Produced by Maria Grazia Gentili and the online Distributed Proofreading
Team at http://www.pgdp.net.
This file was produced from images generously made available by The
Internet Archive
ADA NEGRI
ORAZIONI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1918
SECONDO MIGLIAIO.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono_
_riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia,_
_la Norvegia e l'Olanda._
Tip. Fratelli Treves.
Indice
- Alessandrina Ravizza ........................................... 1
- Luigi Majno .................................................... 64
- Roberto Sarfatti ............................................... 117
Alessandrina Ravizza
(1846-1915).
_Orazione detta nel Teatro del Popolo,_
_il 21 marzo 1915, in Milano._
Alessandrina Ravizza camminava un giorno lentamente per le vie di
Milano, quando vide passare un carro funebre di terza classe, nudo di
fiori, quasi vergognoso della sua povertà, seguìto solo da un prete.
Colui che riposava nella cassa greggia pareva non avesse avuto, nel
mondo, nome, famiglia, affetti: nulla. Se ne partiva solo: solo, forse,
aveva vissuto. Ma la tristezza di quell'abbandono anche dopo la morte
gelava il cuore.
La Donna della Pietà si mise allora dietro il carro, e lo accompagnò,
passo passo, fra la gente affrettata e indifferente, sotto la pioggia.
Lo accompagnò al cimitero, vi restò fino a quando la terra fu gettata
sulla cassa, a palate brutali e sorde. Chi la vide, pensò che fosse la
madre o la sorella del morto.
L'una e l'altra era, sì: di quel morto, e d'ogni vivente.
E quando ella rifece, immobile nella bara, lo stesso cammino per andare
a conoscere quel che in vita mai non aveva voluto conoscere: il
riposo,--tutta una popolazione in dolore seguiva il suo corpo inanimato.
Confusa tra la folla, io venivo subito dietro il carro: di esso non
appariva ai miei occhi che la parte superiore carica di ghirlande,
oppressa sotto il peso di enormi masse di fiori. Ed a me sembrava che il
feretro non fosse già condotto al camposanto dal pesante e misurato
passo dei cavalli; ma che la folla intera lo portasse in trionfo sulle
anonime spalle, sul proprio dolore offerto come un ultimo rendimento di
grazie. Nell'ora solenne, sotto il cielo piovorno che toccava i tetti,
le vie lungo le quali la Santa di Milano passò fra corone di vessilli
eran trasfigurate in un solo viso, d'un pallore e d'una intensità non
mai veduti. Grappoli umani, con gli occhi spalancati, senza parola,
senza gesto, senza respiro, sporgevan dalle finestre, dai balconi, dalle
cancellate dei giardini, dai vani delle porte, dall'alto delle soffitte.
Con ondeggìi, con risucchi, con improvviso spalancarsi e rinchiudersi di
gorghi, il corteo, fiume d'anime, invadeva le strade, allagava i
sobborghi, inghiottiva nel suo lento avanzare ogni espressione di vita
cittadina che fosse estranea all'immensità di quel cordoglio, alla
magnificenza di quel rito.
Rito celebrato in silenzio.
Ma vi sono ammirevoli sinfonie di silenzio, ricche di accordi psichici
profondi come baratri, violenti come raffiche: che dall'insensibile
durezza delle pietre e degli asfalti salgono per la via delle anime a
commovere l'aria sino alle stelle nascoste dietro le nubi.
La Santa di Milano ebbe, nella città ch'ella tenne tutta nelle mani per
virtù di amore, le esequie che si convengono agli eroi.
Ma possiamo noi veramente, dinanzi ad una creatrice qual fu Alessandrina
Ravizza, pronunciar la parola «dolore»?...
È, questo, un sostantivo comune, atto ad esprimere, da quando è viva
l'umanità, una sensazione o un sentimento comune. Dolore, morte,
dissolvimento, non esistono per le forze creatrici. Quando un segnacolo
umano scompare così, non parte che per lasciar dietro di sè un
irradiamento di luce, un sommovimento di coscienze, un vibrare di
fluidi, un anelito di spiriti verso la grandezza e lo splendore degli
orizzonti che esso medesimo rivelò.
Non dolore, dunque. Indegno di lei, indegno di noi.
Serenità: la consapevole e stoica serenità che fu, forse, la più
ammiranda virtù di Alessandrina Ravizza: per la quale rifulse di
stupendo equilibrio, pur nel vario tumulto d'una esistenza di battaglia.
Ed ecco, io l'ho dinanzi, quale mi apparve la prima volta che la vidi,
or son molti anni: quale mi apparve, immutata, l'ultima volta che la
vidi or son pochi mesi, nella Casa di Lavoro.
Il suo aspetto era quello di un essere che porti in sè stesso--e lo
sappia--l'Assoluto della regalità.
Alta su tutto, la fronte: vasta bianca massiccia nell'aureola dei lievi
capelli d'argento, dura infrangibile come fosse fatta di materia
silicea, luminosa lontana come fosse fatta di materia astrale.
Dalla troppo grave pesantezza del corpo alla lentezza del gesto ieratico
alle linee belle ma affloscite del viso, ogni particolare della persona
straordinaria si riassumeva nella maestà di quella fronte.
V'era contenuto un mondo.
Fra lo sguardo di Alessandrina Ravizza e chi le stava dinanzi, fluttuava
sempre una misteriosa immagine scôrta da lei sola: un sogno, una verità,
l'ombra d'un sogno, l'ombra d'una verità.
Pareva assente, con quegli occhi astratti: era invece vicinissima, con
la voce e la parola. Voce pacata e penetrante, parola che subito si
insinuava nel segreto dell'anima, talvolta sfiorando con estrema
delicatezza una gelosa ferita, talvolta (ove fosse necessario) diritta
come un coltello, tagliando nel marcio, dando libero corso al pus
velenoso, trovando immediatamente il nervo sensibile da far scattare, la
colpa o la debolezza nascosta da estirpare, così come si estirpa una
cisti.
Nel magnetismo di quell'energia consolatrice, un innumerevole popolo di
miserabili senza legge, di donne senza focolare, di adolescenti
sperduti, di pregiudicati dal libretto rosso, di maestri senza cattedra,
di poeti senza fortuna, di cantanti senza scrittura, di vagabondi e
refrattarî d'ogni risma, trovò il conforto di un'ora, il riposo di un
giorno, la strada della salvezza, la redenzione della vita.
Nessuna miseria le fu estranea, sia del corpo, sia dell'animo, sia
prodotta da singola fragilità o colpa dell'individuo, sia dallo
squilibrio dell'assetto sociale. Ad ognuna ella oppose, serena, il suo
insonne cuore, il suo coraggio senza limiti, il suo battagliero
ottimismo, la sua vertiginosa passione di pietà e di giustizia, alla
quale ben si sarebbe potuto consacrare il motto della salamandra: _«Più
ardo più godo»._ Condensare in poche pagine la sua storia, non è
possibile; poichè ella visse non già una sola vita, ma mille e più di
mille.
Dire che ella nacque a Gatskina, in Russia, nel 1846, da madre slava e
da padre italiano (un Mazzini, che si era rifugiato colà durante il
periodo delle guerre napoleoniche, divenendo funzionario dell'impero),
non ha importanza, non può che far sorridere. L'individualità di
Alessandrina Ravizza non è tale da restringersi fra le colonne dei
registri dello stato civile, e la sua ombra si riflette sull'umanità, al
di fuori del tempo e dei confini.
Fu slava, e latina. Dell'intelligenza slava possedette l'intrepida
logica e la furia mistica: del temperamento latino, la morbidezza del
tatto, il senso dell'equilibrio, l'ala della poesia.
Da tali elementi, fusi nel crogiuolo del più assoluto ardore di
dedizione che mai avvampasse in creatura femminile, risultò il
capolavoro umano ch'ella potè incarnare.
Scesa a diciotto anni in Italia, vi restò. Se ad una simile Donna si può
dare una patria, fu certo quella che il suo cuore scelse, e fu l'Italia.
Come si era svolta la sua adolescenza? In virtù di quale causa intima od
influenza esteriore aveva potuto affermarsi in lei un così originale
concetto della vita, un'individualità di così complessa e potente
freschezza?...
Di sè ella non parlava mai. Non esisteva che per gli altri. Ma, quasi
senza volerlo, nel bizzarro racconto cui volle apporre un ancor più
bizzarro titolo: «La nota della lavandaia», diede la chiave del proprio
mistero psicologico nella tolstoiana figura della piccola Vera.
Dipinse sè stessa nella delicata adolescente russa, che sulla scorza
degli alberi andava religiosamente incidendo la parola «verità». Si
chiama, propriamente, Alessandrina, la piccola Vera ribelle al giogo
ipocrita di una delle tante istitutrici _di qualità_, esperte nell'arte
di torturare la fanciullezza: l'acerba creatura senza requie, che
vorrebbe ragionare, mentre le impongono: Devi credere: che morrebbe di
esaurimento e di schifo del mondo, se, per miracolo, non trovasse la
salute del corpo e dell'anima nella pace campestre della fattoria di
Yegor Mathewievich.
Suoi compagni, laggiù, sono Wianka, il pastore figliuolo di tutti,
scoperto in terra, un'alba di Natale, fra le gambe sanguinose d'una
vagabonda morta nel darlo alla luce, e allevato nella fattoria con il
latte d'una capra; e il carrettiere Fedor, biondo colosso innocente,
luminoso negli occhi, nei denti e nell'anima. Wianka è un selvaggio,
Fedor un mistico. Entrambi sono analfabeti. Ella insegna loro a leggere;
essi insegnano a lei come non si possa esser felici e buoni che al
contatto della Terra Madre.
Ella ama le cose agresti, l'odore dei fieni, le belle mucche pezzate
dagli occhi dolci, i contadini semplici come le mucche, il linguaggio
del vento fra gli alberi, del silenzio nei prati, delle lunghe cantilene
cantate da Fedor. Cerca, avida, in tutto questo, la verità: la cercherà,
fatta donna, fuor d'ogni legge sancita, d'ogni convenzione chiaramente o
tacitamente accettata, d'ogni forma sociale che stabilisca una regola e
implichi una condanna per colui che non vi si assoggetti.
E si porrà all'infuori e al disopra di tutto.
E sarà Alessandrina Ravizza.
Sposetta ventenne, a Milano, ella divenne la «figlia del cuore» di Laura
Solera Mantegazza. Le due fiamme arsero insieme. La mirabile
organizzatrice che, prima in Italia, aveva introdotto il principio della
cooperazione fra le operaie, e, vecchia ormai e malata, non aveva
cessato un giorno di lavorare in fervida umiltà, lasciò, morendo, alla
discepola, un legato: la Scuola Professionale Femminile, a pena fondata,
se così si può dire, sulle basi di un tavolo, sei sedie, un nobile
sogno, molta buona volontà--e, soldi, zero.
Il legato pesava; ma le giovani braccia eran forti.
Non v'ha di quel tempo chi non ricordi una straordinaria serata di
beneficenza al vecchio teatro di Santa Radegonda, allora
frequentatissimo. Serata che tutte le gazzette portarono alle stelle,
che segnò un'epoca, che fu il sigillo dell'influenza morale e della
popolarità di Alessandrina Ravizza. Vennero poi le «fiere annuali»,
vivacissime, indiavolate, attiranti tutta Milano, coronate con pazzi
successi di simpatia e.... di cassetta.
Così la prima Scuola Professionale italiana per le fanciulle povere
meravigliosamente fiorì.
Ecco, in un anno terribile, Milano sconvolta da una di quelle crisi
industriali che gettano a mare un'intera popolazione. Con la miseria,
con la disoccupazione, la crudeltà d'un inverno polare. Ed ecco
Alessandrina Ravizza balzar fuori con le Cucine Economiche, e con le
Cucine per gli ammalati poveri. Fondo di cassa: venti franchi. Cuoca,
sguattera, aiutante, consigliera e socia: una rude popolana di Porta
Garibaldi. Casa in cui le Cucine s'installarono: un bugigattolo di via
Anfiteatro, covo di _lôcch_, rifugio di pregiudicati e di male femmine.
Ma Alessandrina Ravizza non aveva paura dei _lôcch_, nè delle male
femmine, nè dei _budelli_ a doppia uscita, che puzzano di detriti e di
delitto.
Il barabba classico, _Togasso_ o _Biscella_, dai calzoni a campana e dal
copricapo a visiera, calato sulla faccia tagliente come rasoio, si
sberrettava davanti a lei, svegliando a scappellotti nella propria
animaccia bislacca quanto vi poteva ancor dormire di cavalleresco. La
donna da marciapiede si umiliava, serrando sul motto da trivio le labbra
mal dipinte. Le lebbrose pareti, pratiche di vizio come vecchie lenone,
si sbiancavano al passaggio di colei che non sapeva che cosa fosse
paura. Compariva, illuminava, purificava. Nessuno toccò mai un capello
alla _«contessa del broeud»_, alla _«sciôra Sandrina»._
Possedeva l'immunità dell'amore.
Per riscossioni o invii di denaro, per missioni delicatissime, esigenti
la più scrupolosa onestà, potè servirsi (anzi, servirsene fu la sua
gioia) di certi avanzi di galera, da pregar Dio di non farceli
incontrare ad un crocicchio, di notte. Ma quegli avanzi di galera si
sarebbero lasciati ammazzare, per lei. Molti di loro fecero di meglio
che morire: divennero, per lei, galantuomini.
Dopo l'insurrezione del 1898, l'ardentissimo appello d'una donna alle
donne italiane apre una sottoscrizione di cinque centesimi a testa, per
migliorare il vitto e le condizioni dei detenuti politici, chiusi in
folla nelle prigioni. La stessa donna ottiene, dopo pazienti sforzi, che
gli operai rivoluzionarî usciti dal carcere riprendano il loro vecchio
posto nell'officina o nel laboratorio. La stessa, più tardi, non si dà
pace finchè non riesce a far distribuire dal governo un'indennità di
settantatrè mila lire ai ferrovieri licenziati in seguito alla famosa
rivolta. Chi può essere?... Lei, sempre lei, Alessandrina Ravizza.
Mentre la sua opera sociale con tanta ampiezza si svolgeva, il suo
appartamentino privato in via Andegari, nel centro più milanese di
Milano, aveva l'aria d'un piccolo ministero. Gente e gente d'ogni
classe, dalla signora in diamanti e pelliccia allo studentello in
giacchetta logora, dal deputato all'operaio a spasso, dall'artista in
altissima fama al ladro rilasciato dal carcere, riceveva udienza a quel
dolce confessionale. Là ella rifulse nella sua inimitabile originalità.
Là, ella fu «Sacha».
Penetrò il segreto di migliaia d'esistenze, trovò una consolazione per
ciascuna, scoperse una via per tutte. Gli instabili, i decaduti, i
depressi, gli inconsistenti, i vergognosi del proprio dolore, ebbero in
lei quella che li comprese com'erano, li salvò nell'unico modo
possibile, uno per uno e ciascheduno secondo la sua natura, il suo
tormento, la sua necessità.
La mente sovrana di lei era un registro infallibile, nel quale ogni
postulante stava fotografato, accasellato, distinto nelle più singolari
caratteristiche del suo caso personale. Il documento umano fu la
passione di Alessandrina Ravizza: sempre partì da esso per arrivare alla
sintesi.
A Parigi, una sera d'estate del 1900, ella assisteva ad una lezione
della novissima Università Popolare, inaugurata in quegli stessi giorni.
E vide un grosso cocchiere di piazza, il quale, immobile presso la
porta, con il mento appoggiato al pomo della frusta, beveva le parole
dell'oratore con la medesima avida golosità con la quale avrebbe
ingollato un bicchier di vino. La Donna pensò: Ecco. Fino a ieri, alla
bettola. Oggi, alla scuola.
La visione del bravo brumista dal naso bitorzoluto divenne, da quella
sera, ossessionante nel suo cervello sempre in ebullizione. Personificò,
per lei, il popolo, che non solo necèssita di pane per il corpo, ma di
fosforo per lo spirito. L'automedonte parigino assunse ai suoi occhi
gigantesche proporzioni: fu, non più un uomo, ma una classe.
Immediatamente tornata in Italia, ella cominciò a darsi dattorno, a
formare, con la forza dell'argomentazione e della fede, un compatto
nucleo di zelatori, nel nome del chiaro avvento: l'Università Popolare
in Milano.
Perchè in Parigi sì, in Milano no?...
Novembre: l'idea è divenuta metallo in fusione.
Dicembre: Enrico Annibale Butti--nobile artista, nobile cuore--tiene,
nell'affollato salone dell'Albergo Milano, un eloquente discorso
sull'argomento che ormai appassiona tutte le anime non vili.
Gennajo: altri oratori, altri e più efficaci discorsi: Luigi Gasparotto,
Innocenzo Cappa.
Il denaro?...--Ma quando la Ravizza vuole, il denaro c'è. Non si sa bene
da qual parte sgorghi; ma zampilla, ma splende, ma c'è. È il suo
segreto, questo. Lo caverebbe dalle pietre.--Dunque, niente timore, e
avanti!...
Primo di marzo del 1901: data memorabile. Nel teatro Olimpia, davanti ad
un pubblico attento e raccolto come in un tempio, Gabriele d'Annunzio
inaugura, con la lettura della Canzone di Garibaldi, l'Università
Popolare di Milano.
Nell'opera bella Alessandrina Ravizza non fu, certamente, sola. I
migliori fra coloro che io vorrei chiamare «costruttori intellettuali»
furono con lei, per innalzare il monumento di coltura popolare del quale
Milano va giustamente superba. Anni ed anni di vita intensa, di
instancabile attività, ne fecero una delle più importanti palestre di
pensiero della patria. I più illustri cultori dell'arte, della scienza,
della filosofia, italiani e stranieri: professori e maestri più modesti
di fama, pur non meno coscienziosi e ferventi, dissero, in quelle aule,
la loro parola al lavoratore del ferro, del legno, della macchina, del
cuoio, del libro.
La più nobile forma della fraternità.
La reale comunione degli spiriti.
Vennero ad ascoltare, a imparare, con gli operai, anche gli studenti,
gli impiegati, i professionisti. E gli artisti, anche, vennero.
E, nella gioia del libero sapere, tutte le classi, là dentro, si
cementarono.
E la Condottiera, che aveva posta la prima pietra, ne esultò; e il suo
elastico spirito si volse ad altre mète.
*
Fondata un'opera, ella (ove se ne eccettui la Casa di Lavoro) possedeva
il genio, ed anche la virtù, di lasciarla vivere di vita propria.
Trasfuso in essa il germe fecondatore, additatone l'indirizzo ideale,
costruitone lo scheletro dell'organismo, non le imponeva a lungo la
propria presenza, la propria autorità, come un dogma o una catena. La
dominava, l'incitava; ma dal largo e dall'alto. Le diceva: «Respira,
muoviti, e lavora: non a me tu devi obbedire; ma all'idea che ti trasse
dall'ombra, ed alla inevitabile legge dell'evoluzione».
L'opera, per Alessandrina Ravizza, apparteneva all'umanità, che aveva il
diritto e l'obbligo di rinsanguarla, con la corrente sempre viva delle
giovani forze.
Per questo il nome di lei si trova legato ad una quantità d'istituzioni.
La sua versatilità fu sfaccettata al pari di un prisma; ed ogni faccia
rifletteva il sole. Al rapidissimo balenar dell'idea succedeva, pur
rapidissima, immediata, l'azione: ottenuto l'intento, il lungimirante
spirito si volgeva ad altro.
Ma quel che sorse per volontà di lei, conservò, e conserva--convien
dirlo--l'indelebile impronta della sua originalità spirituale. Ovunque
passò, lasciò una traccia: ovunque la fiamma del suo gran cuore
splendette, un rogo di passione si accese.
V'era una chiesa in via Lanzone, un'antica chiesa longobarda senza più
altare, annessa al piccolo ospedale sifiliatrico dai leggiadrissimi
portici, che ora il piccone abbattè.
Alessandrina Ravizza la riconsacrò, ma scuola, per bambini luetici e
donne perdute. Io la vidi colà sorridere nell'esercizio d'una pietà per
molti inutile--per lei tanto più necessaria quanto più vana.
Gli scrostati affreschi della vôlta parevano attendere ritmi di
preghiere: e che altro non erano, se non preghiere, le canzoncine dei
bimbi?... Un Cristo di gesso tendeva da un alto zoccolo le braccia:
Lasciate i pargoli venire a me.--Sull'assito che celava l'abside, il
giovanissimo pittore Mario Moretti Foggia aveva dipinti a tempera
inverno con neve, primavera con fiori, estate con mèssi, autunno con
frutti. Dappertutto, rose in fasci, seggioline e tavolinetti di candido
ferro smaltato. Bianchezza, innocenza. Tutta quella leggiadria l'aveva
voluta _lei_, per _loro_: per i piccoli condannati.
Appunto per questo: perchè eran condannati senza aver commesso nulla di
male.
Pietà inutile?... Esiste forse, la pietà inutile?...
Si stringevano intorno a lei, i fanciulli convalescenti (ma non guariti)
dell'inguaribile malattia per la quale padre e madre si vorrebbero (ma
non si possono) maledire: per la quale gli zelatori della selezione
umana imporrebbero, nel nome della salute pubblica, una mortale
iniezione di morfina: i frutti d'alberi marci, destinati alla piaga
purulenta, alla cecità tentennante, alla follia degenere: a divenire
null'altro che cenci nel mondo il quale non richiede, non esige che
forza.
A lei guardavano, ed erano consolati: per lei imparavano a leggere, a
scrivere, a conteggiare; e avevan libri, giocattoli, fiori, alberi di
Natale scintillanti dì lumi e di doni. E cantavano i cori in cui si dice
che la vita è bella. E ne ebbero gioia.
E gioia ebbero, con essi, le sventurate che dalle corsie dell'ospedale
sifiliatrico entrarono nella Chiesa-Scuola, accolte con chiara e
semplice tenerezza: compitarono sui libri parole di grazia: si
sentirono, la prima volta nella vita, circondate di rispetto: videro
forse per la prima volta, negli occhi della Purificatrice, che il cielo
era azzurro anche per loro.
Tolto l'altare; ma sempre quello, nei secoli, il Vangelo: sulle labbra
della Ravizza ardente così da distruggere la carne malata e mettere a
nudo i cuori che l'ascoltavano.
La chiesa fu lasciata intatta, a storica memoria; ma dell'ospedale non
esistono più, ora, nemmeno le pietre. Sorgono a quel posto un ginnasio e
un liceo, per l'adolescenza bella e sana, che dovrà rinvigorire la
muscolatura d'Italia.
La via mutò nome. Tutto cambia.
Ma le tristi inferme e gli ancor più tristi fanciulli dalle vene guaste
furono, con la loro diletta Scuola-Laboratorio, trasportati in luogo più
arioso e più adatto alla moderna igiene, nel Padiglione Dermatologico di
via della Pace; e affidati alle cure della più degna discepola di
Alessandrina Ravizza: Bambina Venegoni, che da lei ricevette la lampada
accesa, e sa che nelle sue mani non si spegnerà.
*
Alessandrina Ravizza fu la prima donna che, in tempi ormai già lontani,
riuscì, con abito non religioso, a varcar le soglie delle carceri, per
compiere ufficio di carità materna verso i giovinetti pei quali ancora
non esisteva la condanna condizionale; e che, per crimini in cui, certo,
la loro acerba responsabilità non aveva gran parte, venivano ammassati
in luridi cameroni, dove i più esperti in corruzione riuscivano a
rovinare i più ingenui.
Una nota di cronaca, breve e brutale, l'aveva spinta al difficile passo:
un precoce delinquente di quattordici anni s'era suicidato in carcere,
appiccandosi ad una sbarra della feritoia. Tutta l'adolescenza
abbandonata fra il marciapiede, la bettola e la prigione, si concentrò,
per lei, in quel piccolo suicida.
Travide in un lampo il bene da compiere: si considerò investita del
còmpito di riparazione che la società doveva a quei deviati: andò, come
sempre, fino in fondo.
Fu la più bella delle sue gesta di carità.
Passò le giornate in compagnia di adolescenti criminali, nella penombra
piena di brividi delle prigioni: ebbe con loro i dialoghi lapidarii che
il cuore non scorda più, udì da loro le verità corrosive che brucian le
labbra di chi le dice e il volto di chi le ascolta. Penetrò, con il
proprio istinto psicologico che non fallava mai, nell'intimo di quelle
animule, pozzi profondi d'acqua avvelenata. Decifrò, con acuta avidità
scientifica, la nevrosi del futuro barabba. Ricevette, da bocche quasi
infantili e già decrepite, rivelazioni straordinarie sulle speciali
leggi, sulla disciplina feroce della società sotterranea.
Ma non le bastò.
Seguì fuor del carcere, nella vita, i suoi piccoli delinquenti. Mostrò
loro il bene, come si apre una finestra a chi asfissia, come si indica
una sorgente di fresca acqua a chi è arso da troppo calore. Li convinse
con il genio della persuasione. Fu la mamma, solo e divinamente la
mamma. Li amò, li capì, li difese, se li contenne nel cuore, li
considerò come usciti dal suo proprio grembo--sterile come quello di
quasi tutte le donne destinate alla maternità cerebrale.
Nel libro dal vero _«I miei ladruncoli»_, nel quale ella riuscì a
raccogliere, con sobria efficacia, molti preziosi documenti di
criminalità infantile, narra lei stessa in qual modo potè scoprire le
trame di una vera e propria associazione a delinquere fra ragazzi,
chiamata la _scuola del furto_: con inviolabili articoli di statuto,
leggi senza scappatoie, tenebrose lotte intestine, e un re: _el re di
lader_.
Era costui Pasqualino, detto Lino, detto anche _el Schisc_, vagabondo di
mestiere, alloggiato la notte nel principesco Albergo del Verde, quando
il verde c'era: Piazza Castello, seconda panca a sinistra del viale:
oppure, nel cavo tronco di un albero secolare, presso il dazio di Porta
Tenaglia.
Nel raggio d'influenza di colei che, con subitanea, selvaggia passione,
egli chiama «la mia mamma», _el re di lader_ si ravvede, rinuncia al
cattivo potere: senza per questo, s'intende, tradire i suoi compagni, e
sicuro del complice silenzio di Alessandrina Ravizza.
E vorrebbe, sì, lavorare: entrare nella Nave-Scuola del Garaventa, dove
tanti discoli furono accolti, e trovarono la salute del corpo e
dell'anima nella disciplina del Maestro, nell'alito salso del mare.
Ma si ammala, orrendamente, di tigna.
La casa di cura, dunque, invece della Nave-Scuola. E la cuffia di pece,
e le pinze martirizzanti.
Solo?... Ah, no. La sua «mamma» è con lui. Si è, per restargli accanto,
isolata dal mondo, assoggettandosi al rigore di un'assoluta
segregazione.
Chi ripeterà le parole pronunciate in tante ore d'oscuro e accettato
supplizio, fra la madre senza macchia e il figlio d'anima, delinquente e
tignoso?...--Aiutami tu, Santo Francesco: canta per me uno de' tuoi più
innocenti fioretti.
Lo _Schisc_, sovrano volontariamente decaduto da un regno di rapina,
appoggiava, seduto su di uno sgabello, in grembo a lei la testa umiliata
dal ripugnante male, fasciata di bende antisettiche.--Ma il male era
bello, e le bende una corona.--Conversavano essi, sottovoce. Forse, dei
piccoli complici sparsi pei budelli tentacolari della metropoli, senza
dimora fissa, senza stato civile, con un solo terrore: quello della
questura. Quanti!...
_Quel dall'occhio_: malaticcio, senza parenti, nato dal rigagnolo per
generazione spontanea, macchiato sotto l'orbita destra da una ributtante
piaga, della quale egli approfittava per vivere di mendicità,
riducendosi a dormir la sera all'Osteria delle Due Sedie,--una per la
testa e l'altra per i piedi, il tutto a due soldi.
_Gonin_, la spia: _Rico_, il vicerè, rivale e nemico acerrimo dello
_Schisc_: piccola belva dalla bassa fronte capelluta, dall'occhio
torbido feroce, carne da galera, non privo d'una certa diritta linea
nell'innata crudeltà.
_El fioeu de nissun_: un altro abbandonato, bello ed aristocratico nei
lineamenti e nel tratto, come (e forse lo era) il figlio d'un patrizio.
_Quel dalle smorfie_: borsaiuolo audacissimo, di agilità rocambolesca,
Gavroche del vicolo milanese, funambolo del ladroneccio, ammaestratore
di rane e di gamberi con grande spavento delle serve del Verziere,
_clown_ dalla scarna mobilissima maschera, atta ad ogni più buffa e più
tragica trasformazione.
Eugenio: il pallido, floscio, spaurito Eugenio, che non aveva mai potuto
imparare a rubar bene, perchè tremava sempre di paura; e al quale i
compagni fischiavan sul viso, beffardi:
--Va là!... tu sei fatto per essere onesto!...
E gli altri?...
Oh, andare a cercarli. Poterli ritrovare. Poterli portar via, farne una
colonia di coltivatori della propria terra, di contadini liberi e
forti....
Sognavano, madre e figlio. Un sogno mirabile. Una casa immensa, con
focolari accesi, con letti bianchi, con gaie tavole apparecchiate, con
porte aperte, nella quale potessero venire accolti, in libertà, senza
domande, senza connotati da registrare, senza rimproveri, senza sermone,
i piccoli vagabondi figli di nessuno, nati non si sa dove, vivi non si
sa perchè, costretti a dormire all'Osteria delle Due Sedie, all'Albergo
del Verde o al Caffè dei Piedi Umidi: a rubar per mangiare: a finire, un
bel giorno, in _scatola_ o all'ospedale.
Anche i grandi, però. Anche i vecchi. Anche quelli macchiati di sangue.
Tutti, con il fascio delle loro colpe, non più gravi, forse, dei loro
dolori: con il marchio dei proprî delitti, non più orribile, forse, di
quello delle ingiustizie che, sin dall'infanzia e già prima di nascere,
hanno dovuto subire.
E senza sermone. Già. Lo _Schisc_ disprezzava incommensurabilmente le
prediche moraliste. «_Hin tucc cialâd_»[1], diceva. Egli l'aveva udita,
la voce del miracolo. Sapeva la sua dolcezza.
[1] Sono tutte sciocchezze.
O Madre!...
Nella cella di segregazione d'una clinica, dal martirio di un discolo
infetto di tigna e dalla carità della Donna senza riposo, nacque il
germe della Casa di Lavoro.
*
Vi è, in ogni vita di pensiero e d'azione, il periodo della sintesi. Si
giunge, nella più varia e lussureggiante sinfonia musicale, al punto nel
quale idee melodiche, accordi, dissonanze, sapienze d'ispirazione e di
stile si raggruppano, aderiscono fra loro, fondendosi in un unico
_pieno_ d'orchestra,--culmine e coronamento dell'opera canora.
Alessandrina Ravizza, già avanzata negli anni, non stanca, no (poichè
non lo fu mai), ma avente dietro di sè una foresta spessa e viva
d'istituzioni da lei create, di umane esistenze per lei scavate dal
terriccio impuro e deterse dell'indegnità,--compose in sè la propria
sintesi, toccò il culmine della propria sinfonia vitale, entrando a
dirigere la Casa di Lavoro.
Il vecchio sogno s'era fatto realtà, per volere e nella sede della
Società Umanitaria, fondata in Milano dal filantropo Mosè Loria, al solo
scopo di promuovere e aiutare le energie del popolo.
Spirito libero se altro mai ve ne fu, Alessandrina Ravizza non avrebbe
potuto incanalare tanto impeto fattivo fra le strettoie d'un'istituzione
di beneficenza propriamente detta, fosse pure opera sua: Casa A, Casa B,
Casa C, disposta ad accogliere la tal classe di miseria, ma non la
tal'altra: la tal classe di miseria, dico, ben riconosciuta, provata,
vivisezionata, messa a protocollo, chiusa in prigione fra gli articoli
d'uno statuto.
Sulla soglia, sempre aperta di giorno e di notte, della Casa di Lavoro,
ella si trovò, per incanto, al suo posto ideale. Là ella fu, non solo
una forza, ma un simbolo.
--Picchiate, e vi sarà aperto.
Il disoccupato picchiava, entrava, senza che alcuno gli chiedesse di
quali strade fossero la polvere e il fango che gli imbrattavan le
scarpe, o se in tasca avesse le sue carte in regola.
Gli bastavan, per essere accolto, i connotati della disperazione.
Nel palazzo di via Manfredo Fanti, grigio, severo, ma illuminato di
verde dai centenarî platani del cortile, trovava letto, cibo,
assistenza, lavoro. S'intende, il più semplice, il più adatto ad essere
compiuto anche da mani inesperte, o avvezze ad altra fatica: casse
d'imballaggio, attrezzi di legno, mobili rozzi, scatole di cartone,
sacchetti per droghieri e farmacisti, buste, _Pinocchi_ verniciati,
lavori di copiatura. Ripartendo tre settimane dopo, egli andava quasi
sempre verso un piccolo posto di guadagno, che Alessandrina Ravizza gli
aveva potuto scovare, sconvolgendo mezza la città.
La valanga della disoccupazione anonima, abbattendosi contro di lei con
illimitata diversità di provenienza, di sostanza, di espressione, di
sentimento, la colpì in pieno cuore solo per saggiarne la resistenza
bronzea, e farne meglio vibrare tutte le corde dell'energia.
Là ella decifrò l'inedito della miseria umana, lo condusse a divenir
materia degna di salvazione.
Uomini senza patria, capaci di molto bene e di molto male, in perpetuo
pugilato con la civiltà che non li vuole e ch'essi non sanno
comprendere: giramondo, che non osano mostrare la fedina criminale:
nemici inconciliabili della burocrazia: rifiuti degli uffici di
collocamento: perseguitati dalla mala sorte, pei quali la robustezza dei
muscoli è una ironia, l'abilità al lavoro un soldo fuori corso,
l'ingegno un pericolo, il diploma uno straccio inutile,--costituirono
intorno ad Alessandrina Ravizza, nella cittadella di via Manfredo Fanti,
una specie di cenciosa guardia del corpo, sempre diversa e sempre
l'uguale.
Ella li penetrò fino al midollo, li assaporò nella loro infetta sostanza
di dolore, li saturò della sua dolcezza, li rimandò raddrizzati e
consolati. Chi collaborò con lei fra quelle mura afferma che ella
giornalmente compiva miracolo.
Figure d'indimenticabile pallore, di sinistra aridità, di significato
eterno passarono dì là, bevvero alla sorgente, scomparvero: il
_Professore_: il _Pretespretato_: il vecchio _Profeta_: la _Rondinella_
sarda.
Il libro di memorie «Sette anni nella Casa di Lavoro» dalla Ravizza
lasciato inedito, e pubblicato per cura della Società Umanitaria dopo la
sua morte, documenta in quanto è possibile, nella loro crudità, quelle
esistenze misteriose, sporcizie vagabonde, deformità morali e fisiche,
trascinate fra la strada e l'asilo notturno: rughe più taglienti delle
cicatrici, confessioni più taglienti delle rughe.
Ma si possono documentare le sabbie delle spiagge, le acque dei mari?...
Quando fu necessario--per dare immediato soccorso--violare disposizioni
burocratiche, dare un graffio a qualche regolamento statutario,
Alessandrina Ravizza lo fece, impavida.
Diceva:--Questo non mi riguarda. Chi soffre non deve aspettare. Chi
soffre può morire.
E andava avanti.
Le casse di risparmio, le banche non esistevan, per lei, che sotto forma
di fulgide cornucopie, pronte a versar piogge d'oro sulla testa dei
nullatenenti.
E fu gaia, fra tanti spasimi: la sua risata sana, gagliarda, omerica,
agiva come un tonico, squillava come una diana.
Ai potenti della terra, associazioni o individui che fossero, re di
corona o di censo, governi di stato o monopolii di denaro, si rivolse da
uguale ad uguale. Le sue richieste, le sue raccomandazioni avevano assai
volte il tono sicuro ed alto del creditore che reclama il dovuto. Per un
lurido straccione dalle scarpe slabbrate ella avrebbe forzate le porte
delle reggie. Non ricevette mai un _no_. Appariva investita d'un diritto
divino: portava sul petto la croce di guerra della miseria.
In fondo, a somiglianza della massima parte de' suoi patrocinati,
anch'essa era una fuoruscita. Aveva il loro sangue nelle sue vene.
Nessuno meglio di lei comprese ed amò i vagabondi per i sentieri
dell'utopia, i ribelli alle solite quattro pareti con le solite quattro
sedie intorno alla tavola, i sognatori per i quali la strada è
preferibile alla casa, la scorciatoia alla strada, il bosco alla
scorciatoia, le stelle dei cieli ai comignoli dei tetti: gli evasi
dall'equilibrio comune, i rappresentanti del libero istinto, che non
conosce nè accetta catene.
Ma al disopra del normale ella s'innalzò, in un senso elevatissimo di
moralità e di poesia: per creare, non per distruggere: per l'ideale
d'una nuova filosofia della vita, in un benessere umano senza
coercizioni: per bisogno di più largo volo, di più chiara luce, di più
serena bellezza.
Uomini e donne d'ogni partito onoreranno colei che a nessun partito
appartenne. Vorremo noi chiamarla anarchica?... No: nemmeno. Chi oserà
classificarla?... Fu Alessandrina Ravizza.
Non ebbe, prima di lei, il mondo una che le somigliasse: non verrà, dopo
di lei, quella che la possa sostituire.
Non conobbe limiti, nè per sè nè per gli altri. Arrivò dove volle,
ottenne quel che le parve giusto, combattè e vinse sola per il diritto
di tanti, come se avesse un esercito di arcangeli al suo comando.
L'umanità le fu croce da portar sulle spalle: la resse cantando, con
serenità splendente, con l'appassionata letizia della vocazione.
E non fece il processo alla vita. Amò la vita. La predilesse,
l'incoraggiò, la benedisse in ogni singola manifestazione di carattere,
di arte, di volontà, di amore. Amò l'amore, ne fece aria per il proprio
respiro. Il processo, e senza quartiere, lo fece alle imposture sociali,
ai tortuosi egoismi, alle spinitiche debolezze che la deformano, e
imbavagliano e garrottano l'essere umano, avvelenandogli la gioia di
esistere. Condannò senza appello la simulazione della vera vita: così
grottesca e miserabile, quando pur non sia criminale.
Nulla d'impossibile: era il suo motto.
Qualcuno, parlando di lei con accorato rimpianto, ebbe a dire: Tutto
ella diede, nulla chiese per sè.
Io non lo credo.
Quella Donna già vecchia, vestita d'una logora gonnella stinta e d'un
meschino scialletto nero, povera--forse--come il più povero de' suoi
disoccupati, possedette, fino al giorno della sua scomparsa,
inesauribili tesori di ricchezza.
Possedette le anime.
Ed ella non chiedeva altro bene. Ne mangiò, ne gustò, a migliaia, a
milioni, novella Santa Caterina da Siena. Trovò in esse il preziosissimo
sapore che la metteva in perpetuo stato di ebbrezza spirituale. Ciascuna
fu per lei il tesoro da scoprire con simpatia e meraviglia sempre
fresca, benedicendo il Signore. Fetor di sangue guasto non la fece dare
indietro, salsedine amara di lagrime non la scoraggiò, tenebra di
coscienze brute attirò maggiormente il suo coraggio.
Piccola coi piccoli, grande coi grandi, formata d'una sostanza nervosa
che più di sè donava più di sè si nutriva, maneggiò con passione e con
arte infinita la materia umana, sopra tutto interessandosi al caso
particolare, non trascurandone i più minuti elementi. Era la sua
delizia, il caso particolare. Ne estraeva, a goccia a goccia, il succo
intimo, la nascosta filosofia, voluttuosamente.
Diede, dunque, tutto; ma tutto volle ed ottenne in cambio, miliardaria
dell'amore, epicurea delle anime.
Il carteggio di Alessandrina Ravizza?... Una biblioteca intera. Le sue
memorie?... Un caleidoscopio di aneddoti più inverosimili del vero, fusi
con elementi epici di primo ordine. Diede alla carità le ali della
poesia, la spinse talvolta fino alla sublimità dell'assurdo. Per
correnti senza tregua rinnovate, per bocche senza tregua aperte,
l'umanità si assimilò a lei, ella all'umanità.
Ripercossa in un'innumere quantità di vibrazioni, la sua esistenza, che
si rifiuta all'analisi, si rifiuta anche alla morte, rivive in fluido e
in luce.
L'ultima volta ch'io la vidi, fu nello studio terreno della Casa di
Lavoro, in un pesante pomeriggio d'agosto del 1914. L'aria pareva
fuligginosa, ardeva di vampe nascoste, pesava come piombo.
Ella se ne stava immobile, formante un solo blocco con lo scrittoio, al
posto che da tanti anni teneva. Vi sono creature sovrane che sanno
costruirsi, nella propria carne caduca, il monumento: io vidi in lei,
quel giorno, il suo monumento.
Per l'ultima volta mi isolai nella visione di quella fronte: dura
infrangibile come fosse fatta di materia silicea, luminosa lontana come
fosse fatta di materia astrale. Il mio cuore si curvò, fedelmente, in
umiltà, davanti alla Portatrice di fiaccola.
Ma un'espressione non mai veduta di severità dolorosa era ne' suoi
occhi.
Me le rannicchiai ai piedi, le misi la testa sulle ginocchia perchè mi
accarezzasse, come soleva, i capelli.
Ella soffriva.
S'era in quei giorni scatenata la guerra delle nazioni. Bagliori
d'incendî all'orizzonte, echi delle prime carneficine, odor di polvere,
incubo. Valanghe di emigrati italiani, cacciati in furia dai paesi in
armi, si riversavano sulle terre della patria, in treni merci, in carri
bestiame, in un tormento canicolare di fuga. Bambini morivan per via,
donne si sgravavano nei vagoni, mandre umane arrivavano sudicie, mute,
inebetite, sperse: e i mariti non ritrovavano più le mogli, e le madri
smarrivano i figli.
La guerra!... Vi era dunque nel mondo un male che Alessandrina Ravizza
non poteva nè impedire, nè guarire?...
L'unica ragione che ella aveva data alla propria esistenza le si
sbriciolava fra le mani, diveniva un mucchietto di cenere: fratellanza,
uguaglianza, pietà, amore fra gli uomini, sforzi della scienza, serenità
del lavoro, audacie dell'industria, sacrifici della bontà, le
apparivano, in quel momento, foglie secche rapinate dalla raffica
ciclonica.
E non si era che al principio.
E la sua anima profetica sentiva che quel cataclisma avrebbe sconvolto
la terra.
Desiderò di morire, me lo disse sottovoce, con accento di calma
disperata. Solo restava in piedi--con un titanico sforzo di
volontà--restava in piedi colpita e malata, per fare argine alla piena,
per ricevere ed aiutare i miserabili che da ogni parte la disoccupazione
prodotta dalle prime crisi della guerra conduceva alla porta della Casa
di Lavoro.
Ancora visse. A tempo per vedere il Belgio, violato e crocifisso,
ergersi sulle vette della storia, nella più sublime delle immolazioni
civili: l'Europa a fuoco e fiamme, le rovine al posto delle cattedrali,
i cadaveri al posto delle seminagioni. A tempo per ben discernere nella
tormenta rossa, e, malgrado il suo orrore per il sangue, invocar la
guerra contro i barbari, come la sola via di onore aperta all'Italia.
Ma nulla volle vedere più. In una pallida alba di gennajo, stesa sul
letto d'una camera umile come una cella, volse in silenzio la testa
contro il muro--e spirò.
Nevicava. Quanta neve!... Fitta candida impalpabile. Ali ali ali. E
silenzio.
Per bocca d'una vecchia demente, protagonista del romanzo scritto da
Alessandrina Ravizza più per liberarsi l'anima che per vera necessità di
compiere un'opera d'arte, ella aveva un giorno gettato un grido che
tutta la rivela e la riassume, nel suo tormento e nella sua fatica:
«Acqua, acqua!... Lavandaia, avete contato bene i fazzoletti, le
camicie, le tovaglie, le lenzuola?... Facciamo la lista delle bugie
convenzionali, dei delitti non puniti dal codice, delle ingiustizie
sancite dal costume. Acqua, acqua!...»
Gemito di disperato desiderio!... Desiderio di purezza, di pulizia
morale, di liberazione, per l'esistenza che l'uomo non chiese e gli
toccò di subire!... Basteranno tutti i fiumi del mondo?...
Sia pace alla gola arsa.
Tutti i fiumi del mondo si gonfiarono e strariparono, sì. Ma in onde
purpuree, bollenti e schiumanti.
Non acqua; ma sangue. Il migliore, il più giovine.
E noi non possiamo ancora, nella nostra sofferenza, giudicare se questo
sia un bene od un male.
Ma, se è necessario che la lotta fra il bene ed il male continui ad
equilibrare le forze dell'umanità, noi vogliamo illuderci che il lavoro
compiuto in così vasto giro d'anni da colei che il genio del bene
incarnò in santità di atti, non sia stato vano.
Per miracolo d'amore ella è ritta ancora al suo posto fra noi,
immateriale, invisibile, ma presente, ma nostra. Con una scintilla
caduta dal faro della sua fede, accendiamo nei cuori le lampade. Nel suo
nome e nella sua immagine glorifichiamo in noi il sacrifizio volontario,
la tenacia combattente, l'ottimismo vincitore, l'umanità che è senza
numero, ma che in un sol cuore può essere contenuta.
Ed ognuno che porti impresso il segno della sua grazia, parlerà con lei,
per conforto, nel segreto dell'anima, rivolgendole questa preghiera:
«Madre, fa che sempre, nella mia miseria, io possa discernere e
soccorrere chi è più misero di me.
«Madre, fa che non mi manchi mai l'energia di vincere il mio male, per
atroce che esso sia; e che dalla vittoria sopra me stesso sappia
estrarre il farmaco che guarisca il dolore altrui.
«Madre, aiutami a dare, e fa ch'io non senta e non invochi altra gioia;
e s'io resti nudo, vestimi del tuo ardore.
«Madre, fa che ad onta di tutto io viva in purità di amore come il
bambino che recita il Padre Nostro--e ch'io muoia senza rimorso.»
Con questa preghiera l'invocherà ognuno che porti impresso il segno
della sua grazia--ed ella risponderà.
Luigi Majno
(1852-1915).
_Orazione detta nell'Asilo Mariuccia_
_il 28 giugno 1916, in Milano._
Il quattordici dicembre del 1902, qui presente Luigi Majno, io stessa,
con parole rese tremanti dal tremante cuore, salutavo il sorgere--per
virtù e volontà di una fanciulla che aveva dovuto morire perchè l'Opera
nascesse--dell'Asilo Mariuccia. Ne lumeggiavo gli scopi, ne additavo le
ragioni ideali, dicendo fra l'altro, come se l'avvenire si rivelasse
nitido ai miei occhi, che pure il pianto offuscava:
--L'Asilo Mariuccia non è ora--così Mariuccia volle--che la prima pietra
d'un immenso edificio di rigenerazione, e non femminile soltanto.
Appoggiato ad uno stipite, conserte le braccia sul petto a comprimere il
cuore, curva la testa granitica, il Padre Majno ascoltava: e il dolore
per la Creatura morta e la fede nell'Opera viva si scolpivano sul suo
viso.
I giorni si sovrapposero ai giorni, nella casa bianca chiusa nel pudore
del suo giardino. Ognun d'essi portò con sè il proprio lavoro martellato
di fatica, coronato di spine, ma palpitante di germi, come sempre il
lavoro compiuto per necessità ideale.
Bimbe insidiate dalle più basse brutalità della miseria e del vizio, già
vecchie prima di aver toccato l'adolescenza, trovarono qui, a poco a
poco, sè stesse: fecero la divina scoperta della loro anima, quale
l'innocenza della natura l'aveva creata.
Donne vi sono ora, rispettate e serene, che, per aver qualche tempo
sostato nella dolce casa, rientrarono in dignità di vita, riamarono la
gioia del lavoro, riuscirono a edificare intorno a sè la famiglia nella
sua santità.
Maestre di scuola vi sono ora, che quanto di bene ricevettero da materni
cuori nell'Asilo Mariuccia profondono in altre creature, avviandole per
diritte strade di vita.
Gli anni si sovrapposero agli anni, e la piccola casa non bastò più.
L'Opera domandò spazio. Ed ecco, il pronostico fu compiuto, le pietre si
mossero, le muraglie si scostarono, il tetto s'innalzò, il rifugio
s'ingrandì per la bellezza d'un più vasto amore.
Ma a render saldo un edificio di pietà umana non bastano le pietre:
cemento d'anime è necessario. Mariuccia dal pallido viso appassionato,
Carlottina dalle trecce d'oro vennero prime, sedettero, velate, alla
porta, con le mani in croce.
Il Padre, che noi siamo oggi riuniti a commemorare nel tempio ch'egli
aiutò a fondare e nel quale si svolse la parte più intima, gentile e,
direi, pudica della sua attività,--il Padre Majno penetrò dopo,
silenzioso, felice di riunirsi alle sue due figliuole, animando di sè le
cose visibili e le forze invisibili.--E vi è rimasto, Lare benedicente.
Assai più degna parlerebbe di lui, in mia vece, un'autorevole voce
virile. Ma tutti gli uomini validi in questo tempo sono a combattere; e
gli occhi e gli animi dei rimasti son tutti rivolti in ansia verso le
frontiere, ove giornalmente si rinnova il miracolo degli eroi.
Luigi Majno, cittadino del mondo per natura e per fede, tale miracolo
non vide, ma lo invocò. Interventista della prima ora come Alessandrina
Ravizza, non pensò neppure per un momento che la patria potesse rimanere
spettatrice indifferente dell'aggressione germanica. Egli, che sempre
era stato irriducibile avversario del militarismo e della guerra. Che
aveva vissuto la più candida delle esistenze nella religione
dell'Internazionale. Che come Socrate era sereno, e, come Dostojewski,
come Tolstoï, non per sè vivo ma per l'umanità.
Ma già il Belgio era stato tradito, invasi i primi dipartimenti della
Francia: già la rossa Walkiria impazzita calpestava nella corsa furiosa
carne d'innocenti e d'ignari, sotto gli zoccoli in fiamme del suo
cavallo. E il Padre Majno era divenuto cieco di sacra collera. Cieco
dell'indignazione che a Gesù Cristo aveva fatto brandire la frusta nel
tempio. Se egli avesse potuto vivere fino al maggio memorando, l'Italia
avrebbe veduto il più mite de' suoi figli, il buono apostolo del
disarmo, malgrado la già stanca età, partir volontario per la frontiera
con saccapane, gamella e fucile, accanto a Guido Donati suo discepolo
diletto, a Bissolati, a Gasparotto, a Mussolini, a Filippo Corridoni: e
come Guido Donati e Filippo Corridoni, forse, cadere: non uomo di
combattimento, ma uomo di giustizia, cadere: per la riconquista d'un
bene ideale senza prezzo, del quale egli soffriva troppo di essere
defraudato.
Ma Luigi Majno non ebbe bisogno di andare a combattere per essere ucciso
dalla guerra.