insensata ed inetta quando l'amore carnale spegneva in essi la fiamma
dell'amore divino; vi erano nelle loro fila una quantità di donne,
vestite da uomini, e viaggiavano tutti insieme senza distinzione di
sesso, confidandosi all'azzardo di una spaventevole promiscuità. I
pellegrini non si astenevano dalle illecite riunioni, nè dai piaceri
della carne; si abbandonavano senza tregua a tutti gli eccessi della
culinaria, si divertivano colle donne maritate o con le zitelle, le
quali si erano allontanate di casa loro appunto per abbandonarsi
perdutamente ad ogni specie di vanità.»
Quando le donne mancarono ai crociati in Palestina, dove la religione di
Maometto si opponeva a qualunque illecito commercio coi cristiani, si
fece venire dall'Europa un rinforzo di belle ragazze, che concorsero a
modo loro al trionfo delle crociate.
Uno storico arabo aggiunge che l'esempio dei franchi fu contagioso pei
loro nemici, i quali vollero anch'essi aver donne di piacere nelle
armate, dove non erano mai state permesse simili sregolatezze.
Nelle antiche storie militari tanto di Francia che delle altre nazioni
europee è spesso fatto cenno di questa affluenza di prostitute nelle
armate, di cui la dietro guardia si componeva sempre di simili specie di
donne e dei loro depravati compagni. Giovanni di Bazano parla di un
capitano tedesco, chiamato Garnier, che invase alla testa di 3500 lame
il territorio di Modena e di Mantova, nel 1342, accompagnato da 1000
prostitute, e da ragazzi libertini e corrotti.
Sono indescrivibili le abbominazioni del regno di Carlo VI, dove il
clero, la nobiltà ed il popolo lottavano in perversità ed in
turpitudine. Nicola di Clemenzio, arcidiacono di Bayeux, esclamò: «A
proposito delle vergini consacrate al signore, dovremmo ritracciare
tutte le infamie dei luoghi di prostituzione, tutte le astuzie e la
sfrontatezza delle cortigiane, tutte le opere esecrabili della
fornicazione e dell'incesto; giacchè, vi prego di credere, che ai dì
nostri nei monasteri le donne si consacrano più volentieri al culto di
Venere che a quello di Dio! Tali luoghi potrebbero definirsi degli
spaventevoli ricettacoli, nei quali una gioventù sfrenata si abbandona a
tutti i disordini della lussuria, di nodo che non vi ha alcuna
differenza di far prendere il velo ad una giovanetta o di esporla
pubblicamente in un luogo abbominevole.»
Per le donne pubbliche non si aveva pietà alcuna, quando la decenza ed
il pudore sembravano banditi dai costumi, quando i soli abiti
scollacciati erano alla moda, a dispetto degli editti suntuarii.
Le donne avevano per costume di adornarsi di vesti aperte lungo i
fianchi e rialzate in modo da lasciar intravedere la gamba, e perfino la
coscia nuda; in quanto alla gola se la scoprivano fino ai capezzoli
delle mammelle!
Per rendersi conto del grado di pervertimento a cui certi nobili fossero
giunti, abbandonandosi a tutte le specie di aberrazioni sensuali, basta
leggere negli archivii di Nantes, il processo intentato al maresciallo
di Francia, Gilles de Rietz, che fu condannato al rogo nel 1440.
La lettura della _Vita dei dodici imperatori romani_ di Svetonio, aveva
eccitato questo potente signore ad imitare i loro mostruosi
pervertimenti sessuali. Come Tiberio e Nerone, egli si appassionò pel
sangue mischiato alla immondizia: l'unico suo passatempo era di
corrompere i fanciulli che faceva rubare un po' dappertutto.
Si trovarono nei sotterranei dei castelli di Chantocè, della Suze e
d'Ingrande, le ossa calcinate e le ceneri di tutti i fanciulli che il
maresciallo di Rietz aveva assassinati, dopo di averne abusato. Questi
delitti finì per confessarli lui stesso.
A quei tempi si istruivano una quantità di processi per stregoneria, nei
quali non era difficile di scoprire la depravazione morale, che cercava
di coprirsi, come da un mantello, con la possessione diabolica.
Quegli stessi che pretendevano di aver ceduto ad una potenza occulta e
ad un irresistibile prestigio, non credevano affatto all'intervento dei
demonii.
Erano ordinariamente vergognosi libertini, forzati pel loro stato a
vivere nella continenza, o per lo meno a nascondere sotto rispettabili
apparenze, l'effervescenza delle loro passioni sensuali.
Il _sabbat_ era il convegno di tutto quanto si poteva immaginare di più
perverso, ecco perchè si compiva in luoghi appartati, in mezzo ai
boschi, nelle montagne o in fra gli scogli.
Del resto i giureconsulti in Francia, non vedevano nella stregoneria se
non una forma della prostituzione la più criminale, e ricorrevano a
tutta la severità delle leggi per reprimere i disordini che corrompevano
i pubblici costumi. Ma si aveva l'aria di attribuire alla malizia del
demonio una quantità di atti detestevoli, che non accusavano se non il
vizio degli uomini, e si aveva una cura scrupolosa a non diminuire
l'orrore di cui la volgare credulità circondava il _sabbat_, giacchè se
si fossero mostrate le cose sotto il loro vero aspetto, il _sabbat_
sarebbe stato ancora più frequentato, tanto la curiosità serve di
pericoloso movente alla depravazione morale e fisica.
L'eresia riapparve in Francia a partire dal dodicesimo secolo e favorì
la corruzione.
I Bulgari essendo stati accusati di pratiche sodomitiche, consideravano
quale sacrilegio i rapporti naturali dei sessi. Tutti i settarii, per un
raffinamento di libertinaggio, s'imponevano privazioni di ogni genere, e
affettavano in generale una noncuranza assoluta per tutte le cose
materiali; ma ciò non era che la maschera della continenza, sotto la
quale si sentivano più liberi per abbandonarsi alle loro passioni e dar
briglia sciolta alla natura; le loro austere pratiche di devozione
aggiungevano una specie di salsa piccante alle nascoste depravazioni.
Quando si vide apparire nel 1259 la setta dei Flagellanti, a primo
acchito non si pensò che le pubbliche penitenze di questi peccatori,
potessero essere delle invenzioni di lussuria. Essi camminavano nelle
strade due a due, nudi fino alla cintura, e si battevano o da sè stessi
o l'un l'altro con frusta e con correggia di cuoio, cacciando gemiti,
fino a che non sanguinassero da capo a piedi.
E questo è niente. Si portavano la notte nelle campagne, in fondo ai
boschi, e là, nelle tenebre, raddoppiavano le flagellazioni, i loro
gridi e le loro impudiche follie. Si indovinano facilmente le odiose
conseguenze di queste riunioni di uomini e di donne seminudi, animati
dallo spettacolo di simile indecente pantomima, nella quale ognuno
diveniva attore a sua volta, e che arrivava gradatamente all'ultimo
parossismo dell'estasi libidinosa.
L'uso della flagellazione nell'antichità era ben conosciuto da tutti i
depravati, a cui ricorrevano per prepararsi nei piaceri di amore.
Ma al medio evo se la flagellazione erotica non si esercitava più se non
raramente e nel più profondo mistero, aveva però assunto un carattere di
sanguinaria ferocia che si riproduceva negli atti dei flagellanti.
Nel 1343 durante la terribile peste si contavano in Francia circa
800.000 flagellanti, fra i quali vi erano gentiluomini e nobili dame,
che non erano meno avidi di pubbliche fustigazioni.
Si videro pure i Picardi, che, secondo la dottrina del loro capo,
dicevano che Dio li aveva mandati sul mondo per ristabilire le leggi
della natura.
Queste leggi consistevano in due cose; la nudità di tutte le parti del
corpo e la comunità con le donne. Appena un Picardo provava un desiderio
per una sua compagna, la conduceva dal capo e formulava così la sua
richiesta: «Il mio spirito si è riscaldato per questa.» Il padrone
rispondeva: «Ebbene andate, e crescete e moltiplicate». Scacciati dalla
Francia, vi riapparvero nel 1373 sotto il nome di _Turlupius_. E questi
ultimi andavano anche più lontano, commettevano peccati carnali in pieno
giorno, dinanzi al mondo intero. Essi insegnavano che l'uomo è libero di
obbedire a tutti gl'istinti della natura.
I Valdesi, gli Anabattisti, gli Adamiti, i Manichei colle loro sette non
erano mai completamente estinti; essi di tanto in tanto rinascevano
dalle loro ceneri; tanto è vero che il vizio ha fascini irresistibili
per certe nature pervertite, deboli o depravate.
Gli Anabattisti ebbero armate in Olanda ed in Germania. Essi insegnavano
che ogni donna è obbligata a prestarsi alla concupiscenza di qualunque
uomo, e che tutti gli uomini sono del pari tenuti a soddisfare qualunque
donna. Nel 1535 il 13 febbraio a Amsterdam, sette uomini e cinque donne,
cedendo alle eccitazioni ed all'esempio d'un profeta anabattista, si
spogliarono dei loro abiti, li gettarono nel fuoco, ed uscirono per le
strade completamente nudi.
Per trovare la pruova della depravazione pubblica verso la fine del XV
secolo, non avremmo che a leggere i sermoni dei predicatori
contemporanei. Gl'intelligenti si sono molto divertiti a spese di questi
vecchi che avevano sì bizzarri procedimenti oratorii e che raccontavano
un mondo di corbellerie e di eccentriche buffonerie; ma bisogna riandar
con lo spirito all'epoca loro e considerare la specie di pubblico che
veniva ad ascoltare la parola così poco edificante di questi monaci
predicatori. Questo pubblico, nel quale l'elemento feminile era in
maggioranza, non si raccomandava troppo per li decenza della tenuta, nè
per la purezza delle intenzioni. Non erano che donne e ragazze, vestite
indecentemente, facendo, quel che si chiama, _la caccia cogli occhi_:
accalappiando gli uomini, dando convegni, cercando avventure.
Menot si lamentava che non una sola casa fosse esente dalla corruzione,
e che non si vedevano se non donne di piacere nella città e nei
sobborghi. Questa mercanzia conveniva a tutte le età e a tutte le
condizioni sociali; le vecchie come le giovani, le donne maritate e le
zitelle, le serve e le padrone, facevano, ciò che i predicatori
chiamano, traffico del loro corpo. Menot fa dire a certi giovanotti,
sposi di fresco:
«Si sa bene che non possiamo avere sempre le nostre mogli dietro di noi
sospese alla nostra cintura, o portarle nella manica, e nondimeno la
nostra gioventù non può far a meno della donna. Ci rechiamo in taverne,
osterie, stufe ed in altri piacevoli luoghi; troviamo le cameriere fatte
al mestiere e che non chiedono molto danaro; desideriamo sapere:--Non
facciamo forse bene di usarne come se fossero le nostre proprie mogli?»
Maillard esclamava: «Se le pile delle chiese avessero occhi, e che
vedessero ciò che avviene; se avessero orecchie per sentire e se
potessero parlare, che direbbero?... Io non lo so; ma voi, signori
preti, che ne dite?»
Egli vota alle fiamme d'inferno i proseliti e le ruffiane, ma fra tutte
queste vili creature quelle che detesta di più sono le madri che
lavorano esse stesse per disonorare le proprie figliuole. Guarda intorno
a lui, come per scoprire nell'assemblea qualcuna di queste madri
snaturate. «Vi sono, dice, parecchie madri che vendono le loro
figliuole, sono le ruffiane della loro prole, a cui fanno guadagnare
qualche matrimonio con le pene ed il sudore del corpo!»
E Menot a proposito del lusso esclama: «Voi direte forse, o signore: i
nostri mariti non ci danno tali vesti, ma siamo noi che li guadagniamo
colle fatiche del nostro corpo! A trentamila diavoli tali fatiche!» A
quell'epoca infatti il progresso del vizio, era il risultato immediato
del progresso del lusso; la civetteria e la vanità delle donne le
spinsero al vizio; e fu tutto un obbrobrioso mercimonio per provvedere
alle spese della _toilette_ e alle fantasie della moda.
I costumi della corte non erano punto fatti per frenare il popolo che
teneva all'onore di imitarli. Sotto Luigi XI la corte non dava affatto
l'esempio della decenza nei costumi. Vi era allora così nei grandi che
nei piccoli una sfacciataggine generale tanto nelle idee, che nelle
azioni e nelle parole. Non si vedevano che mariti ingannati, vedove
intriganti, donne libertine, ragazze sedotte.
Certamente, la morale pubblica era poco rispettata, in un'epoca in cui
si esponeva agli sguardi dei passanti, nelle feste per l'entrata del re
a Parigi (1461) «tre buone e belle ragazze che figuravano da sirene
tutte nude, in modo che si vedeva loro il bel capezzolo diritto, ed i
seni separati, rotondi e duri, che era piacevolissima cosa»; all'epoca
in cui gli uccelli _gracidatori_ piche, gazzere non sapevano ripetere
altro che parole oscene come _figlio di pu_... ecc. dice Giovanni de
Troyes; ad un'epoca in cui un normanno aveva per concubina la propria
figlia, dalla quale aveva avuto anche parecchi figli, che egli uccideva
non appena nascevano (1466); ad un'epoca in cui un monaco «che aveva i
due sessi, talmente seppe fare, che finì per divenir incinto di sè
stesso» (1478); ad un'epoca infine che un valletto del re, chiamato
Regnault la Pie, si faceva mantenere pubblicamente dalla vecchia moglie
di Nicola Bataille, il più sapiente legista francese che morì di dolore
nel 1482, dopo aver visto la sua fortuna intiera consacrata alla
ghiottoneria di una tale carogna! (_dalle cronache scandalose del
tempo_).
Nel secolo XVI l'aristocrazia sotto i Valois si abbandonò a tutti gli
stravizii. I racconti di Brantôme su questa spaventevole depravazione
sono là per provarlo, ed il modo libero come egli racconta simili
turpitudini, senza temere di offendere il pudore di chi legge, dimostra
il grado di corruzione al quale era giunta la società francese ai tempi
di Carlo IX e di Enrico III. Si era perfino perduto il sentimento
dell'onestà, tanto che senza alcuna reticenza innanzi a signore si
parlava dei più ignobili misteri del libertinaggio.
La Corte di Francesco 1º era una vera casa di piacere, e secondo
Brantôme le signore che ne facevano parte erano destinate a rimpiazzare
le cortigiane, le quali divenivano pericolose a causa delle malattie
veneree da cui erano quasi tutte infette. Dopo aver descritte tutte le
sregolatezze a cui queste signore non disdegnavano di abbandonarsi
Brantôme esclama: «E piacesse a Dio di potermi far entrare un po' in
questa allegra corte del re pel mio piacere!»
Sauval dice che era molto facile ad un condannato, per quanto terribili
fossero i suoi delitti, di ottenere la grazia dal re, purchè avesse una
bella moglie od una fresca figlia zitella, che andasse personalmente a
supplicare il sovrano.
Di tutte le dame di corte che abitavano al Palazzo Reale il re aveva le
chiavi delle camere, per poterle andare a visitare intimamente, quando
gli piaceva.
Brantôme ha voluto dimostrare che questa impudicizia della corte non
aveva nulla di biasimevole. Così una dama scozzese di buona famiglia,
dice questo storiografo, la quale aveva avuto un figlio naturale da
Enrico II confessava: «Ho fatto quanto ho potuto per essere ingravidata
dal re, e me ne sento onoratissima e felice; e direi quasi che il sangue
reale ha un non so che di più soave del liquore comune, tanto me ne sono
trovata bene; senza contare i regali che ne ho avuti», e Brantôme
aggiunge: «Questa dama, come del resto molte altre, erano in questa
opinione che per dormire col re, non si era punto diffamate e che sono
disoneste solo quelle che si danno ai piccoli, ma non ai grandi re e
gentiluomini».
Dopo simile ingegnosa teoria non ci deve meravigliare se molte signore
invidiavano la vita delle cortigiane di professione.
Brantôme racconta che una cortigiana venne a Roma per dare lezioni alle
dame di corte, ella diceva: «Il nostro mestiere è tanto caldo, quando si
è ben appreso, che si ha mille volte più piacere di praticarlo con
parecchi che con un solo».
Enrico II fu più costante in amore che Francesco I: vi era gente
abituata a confondere Diana di Poitiers con la regina. Il re si era
tanto familiarizzato col concubinato, di cui andava superbo, che non
temeva di uscire a cavallo avendo in groppa abbracciata la duchessa di
Valantinois.
L'adulterio aveva preso tali vaste proporzioni, che le figlie, vedendo
le madri così liberamente divertirsi, facevano quanto era in loro per
maritarsi presto ed imitarle.
Brantôme dice che nella maggior parte dei matrimonii, fatti a corte,
raramente la sposa arrivava al talamo, senza che il re non le avesse
prima insegnato praticamente l'arte della procreazione.
«In quanto alle sfrontate, narra Sauval, le une si ubbriacavano di
voluttà prima di maritarsi; le altre avevano l'abilità di divertirsi in
presenza delle governanti e delle madri stesse, senza essere scoperte;
poi per coprire il mistero, si era ricorso a mezzi esecrabili; altre (e
ciò era comune tra le vedove e le zitelle) usavano certi oggetti, come
quei quattro che Caterina de' Medici trovò nello scrigno di una sua
cameriera.
Qualche autore francese vorrebbe far credere, anzi afferma, che tali
utensili di corruzione fossero fabbricati esclusivamente in Italia,
donde si esportavano in Francia. Ciò però è molto dubbio, e sarebbe per
lo meno strano, quando sappiamo con certezza che all'epoca di oggi è la
Francia e propriamente Parigi che dà un commercio eccezionale in simili
articoli e che ne fornisce si può dire il mondo intero!
I palazzi reali di allora erano ornati da pitture lascive, ed i libri di
Pietro Aretino andavano per le mani di tutti. La pittura lubrica
cominciò ad andare in voga sotto il regno di Francesco I. Il conte di
Chateauvillain aveva fra i rari e bei quadri della sua galleria, una di
queste pitture libidinose, di cui scrive Brantôme: «in essa erano
rappresentate parecchie belle donne nude al bagno e che si palpavano, si
carezzavano, si solleticavano, e ciò che più monta, si divertivano in
modo da lasciar vedere le parti più secrete così bene e provocantemente
che una fredda reclusa od un eremita si sarebbe riscaldato e commosso.»
Così una grande dama della corte, che visitava questa galleria,
essendosi fermata a contemplare tale quadro, dopo poco disse al suo
amante:
«Oh! è troppo pericoloso di venire qui! saliamo presto in carrozza,
corriamo a casa mia, giacchè ho bisogno di andare a calmare il fuoco che
mi brucia le visceri!»
Del resto i mariti non potevano nulla rimproverare agli stravizii delle
loro mogli, giacchè essi stessi non tralasciavano nulla per corromperle.
«I mariti--dice Brantôme--bordellano più colle loro mogli, che non i
ruffiani con le donnacce da trivio».
Questo stesso autore cita pure una bella ed _onesta_ signora che aveva
nel suo gabinetto intimo gli albums illustrati dell'Aretino: «Un
gentiluomo innamorato di lei, venuto a conoscenza di tal circostanza, se
ne augurò bene pel suo successo, ed infatti quando conquistò la bella
signora, ebbe ad accorgersi che da tali opere ne aveva cavato ottime
lezioni per la pratica».
Ai tempi di cui ci occupiamo il letto coniugale non era neppur
circondato da un pudico velo. I mariti non arrossivano d'introdurre
nella loro famiglia questi libri, queste stampe, queste pitture oscene,
che facevano della sposa la più perfetta cortigiana, e che offrivano
energici stimolanti all'adulterio.
Sotto i regni dei tre figli di Caterina de' Medici, Francesco II, Carlo
IX e Enrico III, l'immoralità fu spinta tant'oltre che mai si può dire
sia andata così lontano, si ha diritto di credere che mai l'arte di
governare gli uomini avesse impiegato tanti mezzi e così vergognosi come
quelli di cui questa regina madre si servì durante il lungo periodo del
suo regno di convulsioni civili e religiose. Fu ella per la prima che
ebbe damigelle d'onore addestrate a diventare al bisogno gli impuri
istrumenti dei suoi disegni politici.
La depravazione di simil corte è un fatto confermato da tutti gli
storici. Caterina de' Medici insegnò abilmente alle dame e damigelle che
componevano la sua corte, e che formavano un corteggio, chiamato _Lo
squadrone volante della regina_, la strategia galante.
«Un famoso prelato della nostra corte, dice Sauval, ci assicura che
Caterina de' Medici aveva un serraglio di damigelle che non
l'abbandonavano mai, e che rappresentavano tante calamite per attirare i
cuori dei principi e dei signori del reame; e conoscerne i più intimi
segreti; e che questa associazione di gentildonne seppe sì ben
corrompere i capi dei partiti nel 1579, e soprattutto Enrico IV, che
avendo con le loro moine ingaggiati quelli della religione in una nuova
guerra civile, fu chiamata _la guerra degli amanti_».
Il duca d'Aubignè definisce questo _squadrone volante_ una specie di
rete che la regina tendeva sul mare della politica.
La licenza del linguaggio alla corte era il riflesso dei suoi costumi
depravati. Il proverbio creato in quell'epoca: _Puttana come una
principessa_ è la migliore conferma di quanto abbiamo esposto.
Enrico IV non fu superato da nessun personaggio della sua epoca in fatto
di libertinaggio, e, quali che fossero, d'altronde, le grandi qualità di
questo principe, si è obbligati a constatare che la storia dei suoi
amori e delle sue sregolatezze forma una parte integrante della storia
del vizio al secolo XVI.
Questo principe non arrossiva di abbassarsi fino alle cameriere ed alle
serve. Aveva contratto un male venereo, abbandonandosi in una scuderia
di Agen, con la concubina di un palafreniere; e appena guarito, fu
sorpreso nella camera di una serva, a disputarsela con un valletto. Sono
celebri i suoi amori con la Fosseuse, Fleurette, Martine, Ester Imbert e
mille altre. E dicesi che egli avesse così pervertito il senso genesico
da non poter avvicinare una donna, se questa non emanasse l'odor del
proprio sesso, il quale preferiva sempre al più soave profumo.
Il lusso eccessivo, che aveva invasa la corte, non poteva non nuocere i
buoni costumi. Sauval racconta un piccante aneddoto, che ci apprende il
vergognoso traffico d'amore praticato dalle grandi dame per la smodata
passione del lusso. Un gran prevosto dell'_hotel_ del re perseguitava da
un certo tempo una illustre principessa, presso la quale aveva sempre
trovato disprezzo e rifiuti; ma infine entrarono in trattative, e fu
deciso che una tappezzeria, che la dama desiderava moltissimo, sarebbe
il premio di una notte che ella accorderebbe al prevosto. Questi ebbe la
cattiva fede al mattino di non mantenere la promessa, «perchè la notte
trascorse in modo, per colpa sua, che egli uscì dal letto così come vi
era entrato» da ciò nacque discordia e contestazioni in fra le parti. Si
scelse a giudice la moglie di un segretario di stato, la quale chiuse la
vertenza, a condizioni «che tutte e due sarebbero andate ad acquistar la
tappezzeria e che la principessa accorderebbe un'altra notte al
prevosto, aiutandolo in modo da esaudire i desideri di lui».
L'esempio fatale della corruzione di corte aveva pervertito il senso
morale della nazione e la Lega finì di distruggere quello che vi restava
di pudore nelle classi borghesi e plebee; che gli eccessi veri o falsi
di Enrico di Valois, avevano spinto alla rivolta contro la regalità
avvilita. Durante tutto il tempo dei Seize, gli occhi e le orecchie
degli abitanti furono insozzati da canzoni, da libelli e da incisioni
oscene, che avevano sempre per pretesto la santa Unione. Non si
pronunziava un sol sermone nella chiese, nel quale il Bearnese non fosse
trattato da _figlio di pu_... e da _ruffiano_.
Si avevano ancora scandalose processioni, nelle quali alcun senso morale
non era rispettato. «Il 30 gennaio 1589, dice Dulaure, si fecero in
città parecchie processioni con quantità di fanciulli, tanto maschi che
femine, ed adulti uomini e donne, tutti nudi ed in camicia, e lo
spettacolo ne era così attraente da non essersi visto mai cosa sì
bella». Il cavaliere di Aumale faceva i suoi giorni grassi in queste
processioni, e lo si trovava sempre immischiato per offrire da
refocilarsi alle graziose e poco vestite penitenti, le quali riscaldate
da tali colezioni si permettevano qualunque eccesso. E si ricorda che
perfino una volta il cavaliere condusse la _santa vedova_ coperta solo
da una fine tela, attraverso la chiesa di S. Giovanni, baciucchiandola e
palpeggiandola, a grande scandalo di parecchie persone devote.
Questa _santa vedova_ era la figlia di Andrea di Hacqueville, primo
presidente al gran consiglio di stato e cugina del duca di Aumale, il
quale ne aveva fatto la sua concubina. L'avventura della chiesa di S.
Giovanni, produsse un tal scandalo che le processioni ne furono
atterrate.