«I crociati, dice Alberto d'Aise, si comportavano da gente grossolana,

insensata ed inetta quando l'amore carnale spegneva in essi la fiamma

dell'amore divino; vi erano nelle loro fila una quantità di donne,

vestite da uomini, e viaggiavano tutti insieme senza distinzione di

sesso, confidandosi all'azzardo di una spaventevole promiscuità. I

pellegrini non si astenevano dalle illecite riunioni, nè dai piaceri

della carne; si abbandonavano senza tregua a tutti gli eccessi della

culinaria, si divertivano colle donne maritate o con le zitelle, le

quali si erano allontanate di casa loro appunto per abbandonarsi

perdutamente ad ogni specie di vanità.»

Quando le donne mancarono ai crociati in Palestina, dove la religione di

Maometto si opponeva a qualunque illecito commercio coi cristiani, si

fece venire dall'Europa un rinforzo di belle ragazze, che concorsero a

modo loro al trionfo delle crociate.

Uno storico arabo aggiunge che l'esempio dei franchi fu contagioso pei

loro nemici, i quali vollero anch'essi aver donne di piacere nelle

armate, dove non erano mai state permesse simili sregolatezze.

Nelle antiche storie militari tanto di Francia che delle altre nazioni

europee è spesso fatto cenno di questa affluenza di prostitute nelle

armate, di cui la dietro guardia si componeva sempre di simili specie di

donne e dei loro depravati compagni. Giovanni di Bazano parla di un

capitano tedesco, chiamato Garnier, che invase alla testa di 3500 lame

il territorio di Modena e di Mantova, nel 1342, accompagnato da 1000

prostitute, e da ragazzi libertini e corrotti.

Sono indescrivibili le abbominazioni del regno di Carlo VI, dove il

clero, la nobiltà ed il popolo lottavano in perversità ed in

turpitudine. Nicola di Clemenzio, arcidiacono di Bayeux, esclamò: «A

proposito delle vergini consacrate al signore, dovremmo ritracciare

tutte le infamie dei luoghi di prostituzione, tutte le astuzie e la

sfrontatezza delle cortigiane, tutte le opere esecrabili della

fornicazione e dell'incesto; giacchè, vi prego di credere, che ai dì

nostri nei monasteri le donne si consacrano più volentieri al culto di

Venere che a quello di Dio! Tali luoghi potrebbero definirsi degli

spaventevoli ricettacoli, nei quali una gioventù sfrenata si abbandona a

tutti i disordini della lussuria, di nodo che non vi ha alcuna

differenza di far prendere il velo ad una giovanetta o di esporla

pubblicamente in un luogo abbominevole.»

Per le donne pubbliche non si aveva pietà alcuna, quando la decenza ed

il pudore sembravano banditi dai costumi, quando i soli abiti

scollacciati erano alla moda, a dispetto degli editti suntuarii.

Le donne avevano per costume di adornarsi di vesti aperte lungo i

fianchi e rialzate in modo da lasciar intravedere la gamba, e perfino la

coscia nuda; in quanto alla gola se la scoprivano fino ai capezzoli

delle mammelle!

Per rendersi conto del grado di pervertimento a cui certi nobili fossero

giunti, abbandonandosi a tutte le specie di aberrazioni sensuali, basta

leggere negli archivii di Nantes, il processo intentato al maresciallo

di Francia, Gilles de Rietz, che fu condannato al rogo nel 1440.

La lettura della _Vita dei dodici imperatori romani_ di Svetonio, aveva

eccitato questo potente signore ad imitare i loro mostruosi

pervertimenti sessuali. Come Tiberio e Nerone, egli si appassionò pel

sangue mischiato alla immondizia: l'unico suo passatempo era di

corrompere i fanciulli che faceva rubare un po' dappertutto.

Si trovarono nei sotterranei dei castelli di Chantocè, della Suze e

d'Ingrande, le ossa calcinate e le ceneri di tutti i fanciulli che il

maresciallo di Rietz aveva assassinati, dopo di averne abusato. Questi

delitti finì per confessarli lui stesso.

A quei tempi si istruivano una quantità di processi per stregoneria, nei

quali non era difficile di scoprire la depravazione morale, che cercava

di coprirsi, come da un mantello, con la possessione diabolica.

Quegli stessi che pretendevano di aver ceduto ad una potenza occulta e

ad un irresistibile prestigio, non credevano affatto all'intervento dei

demonii.

Erano ordinariamente vergognosi libertini, forzati pel loro stato a

vivere nella continenza, o per lo meno a nascondere sotto rispettabili

apparenze, l'effervescenza delle loro passioni sensuali.

Il _sabbat_ era il convegno di tutto quanto si poteva immaginare di più

perverso, ecco perchè si compiva in luoghi appartati, in mezzo ai

boschi, nelle montagne o in fra gli scogli.

Del resto i giureconsulti in Francia, non vedevano nella stregoneria se

non una forma della prostituzione la più criminale, e ricorrevano a

tutta la severità delle leggi per reprimere i disordini che corrompevano

i pubblici costumi. Ma si aveva l'aria di attribuire alla malizia del

demonio una quantità di atti detestevoli, che non accusavano se non il

vizio degli uomini, e si aveva una cura scrupolosa a non diminuire

l'orrore di cui la volgare credulità circondava il _sabbat_, giacchè se

si fossero mostrate le cose sotto il loro vero aspetto, il _sabbat_

sarebbe stato ancora più frequentato, tanto la curiosità serve di

pericoloso movente alla depravazione morale e fisica.

L'eresia riapparve in Francia a partire dal dodicesimo secolo e favorì

la corruzione.

I Bulgari essendo stati accusati di pratiche sodomitiche, consideravano

quale sacrilegio i rapporti naturali dei sessi. Tutti i settarii, per un

raffinamento di libertinaggio, s'imponevano privazioni di ogni genere, e

affettavano in generale una noncuranza assoluta per tutte le cose

materiali; ma ciò non era che la maschera della continenza, sotto la

quale si sentivano più liberi per abbandonarsi alle loro passioni e dar

briglia sciolta alla natura; le loro austere pratiche di devozione

aggiungevano una specie di salsa piccante alle nascoste depravazioni.

Quando si vide apparire nel 1259 la setta dei Flagellanti, a primo

acchito non si pensò che le pubbliche penitenze di questi peccatori,

potessero essere delle invenzioni di lussuria. Essi camminavano nelle

strade due a due, nudi fino alla cintura, e si battevano o da sè stessi

o l'un l'altro con frusta e con correggia di cuoio, cacciando gemiti,

fino a che non sanguinassero da capo a piedi.

E questo è niente. Si portavano la notte nelle campagne, in fondo ai

boschi, e là, nelle tenebre, raddoppiavano le flagellazioni, i loro

gridi e le loro impudiche follie. Si indovinano facilmente le odiose

conseguenze di queste riunioni di uomini e di donne seminudi, animati

dallo spettacolo di simile indecente pantomima, nella quale ognuno

diveniva attore a sua volta, e che arrivava gradatamente all'ultimo

parossismo dell'estasi libidinosa.

L'uso della flagellazione nell'antichità era ben conosciuto da tutti i

depravati, a cui ricorrevano per prepararsi nei piaceri di amore.

Ma al medio evo se la flagellazione erotica non si esercitava più se non

raramente e nel più profondo mistero, aveva però assunto un carattere di

sanguinaria ferocia che si riproduceva negli atti dei flagellanti.

Nel 1343 durante la terribile peste si contavano in Francia circa

800.000 flagellanti, fra i quali vi erano gentiluomini e nobili dame,

che non erano meno avidi di pubbliche fustigazioni.

Si videro pure i Picardi, che, secondo la dottrina del loro capo,

dicevano che Dio li aveva mandati sul mondo per ristabilire le leggi

della natura.

Queste leggi consistevano in due cose; la nudità di tutte le parti del

corpo e la comunità con le donne. Appena un Picardo provava un desiderio

per una sua compagna, la conduceva dal capo e formulava così la sua

richiesta: «Il mio spirito si è riscaldato per questa.» Il padrone

rispondeva: «Ebbene andate, e crescete e moltiplicate». Scacciati dalla

Francia, vi riapparvero nel 1373 sotto il nome di _Turlupius_. E questi

ultimi andavano anche più lontano, commettevano peccati carnali in pieno

giorno, dinanzi al mondo intero. Essi insegnavano che l'uomo è libero di

obbedire a tutti gl'istinti della natura.

I Valdesi, gli Anabattisti, gli Adamiti, i Manichei colle loro sette non

erano mai completamente estinti; essi di tanto in tanto rinascevano

dalle loro ceneri; tanto è vero che il vizio ha fascini irresistibili

per certe nature pervertite, deboli o depravate.

Gli Anabattisti ebbero armate in Olanda ed in Germania. Essi insegnavano

che ogni donna è obbligata a prestarsi alla concupiscenza di qualunque

uomo, e che tutti gli uomini sono del pari tenuti a soddisfare qualunque

donna. Nel 1535 il 13 febbraio a Amsterdam, sette uomini e cinque donne,

cedendo alle eccitazioni ed all'esempio d'un profeta anabattista, si

spogliarono dei loro abiti, li gettarono nel fuoco, ed uscirono per le

strade completamente nudi.

Per trovare la pruova della depravazione pubblica verso la fine del XV

secolo, non avremmo che a leggere i sermoni dei predicatori

contemporanei. Gl'intelligenti si sono molto divertiti a spese di questi

vecchi che avevano sì bizzarri procedimenti oratorii e che raccontavano

un mondo di corbellerie e di eccentriche buffonerie; ma bisogna riandar

con lo spirito all'epoca loro e considerare la specie di pubblico che

veniva ad ascoltare la parola così poco edificante di questi monaci

predicatori. Questo pubblico, nel quale l'elemento feminile era in

maggioranza, non si raccomandava troppo per li decenza della tenuta, nè

per la purezza delle intenzioni. Non erano che donne e ragazze, vestite

indecentemente, facendo, quel che si chiama, _la caccia cogli occhi_:

accalappiando gli uomini, dando convegni, cercando avventure.

Menot si lamentava che non una sola casa fosse esente dalla corruzione,

e che non si vedevano se non donne di piacere nella città e nei

sobborghi. Questa mercanzia conveniva a tutte le età e a tutte le

condizioni sociali; le vecchie come le giovani, le donne maritate e le

zitelle, le serve e le padrone, facevano, ciò che i predicatori

chiamano, traffico del loro corpo. Menot fa dire a certi giovanotti,

sposi di fresco:

«Si sa bene che non possiamo avere sempre le nostre mogli dietro di noi

sospese alla nostra cintura, o portarle nella manica, e nondimeno la

nostra gioventù non può far a meno della donna. Ci rechiamo in taverne,

osterie, stufe ed in altri piacevoli luoghi; troviamo le cameriere fatte

al mestiere e che non chiedono molto danaro; desideriamo sapere:--Non

facciamo forse bene di usarne come se fossero le nostre proprie mogli?»

Maillard esclamava: «Se le pile delle chiese avessero occhi, e che

vedessero ciò che avviene; se avessero orecchie per sentire e se

potessero parlare, che direbbero?... Io non lo so; ma voi, signori

preti, che ne dite?»

Egli vota alle fiamme d'inferno i proseliti e le ruffiane, ma fra tutte

queste vili creature quelle che detesta di più sono le madri che

lavorano esse stesse per disonorare le proprie figliuole. Guarda intorno

a lui, come per scoprire nell'assemblea qualcuna di queste madri

snaturate. «Vi sono, dice, parecchie madri che vendono le loro

figliuole, sono le ruffiane della loro prole, a cui fanno guadagnare

qualche matrimonio con le pene ed il sudore del corpo!»

E Menot a proposito del lusso esclama: «Voi direte forse, o signore: i

nostri mariti non ci danno tali vesti, ma siamo noi che li guadagniamo

colle fatiche del nostro corpo! A trentamila diavoli tali fatiche!» A

quell'epoca infatti il progresso del vizio, era il risultato immediato

del progresso del lusso; la civetteria e la vanità delle donne le

spinsero al vizio; e fu tutto un obbrobrioso mercimonio per provvedere

alle spese della _toilette_ e alle fantasie della moda.

I costumi della corte non erano punto fatti per frenare il popolo che

teneva all'onore di imitarli. Sotto Luigi XI la corte non dava affatto

l'esempio della decenza nei costumi. Vi era allora così nei grandi che

nei piccoli una sfacciataggine generale tanto nelle idee, che nelle

azioni e nelle parole. Non si vedevano che mariti ingannati, vedove

intriganti, donne libertine, ragazze sedotte.

Certamente, la morale pubblica era poco rispettata, in un'epoca in cui

si esponeva agli sguardi dei passanti, nelle feste per l'entrata del re

a Parigi (1461) «tre buone e belle ragazze che figuravano da sirene

tutte nude, in modo che si vedeva loro il bel capezzolo diritto, ed i

seni separati, rotondi e duri, che era piacevolissima cosa»; all'epoca

in cui gli uccelli _gracidatori_ piche, gazzere non sapevano ripetere

altro che parole oscene come _figlio di pu_... ecc. dice Giovanni de

Troyes; ad un'epoca in cui un normanno aveva per concubina la propria

figlia, dalla quale aveva avuto anche parecchi figli, che egli uccideva

non appena nascevano (1466); ad un'epoca in cui un monaco «che aveva i

due sessi, talmente seppe fare, che finì per divenir incinto di sè

stesso» (1478); ad un'epoca infine che un valletto del re, chiamato

Regnault la Pie, si faceva mantenere pubblicamente dalla vecchia moglie

di Nicola Bataille, il più sapiente legista francese che morì di dolore

nel 1482, dopo aver visto la sua fortuna intiera consacrata alla

ghiottoneria di una tale carogna! (_dalle cronache scandalose del

tempo_).

Nel secolo XVI l'aristocrazia sotto i Valois si abbandonò a tutti gli

stravizii. I racconti di Brantôme su questa spaventevole depravazione

sono là per provarlo, ed il modo libero come egli racconta simili

turpitudini, senza temere di offendere il pudore di chi legge, dimostra

il grado di corruzione al quale era giunta la società francese ai tempi

di Carlo IX e di Enrico III. Si era perfino perduto il sentimento

dell'onestà, tanto che senza alcuna reticenza innanzi a signore si

parlava dei più ignobili misteri del libertinaggio.

La Corte di Francesco 1º era una vera casa di piacere, e secondo

Brantôme le signore che ne facevano parte erano destinate a rimpiazzare

le cortigiane, le quali divenivano pericolose a causa delle malattie

veneree da cui erano quasi tutte infette. Dopo aver descritte tutte le

sregolatezze a cui queste signore non disdegnavano di abbandonarsi

Brantôme esclama: «E piacesse a Dio di potermi far entrare un po' in

questa allegra corte del re pel mio piacere!»

Sauval dice che era molto facile ad un condannato, per quanto terribili

fossero i suoi delitti, di ottenere la grazia dal re, purchè avesse una

bella moglie od una fresca figlia zitella, che andasse personalmente a

supplicare il sovrano.

Di tutte le dame di corte che abitavano al Palazzo Reale il re aveva le

chiavi delle camere, per poterle andare a visitare intimamente, quando

gli piaceva.

Brantôme ha voluto dimostrare che questa impudicizia della corte non

aveva nulla di biasimevole. Così una dama scozzese di buona famiglia,

dice questo storiografo, la quale aveva avuto un figlio naturale da

Enrico II confessava: «Ho fatto quanto ho potuto per essere ingravidata

dal re, e me ne sento onoratissima e felice; e direi quasi che il sangue

reale ha un non so che di più soave del liquore comune, tanto me ne sono

trovata bene; senza contare i regali che ne ho avuti», e Brantôme

aggiunge: «Questa dama, come del resto molte altre, erano in questa

opinione che per dormire col re, non si era punto diffamate e che sono

disoneste solo quelle che si danno ai piccoli, ma non ai grandi re e

gentiluomini».

Dopo simile ingegnosa teoria non ci deve meravigliare se molte signore

invidiavano la vita delle cortigiane di professione.

Brantôme racconta che una cortigiana venne a Roma per dare lezioni alle

dame di corte, ella diceva: «Il nostro mestiere è tanto caldo, quando si

è ben appreso, che si ha mille volte più piacere di praticarlo con

parecchi che con un solo».

Enrico II fu più costante in amore che Francesco I: vi era gente

abituata a confondere Diana di Poitiers con la regina. Il re si era

tanto familiarizzato col concubinato, di cui andava superbo, che non

temeva di uscire a cavallo avendo in groppa abbracciata la duchessa di

Valantinois.

L'adulterio aveva preso tali vaste proporzioni, che le figlie, vedendo

le madri così liberamente divertirsi, facevano quanto era in loro per

maritarsi presto ed imitarle.

Brantôme dice che nella maggior parte dei matrimonii, fatti a corte,

raramente la sposa arrivava al talamo, senza che il re non le avesse

prima insegnato praticamente l'arte della procreazione.

«In quanto alle sfrontate, narra Sauval, le une si ubbriacavano di

voluttà prima di maritarsi; le altre avevano l'abilità di divertirsi in

presenza delle governanti e delle madri stesse, senza essere scoperte;

poi per coprire il mistero, si era ricorso a mezzi esecrabili; altre (e

ciò era comune tra le vedove e le zitelle) usavano certi oggetti, come

quei quattro che Caterina de' Medici trovò nello scrigno di una sua

cameriera.

Qualche autore francese vorrebbe far credere, anzi afferma, che tali

utensili di corruzione fossero fabbricati esclusivamente in Italia,

donde si esportavano in Francia. Ciò però è molto dubbio, e sarebbe per

lo meno strano, quando sappiamo con certezza che all'epoca di oggi è la

Francia e propriamente Parigi che dà un commercio eccezionale in simili

articoli e che ne fornisce si può dire il mondo intero!

I palazzi reali di allora erano ornati da pitture lascive, ed i libri di

Pietro Aretino andavano per le mani di tutti. La pittura lubrica

cominciò ad andare in voga sotto il regno di Francesco I. Il conte di

Chateauvillain aveva fra i rari e bei quadri della sua galleria, una di

queste pitture libidinose, di cui scrive Brantôme: «in essa erano

rappresentate parecchie belle donne nude al bagno e che si palpavano, si

carezzavano, si solleticavano, e ciò che più monta, si divertivano in

modo da lasciar vedere le parti più secrete così bene e provocantemente

che una fredda reclusa od un eremita si sarebbe riscaldato e commosso.»

Così una grande dama della corte, che visitava questa galleria,

essendosi fermata a contemplare tale quadro, dopo poco disse al suo

amante:

«Oh! è troppo pericoloso di venire qui! saliamo presto in carrozza,

corriamo a casa mia, giacchè ho bisogno di andare a calmare il fuoco che

mi brucia le visceri!»

Del resto i mariti non potevano nulla rimproverare agli stravizii delle

loro mogli, giacchè essi stessi non tralasciavano nulla per corromperle.

«I mariti--dice Brantôme--bordellano più colle loro mogli, che non i

ruffiani con le donnacce da trivio».

Questo stesso autore cita pure una bella ed _onesta_ signora che aveva

nel suo gabinetto intimo gli albums illustrati dell'Aretino: «Un

gentiluomo innamorato di lei, venuto a conoscenza di tal circostanza, se

ne augurò bene pel suo successo, ed infatti quando conquistò la bella

signora, ebbe ad accorgersi che da tali opere ne aveva cavato ottime

lezioni per la pratica».

Ai tempi di cui ci occupiamo il letto coniugale non era neppur

circondato da un pudico velo. I mariti non arrossivano d'introdurre

nella loro famiglia questi libri, queste stampe, queste pitture oscene,

che facevano della sposa la più perfetta cortigiana, e che offrivano

energici stimolanti all'adulterio.

Sotto i regni dei tre figli di Caterina de' Medici, Francesco II, Carlo

IX e Enrico III, l'immoralità fu spinta tant'oltre che mai si può dire

sia andata così lontano, si ha diritto di credere che mai l'arte di

governare gli uomini avesse impiegato tanti mezzi e così vergognosi come

quelli di cui questa regina madre si servì durante il lungo periodo del

suo regno di convulsioni civili e religiose. Fu ella per la prima che

ebbe damigelle d'onore addestrate a diventare al bisogno gli impuri

istrumenti dei suoi disegni politici.

La depravazione di simil corte è un fatto confermato da tutti gli

storici. Caterina de' Medici insegnò abilmente alle dame e damigelle che

componevano la sua corte, e che formavano un corteggio, chiamato _Lo

squadrone volante della regina_, la strategia galante.

«Un famoso prelato della nostra corte, dice Sauval, ci assicura che

Caterina de' Medici aveva un serraglio di damigelle che non

l'abbandonavano mai, e che rappresentavano tante calamite per attirare i

cuori dei principi e dei signori del reame; e conoscerne i più intimi

segreti; e che questa associazione di gentildonne seppe sì ben

corrompere i capi dei partiti nel 1579, e soprattutto Enrico IV, che

avendo con le loro moine ingaggiati quelli della religione in una nuova

guerra civile, fu chiamata _la guerra degli amanti_».

Il duca d'Aubignè definisce questo _squadrone volante_ una specie di

rete che la regina tendeva sul mare della politica.

La licenza del linguaggio alla corte era il riflesso dei suoi costumi

depravati. Il proverbio creato in quell'epoca: _Puttana come una

principessa_ è la migliore conferma di quanto abbiamo esposto.

Enrico IV non fu superato da nessun personaggio della sua epoca in fatto

di libertinaggio, e, quali che fossero, d'altronde, le grandi qualità di

questo principe, si è obbligati a constatare che la storia dei suoi

amori e delle sue sregolatezze forma una parte integrante della storia

del vizio al secolo XVI.

Questo principe non arrossiva di abbassarsi fino alle cameriere ed alle

serve. Aveva contratto un male venereo, abbandonandosi in una scuderia

di Agen, con la concubina di un palafreniere; e appena guarito, fu

sorpreso nella camera di una serva, a disputarsela con un valletto. Sono

celebri i suoi amori con la Fosseuse, Fleurette, Martine, Ester Imbert e

mille altre. E dicesi che egli avesse così pervertito il senso genesico

da non poter avvicinare una donna, se questa non emanasse l'odor del

proprio sesso, il quale preferiva sempre al più soave profumo.

Il lusso eccessivo, che aveva invasa la corte, non poteva non nuocere i

buoni costumi. Sauval racconta un piccante aneddoto, che ci apprende il

vergognoso traffico d'amore praticato dalle grandi dame per la smodata

passione del lusso. Un gran prevosto dell'_hotel_ del re perseguitava da

un certo tempo una illustre principessa, presso la quale aveva sempre

trovato disprezzo e rifiuti; ma infine entrarono in trattative, e fu

deciso che una tappezzeria, che la dama desiderava moltissimo, sarebbe

il premio di una notte che ella accorderebbe al prevosto. Questi ebbe la

cattiva fede al mattino di non mantenere la promessa, «perchè la notte

trascorse in modo, per colpa sua, che egli uscì dal letto così come vi

era entrato» da ciò nacque discordia e contestazioni in fra le parti. Si

scelse a giudice la moglie di un segretario di stato, la quale chiuse la

vertenza, a condizioni «che tutte e due sarebbero andate ad acquistar la

tappezzeria e che la principessa accorderebbe un'altra notte al

prevosto, aiutandolo in modo da esaudire i desideri di lui».

L'esempio fatale della corruzione di corte aveva pervertito il senso

morale della nazione e la Lega finì di distruggere quello che vi restava

di pudore nelle classi borghesi e plebee; che gli eccessi veri o falsi

di Enrico di Valois, avevano spinto alla rivolta contro la regalità

avvilita. Durante tutto il tempo dei Seize, gli occhi e le orecchie

degli abitanti furono insozzati da canzoni, da libelli e da incisioni

oscene, che avevano sempre per pretesto la santa Unione. Non si

pronunziava un sol sermone nella chiese, nel quale il Bearnese non fosse

trattato da _figlio di pu_... e da _ruffiano_.

Si avevano ancora scandalose processioni, nelle quali alcun senso morale

non era rispettato. «Il 30 gennaio 1589, dice Dulaure, si fecero in

città parecchie processioni con quantità di fanciulli, tanto maschi che

femine, ed adulti uomini e donne, tutti nudi ed in camicia, e lo

spettacolo ne era così attraente da non essersi visto mai cosa sì

bella». Il cavaliere di Aumale faceva i suoi giorni grassi in queste

processioni, e lo si trovava sempre immischiato per offrire da

refocilarsi alle graziose e poco vestite penitenti, le quali riscaldate

da tali colezioni si permettevano qualunque eccesso. E si ricorda che

perfino una volta il cavaliere condusse la _santa vedova_ coperta solo

da una fine tela, attraverso la chiesa di S. Giovanni, baciucchiandola e

palpeggiandola, a grande scandalo di parecchie persone devote.

Questa _santa vedova_ era la figlia di Andrea di Hacqueville, primo

presidente al gran consiglio di stato e cugina del duca di Aumale, il

quale ne aveva fatto la sua concubina. L'avventura della chiesa di S.

Giovanni, produsse un tal scandalo che le processioni ne furono

atterrate.

Sodoma e Gomorra: Cronistoria del Libertinaggio attraverso i secoli ed il mondo · 第 3 / 10 段