fretta per consacrare interi anni ad una sola passione; e perciò che si
trovano in tale epoca poeti disposti a cantare il libertinaggio. E che
Marziale dice francamente: «Nessuna pagina del mio libro è casta, e
quindi quelli che mi leggono sono giovani e ragazze dai facili costumi,
vecchie che hanno bisogno di solletico. Ho scritto per me, dice alle
venerabili matrone che leggevano le sue opere di nascosto, e che
l'accusavano di non scrivere per le donne oneste, ho scritto per me, pel
ginnasio, per le terme: gli studiosi sono da questa parte, ritiratevi
dunque, noi ci svestiamo; andate via se non volete veder uomini nudi!
Qui, dopo aver bevuto, Tersicore, coronata di rose, abdica il Pudore, e
nell'ebrezza, non sapendo più cosa dire, invoca ad alta voce ciò che
Venere trionfante riceve nel suo tempio al mese di agosto, e ciò che il
villico mette in sentinella in mezzo al suo giardino, quello che la
vergine casta non può guardare se non mettendosi la mano sugli occhi.»
ed allargando le dita, aggiungiamo noi.
Fa il ritratto di Lesbia che ama la pubblicità, i piaceri segreti non
hanno alcun sapore per lei, perciò la sua porta non è mai chiusa, nè
guardata, quando ella si abbandona alla lubricità. Vorrebbe che tutta
Roma la guardasse in quei momenti, e non si turba nè si scomoda se
qualcuno entra, giacchè il testimone del suo libertinaggio le procura
più godimento che il suo amante stesso. La sua più grande felicità è di
essere sorpresa in flagrante.
Lacamè si fa servire al bagno da uno schiavo di cui il sesso è
decentemente nascosto da una cintura di cuoio nero, mentre giovani e
vecchi si bagnavano nudi con essa; perciò Marziale si vede autorizzato a
chiederle: «Ma che, forse il tuo schiavo è l'unico che sia veramente
uomo in fra tanti?».
Ligella spela i suoi avvizziti incanti: «se ti resta un qualunque
pudore, le grida Marziale, cessa di strappar la barba ad un leone
morto».
La maggior parte delle cortigiane non erano Greche, esse non venivano da
molto lontano, e molte ne uscivano dai sobborghi di Roma, dove le madri
le avevano vendute alla crapula. Nondimeno si ricercavano le donne
Greche, e si pagavano più care delle altre, ed è perciò che quasi tutte
le cortigiane si dicevano di tal paese. Una cortigiana, certa Lelia,
avéva mandato a memoria qualche parola greca, che ripeteva continuamente
con un accento romano; Marziale le dice:
«Quantunque tu non sii nata nè a Efeso, nè a Rodi, nè a Metilene, ma in
una casa dei sobborghi patrizii, quantunque tua madre, che mai non
conobbe cosa volesse dir lavarsi, sia nata presso gli Etruschi dalla
carnagione olivastra, e che quel rustico di tuo padre sia originario
della campagna di Aricia, tu impieghi a qualunque proposito questo dolci
espressioni greche: _vita mia, anima mia!_ Come, tu cittadina di Ersbia
e di Egeria osi parlare così!? Tu non sai come fare per parlare il
linguaggio di una pudica matrona: ma non dici nulla di più tenero quando
i desiderii ti tormentano? Va, Lelia, quand'anche giungesti a saper a
mente Corinto, non sarai mai Lais!».
Ecco uno dei più curiosi epigrammi di Marziale, egli si rivolge a Galla:
«Il tuo viso è tale che nessuna donna oserebbe dirne male, tu non hai
neppure una macchia sul corpo. Perciò ti meravigli senza dubbio di non
aver mai ispirata alcuna passione, e di non veder mai ritornare a te
l'uomo col quale hai dormito una notte. Ciò dipende dal fatto che tu hai
un enorme difetto. Ogni volta che io ti avvicino per fare all'amore e
che agitiamo i nostri corpi voluttuosamente confusi, la tua vagina fa
rumore e tu taci. Piacesse al cielo che tu parlassi e quell'organo
tacesse! Giacchè il suo mormorio non mi lusinga affatto; preferisco il
rumor del tuo deretano, il quale almeno ha una certa utilità ed allo
stesso tempo provoca ilarità».
Fu sotto gl'imperatori, per l'influenza dei loro costumi depravati, pei
loro esempii e le loro malsane istigazioni, che la società romana fece
spaventevoli progressi nel vizio, il quale finì di disorganizzarla.
Giovenale esclamava allora:
«Il vizio è al suo colmo: Ecco disgraziati a qual punto di decadenza
siamo giunti! Abbiamo, è vero, portate le nostre armi fino ai confini
dell'Iberia, abbiamo anche recentemente sottomessi gli Orcadi e la
Brettagna, dove le notti sono sì corte, ma quello che fa il popolo
vincitore nella città eterna, non lo fanno i popoli vinti!»
Infatti quello che restava di buoni costumi a Roma fu perduto dal giorno
in cui il capo dello Stato finì di rispettarlo.
Giulio Cesare, questo grand'uomo di cui il genio innalzò a tanta potenza
le armi romane, la politica e la legislatura; Giulio Cesare fu il primo
ad offrire al popolo romano l'indecente esempio della propria
depravazione. Tutti gli storici del tempo sono d'accordo nel dire che
egli era portato molto verso i piaceri sensuali e nulla risparmiava per
soddisfarli. Sedusse un numero infinito di donne per bene. Non
rispettava nè il suo talamo, nè quello degli altri. Questo dittatore
volle fare una legge che gli permetteva di godersi tutte le matrone che
gli andavano a genio, sotto pretesto di moltiplicare gli uomini della
sua illustre razza!
Nessuno ignora lo scandaloso festino di Augusto e dei suoi cinque
compagni di orgia con sei rispettabili matrone romane. Vestiti da dei e
da dee imitavano gl'impudicissimi costumi olimpici descritti nelle
favole. Augusto commise un incesto con la propria figlia, dal quale
nacque la madre di Galigola. Marcantonio parlando dei tirannici costumi
di Augusto, dice che in un festino, fece passare dalla sala da pranzo
nella camera vicina, la moglie di un console, pur trovandosi il marito
fra gl'invitati, e quando ella ritornò con Augusto, i banchettanti
avevano avuto il tempo di vuotar più di una coppa in onore di Cesare, e
la matrona aveva le orecchie rosse ed i capelli in disordine. Tutti lo
notarono; solo il marito non vi fece caso.
Le orgie di Augusto paragonate a quelle di Tiberio erano ingenue ed
innocenti. Questi commise delitti che nessuno prima di lui aveva osato
immaginare. A Caprea, dove soggiornava abitualmente, fece costruire una
grande camera, sede delle più secrete sregolatezze. Là una moltitudine
di giovanette e di giovanetti diretti dagli inventori di una mostruosa
prostituzione, formavano una triplice catena e mutualmente e carnalmente
allacciati, gli passavano dinnanzi per rianimare i suoi sensi esauriti.
Sua moglie accettava volentieri tutte le dichiarazioni di amore che le
venivan fatte. Riceveva i suoi amanti in folla e correva con essi
pazzamente per le vie della città. La ragione e le leggi del pudore non
si fecero mai sentire in casa di questa depravata principessa.
Galigola, ancor men riservato di Tiberio, che cercava di imitare, fece
conoscere pubblicamente i suoi infami amori con Marco Lepidus. Egli
cercò sempre lo straordinario ed il mostruoso.
Agrippina visse con suo fratello Galigola in un legame mostruoso.
Claudio ebbe troppe mogli legittime per aver molte concubine e quelle
che si pagò, più per capriccio che per amore, non furono troppo note
perchè ne restasse traccia nella storia.
Messalina, moglie di Claudio, ha lasciato nella storia la più
detestabile nomea; ella si macchiò di tutte le infamie. La sua
prostituzione fu delle più abbiette, i suoi capricci oltraggiosamente
disordinati, senza ritegno, pubblicamente soddisfatti e pubblicamente
conosciuti. Dimenticò la dignità, la nascita, la naturale modestia del
suo sesso, la fedeltà coniugale, per abbandonarsi brutalmente alle sue
lubriche passioni.
Associò ai suoi stravizii moltissime dame romane, obbligandole, per
eccesso di autorità, a vivere con lei in un vergognoso libertinaggio. Le
forzò a prostituirsi in presenza dei loro mariti agl'individui più vili.
Su questa donna Giovenale ha scritto pagine terribili:
«Appena suo marito si addormentava, ella preferendo un qualunque
schifoso strapuntino al letto nuziale ed imperiale, evadeva dal palazzo,
seguita da una sola confidente, favorita dalle tenebre e mascherata, si
portava in un luogo infame della più putrida prostituzione. E là, a seni
scoperti, Messalina, scintillante e fiera, votava alla pubblica
brutalità i fianchi che ti portarono, o generoso Britanicus! Nondimeno
ella lusinga chiunque si presenta e chiede l'abituale salario. Il capo
del luogo congeda le cortigiane, ma ella ancora fremente di desiderio,
non vuol partire ed è l'ultima ad andar via, profittando di un solo
minuto per dar sfogo al furor che la consuma. Esce infine più stanca che
soddisfatta, affumicata dalla puzzolenti lampade, le guance livide e
sozze, e va a depositare gli odori di quest'antro sul capezzale dello
sposo».
Appena gettò via la maschera che copriva le sue perverse inclinazioni,
Nerone si abbandonò a tutti gli eccessi che i raffinamenti del
libertinaggio avevano potuto creare e diede sfogo ai suoi impuri vizii.
Sua moglie Poppea, vedova di Ottone, non fece alcuna differenza fra i
suoi mariti ed i suoi amanti, dandosi ai più svergognati disordini, e
facendo un infame uso della sua bellezza.
Vitellio fu l'allievo di Tiberio e servì i suoi infami piaceri, cioè a
dire continuò un simil genere di vita.
Tito nutriva nel suo palazzo un gran numero di schiave che servivano ai
suoi piaceri.
Domiziano si bagnava con le prostitute compiacendosi a strappare i peli
delle sue concubine. Sua moglie si prostituiva senza vergogna a tutti
quelli che la desideravano.
Eliogabalo creò un senato di donne votate a Venere, tenne apertamente
udienze sulla prostituzione. Si fece portare su di un carro tirato da
donne nude; e rappresentò Venere sotto tutti gli aspetti.
Commodo manteneva 300 concubine e disonorava, seducendole o violandole,
le più distinte matrone romane.
Per Commodo era un piacere, un bisogno di avvilirsi agli occhi di tutti,
non si diceva soddisfatto se non quando le sue turpitudini avevano avuto
mille testimoni e mille echi.
«Sin dalla più tenera infanzia, dice Lampride, fu impudico, cattivo,
crudele, libidinoso, e arrivò fino a prostituir la sua bocca! Fece del
palazzo reale una taverna ed un antro di voluttà, dove attirò le donne
più notevoli per la loro bellezza, e se ne servì pei suoi impuri
capricci.» Alle 300 concubine aggiunse più tardi 300 giovanetti.
Questi 600 convitati sedevano alla sua mensa e si offrivano volta a
volta le impure fantasie di lui. Quando la forza fisica gli mancava,
chiamava in aiuto tutta la potenza dell'immaginazione; obbligava tutta
questa gente di abbandonarsi sotto i suoi occhi a quei piaceri che egli
non poteva più condividere.
Dopo aver stuprata sua sorella, diede il nome di sua madre ad una
concubina, alfine di persuadersi che commetteva un incesto con lei.
Eliogabalo, così come Nerone, trovava un eccessivo piacere in tutti gli
atti della prostituzione. Un giorno convocò tutte le cortigiane di Roma
e presiedè lui stesso questa strana assemblea. E tenne un'accanita
discussione su parecchie quistioni astratte di voluttà e di
libertinaggio. Nessuno potrà mai farsi un'idea di quali abbominevoli
sozzurre quest'uomo sporcò il suo corpo.
Se gli appetiti carnali di Eliogabalo erano smodati, la sua
immaginazione corrotta aveva ancora più potenza ed attività. Così,
quello che egli cercava continuamente, era la creazione di nuove maniere
colle quali poter contaminare i suoi occhi, le sue orecchie, la sua
anima, insozzando contemporaneamente il pudore altrui.
II. Il Vizio all'era cristiana
_Medioevo._ Rinascenza--Impero
Nel periodo della cristianità il vizio si mostrò soprattutto nelle sette
eretiche, le quali immaginarono, a fine di favorire la corruzione,
stravaganti dottrine.
I Nicolaiti insegnavano che per acquistare la salvezza eterna, era
necessario di insozzarsi di tutte le specie d'impurità. Essi
pretendevano che una carne maculata dovesse essere più accetta a Dio,
perchè i meriti del redentore dovevano esercitarsi maggiormente su di
essa per renderla degna del paradiso.
Altre eresie congiunte con immaginazioni più o meno stravaganti ed
ingegnose, come fine e come mezzo, avevano sempre un prodigioso sviluppo
della sensualità.
In generale era la comunità delle donne e la promiscuità dei sessi che
formavano la base di queste sette singolari. Il pudore non esisteva per
questi settarii che lo consideravano come ingiurioso alla divinità.
Secondo le dottrine di Carpocrate e di suo figlio, nessuna donna aveva
il diritto di rifiutare i suoi favori a chiunque gliene facesse
richiesta in virtù del diritto naturale.
Una donna di questa setta, Marcellina, venne a Roma, verso il 160, e vi
fece molti proseliti col sudore del proprio corpo! Dopo i festini si
commettevano le infamie carnali, quando, le grazie dette, il sacerdote
massimo diceva: «Lungi da noi la luce ed i profani.» Allora si
spegnevano le fiaccole, e quello che avveniva nelle tenebre, senza
distinzione di sesso, di età e di parentela, non doveva lasciare traccia
nemmeno nei ricordi. Ciò rappresentava agli occhi dei dottori della
setta l'immagine naturale della creazione.
I Cainisti avevano per dogma la riabilitazione del male ed il trionfo
della materia sullo spirito. Interpretavano i libri santi a rovescio, ed
onoravano, quali vittime ingiustamente sacrificate, i più esecrabili
tipi della cattiveria umana. Si glorificavano d'imitare i vergognosi
vizii che attribuivano a Caino, e che ritrovavano con piacere presso gli
abitanti di Sodoma e di Gomorra.
Gli Adamiti, facevano risalire le loro dottrine al primo uomo, non
proscrivevano la donna come gli eredi di Caino e di Saffo. Il loro capo
Psodicos, ebbe l'audacia di permettere e di prescrivere la copula
pubblica fra i due sessi.
I Manichei proclamavano, con l'avversione del matrimonio, il libero e
smodato esercizio di tutte le facoltà sensuali. Essi consideravano
l'atto venereo come opera santa, a condizione che la santità di
quest'atto, non fosse compromessa dal matrimonio o dalla concezione.
A quei tempi la vita cenobitica non fu neppur essa esente da vizii. La
sensualità e la lussuria penetravano col mistero a traverso le
solitudini, dove si raccoglievano per lavorare e pregare in comunità i
frati e le suore della nuova famiglia cattolica.
Furono le eresie che condussero quel prodigioso abbandono nella
cristianità. San Cipriano nel 230 ci dipinge tale epoca così: «Non
esisteva più carità nella vita dei cristiani, non esisteva più
disciplina nei loro costumi; gli uomini si pettinavano le barba, e le
donne si imbellettavano il viso; si corrompeva la purezza degli occhi
violando l'opera delle mani di Dio, e perfino quella dei capelli dando
ad essi uno strano colore. Si ricorreva a tutte le astuzie ed a tutti
gli artificii per ingannare i semplici; i cristiani sorprendevano i loro
fratelli con le infedeltà e le furberie.»
Bisogna attribuire questi cattivi costumi che regnavano allora, in un sì
gran numero di comunità femminili, all'influenza demoralizzatrice di una
folla di monaci erranti e di secolari che l'ozio e la corruzione
moltiplicavano dappertutto. La condotta impudente e dissoluta di questi
monaci si propagò nell'Egitto fino ai deserti della Tebaide.
Più tardi il vizio si introdusse nei monasteri e si potettero allora
avverare i numerosi squilibramenti che hanno provato la fragilità della
virtù umana, e l'impotenza dei voti i più sacri. Nei monasteri feminili,
l'ospitalità accordata a tutti gli ecclesiastici ed ai monaci di
passaggio, vi generò disordini che non trascesero quasi mai in scandali
pubblici tanto da attirare l'attenzione della gente.
I Franchi che si introdussero nella Gallia verso la metà del V.º secolo,
a primo acchito con i Gallo Romani; conservarono i loro costumi, la loro
religione, i loro usi senza lasciarsi influenzare dal contatto della
civiltà brillante e voluttuosa che incontrarono nella città conquistata.
Ma, al tempo stesso, non fecero nulla per cambiare il carattere dei
primi possessori del suolo. Divenuti cristiani i franchi divennero allo
stesso tempo Galli e Romani. Da Clodoveo fino a Carlomagno, i vescovi
furono i veri legislatori e il codice ecclesiastico dominò il codice
giustiniano e le leggi teutoniche. La corruzione legale non aveva un
corso regolare, i disordini e l'incontinenza non erano che più
indomabili e più audaci.
Non vi erano cortigiane propriamente parlando, o prostitute che
esercitavano questo vergognoso mestiere nelle città governate dai
vescovi, ma vi erano dappertutto, in ogni feudo, in ogni dimora rurale,
una sorta di serragli, di ginecei, nei quali le donne libere o schiave
lavoravano all'ago o al fuso, e dove il padrone trovava facile il
piacere, ed un'emulazione sempre compiacente per servirlo.
I concubinati, essendo per loro natura, estranei alle leggi
ecclesiastiche, non dipendevano se non dal capriccio delle persone che
li contraevano e che li rompevano senza tanti scrupoli. Tale fu per
oltre tre secoli lo stato di famiglia in Francia.
I re merovingi non indietreggiarono nè dinanzi a delitti, nè dinanzi a
guerre sanguinose per soddisfare i loro amori, per lasciare o per
prendere una concubina. Vivevano nei loro dominii reali, lontani dalla
vista dei loro soggetti, che udivano appena il rumore delle orge di
questi re buontemponi, i quali si abbandonavano a tutte le specie di
disordini, passando dall'ebbrezza alla lussuria più sfrenata.
E come ai primi tempi la corruzione soggiornava in mezzo al clero;
Martiniano, monaco di Rabais, al X secolo, diceva ai preti del suo
tempo: «È forse legge vostra di prender moglie e di avere relazioni con
donne? di contaminare con tutte le specie di lussuria il vostro corpo
che è stato creato per ricevere il cibo degli angeli?»
Il pio vescovo di Limoges, Turpio, morto nel 944, tramandava con dolore
nel suo testamento questa confessione spoglia di ipocrisia: «Noi stessi
che dovremmo dare l'esempio, siamo gl'istrumenti dell'altrui perdita, ed
invece di essere i pastori del popolo ci comportiamo tali lupi
divoranti!»
Non è qui il caso di esporre gli orribili vizi della gente di chiesa,
che credevano fosse loro tutto permesso al sol perchè avevano il diritto
di assolvere qualunque peccato; non cercheremo nemmeno in questo libro
di penetrare negli archivii dei conventi per ricercarvi la lunga lista
di quelli che furono riformati, scomunicati, soppressi a causa dei
mostruosi disordini dei loro ospiti; basti dire che non era possibile di
trovare un'abbazia celebre, dove i costumi claustrali non fossero stati
a più riprese focolari d'impudico contagio.
La depravata condotta dei preti e dei monaci, non era che troppo imitata
dai laici che la bersagliavano coi loro sprezzanti motteggi. In presenza
di tali modelli di corruzione, il popolo non poteva certo aver la
pretesa di restar puro e virtuoso.
Tutti gli scrittori dell'epoca sono d'accordo nel constatare la profonda
degradazione dello stato sociale e tutti ne attribuivano la causa
all'incontinenza che aveva preso gigantesche proporzioni.
Nelle provincie i signori facevano bella mostra di tutti i loro vizii,
non conservando alcun pudore. Fra i tanti citiamo un solo esempio della
selvaggia impudicizia che caratterizzava l'uno e l'altro sesso. Nel 990,
correva voce che Guglielmo IV, duca di Aquitania e conte di Poitiers,
avesse avuto adultero commercio con la moglie del visconte di Thouars,
presso il quale era stato ospitato. Emma, moglie di Guglielmo, aspettava
un'occasione favorevole per vendicarsi della rivale. Un giorno vistola
passeggiare a cavallo, con poca scorta, nei dintorni del castello di
Talmont, accorse con un buon seguito di paggi e di scudieri; la fece
rovesciare per terra, la colmò d'ingiurie e di percosse e l'abbandonò
alle sue genti. Le quali, impadronitisi della viscontessa, la
violentarono un dopo l'altro fino al giorno seguente, per obbedire agli
ordini della padrona che li eccitava, contemplandoli. La mattina, la
lasciarono quasi nuda, e semiviva. Il visconte di Thouars non potette nè
lagnarsi, nè vendicarsi e riprese la moglie disonorata, mentre Guglielmo
esiliava la sua nel castello di Chinon.
Ma è soprattutto nei Penitenziali che bisogna cercare gli occulti
misteri della corruzione. È là che il peccato della carne si compie con
tutte le audacie, che non si limita solo agli illeciti congiungimenti
fra i due sessi, ma si spinge fino ai più esecrabili capricci della
depravazione. «Si vorrebbe credere, dice il signor de la Bedollière, per
l'onore dell'umanità, che gli orrori segnalati nei Penitenziali fossero
puramente accidentali». Ma è certo che invece tali orrori erano troppo
frequenti e che spandevano poco a poco una corruzione latente in tutte
le parti del corpo sociale. Ad ogni pagina, i Penitenziali classificano
i vizii secondo i gradi di colpabilità e di penalità. Bisogna
distinguere in questo codice primitivo della confessione, i fatti che
concernono gli atti più secreti del matrimonio, quelli che toccano
all'incesto, quelli che sono relativi alle corruzioni contro natura, e
quelli infine che caratterizzano il delitto di bestialità.
Erano peccati veniali se gli sposi non avevano consacrato la prima notte
di nozze a pratiche devote; se il marito che si coricava con la moglie
non si fosse lavato prima di entrare in chiesa: se una moglie fosse
entrata in chiesa, all'epoca delle sue regole. Ma il peccato diveniva
più grave quando gli sposi si abbandonavano ad oscene fantasie ecc.
L'incesto si moltiplicava sotto le forme più vergognose; i figli non
risparmiavano la madre; la madre essa stessa non rispettava l'innocenza
dei suoi più giovani rampolli; i fratelli attaccavano le sorelle; il
padre si corrompeva con la figlia! Per simili turpi atti vi erano
penitenze da 10 a 15 anni, durante i quali i colpevoli dovevano
sottomettersi a digiuni ed a continenze.
Il peccato contro natura aveva innumerevoli varietà agli occhi del
confessore, che applicava anche per esso diverse specie di penitenza. I
vizii antifisici delle donne erano puniti così severamente quanto quelli
degli uomini.
Talvolta l'incesto associandosi al delitto contro natura, ne aggravava
l'infamia ed il castigo. Tutti i generi di bestialità figuravano nei
Penitenziali; nessuna bestia era esclusa per commettere simili
obbrobriose indegnità.
Sotto Luigi VII la corporazione delle ragazze libere, trovavasi in uno
stato di notevole prosperità. Sauval dichiara nelle sue compilazioni,
che gli statuti di questa disonesta corporazione, ebbero corso, pel loro
occulto governo, fino agli stati di Orleans, nel 1560.
San Luigi cercò, ma invano, di mettere un argine a tante corruzioni. Il
25 giugno 1263, scrisse da Aigues-Mortes a Mathieu, abbate di San Denis,
e al conte Simon de Nesle: «Abbiamo ordinato d'altronde, di distruggere
quelle note e manifeste prostituzioni che insozzano con le loro infamie
il nostro fedel popolo e che trascinano tante vittime nel fango e
nell'abisso della perdizione; abbiamo altresì ordinato di perseguitare
questi scandali tanto nella città che nella campagna, e di purgare
assolutamente il nostro reame da tutti gli uomini corrotti e pubblici
malfattori».
Un orribile libertinaggio essendosi insinuato in tutte le classi sociali
sin dai tempi delle crociate e il vizio contro natura, che il soggiorno
dei francesi in Palestina aveva acclimatato in Francia, minacciava
ancora d'infettare i costumi e di corrompere tutta quanta la
popolazione.
A partire dall'undicesimo secolo un sensibile miglioramento si fece
sentire nei costumi pubblici e privati. Vi rimanevano ancora senza
dubbio molti disordini, presso i nobili e nel basso popolo, ma i primi
non davano più in comune l'esempio della perversità e del vizio.
Certo si deve all'influenza della cavalleria la conversione del più
grande peccatore che l'undicesimo secolo abbia prodotto. Guglielmo duca
di Aquitania, nono a portare tal nome, fu il più pericoloso ingannatore
di donne ed il più gran libertino, la cui riputazione abbia percorso il
mondo. Passò senza scrupoli e senza por tempo in mezzo dal culto della
materia alla contemplazione spirituale, dall'incredulità alla fede.
Le crociate furono il più bel momento della cavalleria e non di meno
nessuno può negare che questa prodigiosa massa di uomini di tutte le
condizioni e di tutti i paesi non abbia riscaldata nel suo seno il germe
corruttore della lussuria. «Tutti i vizii vi regnavano, dice l'abbate
Fleury, sia quelli che i pellegrini avevano apportati dai loro paesi,
sia quelli che avevano conosciuti nei paesi stranieri.»