni, quando il capriccio è passato; o
l’adottante, che spesso deve far doni al figlio fittizio, che questi
non fugga, dopo aver ricevuto i regali?
Questo bisogno di garantire con una prova gli atti giuridici, si dovè
far sentire assai vivace tra i popoli primitivi, nei quali la frode
e l’astuzia sono sviluppate quasi sempre assai più che nei popoli
civili[28]. Si rimediò allora a questo bisogno, con l’espediente che
costava minor fatica mentale a trovarsi: di tutti quegli atti che
bisogna compiere perchè un negozio giuridico raggiunga il suo scopo,
e che erano mentalmente associati all’idea del negozio stesso, se ne
scelse uno, e si compì quello in presenza di testimoni. Quest’atto
risvegliava nei testimoni l’idea dell’atto giuridico, con cui era
associato abitualmente e della volontà delle parti di compierlo; come
oggi la risveglia la firma, che i contraenti appongono al documento,
redatto dal notaio.
Prima però di passare a verificare se i fatti legittimano questa
teoria, si osserva che in generale non deve farci meraviglia se in
molti simboli quegli atti, che furono scelti a fissare l’idea del
negozio giuridico, si trovano in qualche modo deformati dal loro
carattere primitivo; perchè tutti i segni usati dall’uomo, le parole, i
caratteri della scrittura, ecc., ecc., tendono a mutarsi e abbreviarsi
per diventare sempre più comodi all’uso: questi segni dei negozi
giuridici non si sottraggono alla legge comune.
2. Se la conquista è il primo mezzo d’acquisto della proprietà, in
seguito, con lo svilupparsi della società, gli si sostituisce lo
scambio. Ma la forma primitiva del commercio non potè essere che
lo scambio di due oggetti reali e presenti, di valore più o meno
proporzionato. Difatti l’idea di scambiare una cosa attuale e presente,
con una cosa futura o lontana, o l’idea di scambiare tra loro due
cose future e lontane, suppone un notevole grado di sviluppo psichico:
suppone cioè il sentimento della previdenza abbastanza sviluppato, per
poter rappresentarsi, con sufficiente vivezza, i bisogni dell’avvenire;
e i sentimenti in generale giunti a un grado di notevole astrazione,
per poter godere idealmente dell’utilità futura di una cosa, tanto da
preporla ad un godimento attuale. Ora l’uomo primitivo è imprevidente
e non gode che il momento presente, l’attimo che fugge: passato e
futuro non esistono quasi per lui[29]. Il Sohm notò infatti che
nell’antico diritto tedesco nessun contratto si faceva per solo
consenso, ma che era inoltre necessaria la consegna della cosa: non si
deve però intendere che nel diritto tedesco il contratto consensuale
fosse deliberatamente escluso, ma che non ne era nemmeno concepita la
possibilità, non potendone sorgere l’idea se non quando, perfezionato
l’individuo e la società, si comincia da un lato a provvedere in
anticipazione ai bisogni dell’avvenire, e dall’altro a sfruttare nel
presente le ricchezze future.
Siccome dunque in origine ogni contratto è seguito dalla consegna
della cosa, l’idea del contratto, cioè di una cessione volontaria, e
della consegna si associano: altre idee non si associano, perchè allora
l’atto giuridico non contiene altri elementi. Quindi chi ha consegnata
una cosa, ha conchiuso il contratto e non gli è lecito tornare
indietro, nè potrà più negare di averlo conchiuso, perchè l’atto
della consegna è prova palmare che egli era d’accordo col compratore;
quindi se la consegna della cosa fu fatta innanzi a testimoni, ogni
supposizione di furto o di frodolenta appropriazione rimane esclusa.
Anche oggi, chi fosse accusato di furto, potrebbe difendersi, provando
che l’accusatore gli diede in persona la cosa; ma non sarebbe quella
la sola prova, giacchè egli potrebbe giustificarsi anche provando di
averla avuta da altri, per ordine di lui, in seguito ad un contratto
conchiuso mesi o anni innanzi, perchè le forme dei nostri contratti
sono più svariate e complesse: invece, in un tempo in cui tutti i
contratti si eseguiscono immediatamente, quella forma di prova che ora
è secondaria, diventa l’unica possibile, e il fatto che il venditore
gli consegnò pubblicamente la cosa, prova che il compratore non l’ha
rubata e ha diritto di tenersela, come oggi lo proverebbe un documento
scritto. È insomma una forma primitiva di prova.
Ecco perchè la tradizione ha, nelle legislazioni primitive, tanta
importanza; ed è applicata in forme ridotte, naturalmente, anche alla
proprietà immobiliare. Così presso gli antichi tedeschi non bastava la
presa di possesso senza forme, col solo permesso del tradente, per la
trasmissione della proprietà fondiaria; ma volevasi la presenza dei
due contraenti sul fondo: la cessione si compiva innanzi a testimoni
con due atti formali, la consegna di una parte del fondo al compratore
(un ramo d’albero, una zolla, ecc., ecc.) (_sala, traditio_) e l’uscita
del tradente dal fondo (_exire_)[30]. Tra i Khonds, chi vende la sua
terra, invoca a testimonio della vendita la divinità del villaggio;
poi dà al compratore una manciata di terra del campo[31]. Nell’antica
Scozia la cerimonia dell’investitura terminava così: il procuratore del
signore si chinava, raccattava una pietra e una manciata di terra, e
la consegnava al procuratore del vassallo conferendogli in tal modo il
possesso reale, effettivo, materiale del feudo[32].
Quindi non si può supporre in questi atti di consegna, spesso così
solennemente eseguiti, nessun significato nascosto. Se il compratore
fosse entrato senz’altro nel suo nuovo fondo, senza farselo consegnare
dal venditore in presenza di testimoni, non avrebbe avuto nessun
documento del contratto conchiuso, e il venditore avrebbe poi potuto
cacciarnelo come usurpatore: come oggi chi facesse un contratto
puramente verbale, senza testimoni e senza scritti, non avrebbe altra
sicurezza della sua esecuzione che nell’onestà dell’altra parte. La
consegna invece fatta innanzi a testimoni, assicurava il tranquillo
godimento della proprietà.
3. Analoga origine hanno le cerimonie della vendita di una casa: si
faceva toccare all’acquirente in certi casi la porta[33], in certi
altri i cardini[34]: per l’uno o l’altro atto si effettuava il trapasso
della proprietà. Non è questa che una forma abbreviata di consegna;
certo in origine si consegnava in presenza di testimoni la casa,
facendovi entrare l’acquirente e uscendone il venditore; in seguito, a
mano a mano che l’associazione tra l’idea di quegli atti e l’idea della
trasmissione della proprietà si faceva più stretta, bastò abbreviare
la cerimonia, sino a ridurla a un atto solo e semplicissimo, quello
di toccare la porta o i cardini, che ebbe quindi lo stesso valore che
ha oggi la firma delle parti sotto un contratto di compra e vendita.
Quando si era compiuto quell’atto, il contratto era avvenuto e i
testimoni potevano attestarlo.
4. L’uomo che si sceglieva una donna per compagna della vita, la
toglieva alla casa dei suoi parenti e la portava nella sua: quindi
dovè presto formarsi un’associazione di idee, per cui quando si vedeva
una donna uscire dalla sua casa paterna e andare in quella di un
altro uomo, la si considerava come sua sposa. Quando poi si cercò di
garantire dai possibili capricci dell’uomo il contratto coniugale,
l’artificio più immediato dovè esser quello di fare assistere
all’uscita della sposa dalla casa in unione con il marito, dei
testimoni, che attestando di aver visto compiere quell’atto con cui si
associava l’idea del matrimonio conchiuso, potevano essere prova della
legittimità delle nozze, come oggi ne è prova l’atto dell’Ufficiale di
stato civile. Tale dovè essere l’origine di quella cerimonia nuziale,
già un po’ modificata, che troviamo nel diritto indiano; la cerimonia
detta _panigraha_ o unione delle mani, nella quale «pronunciata
la formola, la coppia cammina stretta per mano, e il matrimonio è
irrevocabile al settimo passo[35]»; probabile abbreviazione dell’uscita
della coppia dalla casa, compiuta alla presenza di testimoni.
Così presso i popoli in cui i matrimoni sono compiuti dai genitori
quando i figli sono ancora bambini, la formalità giuridica consiste nel
menare la sposa nella famiglia del fidanzato, e, dopo avervela fatta
trattenere per qualche tempo, nel ricondurla ai suoi: compiuta tale
cerimonia i due ragazzi sono legalmente sposi, aspettando di diventarlo
di fatto[36]. Nella tribù Cuinmurbura (Australia) le fanciulle sono
fidanzate dai genitori bambine e gli sponsali sono accompagnati da
un atto cerimoniale: i genitori dipingono la fidanzata e le ornano i
capelli con penne; e allora il cugino maschio la conduce al luogo ove
siede il futuro marito, con le gambe incrociate e in silenzio; e la fa
sedere dietro a lui. Dopo un certo tempo toglie le penne dai capelli di
lei e le mette nei capelli dello sposo; e quindi riconduce la fanciulla
ai suoi genitori[37].