La marchesa morì chiedendo perdono alla sua casa e a tutte le cortigiane

delle scandalo che aveva lor dato, cosa che non impedì di gratificare la

sua tomba dell'epitaffio seguente:

Qui giace chi fu quindici anni zitella,

Vent'anni cortigiana e otto ruffiana.

Dopo la Pompadour venne la Dubarry che mise il colmo alle infamie. Lo

scettro di Luigi XV nelle mani di questa cortigiana divenne la clava

delle più grandi follie. Quale stravaganza in tatti di vedere questa

donna uscir nuda dal letto, e farsi calzare una pantofola dal nunzio del

Papa e l'altra dal grande elemosiniere, e che questi due prelati si

stimavano ben compensati per tal vile e ridicolo impiego, gettando un

colpo di occhio fuggitivo sui secreti incanti di una simile bellezza!

Il re aveva parecchie volte parlato con piacere della principessa di

Lamballe, la Dubarry se ne impensierì e fece parte delle sue

preoccupazioni all'abate Ferray, che, da sincero amico, le consigliò di

imitare la Pompadour, e di prestarsi, come questa defunta sultana, ai

mutevoli gusti del monarca; di fargli qualche volta da ruffiana, di

fornirgli qualche giovanetta che potesse per un certo tempo occupare il

cuore del re. E pare che ella mise in pratica la lezione dell'abate,

tanto da permetter al re quasi in sua presenza di godersi l'artista

Raucoux della Commedie-Française, che per la sua eccezionale impudicizia

era soprannominata la _Grande Lupa_.

Verso la fine del regno di Luigi XV la Dubarry fu continuamente

malmenata nelle canzoni, negli epigrammi, nelle caricature e nelle

novelle che circolavano sul suo conto alla corte ed in città.

Si scrissero su di lei molti opuscoli e biografie raccontando

dettagliatamente tutte le circostanze ed i passatempi più secreti della

favorita col suo real amante. In uno di questi scritti intitolato

_Memorie secrete di una donna pubblica, o avventure della Contessa Du

Barry, dalla culla fino al letto di onore_, sono narrate tutte le

astuzie a cui ella ricorreva per consolarsi dell'esaurimento del re col

duca d'Aiguillon ed in mancanza di questi col piccolo Zamore, col quale

aveva messo in pratica tutte le teorie dell'Aretino.

Se questi erano i costumi dell'alto, non reca meraviglia che la

corruzione avesse raggiunto nel popolo i maggiori eccessi.

La pittura di tali depravazioni si trovano più particolarmente nelle

_Nouvelles de l'Opera vestales et matrones_.

«Ogni sera al cader del giorno si vedono accorrere in folla al giardino

delle _Tuileries_ un reggimento di piccole operaie avvolte in cuffie,

delle donne che si spacciano per vedove, delle vecchie sarte con

fanciulli, le quali tutte vengono per darsi ai vecchi libertini, che ne

fanno ricerca.

Madamigella Laurencin avendo servito in questa corporazione per circa

dieci anni, finì per ottenere un impiego dal conte di Binter, che

l'aveva trovata molto destra in certi esercizii!

Non si andava neanche troppo pel sottile riguardo certi pregiudizii, e

non era molto difficile ad un uomo danaroso, il quale aveva avuto un

bastardo, di trovargli un padre legittimo; ed a questa sostituzione si

prestavano non di rado perfino dei nobili spiantati. L'oro accomodava

tutto.

«Si contano a Parigi 30,000 donne pubbliche, dice Mercier, e circa

10,000 mantenute che di anno in anno passano di mano in mano.

«La polizia cerca delle spie in questo corpo infame. I suoi agenti

mettono queste disgraziate a contribuzione, aggiungendo i loro disordini

ai disordini della classe, esercitano un impero sordidamente tirannico

su questa gente avvilita, la quale crede che non vi sono leggi per lei.

Sì, vi sono esseri aldisotto di queste donne, e questi esseri sono certi

uomini della polizia.»

Oltre delle prostitute e delle cortigiane era venuta su una nuova classe

di pervertite, le quali attiravano i giovani ricchi, fingendo di darsi

ad essi per amore e non per venalità, giacchè non accettavano danari, ma

regali e ricordi in... gioielli e brillanti.

«La rivoluzione di Termidoro è stata la vittoria della donna, hanno

detto i fratelli de Goncourt, il Terrore rappresentava una tirannia

virile, ed era nemico personale della donna, in questo senso che le

toglieva ogni influenza, e le dava solo alcuni diritti. Il Terrore

detronizzato, le donne hanno ricorso al loro esercizio feminile: hanno

fatto della rivoluzione politica una rivoluzione sentimentale. Poi, le

lagrime non ancor bene asciugate, hanno gettato la Francia verso il loro

patrono: il Piacere, e subito sono ridiventate signore e regine in

questo paese, che aveva fatto un certo digiuno di lusso, di diamanti e

di feste.»

All'epoca del Direttorio lo scopo unico della vita sembrava essere il

godimento. Le donne non si occupavano di altro se non di essere

seducenti, senza andar troppo pel sottile nelle questioni di virtù e di

castità.

La manifestazione più strepitosa del rilassamento dei costumi in tale

epoca fu l'abbigliamento.

«Non più busti--scrive Lacour--non più vesti. Una camicia ricoperta da

una tunica drappeggiata all'antica, o meglio una lunga guaina di lino,

di mussola o di velo, stretta stretta, che era la perfetta traduzione

delle forme, e poi... basta. Solo intorno al collo, sul petto, alle

orecchie, nei capelli: cammei, medaglioni e di ogni colore e di ogni

grandezza, in mano, una _ballantine_ ed un sacchetto, alla cintola un

nodo con nocca; e generalmente si faceva di tutto per simular la

gravidanza.»

I giuochi di società erano tutti a base di... stimolanti, e nei balli

soprattutto la libertà dei costumi raggiunse il suo apogeo. Madama

Tallien comparve al ballo dei Frascati con una veste trasparente, avendo

due cerchi di oro in guisa di giarrettiere, anelli a tutte le dita, i

piedi nudi stretti in sandali di porpora. Si andò anche più oltre, il

costume alla _sauvage_, pei balli, era di velo chiaro, con mutande

aderenti al corpo in maglia di seta color carne. Le alte cortigiane

avevano il coraggio di andare la sera a passeggio nei giardini di

estate, portando un semplice calzone di seta rosa, sotto una camicia di

lino chiaro; esponendo a tutti gli sguardi i seni, le gambe e le cosce

strette in cerchi di diamanti. Questa classe di donne, dette più

propriamente le _meravigliose_, finì per giudicare perfino inutile la

camicia, e passeggiavano pei _Campi Elisi_, nude in una guina di velo, e

qualcuna col seno interamente scoperto.

La letteratura oscena era naturalmente in gran moda, gli spettacoli

licenziosi abbondavano, ed a tali esempii, dice Mercier, la lascivia dei

Parigini era diventata così sensibile da superare quella dei passerotti

che popolano i loro tetti; anzi i primi sono ancor più volubili e

cambiano di femina più frequente dei secondi, e la maggior parte non

hanno nemmeno la stessa delicatezza nei piaceri.

«Non vi è un sol angolo di porta, un sol angolo di muro che non sia

triplamente coperto di stampati annunzianti rimedii per la guarigione

radicale delle malattie veneree. Si distribuiscono nelle mani dei

vecchi, delle donne, delle giovanette mille annunzii di pretese

guarigioni. Nessuno arrossisce di dare o di ricevere questi stampati.»

E togliamo ancora dai _Tableaux de Paris_ di _Mercier_ quest'ultimo

meraviglioso quadro della vita libertina di quei tempi:

«Alle nove di sera il rumore ricomincia... è la sfilata dello

spettacolo. Le case sono scosse dal rullio delle vetture; ma questa

confusione è passeggiera. È l'ora, in cui tutte le prostitute, la gola

scollata, a testa alta, il viso illuminato, l'occhio ardito quanto il

braccio, malgrado la luce delle botteghe e dei pubblici fanali, vi

perseguitano nel fango con le calze di seta e le scarpine piatte. Si

dice che l'incontinenza serve a preservare la castità; che queste donne

vulgivaghe impediscono il furto; che, senza le ragazze di piacere, la

gente avrebbe meno scrupoli di sedurre e di violare giovani innocenti.

Checchè ne sia questo scandalo è passato innanzi la porta delle oneste

borghesi che hanno figlie spettatrici di tale obbrobrioso disordine.

«Alle undici, nuovo silenzio. È l'ora in cui ognun finisce di cenare. È

l'ora pure in cui i caffè sono pieni di oziosi e di viziose. Le libere

passeggiatrici non osando più di restar in istrada, per non farsi

arrestare dalla ronda che a tal ora è in giro, si rifuggiano nei caffè.

«A mezza notte e un quarto di nuovo il rumor delle carrozze, di quelli

che escono dai teatri, dai caffè, dai divertimenti, e che, non essendo

giocatori, rincasano. La città a quest'ora non appare per nulla deserta:

il modesto borghese e l'operaio che dorme diggià, è svegliato da simile

confusione, cosa che non dispiace punto alla moglie. Più di un Parigino

deve la sua nascita alla brusca commozione degli equipaggi. Il tuono è

anch'esso un gran popolatore!

«Al mattino, i libertini escono dalle case delle amanti di una notte

pallidi, disfatti, la coscienza più volta al timore che al rimorso, e

gemono tutto il giorno per l'occupazione della notte, ma il vizio è un

tiranno che li riprenderà l'indomani.»

Come si vede la corruzione aveva fatto in tutte le classi tali

progressi, che è da meravigliare se la società moderna, pervertita sin

dalla nascita dal rovesciamento di tutte le leggi, dallo scatenamento di

tutte le follie, dalla sete smodata dei godimenti e dei piaceri

sensuali, dall'amore del lusso, della ricchezza e dal desiderio del

piacere, non sia più cattiva e più depravata. Si ammigliorò, al

contrario, a misura che il governo rivenne a migliori istituzioni

sociali. Il gran riformatore fu il Primo Console.

III. Pratiche Viziose Contro Natura

(Nell'antichità)

La storia del vizio contro natura nelle sue diverse manifestazioni si

perde nella notte dei tempi, o almeno non se ne trovano indizii che per

la pederastia, ma a partire dalla Grecia antica i poeti di quei tempi

sono stati, si può dire, gli storici della concupiscenza, illuminandoci

sulle alte turpitudini dei loro concittadini. A Roma soprattutto si era

diventati maestri nell'arte dei raffinamenti lubrici.

Tra le diverse pratiche immonde bisogna menzionare in prima linea

l'azione dei _cunnilingues_ e dei _fellatores_.

I _cunnilingues_ erano quelli o quelle (giacchè questa sporcizia era

praticata da entrambi i sessi) che eccitavano i genitali femminili con

la lingua sulla clitoride.

I _fellateurs_ o _fellatrices_ succhiavano le parti virili e le tribadi

sacrificano a Venere senza il concorso dell'uomo.

Il poeta Marziale nei suoi epigrammi ci dà un quadro magnifico di questi

depravati:

«Manneius, marito con la lingua, adultero con la bocca, più sporca delle

bocche del Summaenium, di fronte al quale, vedendolo nudo innanzi alla

sua finestra a Suburra, l'ignobile prostituta chiude il suo lupanare.

Lui che ha tanta pratica delle visceri femminili, da sapervi dire se una

donna incinta ha nel ventre un maschio od una femmina; ora non può

allungare l'infetta lingua, giacchè un male indecente ha imputridito la

cloaca della sua bocca, in modo che il poveromo non sa più come fare per

essere pulito nè sporco.»

Questa mostruosa fantasia fu spinta tant'oltre presso i Greci, che, cosa

incredibile, non contenti di leccare le parti genitali delle donne allo

stato normale, ve ne erano di quelli che le ricercavano umide e sporche

sia di mestruo, sia di tutt'altra escrezione.

I Romani imitarono i Greci, Seneca s'indigna di veder nominare console

un cunnilinguo:

«Ignoravi tu dunque, quando nominasti console Mammercus Scaurus, che

egli inghiottiva a bocca aperta i mestrui delle sue serve? E se ne

nascondeva forse? E ci teneva forse ad apparire un uomo puro?»

Questa porcheria era chiamata «andare in Fenicia» perchè tale operazione

ricordava il colore rosso di questo paese. Simile atto era designato

pure con la parola Scylax (cane) perchè i cani hanno di tali abitudini

schifose.

La strana depravazione dei cunnilingui fu ancora in favore nelle età

susseguenti. Ausonio in un suo epigramma dice:

«Che padre modello quel Eunus, quando sua moglie è incinta, si affretta

a dar lezioni di lingua ai figli non ancora nati!»

Catullo nei suoi versi tratta da becchi i _cunnilingues_ ed i

_fellatores_ a causa della fetidità delle loro bocche.

Una varietà di _fellatores_ era data dai così detti _irrumateurs_, che

non succhiavano, ma semplicemente solleticavano colla lingua.

I Lesbici passavano per gl'inventori di questa impurità, ed è per tale

ragione che si trova spesso citata la parola «lesbianizzare». Gli

abitanti di Nola avevano simile riputazione; Ausonio ne parla in questi

termini:

«Aldifuori della privanza coniugale, del legittimo commercio, l'infame

lussuria ha scoperte oscene voluttà, che all'erede di Ercole consigliò

lo scioglimento di Lemno, che la toga del fecondo Africano mise in

mostra sulla scena, che una molle e corrotta capitale insegnò alle genti

di Nola. Crispa che non ha se non un corpo solo pertanto le pratica

tutte; essa masturba, succhia, presta alle impure voglie l'uno e l'altro

orifizio; ha paura di morire senza essersi corrotta in ogni parte

dell'impudico corpo.»

Il _Manuel d'erotologie de Forberg_ descrive tutte queste sozzure con

una eccessiva ricerca di dettagli; ed in esso si trova la famosa domanda

di Smepronia ad un suo amico: «Che melodia vuoi che ti suoni su questo

flauto?»

Ai giorni nostri il coito boccale è in gran voga, specie fra le classi

di condizione relativamente agiata, e fra i mariti che amano il

contrabando, giacchè, secondo loro, questa pratica presenta meno

pericolo di contagio.

Se la semenza umana potesse fecondar la terra, nel bosco di Bologna a

Parigi, sopratutto di està, che musica di vagiti si udrebbe!

È là che la sera, il libertino seduto sul banco e la felattrice

inginocchiata per terra, la Venere contro natura trionfa!

Gli antichi per sfogar le loro brame non lasciavano neppur caste le

glandole mammarie. Nei suoi dialoghi Luisa Singea, fa raccontare ad

Ottavia una scena di questo genere: «Con l'una e l'altra conca di

Venere--ella dice--mi sono coperta di onta! arrossisco nel ricordarmi

che l'interstizio dei miei seni è servito di passaggio a Venere...»

Ma non andiamo più oltre, chi volesse sapere fino a quali estreme

raffinatezze gli antichi fossero giunti per soddisfare il loro erotismo

non ha che a leggere il _Satyricon_ di Petronio.

IV. Vizii contro Natura Femminili

1º Tribadi, Fellatrices, Fricatrices nell'Antichità

Le fellatrici erano pure spesso chiamate tribadi. Questa depravazione

voluttuosa era familiare alle donne di Lesbo e rapidamente si sparse per

tutta la Grecia, donde tal passione fu importata in Italia, e le matrone

romane vi si abbandonavano con furore.

Tutti i poeti erotici della Grecia sono d'accordo nel riconoscere che il

tribadismo era in grande onore a Lesbo. Luciano l'attesta: «... È una di

quelle tribadi come spesso se ne incontrano a Lesbo, che non vogliono

ricevere gli uomini, e che fanno l'ufficio di uomini con le donne».

Si supponeva che se tale vizio era inveterato nelle Lesbiche, esse vi

fossero spinte dalla loro natura stessa, per liberarsi da un

intollerabile prurito; giacchè, si diceva, che elleno avessero una

clitoride troppo prominente, la quale impediva loro di aver commercio

cogli uomini.

Oltre la celebre Saffo, di cui parla Ovidio, vi fu un'altra tribade

ancor più famosa per nome Megilla. Luciano nei suoi _Dialoghi_ ce la

mostra sotto un aspetto veramente tipico.

E vi fu pure una certa Philoenis la cui passione libertina non conosceva

limiti, ella aveva così pronunziata l'escrescenza delle parti genitali,

da andare alla ricerca delle donne vergini, ed arrivava fino a

sodomizzare i ragazzi. Marziale racconta che ella abusò di dodici

giovanette in un giorno solo!

Luciano in una violenta satira riprova le orgie delle tribadi di Roma:

«Andiamo, uomo del nuovo secolo, egli esclama, legislatore di

sconosciute voluttà, poichè tu apri una nuova via alla lubricità degli

uomini, accorda dunque alle donne un'eguale licenza; che esse si

uniscano in fra di loro, come gli uomini, che provvedute come sono da un

simulacro degli organi virili, mostruoso enigma della sterilità

feminile, una donna si corichi con un'altra donna, come un uomo con un

uomo!

«Che questa parola la quale colpisce così raramente le nostre orecchie e

che ho vergogna di pronunziare, che l'oscenità delle nostre tribadi

trionfi spudoratamente!»

A quei tempi si credeva che l'esagerazione della clitoride fosse causa

di sterilità; giacchè si raccontava di un agiato Romano il quale avendo

sorpreso sua moglie in funzioni tribadiche, con un colpo di rasoio le

aveva tagliato quella escrescenza, e che da allora la matrona divenne

feconda dopo quattro anni di sterilità.

Ed un poeta più moderno, parlando delle tribadi esclama:

«Esse operano un miracolo degno dell'enigma tebano, rendendo possibile

l'adulterio senza il concorso di un uomo.»

Leone l'Africano nella sua descrizione dell'Africa (1632) parla così

delle tribadi di Fez:

... «Ma quelli che hanno un giudizio più sano, chiamano queste donne

_Sahacat_, parola che corrisponde al latino _Fricatrices_, perchè esse

hanno l'abbominevole abitudine di godersi fra di loro. Se accade che

qualche bella donna va a visitarle, questo streghe si mettono a bruciare

di amore per essa, non meno ardentemente che gli adolescenti per le

giovanette, e sotto forma diabolica le chiedono per compenso di soffrire

che esse l'abbraccino. Ne risulta allora che ella crede di obbedire agli

ordini del diavolo, mentre non fa che soddisfare i capricci delle

streghe. Se ne trovano puranco di quelle che attratte dal godimento

provato in questi abbracci, ricercano in seguito l'accoppiamento con le

streghe, e, fingendosi ammalate, le chiamano presso di loro per eludere

la vigilanza dei mariti. Quando questi si accorgono della cosa, le

streghe dicono loro che la moglie è posseduta dal diavolo e che non

potrà liberarsene se non entrando a far parte della loro associazione.»

La parola tribade aveva pure altra volta un diverso significato, serviva

a designare le donne che, in mancanza d'un uomo, ottenevano il godimento

sia per mezzo del dito, sia introducendosi negli organi genitali un

ordigno di cuoio.

I Greci chiamavano quest'ordegno _Olisbos_, pare che le donne di Mileto

se ne servissero molto. Suidas nel suo dizionario alla parola _Olisbos_,

dice: «membro virile in cuoio, di cui usano le donne di Mileto, come

tribadi ed impudiche, le vedove se ne servono pure.»

Luisa Singea, dice: «Le donne di Mileto si fabbricano dei simulacri di

otto pollici di lunghezza e grossi in proporzione.» Aristofane ci

apprende che le donne del suo tempo se ne servivano pure, più tardi in

Italia, in Grecia ed in Asia questo strumento occupava il primo posto

nel gabinetto di _toilette_ femminile.

2º Le tribadi al medioevo

Abbiamo già accennato in uno dei capitoli precedenti come nel medioevo i

massimi disordini carnali si verificassero nei penitenziali, dove

abbiamo visto che gli errori antifisici delle donne erano puniti colla

stessa severità di quelli degli uomini.

Il termine di tribade si trova riportato in tutti i penitenziali, così

in quello di Angers al X secolo indicava tre anni di penitenza alle

tribadi (_mulier cum altera fornicans_).

Si è pure visto come più tardi lo squadrone volante della regina

Caterina de' Medici, non fosse composto da altro se non da damigelle che

si abbandonavano a tutti i sollazzi, non escluso quello del tribadismo.

Brantôme nelle sue _Dame galanti_ l'illustra a meraviglia.

Sauval parla di talune lesbiche, le quali si crescevano le donnole per

farsi conoscere «tanto che gli antichi si servivano di queste bestiuole

come di lettere jeroglifiche per indicare le tribadi.»

E tanto era il gusto che questo donne provavano a far l'amore in fra

loro da non volersi maritare, nè dal volere che le loro amiche si

maritassero.

Anche Brantôme fa menzione degli «istrumenti in forma di priapi, che si

è voluto chiamare _Godemichys_ parola formata dal latino _Gaude mihi_.»

Ai tempi di Luigi XVI esisteva un vero collegio di tribadi, e si davano

il nome di Vestali di Venere. Riunioni particolari si tenevano in

appositi locali, le associate erano in gran numero e tutte di alto

censo. Esistevano perfino statuti, sotto la garenzia dei anali si

operavano le nuove ammissioni; l'affiliazione contava tre categorie: le

promotrici, le postulanti, le iniziate.

Prima che la postulante fosse ammessa ai segreti dell'ordine, doveva

subire una prova per tre giorni di seguito. Rinchiusa in una cella

tappezzata d'immagini lubriche, virilità maschili ritte e scene di

accoppiamento, doveva alimentare il sacro fuoco. Questo fuoco, composto

di materie speciali, aveva il carattere particolare che se vi si metteva

troppo o troppo poco materiale si spegneva, e ciò per provare che la

postulante non si era distratta nella contemplazione degli organi e

delle pose lascive che la circondavano. Se il fuoco si spegneva, voleva

dire che ella aveva ancora qualche desiderio pel maschio, e perciò non

poteva essere ammessa.

L'ammissione la faceva passare nella categoria delle iniziate. Solo

questo possiamo dire, gli altri articoli dello statuto appartengono ai

trattati di pornografia, e noi passiamo a descrivere la tribade moderna.

3º Le Tribadi moderne

Il dottor Chevalier si esprime così: «La donna è portata ad aggrandire

il dominio dell'amore, per soddisfare le naturali voluttà. Il disgusto è

il castigo dell'eccesso; sempre assetata di nuovo, sempre alla ricerca

dell'ignoto nel campo infinito del piacere, ella vuol gustare tutte le

ebbrezze, conoscere tutte le specie di baci, cantar tutta la lira di

amore, e va, va lontano, più lontano ancora fino all'illecito. Notate

però che spesso il solo colpevole è l'uomo. È lui che sveglia nella

donna la curiosità delle sensazioni ignorate, ingannandola nella sua

aspettativa con la brutalità o la propria perversa impotenza, non

servendosi di lei che come un istrumento di piacere, iniziandola ai

misteri dell'amore unilaterale, quando non arriva perfino a condurre,

dopo libazioni, la sua compagna di un'ora, la concubina, o la propria

legittima sposa in una casa speciale per offrirle lo spettacolo di un

lavoro, pel quale un largo tappetto di velluto nero è steso sul

pavimento, o per sottomettere lei stessa al saffismo. D'allora la caduta

è irrimediabile; la donna piglia in orrore l'uomo e l'amore e va ad

ingrossare il battaglione delle lesbiche. Ed ecco come molte volte

avviene che un marito non possa obbligare la moglie ad un cambiamento di

residenza; un altro condurre la sua a prestarsi ai doveri coniugali, e

un altro non poter nemmeno riuscire a penetrar nel letto di lei.»

Che il timore della gravidanza fuori del matrimonio, e quello della

maternità nello stato matrimoniale, spingano la donna al vizio, è un

fatto provato e non dei meno frequenti. Se per l'uomo il celibato non è

che una parola, per la donna non è la stessa cosa: la paura di divenir

madre ne fa una crudele realtà. Combustione sensuale senza oggetto,

disoccupazione del cuore, tale è il suo destino, ora è bene si sappia

che il non essere amato deprava. Ed ecco cosa accade, l'abbandonata

cercherà nel suo sesso l'_anima gemella_. In mancanza di marito avrà

un'amante, e la tranquillità dal punto di vista della gravidanza.

Ciò esposto, vediamo un po' quali sono le pratiche dell'amore lesbico.

All'infuori delle pratiche generali, quali baci, introduzione della

lingua nella bocca, carezze, palpeggiamenti diversi, l'amor lesbico ha

tre modi principali di esplicazione.

Il tribadismo, il clitorismo ed il saffismo.

Il tribadismo è il processo nel quale l'accoppiamento è simulato dal

semplice contatto (vulva contro vulva) con accompagnamento di strofinio

degli organi genitali esterni.

Il clitorismo è la complicazione di questo processo, introducendo in più

nella vulva la clitoride smisuratamente lunga e facente funzioni da

membro virile.

Il saffismo o coito boccale è il processo più semplice e più comune, e

le donne che vi si abbandonano sono in francese denominate _gougnottes_.

Vi sono donne i cui desiderii si portano alternativamente sul maschio e

sulla femmina.

Sodoma e Gomorra: Cronistoria del Libertinaggio attraverso i secoli ed il mondo · 第 5 / 10 段