Il dottor Courval-Sonnet ci dà dettagli sui balli pubblici, ai quali gli
uomini si recavano al solo intento di procurarsi l'amante di un'ora e le
donne allo stesso scopo. In queste sale di orgia pubblica si
commettevano le più grandi immoralità, dal palpeggiamento osceno al
bacio sul seno.
Il dottor Courval-Sonnet, questo medico poeta, in versi molto liberi,
traccia episodii del libertinaggio vagabondo. Apprendendoci come fra le
bande erranti dei Bohèmiens, gli uomini viziosi cercavano compiacenti
mercenarii e feroci depravazioni. Tutte le donne, che facevano parte di
queste nomadi popolazioni, erano a dieci anni già esercitate al traffico
infame, e per trovarle vergini, si sarebbe dovute prenderle nel ventre
della madre!
Sempre lo stesso autore nei suoi versi parla di un signore che essendo
andato a cercare fra queste donne facil conquista, la notte, mentre
dormiva a pugni chiusi, ubbriaco di vino e di eccessi, fu dalla bella
rubato e per compenso ne ebbe quale imperituro ricordo... la sifilide.
Cosa che ai nostri giorni non è certo più rara!
Il teatro era puranco orribilmente licenzioso. Bisognerebbe citare tutte
le farse che ci restano del XVI secolo per constatare le innumerevoli
risorse della loro immoralità, e per comprendere qual parte avevano
nell'insegnamento del vizio.
Una donna, dopo aver assistito a queste oscene rappresentazioni, ne
usciva con l'animo insozzato e con lo spirito volto alla lussuria.
Non soltanto le immagini più oscene, le parole più crude, le massime più
vergognose, infioravano il dialogo, ma ancora la pantomima e di giochi
di scena provocavano orribilmente alla crapula.
Un esempio tipico di queste farse sconce è quella di _Frère Guillebert_.
Sin dall'esordio non è che un ammasso di volgari oscenità, espresse
senza alcun velo. Si tratta di una giovane, maritata ad un vecchio, il
quale l'ama, ma che non può darle prova del suo amore, se non una volta
al mese. La moglie si lagna di ciò con la comare, la quale si
meravigliava di vederla magra e pallida; e le dice che è troppo soffrir
per lei, che se ne muore di consunzione e di fedeltà. La comare, donna
piena di esperienza, la consola e la persuade a cercarsi un gagliardo
amico; inutile dire che il consiglio venne subito accettato. La povera
negletta avrà un marito. Il frate Guillebert arriva a buon punto.
S'intendono, e si danno convegno per l'indomani, e la farsa finisce con
una descrizione che farebbe arrossire perfino la penna del Casanova.
I soli titoli delle diverse farse allora in voga indicano
sufficientemente ciò che dovevano essere.
«Nuova farsa, delle donne che chiedono ai loro mariti l'interesse dei
mancati amori; ossia il marito, la moglie, la cameriera ed il vicino».
«Farsa delle donne che fanno nettar le loro caldaie e proibiscono che si
metta la pulitura intorno al buco.» ecc.
L'hotel di Borgogna che rappresentava le farse propriamente dette, fino
alla metà del decimosettimo secolo, vantava un commediante autore, il
quale creava degl'intermezzi per tenere desta l'ilarità dell'uditorio
fra due commedie, e che erano delle oscenità di questo genere: Il
giocondo sermone di uno stuprator di nutrici. Il sermone dei batticuli e
tutte le turpitudini sul capitolo dei _conculcavimus_. «Cari uditori,
diceva facendo l'elogio della serata, vi bacio la mano, e voi baciatemi
il deretano!» Nelle sue _fantasie_ e nei suoi _paradossi_, non si
vergognava di generare equivoci, come questo: «La donna prudente è
quella che ha il palmo della mano peloso. L'ardita è quella che aspetta
due uomini in un buco odoroso».
I mariti conducevano là le loro mogli, e le loro figlie. In generale in
tutti i teatri non si rappresentavano che follie di amore ed adulterii,
e non si discorreva che di mariti ingannati e di mogli infedeli.
Sotto Luigi XIII il vizio prese una spaventevole corrente. Data
l'abolizione delle case di tolleranza, le prostitute non avendo più nè
costume, nè insegna che le facessero riconoscere, ne risultavano
continui equivoci dispiacevoli per le donne oneste. Le quali si vedevano
spesso avvicinate ed insultate in pubblica via, e non potevano far altro
che protestare contro gli oltraggi e le proposte impudiche fatte loro.
La donna la più disonesta non era tenuta a dichiarare la sua scandalosa
professione, anzi spesso la si vedeva posare a donna di onore, quando
non le conveniva di accettare qualche proposta fattale. Le cortigiane
abitualmente dimoravano in certe specie di botteghe, aventi finestre
sulla strada ed entrate in vicoli deserti; esse erano sedute innanzi la
finestra, parate dei loro ornamenti più belli, e sorridevano
sfrontatamente agli uomini che passavano innanzi a questi loro
_gabinetti da lavoro_.
Le ragazze libere si riunivano la sera in luoghi convenuti, nei quali i
libertini andavano a raggiungerle e dove si passavano scene scandalose.
Paulain de Sainte-Foix diceva che un missionario il quale predicava a S.
Giacomo dello Spedale si scagliò con tanta forza «contro i convegni che
si davano ogni sera al pozzo di amore de l'Ariana, e contro le oscene
canzoni che vi si cantavano, e contro le danze lascive che vi si
ballavano, e contro i giuramenti che vi si facevano, come su di un
altare, di amarsi sempre, e di tante altre cose obbrobriose che in tal
luogo si compivano, che tutti i devoti e le devote si recarono in folla
ad ostruire con pietre questo ricettacolo della corruzione.»
I crociati, che dai loro viaggi d'oltre mare, importarono tante cose
sconosciute, ristabilirono nel medio evo la moda dei bagni e delle
stufe, di cui avevano fatto le loro delizie in Oriente. Invano i sessi
erano divisi nei pubblici stabilimenti, i cattivi costumi profittavano
di un'istituzione così favorevole al mistero. I bagni di Parigi non
avevano nulla da invidiare a quelli di Roma; l'amore ed il libertinaggio
attiravano il maggior numero di clienti in quei bagni, che coprivano
tutto collo stesso velo discreto; i domestici maschi e femine di questi
santuarii del vizio favorivano le corrispondenze, le interviste ed i
piaceri; spesso secrete comunicazioni riunivano le stufe maschili a
quelle femminili, facendone delle vergognose succursali dei luoghi
infami. Perciò simili stabilimenti erano frequentati da tutti, i ricchi
avevano cabine particolari, i poveri si bagnavano uomini e donne in una
sola vasca.
Ogni barbiere poteva avere un bagno da uomo o da donna nella sua
bottega, e oltre questi vi erano i grandi stabilimenti. Sin dallo
spuntar dell'alba gli strilloni speciali annunziavano che i bagni erano
pronti.
Nella _Danza Macabra_ si legge che «i barbieri ed i bagnini, servitori
di questi luoghi d'impudicizia, non si limitavano alla sola parte di
compiacenti merciai della galanteria, ma che maneggiavano abilmente il
rasoio e la lancetta, vendevano certi unguenti afrodisiaci speciali e
praticavano la medicina infischiandosi della facoltà.»
Appena è possibile di prestar fede all'indecente e bizzarro servizio
che, dicesi, reclamassero da questi ruffiani gli uomini e le donne.
L'uso di farsi _fare il pelo_, cioè a dire di radere, tondere, o
strappare con pinzette i peli che crescono su certe parti del corpo, nei
due sessi; tale pratica pare che fosse, insieme ai bagni di vapore,
stata importata dall'Oriente. Gli uomini e le donne che volevano passare
per persone caste ed esemplari avevano immaginato di far sparire
completamente dal loro corpo, ciò che chiamavano il _vergognoso pelo_.
Solo i depravati e le donne dissolute, invece di tonderlo
periodicamente, lo pettinavano, lo arricciavano e lo profumavano con
mille ricercatezze di oscene sensualità.
Un aneddoto del _Mezzo di Pervenire_, racconta che la moglie
dell'avvocato Librean, avendo chiesto a suo marito uno scudo per farsi
_fare il pelo_, e non avendogliene questi voluto dare che solo mezzo, la
moglie pensò di fargli un bel tiro. Andò via e la sera si mise a letto
tranquillamente, quando il marito le si distese accanto, e volle
osservare se il barbiere aveva ben servita la sua metà, con sua somma
sorpresa si accorse che il pelo non era raso che da un lato solo:--E
come,--esclamò egli--amica mia, ti sei fatta tanto mal servire? il tuo
affare è fra due età, non avendo... barba se non da un lato solo.--Che
vuoi--rispose la sorniona, sono stata servita come ho pagato; mi hai
dato la metà di quanto ti ho chiesto, e mi hanno del pari spelata a
metà. Fu così che al mattino l'avvocato diede l'altro mezzo scudo alla
moglie, perchè si andasse a far... ringiovanire da entrambi i lati.
I barbieri ed i bagnini avevano anche la delicata missione di _rifare le
verginità_ perdute, ed ecco una curiosa ricetta tramandataci da alcuni
allegri storici di quei tempi, che riportiamo a titolo di curiosità.
«Pigliate mezza oncia di terebentina di Venezia, un poco di latte
proveniente dalle foglie di asparagi, un quarto di oncia di cristallo
minerale infuso nel succo di limone, o in quello di mele acerbe, un
bianco di uovo fresco con un po' di farina di avena, di tutto ciò fate
come una foglietta che abbia una certa consistenza e la introducete
nell'interno della parte da riparare, avendo cura di far prima una
siringa di latte di capra, e di ungerla con pomata di razis bianco».
Le procuratrici di case di mal affare traevano grandi vantaggi da simili
metamorfosi, e perfino alcune madri vendevano, riparandola, diverse
volte la verginità delle figlie.
Quando una donna galante incominciava ad accorgersi che gli anni
allontanavano i suoi adoratori, per non veder diminuire la fortuna che
con essi aveva accumulata, impiegava il suo danaro e la sua esperienza
nella fondazione di una _casa di onore_, dove si giocava, si cenava e si
facevano altre illecite cose. Era là che si riunivano i più pericolosi
cavalieri di industria.
Queste bische si moltiplicarono talmente verso la fine del XVII secolo,
che la polizia fu obbligata a ricorrere a misure straordinarie per
rimediare ai disastri prodotti dalla passione del giuoco.
Si ebbero inoltre dei balletti, in cui la licenza aveva raggiunto gli
estremi limiti. Gaston di Orleans, fratello di Luigi XIII, era
appassionatissimo per queste specie di danze; simil genere di
divertimento rifletteva, con una cinica libertà, le sue abitudini
depravate. Prima di lui Caterina dei Medici aveva dato ai balletti
erotici, danzati dalle sue damigelle di onore, il massimo delle
seduzioni voluttuose che si potesse desiderare.
Questi balletti erano sempre intermezzati da erotiche poesie che, senza
reticenza, i cavalieri dicevano innanzi a dame e damigelle. In quasi
tutti i soggetti di tali poetici componimenti--incredibile a credersi--i
cavalieri vantavano, e facevano madrigali sul merito dei loro
utensili!--
Il più famoso di questi balletti fu quello dato in onore del duca di
Orleans che aveva per titolo «_Le ballet des Andouilles_.» Questa strana
mascherata, narra il signor di Soleinne, ispirata da un episodio di
Rabelais, è la più libera che si sia mai osato di rappresentare a corte;
si discute sempre sullo stesso soggetto, che si portava in guisa di
_momon_ (idolo) offerto al signore della Rigaudière, gentiluomo di
villaggio, e tutti gli stati sociali venivano ad adorare e a celebrare
il sacro mistero delle _Andouilles_».
Con Luigi XIV gli spettacoli di corte divennero più riservati. Nondimeno
vi si riscontra sempre qualche reminiscenza delle passate allegrie; e
così che nel _Balletto del [pg 74] Figlio di Bacco_ (1651) si ascolta il
duca di Mercaur e il marchese di Montglas, mascherati da nutrici,
offrirsi per l'istruzione delle signorine ed apprendere loro in salaci
versi il cammino da percorrere per diventar... nutrici.
Luigi XIV, come suo padre Luigi XIII, si può dire, che aveva completata
la sua educazione danzando simili balletti, ed è facile comprendere che
tal genere di ricreazione non era punto fatta per favorire la purezza
del cuore nel giovane re. Nondimeno Luigi XIII aveva in parte smentito
il vaticinio che si pronosticava dalla natura dei suoi primi
divertimenti, e soprattutto dalla immoralità del suo precettore
Vaquelin, che gli apprendeva la storia della cortigiana Flora. Infatti
questo re non ebbe punto amanti carnali, e non fece se non della
galanteria romanesca con le signorine della Fayette e d'Hautefort. Ma
malgrado l'esempio quasi morale che il re dava ai gentiluomini, la corte
di Francia, agli occhi della gente onesta, che la giudicava dai
balletti, dal teatro e dalla letteratura, appariva come la scuola
elegante del vizio.
La musica, il ballo, la poesia concordavano per ammollire i cuori,
esaltare i sensi, e spingere allo stesso tempo attori e spettatori,
sedotti, inebbriati, affascinati, nel labirinto della prostituzione.
Secondo l'espressione di un contemporaneo, pare che a quell'epoca la
metà del genere umano fosse interessata a sedurre ed a corrompere
l'altra metà.
Il XVIII secolo vide introdursi, negli usi della crapula, un fatto nuovo
per la Francia, cioè quello di avere una mantenuta. Il concubinato, che
aveva avuto nell'antichità e nei primi secoli del medio evo un'esistenza
riconosciuta e protetta dalla legge, era allora colpito da riprovazioni
agli occhi della morale pubblica. Non si faceva gran caso per quelli che
avevano delle amanti, per quelli che frequentavano compagnie sospette,
che passavano dall'osteria alla casa di mal affare, si perdonava tutto
ciò e ancor di più ad un figlio di buona famiglia, ricco e prodigo, che
si dava in braccia al piacere, prima di far penitenza della sua scapata
gioventù nei legami del matrimonio; ma non si sarebbe mai perdonato ad
un uomo vedovo od ammogliato, di avere un'amante fissa e di coabitare
con lei.
Dato ciò come si può spiegare questa subitanea e rapida moltiplicazione
delle giovani mantenute! Bisogna credere che questo fu una conseguenza
del timore delle malattie veneree, che incominciò dal consigliare i
corrotti a non bagnare più le loro labbra alla fonte della pubblica
prostituzione, ed in seguito a cercarsi un'amante privata. L'uomo che
manteneva una donna a tal scopo, non conviveva quasi mai con lei, ed
evitava di mostrarsi insieme in pubblico; ma nondimeno era felice a che
tutti i suoi amici ne fossero informati. La vita di tali donne da
quest'epoca cominciò con non essere più richiusa al fondo di un
quartiere solitario, e si videro apparire nelle passeggiate ed agli
spettacoli, queste etere che arrivavano fino a portare nome dei loro
protettori.
Simili donne in generale menavano vita dissolutissima, si abbandonavano
a tutti i disordini, senza tema di essere assimilate alle donne
pubbliche, giacchè la polizia le tollerava.
Molte di queste donne trovavano un marito per la dote che riuscivano ad
ammassare con mezzi poco leciti.
Un'altra categoria di donne mantenute, erano le donne maritate che,
all'insaputa dei mariti, o d'accordo con essi, traevano da un adultero
commercio tanto quanto far fronte alle ingenti spese della loro
_toilette_ ed a quelle di casa. Si segnalavano una quantità di grandi
dame, che, all'esempio delle cortigiane, mettevano un prezzo ai loro
favori, e spesso si vendevano per abiti o per gioielli.
Madama di Montbazon si era essa stessa imposta una tariffa di 500 scudi,
e da qualunque parte questa somma le venisse, ella accettava l'offerta
con tutte le conseguenze; questo prezzo corrente era talmente noto, che
in un _vaudeville_ composto in suo onore, si leggeva: «Bastano
cinquecento scudi borghesi per far alzar la sua aristocratica camicia!»
Le dame di corte si facevano pagare in ragione della loro nascita, del
grado che occupavano, e della posizione del marito. Madama di
Bassompierre che non era nè giovane, nè bella, non mancava di galanti
che ella trattava quali villani.
Tollemant parla di un signor Fabry che voleva dare 50,000 scudi per
possedere la marchesa di Brosses, ma questa dama «quantunque inclinata
alla lussuria» ebbe la probità di non accettare le offerte del giovane,
il quale l'amava con una tale frenesia, da tracannare un giorno il
contenuto del suo vaso da notte. Madama d'Espagnet, moglie di un
consigliere al Parlamento di Bordeaux, chiedeva 100 pistole.
Gallard, fratello di madama di Novion, dava 4,000 scudi all'anno alla
presidentessa della Barre.
Nella maggior parte dei casi, i mariti ingannati chiudevano gli occhi
sullo sgonnellar delle mogli, per non aver a reprimere uno scandalo che
ne provocherebbe un altro maggiore; ma più di frequente essi erano
complici della loro vergogna intascandone segretamente i profitti!
Tali esempii di immoralità nell'ambiente della magistratura, della
nobiltà e della finanza, non potevano non spingere il popolo in una via
fatale di imitazione. Si ebbero quindi anche molte donne mantenute fra
le mogli dei commercianti, i quali, occupati nei loro negozii, erano
ancor più ciechi dei gran signori in ciò che riguardava il proprio
onore.
Le mercantesse di Parigi erano tanto galanti e non meno viziose delle
grandi dame, e del pari interessate. Spesso però si riscontrava in fra
loro una squisita delicatezza di sentimenti, quando il cuore non era
stato corrotto dal libertinaggio.
Un'altra piaga dell'epoca era il servidorame dei grandi, che in pubblico
commetteva violenze, ed ingiuriava le donne oneste o disoneste che
fossero. Nulla uguagliava l'insolenza e l'audacia di questa turpissima
gente, attaccata come una lebbra alle grandi case, e vivente come
ruffiani nelle osterie e nei luoghi infami. I lacchè portavano la spada,
avevano abiti di velluto e di seta, si davano l'aria di gentiluomini ed
imitavano tutti i vizii dei loro padroni, esagerandoli.
I signori in talune circostanze per vendicarsi di una donna
l'abbandonavano ai loro servitori, i quali, sicuri dell'impunità,
commettevano sulla vittima le più atroci infamie.
I continui disordini di questi scellerati avevano contribuito non poco
alla pubblica corruzione, e alla propagazione dei mali venerei. Queste
malattie erano tanto comuni, che si potevano contrarre con la stessa
faciltà con le cameriere che con le signore; sembravano essere le
inseparabili compagne degli amori illeciti, e si attaccavano a tutti i
gradi della scala sociale.
In seguito alle infami depravazioni della corte di Luigi XIII, non è
sorprendente che gli uomini corrotti, che circondavano Luigi XIV prima
della sua maggiorità, avessero tentato di depravarne i costumi per
dominarlo, senza aver bisogno del concorso di un'amante. Tale fu, senza
dubbio, l'origine dell'avversione che il giovane re aveva concepito
contro questi infami corruttori che osarono portar su di lui una mano
impudica. Luigi XIV infatti non ebbe mai la minima inclinazione pel
vizio contro natura; se avesse seguito il suo carattere avrebbe anche
punito severamente quest'obbrobrio; ma Louvois, cui amici in maggior
parte si abbandonavano a tali dissolutezze, diceva al re, che ciò valeva
meglio pel servizio di Sua Maestà, che se essi si fossero dati alle
donne; giacchè quando bisognava andar alla guerra ed entrare in
campagna, era difficile di staccarli dalle loro amanti, mentre con altre
tendenze, erano felici di lasciare le donne ed entrare coi loro amanti
ed amici in campagna, e che in questo caso non erano nemmeno tanto
affrettati a ritornare in città.
Il duca di Vendôme viveva all'armata nella corruzione la più immonda,
con i suoi familiari ed i suoi favoriti, senza arrossire dei suoi
cattivi costumi e senza aver il pudore di nasconderli. Il gran Condè
ebbe ugualmente a subire l'influenza perniciosa dell'esempio; essendo
andato all'armata, ai tempi dei suoi amori con la signorina di Epernon
«vi contrasse altri gusti--racconta la principessa Palatina--che al
ritorno non poteva più soffrire le donne, e, diceva, per scusarsi, che
era stato malato e che aveva perduto tanto sangue da non rimanergli più
forze per dedicarsi al suo amore».
La sua amante però non si tenne paga di tali ragioni, ed informandosi,
scoperta la vera causa dell'incostanza di colui che amava, per la rabbia
e la vergogna andò a rinchiudersi fra le Carmelitane.
«Il vizio contro natura, dice la principessa Palatina, era la più grande
passione del maresciallo di Villars,» e parlando del Duca di Orleans,
fratello del re, la stessa competente scrittrice dice maliziosamente:
«questo principe faceva le finte di avere un'amante, e di esserne
innamorato, però questa donna se non avesse avuto altri amanti, non
avrebbe certo perduto la riputazione, giacchè fra di loro non deve mai
essersi passato nulla di biasimevole.»
Le dame di corte vedendosi disprezzate ed abbandonate dagli uomini,
avevano formato fra esse una lega per farne a meno. Esistono troppi
esempi scandalosi di questa depravazione feminile, la quale si era
prepagata con tanta impudicizia, che le donne le più irreprensibili ne
parlavano come di una cosa comune. La perversità aveva fatto tali
progressi fra le donne di corte, da far loro mantenere secrete
associazioni della più infame natura, che non furono mai colpite dalla
vendetta pubblica, e che sfuggivano perfino alle ricerche della polizia
particolare del re.
Le cortigiane dal canto loro, soprattutto le giovani, stabilirono pure
associazioni dello stesso genere perfino nel castello di Versailles; era
un nuovo ordine di Templari, che non aveva altro scopo se non la più
infetta corruzione.
Luigi XIV prese energiche misure per punire i colpevoli e principalmente
per distruggere tali spaventevoli società: «Le quali furono dissipate,
ma fu impossibile di strappare dallo spirito della gioventù la semenza
della corruzione che vi aveva messo salde radici.»
Le pubbliche passeggiate di Parigi erano invase, al cader della notte,
da uomini depravati che cercavano di soddisfare le loro ignobili
passioni. Tutte le vie oscure e poco frequentate divenivano il teatro
delle più turpi infamie; il Louvre, il palazzo ufficiale della regalità
assente, che siedeva a Versailles, non era nemmen'esso rispettato dai
vili libertini, che Sauval chiama i _volontarii del Louvre_. Il conte di
Pontchartrain scrive da Fontainebleau il 2 novembre 1701: «Il re è stato
informato che i cortili del Louvre servono ai più infami usi di
prostituzione e che il portiere favorisce simili disordini e lascia
aperto il passaggio e l'entrata dei cortili.»
La cronaca del tempo segnala l'epoca della pace del 1748, come l'epoca
vergognosa in cui cominciò a manifestarsi, per Luigi XV, il disprezzo
generale, che non fece che accrescersi ogni dì più. Depositando la
corazza il re parve che rinunziasse alla gloria e perfino all'amore del
suo popolo, giacchè abbandonò le redini dell'impero alla sua amante, di
cui l'odioso regno doveva continuare fino alla sua morte.
La bella Madama d'Etioles si era separata dal marito, e non ne portava
nemmeno più il nome. Il re l'aveva fatta marchesa di Pompadour.
La marchesa aveva una sostenuta vigilanza, giacchè temeva che il re non
l'abbandonasse completamente, a causa della sua schifosa infermità che
aveva già costretto il reale amante a trascurare per un certo tempio il
letto di lei. Questa infermità diè voga in Francia al seguente
epigramma:
La marchesa è piena d'incanti,
tutta grazia ed occhi franchi,
le crescono i fiori d'innanti:
ma, ahimè! son fiori bianchi!
Dagli inviti di corte ella cercava sempre di allontanare tutte quelle
dame che potessero impressionare il re per la loro bellezza, e spesso
facevale anche esiliare perchè avevano commesso il delitto di voler
piacere un po' troppo. Divenuta sopraintendente dei piaceri del monarca,
fece reclutare bellezze nuove ed ignote, per rinnovare il serraglio che
essa governava a suo capriccio.
Tale fu l'origine del _Parc-aux-cerfs_ abisso dell'innocenza e
dell'ingenuità, che inghiottiva la folla delle vittime, le quali,
ritornando dopo nella società, vi apportavano la corruzione, l'amore
della crapula e tutti i vizii di cui si infettavano necessariamente col
commercio degli infami agenti di un simile luogo.