Egli morì di dolore per aver dovuto accettare e proclamare, davanti alla

feroce verità dei fatti, la necessità ineluttabile di passare, anche in

questo secolo, attraverso la guerra per difender la pace.

Qui non v'è che una piccola donna a celebrare il Giusto e la complessa

attività sua di giurista, di filosofo, di scienziato, d'uomo politico,

d'uomo di fede.

Ma questa piccola donna, che ebbe la ventura di vivere alcuni anni della

prima giovinezza nella dolcissima intimità della famiglia e del cuore di

Luigi Majno, non vuole, non sa evocarlo che in luce di gioia perfetta.

In luce di gioia perfetta risorga dunque per noi il Majno di venti e più

anni or sono: quando, nella pienezza della virilità, giunto alla più

intensa espressione del suo pensiero e alla più chiara vetta del suo

lavoro, circondato dall'affetto dei familiari, dalla devozione dei

discepoli, egli pareva designato a raccogliere intorno a sè le forze

migliori del suo partito; e sapeva imporre agli avversarî la più

schietta forma del rispetto--quella che confina con l'amore.

Alto, robusto, massiccio, un poco tozzo il collo sulle spalle quadre,

portava fiera la testa dalla gran fronte bionda, sovrastante a torre

sulle profonde cavità degli occhi. Ma gli occhi azzurri e la fresca

bocca erano di un bambino. Di un bambino, talvolta, nella quiete delle

ore raccolte, l'accento e la voce.

Dolce casa!... Vasi di fiori, tralci di edere sorridevano alle

finestrelle; quadri di giovini artisti, allora all'alba della fama,

sorridevano dalle pareti. Vi si saliva per molte scale, le stanze eran

basse come solai; ma quanta luce, quanta grazia, quante cose belle là

dentro!... Folate di vento carico di pòllini, squilli di risa simili a

campanellini d'argento vi portavano i tre fanciulli. Vi si beveva

serenità, come a polla di acqua sorgiva. Intorno al placido

_pater-familias_ e alla donna dall'anima misteriosa, che già recava

negli occhi il presenso delle tragedie future, un flusso e riflusso

inesausto d'amici. I più bei nomi dell'arte di quel tempo. I più

battaglieri campioni del pensiero, della politica, della scienza

positivista. L'amicizia elevata a missione, l'amicizia eroica, quale

Riccardo Wagner la fissa per l'eternità nelle note del dialogo fra

Kurnevaldo e Tristano, sulla spiaggia dell'isola deserta. Giovinezza,

speranza, discussioni eclettiche, ideologie fiammeggianti, dinamismo,

sublimazione delle forze di vita.

Era l'alba dell'idea socialista. Gli operai cominciavano a comprendere

il significato di due grandi parole: cooperazione: organizzazione.

Non esistevan più classi. Non più confini. Non più razze. Tutte le

lingue si rispondevano, fondendosi in una sola favella di ricchezza

favolosa. L'utopia era talmente bella che pareva di toccarla con le

mani, di stringerla come realtà.--Benvenuto, fratello!...--Addio,

fratello!...--Chi era nel mondo che ci fosse estraneo?... Gli spiriti si

dilatavano fino a comprendere nella loro cerchia l'umanità, e tanta era

la gioia che giovinezza ci sembrò eterna.

Luigi Majno costituiva la base ed il centro del cenacolo.

Lontano pareva se pur presente, assai volte, mentre i nervosi discorsi

sfavillavano volteggiando intorno alla sua placidità sognatrice. Ma ad

un tratto una sua frase piombava con taglio netto nel folto della

conversazione, mettendo a nudo il muscolo d'un argomento, fissandolo in

un paradosso o in una definizione tra il bonario e il corrosivo.

Egli dirigeva gli spiriti, senza che se ne avvedessero.

Accarezzando le ciocche ricciute di Mariuccia, color della castagna non

ancor matura, o le seriche trecce bionde di Carlottina, volgeva pensieri

d'armonia che poi sbocciavano sulle sue labbra di fanciullo, nella forma

geometrica e nel gemmeo splendore dell'espressione definitiva.

Teneva lunghi colloqui di silenzio con un gatto che lo comprendeva,

perfettamente, russandogli sulle ginocchia. Passava e ripassava,

distratto, le dita nella tigrata pelliccia elettrica. E se

all'improvviso usciva a dire una delle sue memorabili frasi, pareva ne

avesse estratta l'ispirazione dalla taciturna sapienza dell'idolo felino

dagli occhi verdi.

Infinite cose di bellezza lapidaria egli disse così, sospeso fra il

sogno e la realtà.

Chi le raccolse?... Egli fu un socratico. Le qualità essenziali della

sua natura lo portavano all'insegnamento, inteso nella sua purità

religiosa.

Nominato professore di diritto e di procedura penale all'Università di

Pavia, dal 1890 al 1894, là occupò veramente, ma, ahimè!... per troppo

breve tempo, il posto che gli era dovuto dalla vita.

Giureconsulto di tal dottrina e di tali doti, che Francesco Carrara gli

aveva preconizzato un magnifico avvenire, iniziò il suo corso con una

prolusione che fu una memoranda battaglia, combattuta a visiera alzata

nel nome del movimento positivista sperimentale, diretto a conquistar

nuove strade allo studio del diritto: compreso non come arida teoria, ma

come viva materia umana. L'innovatore apparve subito, ebbe nemici e

satelliti.

Formò poscia, profondendosi in lezioni nelle quali la complessità e la

sicurezza della preparazione scientifica, la vastità delle vedute e

l'unità morale davano valore di convinzione alla novità del metodo,

valentissimi discepoli.

Diresse menti e cuori, illuminò coscienze, temprò caratteri, formò

energie di battaglia: fu ascoltato, seguìto, venerato, benedetto.

Creò (come sempre il Maestro di grande stile) con sè stesso gli altri.

Meschine ragioni di parte tolsero a lui la cattedra che l'autorità della

sua parola onorava e avrebbe resa gloriosa. Il probo e mite cuore ne

sanguinò, in silenzio; ma l'opera del Maestro continuò.

Alla sbarra e nelle assemblee. Nella casa. Nella strada. Fra gli amici,

al tavolino d'un caffè. Ovunque, comunque. Difendendo un accusato in

corte d'assise, un'idea in un comizio. All'unica missione lo portavano

organicamente l'equilibrio mentale, la dirittura logica, e la facoltà di

tutto assimilare per tutto rendere, con originalissima arte

comunicativa. E dico _tutto_ nel senso enciclopedico: perchè l'opulenta

struttura del cervello di Luigi Majno e la sua sconfinata memoria

comprendevano (chi lo conobbe sa che non esagero) lo scibile umano.

Per tal ragione, senza dubbio. Luigi Majno appartenne alla specie degli

uomini superiori che, avendo esercitato in vita un'immensa influenza

spirituale, continuante anche dopo la morte, pochissimo lasciano dietro

a sè in quanto ad opera concreta, fissata in caratteri di stampa.

Quel conoscitore, adoratore, insonne inseguitore del libro, del libro

per sè stesso in ogni lingua, edizione, materia, data, non affidò il

proprio nome che ad un solo lavoro stampato: il Commento al Codice

Zanardelliano, composto in parte durante i battaglieri anni del suo

insegnamento nell'ateneo pavese.

Lavoro, tuttavia, che basta ad una fama di giurista. Ripeterò di esso il

chiaro giudizio d'un avvocato che al Majno fu fratello d'anima, Eliseo

Porro:

«Il Commento al Codice Zanardelliano è il risultato e il prodotto di

tutta la probità scientifica e morale del Majno: è la somma di tutto un

lavoro lungo, paziente, minuto di elaborazione, del quale lo scrittore

presenta soltanto la sintesi: e per di più con una precisione di dati e

di citazioni, la quale, mentre rende l'opera preziosissimo strumento di

più ampie ricerche, la consacra compagna fidata sia del patrono e del

giudice, che vi troveranno sempre una guida e un consiglio, sia dello

studioso, che vi troverà con sobria ma scultoria esattezza discusse

tutte le dottrine.»

Del Commento scrisse pure, fra i molti, il deputato Arnaldo Agnelli:

«Esso tiene il giusto mezzo fra il lavoro di erudizione e quello di

applicazione pratica».

Non v'ha studio d'avvocato nel quale il Commento non si trovi. Ogni

donna dovrebbe leggerlo, per esserne grata all'autore; poichè in esso,

ad un codice sapientemente ma esclusivamente composto da un uomo per gli

uomini, si contrappone il moderno principio di difesa e di elevazione

della donna, considerata come libero, fattivo, responsabile elemento

civile e sociale.

Penalista d'indiscussa autorità, le sue arringhe nei tribunali furono

modelli di abilità professionale, di chiarezza e rapidità oratoria.

Mai accettò di difendere una causa, se della bontà e necessità di essa

non fosse convinto.

Nell'esercizio del suo ufficio di patrono, sempre si rivelò, per la

profonda sincerità del metodo, discendente diretto del ceppo lombardo di

Cesare Beccaria e di Pietro Verri.

Fissava la questione sulla tavola anatomica, la sviscerava, ne faceva

sgusciare il nocciolo, lo rompeva coi forti quadrati denti, lo

masticava. Voleva il fatto,--crudo: prendeva il toro per le corna,

atterrandolo.

Indossata la toga, la mitezza evangelica di Luigi Majno spariva: balzava

fuori il lottatore dai pugni di bronzo.

Disprezzava le disquisizioni teoriche e i periodoni altosonanti: di

teoria gli bastava quel tanto che illuminasse la pratica. La passione di

tutto imparare, in lui infrenabile, faceva sì che, dovendo egli, per

esempio, studiare una causa commerciale, il suo cervello s'impadroniva

d'ogni più minuta documentazione di quel ramo di commercio. Dovendo

difendere un medico in una causa professionale, eccolo ingolfato sino

agli occhi in trattati di medicina e chirurgia: non solo per maggior

competenza nel processo, ma per fervore di curiosità.

Così divenne in ispirito, volta per volta e sempre su precise basi

tecniche, industriale, ingegnere, farmacista, meccanico, armatore di

navi, matematico, professore di belle arti.

Fu un sibarita del conoscimento. Studiò ed ebbe familiari, oltre al

greco, al latino ed alle lingue moderne, l'arabo, il giapponese, il

sanscrito. D'ogni lingua citava e sapeva a memoria i poeti. Maggiori e

minori, li possedeva tutti, scavandoli fino all'osso per amarli meglio.

Per il proprio piacere di buongustaio s'ingolfò nei meandri dell'algebra

superiore, corrispondendo in materia con il professor Pascal e con altri

dotti. La sua casa, il suo studio, il suo solaio eran divenuti un

emporio di libri. Ogni sera tornava con le tasche e le mani traboccanti

di volumi, e con un mazzolino di fiori per farseli perdonare. L'edizione

rara, l'esemplare unico: ebbrezze.

Tale orgiastica avidità di sapere si sarebbe potuta interpretar come uno

splendido egoismo. Nulla di più falso. La dottrina bevuta a tutte le

sorgenti si sprigionava poi, purificata, dal cervello «Majno» per il

cervello di tutti. Chi, avendolo conosciuto e frequentato, può negare di

avere imparato qualcosa da lui?... Anche ogni cosa morta diventava viva

e feconda sulle labbra di quel socratico.

L'arguzia del Majno mordeva e segava; e pure quell'uomo non odiò mai

nessuno. Sotto l'acido corrosivo di certi suoi giudizi la carne

grillettava, come per ferro rovente; e pure chi potrà dire la

delicatezza della sua bontà?... chi la purezza del suo cuore?... Chi il

suo affetto per i bambini, la sua passione quasi morbosa per gli uccelli

e per i fiori, ai quali egli parlava come ad amici, nella certezza che

lo comprendessero?...

Quando mai egli rispose di no alla preghiera di un umile, di un

disgraziato?... Filippo Turati lo chiamò, a ragione, «vittima delle

vittime».

Vittima, se mai, per esserne il terribile difensore.

Ognuno di noi che abbia buona memoria ricorda il triste processo contro

il cappellano confessore di un istituto per le bimbe abbandonate. Gli

avvocati della parte civile, costituiti con il Majno in difesa delle

piccole infelici, dopo le arringhe, per concorde volere, incaricarono il

Majno stesso di parlare _in replica_.

Egli parlò: per oltre un'ora, con veemenza gladiatoria, con logica

implacabile, con tale grandezza, che il colpevole ne fu schiacciato,

l'uditorio ne rimase pallido e vinto. Non era un avvocato che arringava

alla sbarra; ma un giustiziere che calava la mannaia. Fu una delle più

memorabili vittorie forensi del Majno. Per ottenerla egli non aveva

fatto che ascoltar lo spirito della giustizia: v'era da stigmatizzare

una viltà, la più bassa delle viltà, compiuta su creature deboli e

indifese: bastava.

L'oratore politico fu pari all'oratore giuridico: foggiato a spada e a

maglio, preciso, sintetico: un semplificatore.

L'immensità della sua erudizione gli avrebbe concesso larghissimo campo

di citazioni in ogni lingua e d'ogni genere. Ma egli le disdegnava. E

apparve assai volte quasi schematico nel complesso de' suoi discorsi. La

struttura geometrica del suo pensiero diveniva apparente rozzezza

oratoria. Ma si può ben dire che il suo eloquio era ignudo perchè, ricco

com'era di nervi, di muscoli, e di magra ma salda carne, nella sua bella

forza poteva fare a meno di veste.

Caratteristico, in lui, il gesto delle mani che ne accompagnava in

pubblico la parola. Così alto, vigoroso, spalluto, pareva raccogliesse

gli argomenti necessarî all'arringa sulle punte delle dita chiuse a

nodo: quasi che ogni dito significasse per lui un puntello polemico.

E agitava secondo le fasi del discorso i due stretti nodi dinanzi agli

ascoltatori, senza scioglierli. Ma, giunto all'argomento principe, che

li riassumeva tutti con irresistibile efficacia, lo cacciava fuori del

fascio finalmente allargato delle dita, liberandolo e liberando sè

stesso. Gesto e parola: fusione perfetta, inimitabile plastica oratoria.

Luigi Majno fu l'uomo solidale per eccellenza. Il periodo intensivo

della sua vita non poteva quindi consistere che in una solenne

affermazione di solidarietà; e fu dopo gli arresti in massa e durante i

processi politici del Novantotto in Milano.

L'avvocato esperto in ogni sottigliezza dell'arte, il combattente

politico, il fratello senza macchia e senza paura culminarono allora in

dedizione sublime. L'atmosfera di purità morale che egli aveva creata

intorno a sè, ponendolo al disopra d'ogni partito, lo aveva reso

inviolabile, aveva fatto sì che fosse lasciato libero.

Non si toccava il Majno.

In tal modo egli potè organizzar le difese di centinaia e centinaia

d'accusati politici, giacenti nelle prigioni. Uccise, in quel tempo,

stanchezza e sonno. Si moltiplicò. Dopo intere giornate di strenua

fatica, vegliò intere notti per stendere atti, ricorsi, memoriali, o per

copiar documenti di gravissima importanza. Non potendo in persona

(trattandosi di processi militari) comparire alla sbarra, unì la cautela

del patrono dietro le quinte a ricchezze incalcolabili d'abilità, di

finezza, di penetrazione giuridica, di volontà devota. Illuminò e

diresse gli ufficiali incaricati delle difese, proiettò in loro tutta

l'energia del suo fluido.

Maestro!... Sempre.

Maestro in Dio, poichè Dio significa giustizia.

Dall'asperrima battaglia uscì vincitore, ingrandito di mille cubiti

nella sua prodigata umanità: l'eroe vero del Novantotto fu lui.

Cessato lo stato d'assedio, restituita la calma al paese e la libertà

agli imprigionati, Luigi Majno, primo cittadino di Milano, rifulse in

luce piena, con l'azione liberatrice definitiva: non solo portata sugli

uomini, ma altresì sulle istituzioni. Fu allora che la Società

Umanitaria, stata sciolta per decreto dal Bava Beccaris, venne dal Majno

sostanzialmente ricostituita e rinsaldata sulle reali basi, che ad essa

aveva assegnate il fondatore magnifico.

Si giurava nel nome del Majno, simbolo d'integrità: la fede del popolo

saliva a lui per innumerevoli vie. Fu in quel tempo il regno di Majno il

Buono.

Primo in lista nelle elezioni amministrative comunali, quando il blocco

dei partiti popolari conquistò il comune di Milano: eletto assessore

della pubblica istruzione: quasi sindaco (e se realmente non lo divenne,

fu per suo proprio reciso rifiuto), risanò l'ambiente scolastico, vi

portò una fresca e vivida aereazione: così pura era in lui la poesia

della scuola.

Tenne nobilmente una sola legislatura, come rappresentante in parlamento

del secondo Collegio della sua città, conquistato per lui alla

democrazia socialista: poi volontario se ne ritrasse. Alla sua

monolitica individualità non potevano non ripugnare le vie traverse, le

meschine ambizioni, i compromessi di Montecitorio.

Egli, del resto, amava troppo la sua Milano--dove fin da bambino aveva

vissuto, e che gli somigliava. Nativo di Gallarate, lombardo puro

sangue, troppo amava la _vera_ Milano del pittoresco Naviglio, del

grasso e rude dialetto portiano, della celia bonaria, della bontà senza

fondo, dell'attività febbrile; e non sapeva e non poteva staccarsene, e

fuor dell'ombra del campanile di Sant'Ambrogio era un pesce fuor

d'acqua.

Nessuno, ch'io sappia, penetrò, gustò e seppe far gustare la poesia di

Carlo Porta meglio di lui. Nessuno fu di lui guida migliore attraverso

il dedalo e la storia delle antiche vie di Milano autentica, così ricche

di gioielli architettonici e di opulenti giardini.

Fu, nelle piane e larghe linee della sua fisionomia morale, il veridico

figlio della metropoli lombarda. La muscolosa nella lotta. La sanguigna

nel godimento. La serena nel giudicare. L'inesauribile nel soccorrere.

L'uomo che, avendo potuto guadagnare e metter da parte centinaia di

migliaia di lire, morì quasi povero per aver molto dato a chi ne aveva

bisogno, fu schietto sangue e schietta carne della città prodiga nel

donare per aiuto, con le mani finissime de' suoi patrizi, volitive

tenaci intelligenti de' suoi industriali, nervee pensanti sensibili de'

suoi professionisti, grosse carnose cordiali de' suoi esercenti, franche

nocchiute massicce de' suoi operai.

Uno dei giorni in cui, nella sua qualità di primo cittadino milanese che

tutti gli riconoscevano e che gli risplendeva sul petto come una croce

d'onore, aveva accolto l'incarico di ricevere solennemente le

rappresentanze dell'industria e del commercio francese, fu veduto in

piedi nella carrozza che portava con lui gli amici di Francia. In piedi;

e in gloria.

Proteso il gran corpo in avanti, radioso il volto, d'un bimbo gli occhi

e il sorriso sotto le falde diritte del cappellaccio nero, mostrava con

la destra trionfante il Duomo: il _suo_ Duomo.

Fusi in lui, nel momento felice, l'ambrosiano di razza e l'apostolo

dell'Internazionale.

Dinanzi alla sua bionda figura non vi fu forse chi non pensò ad Alberto

di Giussano:

Batte il sol nella chiara onesta faccia,

nelle chiome e negli occhi risfavilla,

è la sua voce come tuon di maggio.

Sempre tuonò, quella maschia voce che martellava parole di verità,

inchiodandole nel cuore di coloro che l'ascoltavano: dove fu una donna o

un bambino da proteggere, una qualsiasi vittima da difendere,

un'ignominia da smascherare, una viltà da schiaffeggiare, un vizio o un

abuso sociale da bollare con ferro e con fuoco.

Eppure sapeva farsi così dolce, e,--forse ignorandosi--così sommessa ed

implorante: la voce d'un piccolo: quando si raccomandava non fosse più

toccata una certa finestra della casa, dove due tortore avevan fatto il

nido, appoggiandolo ad un'imposta: quando, assopito in una poltrona, il

padre susurrava come in sogno il nome dei figli:

Mariuccia....--Carlottina....--Dinetto!...

Ma le figliuole partirono.

Prima fu quella che nel fiammeggiar dello spirito, nella profonda

potenza dello sguardo più somigliava alla madre.

Seconda fu quella che al padre più somigliava nella florida grazia

bionda, e pareva muoversi in un raggio di sole: e Carlottina era il suo

nome, ma gli amici della casa la chiamavano Azzurra.

E con loro anche il cuore di Luigi Majno trasmigrò.

Ai funebri di Azzurra fu veduto egli camminare immediatamente dietro il

feretro, con la compagna e il figlio superstite ai lati. S'aggrappava,

con le tese mani, al carro: sicuro il passo ma la testa curva, curvo fra

le spalle il collo sanguigno: simile ad un toro colpito alla cervice da

un colpo di mazza, che non basti a farlo piombare a terra.

Da quel dolore non rinvenne più.

Ebbe ore di prostrazione così profonda da sembrare annientamento. Si

isolava talvolta fra la gente, come un sonnambulo. Nella quiete della

casa, a intervalli parlava da solo, sognando ad occhi aperti. E diceva,

conversando con l'invisibile, parole grandi: parole misteriose, fili

stellari congiungenti l'umano al divino.

Le udì, con tacita riverenza, la compagna fedele; e le custodisce nel

cuore.

Ma la costanza e l'efficacia dell'opera sociale di Luigi Majno non

rimasero arenate nella crisi. Continuò l'opera a scorrere, fiume

benefico, diramantesi per cento canali a fecondar campi ed orti.

Presidente della Società Umanitaria. Consigliere della Congregazione di

Carità. Presidente della Scuola del Libro e dell'Associazione degli

Insegnanti. Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati: della

Biblioteca Popolare: dell'Istituto di Santa Corona. Rettore

dell'Università Bocconi. Che cosa non fu Luigi Majno?... Quale

istituzione di carità o di dottrina ebbe Milano, di cui egli non fosse

capo venerato?...

L'esercito degli umili si accalcò sempre più intorno a lui, bevendogli

l'aria per il respiro, mangiandogli il cuore. Agli umili sacrificò

tempo, lavoro, facondia, fortuna, guadagno. Per un accattone che gli

piacesse era capace di vegliar le notti e di mettere a soqquadro il

tribunale. Nei rioni popolari i teppisti se l'additavano con rispetto:

_«Quel lì l'è el Majno»._ I monelli gli si attaccavano al lembo del

pastrano, i vecchi merciaioli ambulanti gli raccontavan le loro

disgrazie. Ma tale egli era anche davanti ai prìncipi: il più grande

uomo come il più piccolo s'inchinava alla sua presenza.

Intensificò la propria attività nell'Asilo Mariuccia, e, di conseguenza,

contro la tratta delle Schiave Bianche: mettendo al servizio della causa

l'autorità del suo nome e della sua perizia--e la purezza della sua fede

nella salvazione della donna considerata quale bestia irresponsabile,

che si marchia a fuoco, si vende e si compra.

A tal perfezione morale era assunta la figura di Luigi Majno negli

ultimi anni di sua vita, che egli era ormai divenuto l'arbitro supremo

in ogni disputa, il consigliere il cui responso veniva accettato senza

ribatter sillaba, il giudice dagli stessi avversarî invocato e obbedito.

La compattezza della sua compagine psichica entrava nel dominio

dell'Assoluto: l'armonia da lui emanante equilibrava le forze contrarie.

Majno il Buono era di tutti, in tutti, per tutti.

Ma si chiudeva il luglio del 1914 con la sorpresa terribile della

guerra. Poche settimane appresso, il più vergognoso crimine che insudici

la storia d'un paese era commesso dalla Germania. Luigi Majno s'era

sentito tradire e martirizzar con il Belgio--e qui comincia il poema

della sua passione.

La casta coscienza non resse al colpo. Si sgretolò, si staccò dal

passato, blocco granitico da una parete di montagna. E rotolò, rotolò

inesorabile, con tutto il suo peso, a schiacciare i responsabili.

La fede nel vincolo fra le nazioni, la base e l'armonia d'una

costruzione giuridica fondata sulla più pura concezione del diritto, e

quel senso universale di solidarietà che rendeva il Majno degno della

cittadinanza onoraria d'ogni paese del mondo, tutto in lui fu calpestato

e messo alla tortura.

Ed egli odiò come aveva amato: e quell'odio era, tuttavia, amore.

L'Uomo che non aveva nel corso de' suoi anni fatto piangere alcuno, non

seppe mai perdonare all'Austria e alla Germania di non avere egli potuto

additare a sè ed agli altri, per difendere l'incolumità delle patrie,

altra arma se non la stessa del nemico: la guerra.

E il rodimento di trovarsi costretto ad accogliere un'idea sorpassata,

ad ammettere il diritto della forza brutale, a predicare spargimento di

sangue, gli contorse l'animo, gli avvelenò le sorgenti dello spirito, lo

avvilì di fronte a sè stesso, lo condannò a morte.

Sotto la percossa della stessa intima tragedia moriva, a pochi giorni di

distanza da lui, un'altra sintetica figura di umanità: Alessandrina

Ravizza.

Orazioni · 第 2 / 4 段