gli occhi per sempre?... Non vollero, non poterono vedere il sangue,
misurar l'orrore. Crollarono con la loro fede, furono raccolti
dall'ombra.
Ultimo atto della vita pubblica di Luigi Majno fu la presentazione di
Jules Destrée, deputato di Charleroi, all'assemblea degli avvocati e
procuratori, nell'aula magna del liceo Beccaria. Era la sera del
ventisei novembre, nel 1914. Venuto fra giuristi italiani a chieder
responso sul conculcato diritto di neutralità della sua patria, il
profugo illustre, presidente della Federazione degli avvocati belgi, non
poteva trovare auspice migliore dell'Uomo Giusto per eccellenza.
Nel suo discorso Luigi Majno fu grande. Discorso che neutrale doveva
essere, in paese ancor neutrale; ma l'indignata coscienza vi rosseggiava
in ferite sgorganti sangue e spasimo. Vampe salivano, ruggendo, dalle
sobrie e contenute parole: sobrietà tagliente, costrizione tormentosa
che serrava l'assemblea in una cerchia di ferro.
In quell'ora, nel cuore di quegli uomini, si fissò, più che il
presentimento, la certezza che l'Italia sarebbe entrata in guerra
accanto al Belgio; e fu per quella voce.
Ma Luigi Majno era già minato dall'interno male: già verso di lui veniva
la morte, con la dolcezza del suo silenzio.
La sera del nove gennajo 1915 mormorò, coricandosi, alla compagna
fedele:
--Mi par d'essere un bimbo nella culla.
Aveva lavorato l'intero giorno. Sorrideva. L'angoscia si era per
miracolo calmata nel suo cuore. Si addormentò. Altro non disse.
Quando la prima alba venne a render pallide e come estatiche le vetrate
delle finestre, il volto di lui s'era composto in tale serenità
d'innocenza, che veramente egli pareva un bambino nel sonno.
*
Sta nel Palazzo Marino il busto in marmo del Padre Majno, scolpito da
Eugenio Pellini.
È il Padre Majno dell'ultima fase, della fase di passione.
Curva la testa così che il mento viene a toccare il petto: la poderosa
fronte a torre sembra crollare. Sulle palpebre quasi chiuse, sulla
stanchissima bocca suggellata, un silenzio di dolore senza conforto.
Il dolore di Cristo.
Un'invisibile corona di spine martirizza la fronte veneranda: ogni linea
è di sofferenza, ma anche di rampogna implacabilmente severa.
Il confessore della fraternità nella libertà, il casto che non si è mai
macchiato assiste alla negazione di tutte le proprie verità ideali.
Sa da chi fu provocata la tragedia che scardina il mondo; e giudica e
condanna senza indulgenza, senza perdono; ma sa pure che altro ormai non
possono fare i popoli se non combattere sino alla fine, per vita o per
morte.
È questa certezza del sangue versato e da versare, che fa della sua
testa un michelangiolesco blocco di dolore.
Chi non ebbe la dolcezza di conoscere il Padre Majno d'avanti-guerra, lo
vedrà sempre così.
*
Egli non poteva, tuttavia, scomparire senza lasciare ai familiari un
monito di serenità e di pazienza; e così avvenne, per un fatto che
sembra misterioso ed entra invece nel campo delle realtà spirituali.
Il giorno susseguente alle meravigliose esequie, durante le quali si
ebbe lo spettacolo di tutta Milano in cammino dietro un morto, e tutte
nere di folla apparvero le vie segnanti il transito del carro, e le
altre deserte, e ciascun cittadino sembrò portar sulle spalle la salma
del Maestro di bontà,--la vedova, rimasta nel terrore di essere ormai
inetta a vivere, ricevette dalla posta un volume.--Era la traduzione
delle pagine migliori di Tommaso Carlyle. Ella non ne lesse che il
titolo:
_Lavora, non disperarti._
Il buon Compagno, nella sua passione pei libri che lo accompagnò sino
all'ultimo respiro, lo aveva egli stesso ordinato per lei ad un editore
di Napoli; e volle il destino che le tre parole liberatrici non le
giungessero che come voce d'oltre tomba.
_Lavora, non disperarti._
Se pure, in questo tempo di stragi e di maledizioni, tu senta i tuoi
piedi affondare nel sangue, e non raccolga negli occhi e nel cuore che
immagini di violenza.
Se pure tu abbia perduto per via coloro che ti amavano e che tu amavi, e
rimanga solo dinanzi a te stesso, come dinanzi ad una domanda senza
risposta.
Per il bimbo che nacque ieri, e per quello che ancora è nascosto nel
grembo della madre: poichè ogni vuoto si riempie, per quanto immani
siano i massacri.
Per la spica e per il frutto che debbono maturare; fossero pure la sola
ed il solo rimasti intatti nei campi e negli orti devastati.
Per il fratello che non conosci e che ugualmente vive in te, come tu
vivi in lui.
Per il dolore, per l'errore che ti hanno imprigionato, e per l'amore
attivo che ti renderà libero.
Per il fiore effimero e per le stelle eterne.
*
Finirà la guerra.
Finiranno le nazioni d'esser ridotte a caserma, ospedale e campo di
battaglia. Le patrie diverranno inviolabili entità ideali. Cannoni,
mitragliatrici, bombe, siluri, fucili, tutti i raffinati strumenti di
distruzione, insultanti la santità dell'aria, della terra e del mare,
andranno fusi in materia di metallo per gli strumenti e le macchine del
lavoro, per rotaie, ponti e moneta.
Grano e gloria sui morti, sete e fame smisurata di amore nei vivi: gioia
e sapienza del vivere, in ragione del sacrifizio consumato dai padri.
Allora soltanto, fra l'umanità ricomposta, il buono spirito di Luigi
Majno ritornerà.
E tutto sarà secondo il sogno di colui che fu innocente.
Non possiamo ora che attendere, se non per noi, per coloro che verranno
dopo di noi, la ricomparsa dell'elemento irradiatore di bene, che
s'incarnò nell'apparizione mortale di Luigi Majno.
Non possiamo ora che raccoglierci, difenderci, compiere il dovere,
serbare la fede, pregando quando il cuore è stanco:
--Padre, venga il tuo regno.
Roberto Sarfatti
e i divini fanciulli.
ROBERTO SARFATTI: _Volontario_
_alpino nato a Venezia il 10 maggio_
_1900, morto il 28 gennajo 1917_
_riconquistando il Col d'Echele_.
Appunto perchè la sua vita fu breve, conchiusa in un anello con la morte
per gemma vermiglia, io qui la racconto.
Se fosse vissuto avrebbe spogliato tutti i rosai, bevuto a tutte le
sorgenti, affrontato tutti i rischi, esplorato nuovi climi e nuovi
cieli. Sarebbe riuscito l'uomo delle mille intraprese e delle mille
avventure. Vi era nel suo giardino interno tanta ricchezza e
inquietudine di germi, da prevederne una fioritura lussureggiante.
Per quella ricchezza di possibilità e di promesse, che nell'ora giusta
segnata per gli olocausti egli con sicuro animo gettò nella voragine
della guerra,--per quella ricchezza e per la magnificenza della sua
morte, egli è degno che di lui si parli.
Possono le opere di una lunga e grande vita non valere l'esempio dato
nel tempo e nel modo necessario da una grande precoce morte.
Stanno raccolte intorno al fanciullo Roberto ombre di altri giovinetti
soldati d'Italia, anch'essi offertisi volontariamente al sacrifizio.
Non avevano chiesto di vivere, d'avere i loro felici diciassette anni in
un'epoca nella quale all'uomo latino non fu posto che un solo dilemma:
combattere fino allo stremo delle forze per vincere o per morire, o
essere uno schiavo supino e vigliacco.
Scelsero di combattere. Consacrarono con l'azione l'unico valore ideale
dell'esistenza. E caddero, come Roberto.
Siano qui ricordati e glorificati nel suo nome.
*
C'era una volta un bambino biondo.
Era nato a Venezia, da genitori veneziani, il dieci di maggio del 1900.
Si può incominciare questa evocazione con il «c'era una volta» delle
leggende, perchè la data di nascita di quel bambino è di là dalla
guerra, se ben di poco; e, ormai, tutto ciò che è anteriore alla guerra
sprofonda nel lontanissimo mistero delle fiabe.
Il piccolo aveva nome Roberto Sarfatti. Ma babbo e mamma, parenti ed
amici lo chiamavano Roby.
A Venezia non era rimasto che due soli anni, i primi della sua vita; poi
la sua famiglia si era trasferita a Milano.
Quando, lungo le vie fiancheggiate dagli altissimi cubi moderni e
lacerate dalle gialle traiettorie dei tranvai, tra il nero formicolìo
della folla, sullo sfondo fuligginoso delle fabbriche milanesi, quella
giovine madre passava con il suo casco d'oro, con la sua bellezza
opulenta tutta in plasticità ed in colore, tenendo per mano il bambino
che le rassomigliava, nessuno c'era che non si volgesse a guardare.
Una donna del Veronese, un putto del Tintoretto a passeggio per Milano.
Felicità di vivere, che splendeva di luce propria, come il sole.
Roby aveva trasparenti occhi grigioverdini frangiati di nero, una
zazzera di morbida seta color di rame, nella quale affondar le dita era
voluttà, gonfie labbra sinuose sempre offerte ai baci o schiuse a
chieder _perchè_.
Roby era il bambino dei _perchè_.
Roby era anche il bambino delle innamorate.
Tutte le ragazzine amavano il muscoloso torello fulvo, per la sua
bellezza e per la sua prepotenza: di tutte egli si considerava
seriamente il fidanzato. Ma d'una in ispecie--tomboletta della sua
stessa età, ma più piccola di lui, e prepotente come lui malgrado le sue
precoci arie di donnina,--era preso.
Con lei, giochi furibondi, liti furibonde. Di lei agli altri diceva, con
quella sua molle parlata rotonda:
--Ma quella Rosaspina è proprio una Ma-gni-fi-cen-za!...
Istintivo: violento. Ai bagni di Lido, incontrato un giorno un bimbetto
grassoccio e tranquillone, che teneva in mano un nuovissimo rastrelletto
per la rena, repentinamente gli saltò addosso, glielo strappò, e ai suoi
lamentevoli pianti rispose con tono che non ammetteva repliche:
--Adesso è mio e _nemmeno_ te lo _impresto!..._
Logico. Gli avevano insegnato che i ragazzetti i quali stanno troppo
vicini agli orli delle vasche e alle rive dei canali cadono in acqua e
affogano. Ad un suo cuginetto che era stato ripescato, per fortuna
incolume, dalla vasca d'un giardino, chiese a bruciapelo, squadrandolo
da capo a piedi:
--_Parchè_ non ti sei _annagato?..._
Conseguente. Aveva udito, non si sa dove (che cosa non odono, che cosa
non sanno i bambini?...), di sanguinosi scontri ferroviari e di incendi
di vagoni. Al padre e alla madre, reduci, un poco spaventati ma illesi,
d'un incidente di tranvai, domandò con severità:
--_Parchè_ non _sete_ morti?...
A otto anni s'ammalò d'una grave infezione di scarlattina. Era la prima
primavera tutta venti, nuvole e rovesci d'acqua. Costretto--lui, che era
la personificazione del moto--alla più paziente prigionia in una camera
gelosamente chiusa ad altri che non fosse la mamma,--durante la lunga
convalescenza ascoltava dalla cara voce la storia dei Reali di Francia.
Il suo piccolo essere si tendeva in ansia verso le mirabili gesta.
L'istinto guerriero, intimo e schietto fermento vitale del bambino,
ribolliva a quelle leggendarie evocazioni, ancora inconsapevole di sè,
ma già robusto ed inquieto.
Leali combattimenti in campo chiuso e in campo aperto, lizze d'amore e
d'onore, nobiltà di paladini erranti senza macchia e senza paura,
scintillar di grevi ma oneste spade, pellegrinaggi verso le Terre Sante:
nutrimento di midolla leonine per il piccolo avventuroso!...
Sgocciolavano lungo i, vetri delle finestre i freddi rivoletti della
pioggia marzolina: dietro quei cristalli e quelle grige cortine d'acqua
il fanciullo sapeva l'implacabile monotonia delle strade rettilinee,
lungo le quali ogni casa è numerata, ogni tram segue la propria rotaia,
ogni uomo calca le meschine e sempre uguali tracce del proprio dovere
quotidiano.
E una volta egli fissò i ben cigliati occhi grigioverdini in quelli
della giovine madre, che, dopo la lunga lettura, deponeva il libro in
grembo; e disse, assorto, come parlando a sè stesso:
--Allora sì che valeva la pena di venire al mondo!... Allora non si
andava a scuola e si andava a combattere. Ma adesso!... Cos'è la vita
adesso?... Nient'altro che una _passeggiata noiosa per strade troppo
comode_.
Una pausa di silenzio seguì. La madre non dimenticò più mai quel
silenzio. Le parole inconsciamente profetiche vi rimasero infitte, come
se un bulino invisibile le avesse incise sulla parete.
Nulla di ciò che è regola fissa, consuetudine disciplinare, poteva
imprigionar lo strano fanciullo. Per conseguenza egli non amò le scuole,
e le scuole non lo amarono. La sua vivacità senza freno avrebbe saltato
a piè pari tutti i banchi di legno di tutte le aule scolastiche del
regno d'Italia,--più o meno sudici d'inchiostro, infiorati di pupazzetti
e tagliuzzati da punte di temperini.
Egli apparteneva all'inquietante specie degli allievi che in apparenza
non studiano e se ne infischian del maestro e non portano sempre il
còmpito e mettono, se gliene salta il ghiribizzo, a soqquadro la
scolaresca, facendo scoppiare un petardo dietro la cattedra, con la
stessa disinvoltura con la quale un altro tira giù cifre e cifre sulla
lavagna.
Ma in sostanza imparano prima e meglio degli altri, per un rapidissimo
processo intellettuale di assimilazione; e, per un altro processo
ugualmente istintivo, eliminano dalla nozione appresa il ciarpame
didattico, per non serbarne, vivo e durevole, che il nocciolo
essenziale.
I maestri che lo capirono gli vollero bene, nonostante la sua
disattenzione, le sue disobbedienze, le sue bizzarrie. Molti non lo
compresero. Usciva troppo nettamente dalla linea convenzionale. Non
poteva trovarsi accanto al gregge.
Una forza era in lui, che sconfinava a tratti, sconquassando con colpi e
colpi disordinati le cose e le anime intorno. Ribelle a qualunque forma
di costrizione, anche nella casa era il terremoto. Una gentile amica
della famiglia, che molto lo amava, lo aveva soprannominato «la
raffica».
Di cuore tenerissimo, di pura e limpida dolcezza interiore, nella sua
irrequietudine fisica non aveva e non concedeva sosta; ma sviluppava
intorno a sè una magnetica atmosfera di movimento, che dava il capogiro
e un senso di vertiginosa stanchezza anche a chi più gli voleva bene.
Il leoncello selvaggio metteva gli unghioni, temprava gli elastici
muscoli, allargava le narici per respirare libera aria di deserto. Fasci
di forze alle quali era impossibile dar sfogo attendevano, chiusi nel
bellissimo corpo: toccarlo era ricevere una scossa elettrica.
Pareva non studiasse mai nulla: parlava pochissimo: sapeva tutto.
Il raffinato cenacolo intellettuale costituito dalla propria casa, la
quotidiana compagnia di artisti, di letterati, d'uomini di pensiero,
avevan certo contribuito alla sua singolar coltura. Coltura fresca,
sdutta, sciolta dal gravame scolastico, ricca di sapor personale. Dei
grandi classici e dei grandi moderni, nessuno gli era ignoto. E fra
antichi e moderni, quando gli accadeva di frammettersi alla
conversazione con quella sua voce di duplice timbro, un poco ironica,
stabiliva confronti di un'acutezza che sorprendeva.
Non eran che scorci, illuminati da brevi lampi; ma rivelavano un mondo
interiore di solida opulenza. Esistevano in lui, senza dubbio, i più
aristocratici elementi di un critico e di uno scrittore di razza. Forse
non ne avrebbe fatto nulla; ma l'avvenire ormai chiuso serba per sè il
suo segreto.
*
Nel 1915, l'indomabile ribelle--che già aveva esulato da varie
scuole--studiava al ginnasio d'Imola. Come sapeva, e come poteva: a
sbalzi, capricciosamente, non scoprendo mai il proprio gioco, mettendo
assai volte i professori fuor di strada sul proprio conto. Ma sovra
tutto pensava alla guerra.
Già dall'anno prima, già da quando il duello fra Austro-Germania e il
resto del mondo si era delineato nelle sue gigantesche proporzioni, il
fanciullo non viveva che per viverlo. Aveva per conto suo afferrata e
messa a nudo la spina dorsale del conflitto, liberandola (come già le
nozioni apprese nelle scuole) da ogni aderenza bastarda. Virilmente
aveva guardata in faccia la questione: sentita la necessità per ciascun
popolo di prender ben chiaro e preciso il posto nella lotta: per
l'Italia, la necessità d'onore dell'intervento contro i germani. E
dell'intervento fiutava l'approssimarsi con voluttuose nari di felino
pronto a balzare: ne difendeva contro i dissidenti le ragioni
essenziali, con argomenti di stringente logica, e anche con pugni e
schiaffi, ove occorresse.
Ogni giorno segnava discussioni, baruffe e pugilati.
Nel maggio, prima ancora della dichiarazione di guerra dell'Italia
all'Austria, subito dopo l'ordine di mobilitazione, Roberto mandava al
padre e alla madre una lettera, nella quale implorava d'esser lasciato
andare volontario. Compiva allora i quindici anni.
Entrerà forse un giorno, questa lettera, a far parte delle pagine di
un'antologia della guerra. Chiamandola un capolavoro epistolare mi
parrebbe di disonorarla. È sangue che zampilla da generosa vena, è
nervo, è muscolo che si tende in membro di corpo perfetto. È prescienza
e volontà.
Così conclude:
*
«Credilo, papà, io non andrò in guerra per uno stupido desiderio di
distruzione o di avventure: vi andrò perchè così vogliono la mia
coscienza, la mia anima, le mie convinzioni. Penso che non si fa
impunemente l'interventista per nove mesi, per poi rimanere a casa
giunto il momento buono.
«Perciò, papà mio caro, dammi il tuo permesso e me lo dia la mamma:
perchè sento che, con mio grande dolore, ne farei senza, e andrei a
farmi uccidere senza che mio padre e mia madre mi abbiano dato il loro
consenso e la loro benedizione.
«Io non so se morrò; ma anche se questo accadesse, che sarebbe ciò?...
La morte trovata combattendo per il proprio ideale non è morte, ma
trapasso: il sangue versato per un'idea fruttifica e produce. E poi, che
cosa è la morte di tanto terribile, che si debba temerla e odiarla come
una nemica?...
«Ricordati, ricordati di Socrate; e rileggi ciò ch'egli diceva prima di
morire».
*
Il padre e la madre militavano allora, da molti anni, nel partito
socialista; e attraversavano la tormentosa crisi morale che fu tragedia
nell'animo dei migliori. Ma avevan visto il volto del dovere unico. Non
poterono che dividere la convinzione e approvare, in massima, la
risoluzione del giovinetto. Il volontariato non era in quel tempo
permesso dalla legge che dopo i diciotto anni: inutile e folle
intrapresa sarebbe stato il tentare: avesse pazienza, attendesse con
calma.
Che fa allora l'avventuroso, capace ad otto anni di definire la vita
moderna «una passeggiata noiosa per strade troppo comode»?...
Nel luglio, durante le vacanze, fugge di casa, s'arruola volontario con
le false carte d'un certo Alfonso Allasia, false carte a lui procurate
dalla fraterna complicità di Filippo Corridoni: entra sotto mentito nome
nel 52.º reggimento di fanteria a Bologna: per un intero mese nessuno si
avvede dell'inganno, tanto il novello fante è robusto, alto, tarchiato,
ligio alla disciplina, resistente alle fatiche di marcia. Ma un bel
giorno un giornalista di Milano lo riconosce, rivela imprudentemente il
suo nome e la sua età al capitano; il quale, paterno ma inflessibile,
rimanda in tutta fretta il troppo acerbo soldato alla famiglia.
Giornate nere. Avvilimento, rabbia compressa, digrignare di aguzzi
denti. Il leoncello graffia e morde le sbarre del suo gabbione. Sogna,
invelenito, chi sa quali altre fughe, quali altri più fortunati
travestimenti. Pur di combattere!... Ad un piccolo ritratto, nel quale
egli appare con la divisa di fante per così breve tempo portata, appone
queste parole di dedica al padre, e non sa quale tremenda profezia vi
racchiuda:
«Ricordo di una impresa che la seconda volta non fallirà».
Il buon padre, che lo ama sovra ogni cosa, fors'anche sovra gli altri
figliuoli, lo blandisce, lo calma con la solenne promessa di consentire
al suo volontariato di guerra, non appena egli avrà raggiunta l'età
legale. Venuto l'autunno, lo manda all'Istituto Nautico di Venezia, per
aprire alla sua esuberante natura, avida dell'ignoto e pronta a tutti
gli sbaragli, la carriera commerciale di marina.
Ben superati gli esami del primo anno di corso,--il buon padre, che
legge, con gli occhi inquieti dell'amore, nell'animo del sedicenne il
tenace proposito di ritentare con maggior successo la marziale
avventura, ha un'idea di genio: risolve d'imbarcarlo su una nave diretta
a Buenos Aires e Rio Janeiro, per un viaggio di circa quattro mesi, in
qualità di «allievo capitano di mare».
Gioia piena. Tensione di tutte le forze del sogno verso acque terre
bellezze pericoli lontani.
Una sera il giovinetto, atteso a Milano dai genitori per essere
accompagnato allo scalo di Genova, giunge da Venezia senza aver prima
avvertito dell'ora del suo arrivo. Balza improvviso nella casa paterna,
dove son raccolti alcuni amici in dolce intimità intorno al padre e alla
madre. Ma nemmeno il padre e la madre, folgorati dallo splendore
dell'apparizione, quasi lo riconoscono.
Egli è così bello che non sembra persona mortale. Odora di mare, par
materiato di alghe, di sole, di fosforo e di spazio, come una deità
marina. Sotto l'abito blu porta una semplice maglia blu: e lo strano è
che non pare nemmeno vestito, tanto la maglia e la stoffa si adattano al
ritmo arioso de' suoi movimenti. È tutto color di rame e di sole,
capelli, volto, collo. È tutto voluttà di vivere, dall'iride cangiante
degli occhi verde-onda all'elasticità dei garretti. È tutto salute e
bellezza, dalla greca purità dei lineamenti alle perfette proporzioni
delle membra snelle. La sua presenza ingenera e sviluppa vibratili
ondate di magnetismo animale, e visioni verdazzurre di cieli e di acque.
Egli è in contatto diretto e inconsapevole con l'infinito. Oh, che altro
non è, se non il mito della giovinezza immortale che passa?... Ognuno
che è presente ne ha la sensazione, e adora in silenzio. Ma sente,
anche, che quell'adolescente avvolto nel suo umano e divino mistero è
stato inviato su questa terra per una testimonianza di sacro splendore.
Quale, non sa. L'avvenire è misterioso come l'adolescente dagli occhi
verde-onda. Quale, non sa. Sa che l'ora segnata giunge a suo tempo, e
che il cannone romba ancora in lontananza.
*
La ferrea disciplina marinaresca, le fatiche e le responsabilità della
vita di bordo temprarono un corpo e uno spirito già pronti.
Parve che il futuro soldato accettasse la difficile prova semplicemente
come una preparazione all'offerta che, a tempo opportuno, non essendogli
prima stato concesso, intendeva fare di sè alla causa della libertà
latina.
Godeva nel medesimo tempo, con tutti i pori di un organismo fatto per la
pienezza delle sensazioni, la gioia di navigar nel più bel mare e di
toccar le più belle rive del mondo. Le lettere che da ogni scalo egli
mandava ai genitori ed agli amici erano canti di felicità, gorghi di
luce: una da Dakar passò di mano in mano, scritta invero con la violenza
di quel sole, con la densità voluttuosa di quei profumi, con la
sensualità di quelle terre, con sostanza e respiro d'infinito.
Ma in tutte rintoccava, grave e soave, la campana della patria: l'animo
del giovanissimo navigatore era, malgrado la lontananza, sul
Carso,--dove egli pure avrebbe voluto vestirsi di fango e di sangue, per
purificarsi, vincitore, nelle acque dell'Isonzo. Volgeva in Italia il
tempo della presa di Gorizia: un ufficiale-poeta poco più che ventenne,
di Figline Valdarno, Vittorio Locchi, viveva la gesta, per celebrarla
nella canzone «La Sagra di Santa Gorizia», che tutte le bocche italiane
ripetono ora a memoria;--e poi morire, rinnovando il miracolo di
Goffredo Mameli.
Durante il ritorno da Rio Janeiro, essendo venuto a mancare il secondo
commissario di bordo, il comandante che, certo, aveva, con il suo fiuto
di dominatore d'uomini, indovinate le qualità eccezionali d'energia del
giovinetto allievo, gli affidò quella mansione, malgrado l'estrema
giovinezza. Si trattava della sorveglianza della terza classe: mille e
cinquecento emigranti.
Roberto Sarfatti tenne il posto, come se non avesse mai fatto altro che
comandare e dirigere: con fermezza, con giustizia.
Egli era della razza di coloro che per ben fare han bisogno di sentirsi
responsabili. Forse, per capire a fondo il suo uomo sedicenne, al
comandante era bastato di fissar gli occhi su quella fronte di marmo: la
fronte d'un Capo.